I «territori»
Estendere l’ambito della sovranità israeliana ai territori di Eretz Israèl[165] (e/o del Sinài) conquistati nella Guerra dei Sei Giorni, conservarli sotto il dominio o sotto qualsivoglia altra forma di controllo israeliano, restituirli alla sovranità araba; sul problema della scelta fra queste direttrici politiche si svolge in una commistione di aspetti pragmatici e ideologici il pubblico dibattito: da un lato esigenze ed interessi politici, economici e difensivi, “pace” e “confini riconosciuti e sicuri”; dall’altro ragioni sentimentali e questioni di principio, il sogno di redenzione messianica, l’ “Israele integrale”[166], “la santità della terra”, “il retaggio dei padri”, “a tradizione secolare”, “i nostri caduti per la liberazione del paese”. Ciascuno di questi assunti va discusso singolarmente e con riferimento specifico alla sua sostanza. Perno del dibattito politico sono “la pace e la sicurezza”. Se il termine “pace” viene qui usato nel suo vero significato — come indice cioè di una situazione di coesistenza di Israele e degli Stati confinanti, basata su un accomodamento concordato fra le parti — oggi e in un prevedibile futuro le probabilità di una pace del genere sono nulle. Non è questa la sede più adatta per chiarire in termini storicamente approfonditi se del conflitto ebraico-arabo per Eretz Israèl si desse a priori una soluzione concordata fra ebrei ed arabi; va però in ogni caso detto che, se nei vent’anni dalla creazione dello Stato d’Israele si sono presentate delle occasioni che forse (nulla più di una semplice ipotesi!) rendevano in qualche modo possibile tentare di raggiungere un accordo ai compromesso[167], noi ce le siamo fatte scappare tutte, e si è cosi creata una situazione in cui è inconcepibile che una delle parti possa volontariamente e liberamente avanzare alla controparte una proposta che questa possa volontariamente e liberamente accettare. Solo la forza e le pressioni delle grandi potenze impediscono che oggi stesso o domani nella nostra area si combatta, e può darsi che saranno proprio la loro forza e le loro pressioni — se giungeranno a un reciproco accordo — a portare nell’area una “pace” fittizia, sotto specie di accomodamento imposto alle due parti, che reggerà finché durerà l’accordo fra le potenze. Chi tiene gli occhi bene aperti — e ci sono occhi bene aperti anche al vertice del governo, solo che i loro proprietari preferiscono, a quanto pare, tacere — vede che senza una soluzione imposta dall’esterno finiremo col ridurci a un secondo Vietnam, in una guerra che si trascinerà senza che se ne possano decidere le sorti, con un’escalation continua. Domani dovremo forse invadere Amman o Damasco, senza ricavarne nulla.
La “sicurezza” non è che vera pace tra vicini (come Olanda-Belgio, Svezia-Norvegia, Stati Uniti-Canada); non essendovi pace non c’è sicurezza, e nessun assetto geografico-strategico ha il potere di mutare questa realtà. Non vi è relazione diretta fra il problema della sicurezza e quello dei territori: non esistono “confini sicuri”. La difesa fondata su linee fortificate — la mentalità da Linea Maginot — è sempre sfociata nel fallimento, dai tempi della Muraglia cinese e del Limes romano giù giù fino al Vallo Atlantico di Hitler. Quello della nostra sicurezza non è il problema di determinati confini e neppure un problema meramente militare, ma un complesso di problemi militari-politici-sociali. Finché godremo di una superiorità qualitativa (dal punto di vista tecnico e da quello dell’organizzazione sociale) sugli arabi, e di una copertura americana neutralizzante il coinvolgimento russo, saremo in grado di resistere su qualsiasi linea di confine, prova ne sia la Guerra dei Sei Giorni, da noi iniziata su confini che passavano accanto a Kalkilia e lungo le mura della città vecchia di Gerusalemme; se verrà a mancare uno di questi fattori non ci gioverà nessuna linea di confine, neppure quella del Canale di Suez e del Giordano. Questa è la situazione reale. Oggi, ottenuti dei confini che a detta degli “esperti” sono “ideali dal punto di vista della sicurezza”, dobbiamo investire in esigenze difensive una parte della ricchezza nazionale e del bilancio di Stato ben più cospicua che negli anni precedenti alla Guerra dei Sei Giorni e all’ottenimento dei “confini ideali”; vale a dire: in seguito alle conquiste di quella guerra la nostra sicurezza non è aumentata ma diminuita.[168]
Siamo condannati a crearci in questo nostro paese un’esistenza senza pace e senza sicurezza, come il popolo ebraico fece nel corso di tutta la sua vita millenaria; e per quest’esistenza dovremo sottoporci a sforzi supremi e a grandi e costanti sacrifici. Pertanto, si rende necessario mettere in chiaro con noi stessi di che natura sarà lo Stato per il quale sottoporremo noi e i nostri figli a un’esistenza simile, prendendo posizione sul problema dei “territori” alla luce di tale chiarificazione.
