Significato attuale di «redenzione» e di «prodromi della redenzione»
Questionario
a) Che significato assumono nello Stato d’Israele d’oggi i summenzionati concetti?
b) L’uso corrente di tali concetti, che sono ormai uno dei cardini del nuovo pensiero dell’Ebraismo religioso in Israele, ha davvero un fondamento reale? Ci troviamo di fronte a un concetto che è una presenza viva nella coscienza del religioso contemporaneo, o solo di fronte a denominazioni svuotatesi di contenuto e le cui spoglie ci abbagliano?
c) Siamo noi idonei, per quel che è lo stato della nostra religiosità e della nostra fede, alla redenzione?
d) Se non c’è in realtà vera attesa della redenzione nel suo specifico significato assunto nel corso dei secoli, è forse possibile agire nel senso di una preparazione (preparazione in concreto) del popolo d’Israele ad essa?
e) Per quali vie si potrebbe riavvicinare il popolo all’idea della redenzione? E potrebbero queste vie essere considerate parimenti un farmaco contro l’inquietudine dominante in seno alla collettività religiosa nello Stato d’Israele?
Risposta
a-b) Il senso della questione cui vi riferite nella vostra inchiesta è evidente, e la questione degna di seria trattazione e chiarificazione. Infelice mi sembra viceversa la forma in cui sono stilate le vostre domande: usate i termini “fede” e “redenzione” con estrema semplicità, quasi fossero definiti in maniera univoca, laddove in realtà delucidarli è appunto rispondere alle domande stesse.
Constato, soprattutto dalla lettera di accompagnamento allegata al questionario, che alla “redenzione” attribuite una posizione di centralità nel mondo spirituale degli “uomini di fede” dell’Ebraismo. In ciò io vedo sia un errore che una mistificazione. Quando parlo di “fede” nell’Ebraismo, io non mi riferisco a una determinata concezione dell’Ebraismo o a una determinata corrente di pensiero in esso, del passato o del presente. Vi furono e continuano ad esservi nell’ambito dell’Ebraismo considerato in regola dal punto di vista tradizionale (con termine moderno: ortodosso) concezioni diverse dell’Ebraismo stesso e diverse teorie — addirittura contraddittorie e opposte — su di esso. Tutte sono soggettive, ed è anche oggi lecito ad ogni ebreo scegliersene una, dal momento che nessuna è vincolante per l’ebreo che abbia assunto su di sé la religione d’Israele nell’accezione storico-tradizionale, la Torà e le mitzvòt. Io mi riferisco all’ “Ebraismo” in senso oggettivo, empirico — al suo effettivo incarnarsi nella realtà concreta di decine di generazioni di ebrei credenti, realtà che li accomunava ed unificava malgrado profonde divergenze d’opinione in merito al suo stesso significato. La “fede” di quest’Ebraismo fu — ed è anche oggi — solo la decisione di servire Dio mediante l’osservanza delle mitzvòt.
Sullo sfondo di tale decisione sono possibili opinioni e teorie diverse e opposte, tutte ammissibili finché non lesive della decisione stessa. La nostra “fede” non è una determinata idea e teoria su Dio (che non ha attributo alcuno!) o sul Suo operato nel mondo, o sul mondo e la natura e la storia, o sull’uomo, la sua natura e il suo destino — tutte cose in merito alle quali c’è nell’Ebraismo spazio per divergenze d’opinioni (“Quando fra i sapienti vi è controversia su un’ipotesi di fede il cui fine non è un atto — l’Halakhà non viene fissata secondo il parere di nessuno” [Maimonide, Commento alla Mishnà, Sotà 3]). La fede ebraica — così come si incarna effettualmente nell’esistenza concreta degli ebrei religiosi — è la coscienza del dovere dell’uomo ebreo nei confronti del suo Dio, e non una determinata idea (o certe diverse idee) su quanto Iddio benedetto fece, fa o farà all’uomo. In ciò l’Ebraismo storico-tradizionale, l’Ebraismo della Torà e delle mitzvòt, si distingue da tutte le correnti antinomistiche, le quali tutte alla fin fine dell’Ebraismo si distaccarono (come il Cristianesimo e il Sabbatianesimo) o si distaccheranno in futuro (come la Riforma). Anche per quanto concerne il popolo d’Israele nel suo complesso la fede, nell’Ebraismo della Torà e delle mitzvòt, significa vedere in Israele il popolo di Dio per il suo dovere di prestare culto a Dio, e non per l’attesa che Dio serva il Suo popolo. Non potrei enunciare questo grande principio più chiaramente che col midràsh: “Gli empi si fanno del loro Dio un sostegno, ma i giusti sono essi stessi sostegno del loro Dio”[125].
