Sul problema dell’autopsia
Dei morti e dei vivi [62]
«Ogni popolo non si rivolge infatti al suo Dio? Rivolgersi ai morti per i vivi! […] certo che parleranno in questo modo dissennato»
(Isaia 8, 19-20)
Nell’ambito di quelli che si è soliti definire “conflitti religiosi nello Stato” non c’è quasi argomento che susciti tanto veementemente pubblico scalpore quanto la legge e la consuetudine, vigenti in Israele (come nella maggior parte dei paesi dell’area culturale moderna), di sottoporre prima dell’inumazione molte salme di defunti ad esame patologico mediante autopsia: a fini di accertamento delle cause del decesso nei casi in cui queste non si siano chiarite, o per una verifica della diagnosi medica e un controllo della terapia prestata la paziente, e per trarre conclusioni che accrescano in futuro il patrimonio di conoscenze della medicina. Tale legge e tale consuetudine comportano una violazione — se non altro formale — delle norme relative alle cure da prestare al defunto, e all’inumazione secondo l’Halakhà. L’opposizione ad esse da parte di certi circoli ortodossi — per ragioni emotive, e forse anche tattiche — è assai più aspra (al punto di suscitare pubblici scandali) dell’opposizione degli stessi a molte altre trasgressioni, alcune fra le quali gravissime, pubblicamente diffuse e tollerate dalle autorità, o addirittura provocate dal governo e dall’amministrazione legali dello Stato. Nei tempestosi dibattiti sull’argomento, in proclami e comunicati, e parimenti in articoli diretti e una circostanziata propaganda su ispirazione degli oppositori, si ribadisce in continuazione l’argomento della “santità del corpo dopo la morte”, che costituirebbe un precetto per “gli ebrei che credono nella resurrezione dei morti e nella vita futura”, e il riconoscimento della quale distinguerebbe questi ultimi da “quelli che hanno solo la vita di questo mondo”.
Tali formulazioni implicano una grave e rischiosa contraffazione dell’aspetto religioso del problema dibattuto. Evitiamo per carità di far uso per il corpo — persino vivo, e superfluo dire morto — del termine “santità”, e guai a chi annovera “la santità del corpo” fra “le cose in virtù delle quali l’Ebraismo si distingue da altre religioni”. Nei confronti del corpo del defunto l’Ebraismo ha una posizione chiara e univoca: esso non solo non possiede “santità”, ma costituisce altresì la fonte prima dell’impurità[63]! E ad imporlo è l’essenza stessa dell’Ebraismo dell’Halakhà, in cui la santità non esiste e non si crea che nell’atto delle mitzvòt, mitzvòt che sono una prerogativa esclusiva dei vivi. Solo nel mondo dell’uomo vivo vi sono dei contenuti religiosi, e solo a una vita in cui vi sono tali contenuti appartiene il concetto di santità. Il corpo morto è il prodotto di scarto che cade dalla vita — ed è quindi impuro.
Le norme relative al corpo dopo la morte non derivano da una valorizzazione di tale inerte oggetto, ma dagli obblighi e divieti prescritti dalla Torà ai vivi: il vivo ha il comando d’inumare il morto e gli è proibito trarne giovamento. La mitzvà dell’inumazione non è diversa, ad esempio, da quella della sukkà, il cui senso parimenti non consiste che nell’obbligo prescritto all’uomo di eseguirla[64], e non nella santità delle pareti e del tetto di frasche. A quanto pare, le norme e usanze d’inumazione secondo l’Halakhà sono volte non alla conservazione del cadavere ma alla sua eliminazione — ad affrettarne la consegna ai vermi. Chi collega a quel morto cadavere i contenuti racchiusi nei concetti di “modo a venire” e “resurrezione dei morti”, fa dell’Ebraismo un feticismo biologico.