Il problema non è il territorio, ma la popolazione di circa un milione e 250.000 arabi che vi risiede e alla quale dovremo imporre la nostra sovranità. Estendere l’ambito del nostro dominio politico a questi arabi (in aggiunta ai trecentomila già cittadini dello Stato), significa la liquidazione dello Stato d’Israele quale Stato del popolo ebraico, la totale rovina del popolo ebraico stesso, il crollo delle strutture sociali da noi create nello Stato e la degenerazione, dell’uomo ebreo come dell’uomo arabo. Tutto ciò si verificherà persino se gli arabi non diventeranno (in conseguenza del loro alto incremento demografico) il gruppo maggioritario nel paese e rimarranno invece un terzo o il 40% della popolazione. Lo Stato non sarà più Stato ebraico ma Stato “cananeo”[169], i cui problemi e bisogni e compiti non saranno più quelli stessi del popolo ebraico in Israele o nel mondo, ma semplicemente le sue specifiche questioni di governo e d’amministrazione — le questioni connesse col governare al tempo stesso ebrei ed arabi, analogamente ai problemi dello Stato libanese, che non sono che la preoccupazione costante di risolvere la questione dei rapporti fra maroniti, mussulmani, drusi, ecc. Assorbito in tali suoi problemi specifici, lo Stato non avrà più alcun interesse per il popolo ebraico. Presto i suoi rapporti spirituali e psicologici con quest’ultimo si troncheranno, come anche i suoi rapporti spirituali e psicologici con la sostanza storica del popolo d’Israele e dell’Ebraismo. La sostanza del mostro chiamato “Israele integrale” non sarà nient’altro che la conservazione del proprio ingranaggio governativo-amministrativo.
Socialmente parlando, presto in quello Stato non vi sarà più né un operaio né un agricoltore ebreo. Gli arabi saranno il popolo dei lavoratori, e gli ebrei i dirigenti, gli ispettori, i funzionari e i poliziotti, e soprattutto gli agenti dei servizi segreti. Lo Stato che eserciterà il proprio dominio su una popolazione ostile di un milione e mezzo-due milioni di stranieri sarà necessariamente lo Stato dello Shìn-bet[170], con tutte le inevitabili ripercussioni sullo spirito dell’educazione, sulla libertà di parola e di pensiero e sulla democraticità del regime. La corruzione tipica di ogni regime coloniale prenderà piede anche nello Stato d’Israele. Il regime dovrà dedicarsi da un lato alla repressione di un movimento di rivolta arabo, dall’altro all’acquisto di quisling arabi. C’è da temere che anche l’esercito israeliano — finora esercito popolare — degeneri a causa della sua trasformazione in esercito d’occupazione, e che una volta governatori militari, i suoi ufficiali diventino tali e quali ai loro colleghi di altre nazionalità: ed ogni commento è superfluo.
L’unica scelta che ci resta è dunque quella di andarcene — avendo a cuore le sorti del popolo ebraico e del suo Stato — dai territori abitati da un milione e duecento cinquantamila arabi, e ciò indipendentemente dal problema della pace. Parliamo di un abbandono dei territori, non della loro “restituzione”, dal momento che non siamo autorizzati a decidere in mano a chi si debba “restituirli”: a Hussein? Ad Al-Fatah? A Nasser? Agli abitanti locali? Stabilire quel che gli arabi faranno dei territori dopo che ce ne saremo andati non è affar nostro né nostro dovere, e neanche nostro diritto. Se non ce ne andremo onorevolmente — cioè di nostra spontanea volontà, comprendendo le vere esigenze del popolo ebraico e del suo Stato — saranno gli americani e i russi ad imporci una ritirata vergognosa.