Ne consegue che la “redenzione” non è un tema centrale dell’Ebraismo (come lo è invece del Cristianesimo, che ha abolito le mitzvòt), e che porla al centro della religione è espressione di un’affievolita volontà di servire Dio — di una trasformazione della religione da culto del Signore come fine dell’uomo, in brama di appagamento di bisogni umani, per il tramite di un Dio concepito quale mezzo di soddisfacimento di quei bisogni. Alla religione dell’Ebraismo della Torà e delle mitzvòt la “redenzione” non è essenziale: essa appartiene piuttosto al suo mondo sentimentale e folcloristico (ed io non sottovaluto l’importanza del folclore nella religione, ma non ammetto che il folclore sia appunto la religione stessa). La parola decisiva a questo proposito è stata pronunziata dal più grande credente che Israele abbia avuto dopo i patriarchi e i profeti — Maimonide, il quale terminando la codificazione della Legge d’Israele affronta il tema della redenzione messianica, ma per dirne quanto segue:
“Ed è bene che l’uomo non si occupi mai di argomenti aggàdici, e che non si soffermi sui midrashìm relativi a queste ed analoghe questioni, e che non vi attribuisca troppa importanza, perché non inducono né al timore né all’amore” (Hilkhòt Melakhìm, ultimo capitolo).
È sul timore e l’amore di Dio — ossia sull’osservanza delle mitzvòt — che poggia l’Ebraismo, e non sull’attesa della redenzione.
Religiosamente il termine e concetto di “redenzione” significa la perfetta osservanza della Torà e l’instaurazione del suo regno nel popolo d’Israele, ed infine nel mondo intero; il che è una meta posta a distanza infinita, verso cui si tende pertanto eternamente. La redenzione nazional-politica del popolo d’Israele si integra nella redenzione in senso religioso nella misura in cui il popolo d’Israele compare ed opera come strumento al servizio dell’osservanza della Torà. Un’impresa storica realizzata in nome della Torà e per un impulso derivante dall’assunzione della Torà ha un significato di progresso verso la redenzione ed è, se coronata da successo, un “miracoloso” in senso religioso; analogamente, una calamità storica che si sia abbattuta sul popolo d’Israele per la dua devozione alla Torà, ha un significato religioso (di catastrofe). In tal senso sono eventi che hanno significato religioso sia la guerra e vittoria degli Asmonei[126], sia la sorte subita dalle “pie comunità” che fecero offerta di sé per la santificazione del nome di Dio. Un’impresa storica realizzata in nome della “nazione”, della “libertà”, dell’ “onore” e di ogni altro valore umano non è religiosamente riprovevole, ma è religiosamente indifferente; il successo di cui è coronata non è un «miracolo» ed essa non ha nulla a che vedere con la “redenzione”. Analogamente, una sciagura che travolga gli ebrei non per la loro devozione alla Torà ma per il loro essere biologicamente e storicamente ebrei è una calamità nazionale ed umana: neanche Auschwitz ha significato religioso.