La collisione fra le norme d’inumazione dei defunti e i metodi della medicina moderna esige una deliberazione mediante verdetto halakhico. Questo è uno dei numerosi casi in cui è impossibile giungere a una deliberazione col sostegno di un’halakhà esistente, ed è impossibile inquadrare nell’ambito dei concetti halakhici esistenti il problema, bensì si rende necessario legiferare halakhicamente, dal momento che un’halakhà relativa a quel problema in realtà non c’è, né più né meno rigorosa, né che imponga un divieto né che conceda un’autorizzazione. Nell’Halakhà il problema non è mai stato dibattuto, non essendo sorto che in conseguenza della medicina scientifica moderna, che poggia tutta — nella ricerca come nella pratica — sull’esame patologico reiterato. Dalle attuali norme relative al corpo dopo il decesso non è dunque dato trarre alcuna conclusione in merito a ciò che è vietato o lecito in questo campo oggi. La collettività che accetta di regolare la propria vita sulla Torà ha il dovere di promulgare — in conformità della sua migliore intelligenza della Torà — la legge che la vincoli secondo la Torà: le norme d’inumazione dei defunti fanno passare in secondo piano le esigenze della medicina moderna, o passano esse stesse in secondo piano di fronte alle esigenze della medicina? Se decidiamo in base alla prima posizione, dobbiamo vietare non le dissezioni dei cadaveri, ma lo stesso ricorso alla medicina e ai medici al giorno d’oggi; se decidiamo in base alla seconda, la questione cessa di rappresentare un conflitto religioso, un dissidio fra “religiosi” e “laici”, per divenire un problema umano ed emotivo, che è possibile e doveroso risolvere senza Dio ci scampi “Kulturkampf”.
Tali due posizioni sono entrambe possibili, e la collettività religiosa deve scegliere fra esse. Assolutamente inaccettabile è la terza via: “salvare capra e cavoli” — porre il veto al sistema di studio della medicina e al tempo stesso fare abbondantemente ricorso a questa giovandosi di ciò è proibito. Analogamente, mancano di onestà religiosa gli accordi di compromesso — di rilascio di un’autorizzazione alla dissezione del cadavere in base alla norma del soccorso a vite umane in pericolo, ossia quando ci si possa attendere che dal reperto patologico di un certo caso si tragga una conclusione che sia di giovamento a un certo malato grave. La verità è che non ci si può mai attendere che il reperto di un caso determinato — qualsiasi esso sia — rappresenti la fonte di salvezza in un altro caso determinato, e che viceversa tutto quel che si acquisisce e apprende con la pratica patologica reiterata viene inglobato nel generale serbatoio di conoscenze della medicina, accrescendo l’efficienza della medicina e dei medici in generale, per cui chi a ciò più si dedica più compie un’opera meritoria — allo stesso modo che “chi studia un brano cento e una volta non è come chi lo studia cento volte”.
L’atteggiamento religioso verso il problema dell’autopsia non può essere definito accertando per ogni singolo caso se sia dato trovarvi una ragione e una giustificazione halakhica per il rilascio di un’autorizzazione, accertamento che è nella maggior parte dei casi del tutto impossibile. La definizione dell’atteggiamento religioso impone una decisione di principio nel senso di un riordinamento halakhico del problema originato dalla medicina moderna, o una deliberazione di riserva nei confronti di tale medicina. Il che vien detto non solo limitatamente alla specifica questione trattata, ma con riferimento all’intera problematica dell’Halakhà nella nostra realtà socio-culturale.
Di fede e magia[65]
Nel corso dei successivi dibattiti sull’autopsia sono stati fra l’altro addotti, in risposta all’articolo di cui sopra, due argomenti degni di considerazione — l’uno per ragioni psicologiche, l’altro per il suo significato sostanziale: 1) il ricorso a un responso di uno dei più grandi giureconsulti halakhici delle ultime generazioni, il Chatàm Sofèr, il quale attribuisce al corpo morto di un uomo ebreo una “linfa di santità”; 2) la tesi che oggi i legislatori halakhici d’Israele non sarebbero autorizzati a promulgare un’halakhà su una questione lasciata aperta dai nostri antichi Maestri, e a proposito della quale non è dato trovare nelle fonti alcun riferimento.