Per quanto concerne poi le tesi “religiose” in favore dell’annessione dei territori, esse non sono che espressione di un’inconsapevole (o forse anche consapevole) ipocrisia, espressione di una trasformazione della religione d’Israele in avallo del nazionalismo israeliano. Una religiosità fasulla identifica l’attuazione degli interessi nazionali con il culto del Signore, presentando lo Stato — che non è mai altro che strumento, dispositivo e mezzo di appagamento di bisogni umani — come valore supremo sul piano religioso. Le giustificazioni “halakhiche” dell’occupazione dei territori suonano perfino ridicole dinanzi al fatto che lo Stato d’Israele non riconosce minimamente l’autorità .della Torà e il dovere di praticarla, che la maggioranza dei membri del popolo di questo Stato ha rifiutato e rifiuta la Torà e le mitzvòt, che l’esercito di questo Stato riconosce a un uomo che è — da un punto di vista halakhico — un ebreo peccatore, un infedele e un incallito apostata, il diritto di comandare col grado di maggiore o di colonnello dei soldati ebrei. La conquista della “terra” ad opera dell’esercito dello Stato d’Israele è un successo nazionale di vaste e memorabili proporzioni per ogni ebreo, religioso o laico, che abbia una coscienza ebraica nazionale. Ma come fatto in sé essa è intanto priva di significato religioso. Non ogni “ritorno a Sion” è definibile un’impresa religiosa: può esservi un ritorno a Sion nel senso di «e verrete e renderete impura la Mia terra, facendo del Mio possedimento un abominio»[171]. Neanche lo stesso ripristino del dominio israeliano sul Monte del Tempio ha, come fatto in sé, un significato religioso: può esservi un dominio israeliano sul Monte del Tempio (e sul Muro del Pianto) nel senso di «e i violenti vi entreranno e lo profaneranno»[172]. Una sovranità ebraica sui territori di Eretz Israèl come fatto di mero dominio politico: non è questa la “tradizione secolare” all’autorità della quale fanno appello i fautori dell’ “Israele integrale”, e non in ciò consiste il “legame storico” fra il popolo e la “terra”. L’ “Israele integrale”, cosi come si configura oggi nelle menti dei suoi sostenitori “religiosi” o pseudo-religiosi, è soltanto l’ideale di una corrente dominante in questa generazione, mentre “le generazioni”, alle quali ci si richiama nelle tesi nazional-religiose, pensavano a un rinnovo della sovranità ebraica su Eretz Israèl solo nel contesto di una restaurazione dell’antica gloria dell’Ebraismo (= la Torà). Il “legame storico” del popolo d’Israele con Eretz Israèl non esiste se non in quanto parte di un legame con la Torà.
Eretz Israèl e il Monte del Tempio sono terra santa e luogo santo solo dal punto di vista dell’attuazione delle particolari mitzvòt con detta terra e detto luogo connesse (v. Mishnà, Kelìm, cap. I, 6): non per la loro “santità” furono assegnate quelle mitzvòt alla, terra e al monte, ma è la loro stessa “santità” a derivare dalle mitzvòt. L’idea che una certa terra o un certo luogo abbiano una “santità” intrinseca è tipicamente idolatrica. Ripensiamo a ciò che disse il profeta Geremia della “santità” del Tempio, quand’erano i trasgressori della Torà e delle mitzvòt a chiamarlo «Casa del Signore»[173]. Nazionalismo e patriottismo non sono in sé e per sé dei valori religiosi. I profeti d’Israele all’epoca del primo Tempio e i Maestri d’Israele all’epoca del secondo furono per lo più dei “traditori” dal punto di vista dei concetti laici di nazionalismo e patriottismo. I rabbini che propugnano oggi la conservazione dei territori “per motivi religiosi” non sono gli eredi della tradizione del profeta Elia, ma di quella degli ottocentocinquanta profeti del Bà’al e dell’Asherà «che mangiavano alla tavola di Izèbel»[174]; non gli eredi della tradizione di Mikhayàhu ben Yimlà, ma di quella dei quattrocento profeti di Achàb.
Tutti noi comprendiamo il grido di protesta che prorompe da molte bocche: I nostri figli migliori sono insomma caduti invano nella Guerra dei Sei Giorni? Si profanerà la terra pregna del loro sangue restituendola ai gentili? Ma nondimeno a quanti protestano diremo: Nel caso della maggioranza delle guerre della storia, come anche del presente, si può dire a proposito dei caduti che la loro morte non è stata insensata e, al tempo stesso, che sono caduti invano. La loro morte non è stata insensata, se sono caduti in difesa del proprio popolo e del proprio paese; sono caduti invano, giacché per lo più la loro morte (muoiano anche vincendo) non rende meno problematica la causa per cui hanno combattuto e sono caduti. Anche i nostri fratelli e figli caduti nella Guerra dei Sei Giorni hanno salvato la patria da un pericolo che in quel momento la minacciava; ma la loro vittoria e la loro morte non hanno eliminato, e neppure affievolito, la costante minaccia all’esistenza dello Stato d’Israele, minaccia che continua a sussistere tuttora, indipendentemente da ciò che dei territori si farà o non si farà. E c’è da temere che molti altri dopo i caduti nella Guerra dei Sei Giorni siano destinati a morire in difesa della patria[175].