Lo Stato d’Israele è sorto in seguito ad una reviviscenza di patriottismo di ebrei sia osservanti che ribelli al giogo della Torà: non è sorto per un impulso derivante dalla Torà e non è stato creato al fine di osservarla. E altrettanto dicasi della Guerra dei Sei Giorni e della relativa vittoria. Da patrioti ebrei abbiamo provato prima angoscia e poi sollievo, ma non ci siamo avvicinati al Padre nostro che è nei Cieli, giacché non per fervore religioso siamo andati in guerra e le conseguenze di questa non hanno pertanto neanch’esse significato religioso. La liberazione di Gerusalemme e la conquista del Monte del Tempio ad opera dell’esercito israeliano sono analoghe a quanto fece Geroboamo figlio di Yoàsh, «che ristabilì i confini di Israele dall’ingresso di Chamàt sino al Mare della Steppa»[127], o Alessandro Yanneo, che restituì quasi al regno di Giuda i confini del regno davidico e salomonico — due realizzazioni che non sono riconosciute dalla tradizione religiosa come passi avanti verso la redenzione.
Ogni processo ed evento storico, i cui moventi siano delle manifestazioni della realtà collettiva dell’uomo (nazionali, statali, sociali), o della sua realtà personale (amore, odio, zelo, entusiasmo, onore), è parte del “mondo che segue le sue leggi”[128], ed è inammissibile attribuirvi un significato religioso per le sue conseguenze. Non si dà religione a posteriori! Solo ciò che viene compiuto a priori per impulso religioso — ossia per culto del Signore e osservanza della Torà, e non per l’appagamento di un interesse umano — ha significato religioso. La “redenzione” bisogna produrla mediante l’eterno sforzo a ciò diretto: essa non si produrrà in seguito a nessun evento storico nei cui moventi sia mancata l’intenzione di produrla.
Lo Stato d’Israele sorse nel 1949 grazie alla lotta comune di ebrei credenti e osservanti della Torà ed ebrei negatori di Dio e profanatori del sabato, i quali realizzarono congiuntamente un obiettivo nazionale. L’establishment religioso dello Stato laico, che a proposito di quell’evento ha dato pubblico annuncio di prodromi della redenzione[129], si è macchiato di una duplice colpa: 1) quei rabbini sono persuasi, a quanto pare, di comunicare con l’inconoscibile, e di essere proprio loro al corrente delle imperscrutabili vie del Signore; 2) essi presentano la religione d’Israele come appendice supplementare di una realtà umana, rendendola in tal modo superflua: per il conseguimento di una meta meramente nazional-statale del popolo d’Israele non c’è bisogno della Torà, la quale, anzi, è ad esso d’intralcio.
c) Ogni generazione è “idonea alla redenzione”, ossia diviene partecipe della redenzione grazie ai suoi propri sforzi, se compiuti in nome del Cielo. Degli sforzi non compiuti in nome del Cielo — bensì in nome della “nazione”, dello “Stato”, della “patria”, della “libertà” e via dicendo — non contribuiscono alla “redenzione” in senso religioso. L “’idoneità” di una generazione “alla redenzione” non è che il complesso dei suoi sforzi e delle sue intenzioni. La “redenzione” non è un compenso o una mercede elargiti ad una generazione per i suoi sforzi, ma è questi sforzi medesimi.
d) “Riavvicinare il popolo all’idea della redenzione” è quanto fa un’educazione alla Torà come fine, non come strumento di obiettivi politico-statali. In primo luogo bisogna affrancare la religione di Israele dalla sua disonorevole condizione di amante prezzolata del potere laico.
e) Per quel che riguarda poi “l’inquietudine attualmente dominante in seno alla collettività religiosa nello Stato d’Israele”, la verità è ben altra: della situazione attuale l’establishment religioso del regime laico — Rabbinato ufficiale, Ministero delle Religioni, Partito Nazional-religioso — è molto soddisfatto.