Per verificare la rilevanza del primo argomento, sarà bene considerare attentamente un altro responso di quel grande giureconsulto:
“[…] Mi sono sempre stupito del fatto che, non avendo noi per i nostri troppi peccati un particolare modo di apprendere la scienza medica, tutti i medici d’Israele studino alla scuola dei gentili e dei sapienti gentili, e tutta la loro sapienza sia basata sulle costituzioni fisiche di corpi che si nutrono di animali ripugnanti e non si dedicano all’esercizio delle mitzvòt — e come se ne può inferire qualcosa riguardo a corpi di ebrei che non si nutrono di animali ripugnanti e si dedicano all’esercizio delle mitzvòt? […] Ed è ovvio che per la guarigione del corpo quel che dobbiamo fare è confidare in Colui che disinteressatamente guarisce, benedetto Egli sia, che porrà nella bocca e nella mente del medico ciò che guarirà un’anima straziata, giacché il Signore protegge i semplici. Per quanto concerne il soccorso a vite umane in pericolo di sabato e di Kippùr, sia esso lecito come lo è sempre in caso di dubbio. Ma il divieto [di contatto] con una donna nel periodo mestruale è una questione che va approfondita[66]; e se i Maestri confidavano nei medici […] era perché esistevano ai loro tempi dei sapienti medici d’Israele che consideravano seriamente il problema, mentre i medici d’oggi non si occupano che di costituzioni fisiche di gentili — questione che va più che mai approfondita” (Chatàm Sofèr, parte terza, n. 77 f. 31 retro, capoverso: “Poiché mangiano animali ripugnanti ecc.”).
Siamo di fronte a un terrificante esempio di come la convinzione religiosa — al fede nella Torà e nelle mitzvòt — possa diventare una grossolana concezione naturalistico-materialista: certi precetti pratici (le prescrizioni sui cibi proibiti ecc.) si trasformano da modi del culto del Signore in formule magiche modificanti la realtà naturale. Questa concezione illumina anche l’altro responso del Chatàm Sofèr sulla “linfa di santità” che permarrebbe nel corpo del defunto, da cui non sono poi troppo lontani i concetti propriamente pagani enunciati dai campioni della guerra santa contro l’autopsia, che a determinate cure da prestare al corpo del defunto associano le categorie di fede della sopravvivenza dell’anima e della resurrezione dei morti.
L’obbligo di inumare il defunto e il divieto di trarne giovamento sono mitzvòt come tutte le altre, i cui presupposti ed ambiti nel quadro di qualsiasi realtà data vengono definiti dall’Halakhà, in correlazione alle altre mitzvòt attinenti a tale realtà. Questa opera di definizione costituisce l’essenza stessa di quella “legiferazione halakhica” che è dovere e compito dei legislatori halakhici d’Israele dai primordi della Legge Orale sino alla fine dei tempi. Nel nostro caso occorre definire e regolamentare l’esecuzione di quelle mitzvòt decidendo chiaramente se l’esistenza e l’evoluzione della scienza e della pratica medica rappresentino un dovere religioso, o siano comunque ammesse dalla Torà, o se viceversa non siano vietate, in quanto connesse con una violazione delle norme d’inumazione del defunto e implicanti tale violazione. Prima che si chiarisca e definisca la questione dell’atteggiamento verso la medicina moderna in termini di deliberazione halakhica a priori — ed è questa la “legiferazione halakhica” di fronte alla quale indietreggiano certi circoli ortodossi — è impossibile discutere il problema dell’autopsia, che è un problema a posteriori. Ci troviamo in pratica dinanzi al fenomeno per cui, in luogo di disaminare in modo propriamente halakhico le norme d’inumazione del defunto sotto l’aspetto dell’atteggiamento di principio dell’Halakhà verso il problema della medicina, si cerca rifugio nel nebuloso concetto di “santità”, e il riguardo nei confronti della salma cessa di costituire una mitzvà per i vivi per farsi sollecitudine per la salma in quanto tale, come nell’antico culto pagano egizio con la sua usanza dell’imbalsamazione, sebbene le norme d’inumazione elaborate dall’Halakhà d’Israele fossero chiaramente volte proprio ad evitare ogni pratica di conservazione della salma.
La medicina moderna, alla quale fanno ricorso miriadi di buoni e pii ebrei, compresi i firmatari del proclama di divieto di dissezione del cadavere, ha in quest’ultima il proprio fondamento. Il ruolo e l’importanza dell’anatomia nell’insegnamento della medicina vanno invero sempre più restringendosi, e con loro anche l’urgenza di cadaveri per le esigenze di quella disciplina di studio. Ma non cosi stanno le cose in patologia, che è l’assidua, quotidiana vigilanza sull’operato della pratica medica e il controllo di tale attività. Senza tale controllo è impossibile la medicina con le sue già conseguite realizzazioni e con le realizzazioni probabilmente conseguibili. Far consistere il problema dell’autorizzazione alla dissezione del cadavere a fini patologici in casi di soccorso alla vita di un paziente che abbiamo materialmente davanti, è conseguenza di un fraintendimento assoluto del senso di tale dissezione, o di un rifiuto di prendere in considerazione il problema. L’illazione che sia possibile preservare l’attività medica e le sue realizzazioni pur limitando drasticamente le autopsie non è che una semplice illazione, e per un’azione terapeutica efficace e coronata (in molti casi) da successo non conosciamo per il momento vie diverse da quella connessa con l’esame patologico.
Pertanto, se l’ “opinione della Torà” è che il divieto di ledere il corpo del defunto non passa in secondo piano dinanzi alla probabilità, racchiusa nella medicina moderna, di preservare o prolungare la vita umana (probabilità trasformatasi infinite volte in realtà), occorre sentenziare esplicitamente in tal senso vietando ad ogni uomo ebreo, che accetti l’imperativo della Torà, di studiare medicina e di dedicarvisi, dal momento che questo studio e quest’attività si compiono violando una severa proibizione. Tale conclusione non è affatto assurda come la si suol presentare: in effetti anche una setta non-ebraica (la gente della Christian Science), che considera la medicina un che di contrastante con i propri principi di fede, si impone la rinuncia alla medicina e ai medici, e i suoi adepti sono vivi e vegeti! Se la dissezione del cadavere è in contrasto con le prescrizioni della Torà, non dobbiamo a maggior ragione imporci noi la rinuncia alla medicina, se “una sacerdotessa non vale meno di un’ostessa”?![67] Vi furono in passato autorevoli rappresentanti dell’Ebraismo che tendevano — per ragioni di fede e d’intelligenza dell’intento della Torà — ad astenersi dall’uso della medicina e dal ricorso ai medici (cfr. Nachmanide, Bekhukkotài [Levitico 26,11], capoverso: “E porrò la Mia dimora in mezzo a voi”), e vi è cenno di ciò persino nella Scrittura (II Cronache 16, 12). Per cui, se è la Torà a esigerlo, accetteremo tale divieto. Ma che mai dire del livello d’intelligenza e al tempo stesso d’onestà di chi rifiuta d’istituire un simile divieto — in quanto “è stata conferita al medico facoltà di guarire” —, e continua per di più a giovarsi della medicina e a ricorrere a medici che solo grazie a detta dissezione acquisiscono competenza professionale?
Dal punto di vista della nostra realtà religiosa è estremamente significativo il tumulto sorto in seno all’Ebraismo religioso per zelo nei confronti della “santità” del defunto, se paragonato alla quiete con cui ci si adatta alla profanazione della santità della Torà e delle mitzvòt nella vita. L’Ebraismo religioso ufficiale accetta che un’autorità laica rilasci, per motivi d’interessi economici, autorizzazioni a lavorare di sabato, e nella regolamentazione legale del rilascio di simili autorizzazioni dà persino una mano, però fa il diavolo a quattro quando viene rilasciata per esigenze mediche un’autorizzazione alla dissezione di morti cadaveri. In altre parole: alla Torà di vita si è sostituito un culto dei morti.
Per quanto concerne poi la tesi di fondo che non sarebbero i legislatori halakhici d’Israele a dare una Legge a Israele secondo la propria intelligenza della Torà, bensì l’Halakhà legiferata preesisterebbe già dal Sinài, non ho che da segnalare ciò che dice nell’introduzione il Ketzòt Hachòshen:
“La Torà non è stata data [agli angeli], ma all’uomo col suo intelletto umano, ed è a noi e all’intelletto umano deliberante che il Santo Benedetto per la Sua grande misericordia e pietà ha affidato la Torà, benché ciò non comporti la verità delle intelligenze separate […] ma solo quella della deliberazione dell’intelletto umano […] poiché Egli vuole che la verità sorga dalla terra, e che verità sia ciò che i sapienti concordano per mezzo dell’intelletto umano”.
