Moniti della guerra di Kippur
Qualcuno esprime in questi ultimi mesi la speranza che la Guerra di Kippùr faccia ciò che non fa da lunghi anni il Giorno di Kippùr: suscitare in cuori di ebrei pensieri di contrizione. Qualcuno pensa che la sconfessione di un vano sogno di grandezza politica e prosperità economica in continua ascesa, e il crollo delle illusioni messianiche, inducano molti a rammaricarsi del nostro modo di procedere in politica e nella vita sociale e culturale, e dei guasti da cui hanno avuto origine i nostri mali. E qualcuno già intravede dei segni premonitori di un “esame di coscienza” diretto a un nostro ravvedimento in campo sociale ed etico, e persino religioso. Quanto segue è detto con riferimento a tale opinione.
Non è presumibile che da questa guerra sia tratto un “monito” che si traduca poi in un mutamento della realtà sociale, o meglio politico-sociale, o di quella etica, nei rapporti fra uomo ed uomo, in ambito domestico e familiare e nei sistemi di vita individuali.
A determinare il carattere della società israeliana e delle sue strutture politiche è il fatto che tre milioni di appartenenti al popolo ebraico stanno qui formando un nuovo popolo, che non ha una storia e non ha una tradizione, né tradizione di valori ideali né tradizione di valori quotidiani di vita. Di tutto ciò questo popolo manca, essendo composto — o essendo in procinto di diventar composto — di ebrei la cui stragrande maggioranza (o comunque sia la cui classe dirigente) ha troncato i propri rapporti con l’intrinseca sostanza del popolo ebraico storico, la quale altro non era che l’Ebraismo. Si sta qui formando un popolò nuovo, sintetico, privo di una specifica e originale sostanza — un popolo la cui peculiarità nazionale è rappresentata unicamente dalle proprie strutture politiche: non il popolo ebraico che edifica il suo Stato ma uno Stato che si crea il suo proprio popolo. Nella coscienza collettiva di questo popolo vi è quindi un unico contenuto di valore: lo Stato. In luogo di fungere da strumento, dispositivo e mezzo di realizzazione di valori latenti nella realtà nazionale, lo Stato diviene esso stesso fine, valore supremo, e la realtà nazionale trova espressione unicamente nel nazionalismo e nel patriottismo, “religione” di questo popolo. Il quale popolo in mancanza di altri contenuti ideali e spirituali si raduna compatto attorno alla bandiera, all’esercito, alla potenza politica, all’eroismo di battaglia e conquista — i valori fascisti. I valori ufficialmente dichiarati della società israeliana e di vari indirizzi e correnti all’interno di essa non sono che un velo menzognero — inconscio e talora anche conscio — su questa realtà. È cosi che si spiegano la linea politica seguita a livello statale da questa società ed il sistema di vita di questa società stessa dal giorno della fondazione dello Stato ad oggi.
La società israeliana, straniata dall’Ebraismo, può riempire quelle strutture politiche solo di contenuti presi in prestito dal mondo occidentale. Mondo la cui cultura ha in sé, quale creazione originale, degli enormi valori sociali, ideali e spirituali. Ma presente com’è nella società israeliana solo quale imitazione, imitazione talora caricaturale, la cultura dell’Occidente si limita ad assumervi soprattutto la veste di prodotto di scarto di sé stessa: spinta esclusiva al piacere di una crescita costante del livello di vita, alto livello di vita non come base e presupposto di realizzazione di determinati contenuti di valore, ma come fine in sé. I sintomi: accentuato egoismo, paralisi della sensibilità sociale, abbrutimento da spettacoli d’evasione e sport, abbrutimento da libidine e abbrutimento da fervore patriottico ed esaltazione dell’eroismo bellico.
Non vi è alcun segno del mutarsi di tale realtà, e non è possibile individuare in questa società nulla che sia fonte di un impulso a mutarla. Ciò che è sopravvenuto nella società israeliana in seguito alla Guerra di Kippùr non è turbamento spirituale o interiore, ma superficiale stizza per il crollo di vuote illusioni, senza alcun ripensamento in merito ai fondamenti esistenziali della società e dello Stato. Se questa guerra ha diffuso fra la gente un senso di abbattimento, delusione e sconforto — contrariamente alla guerra del 1948, e per quanto il numero dei caduti in quest’ultima fosse in proporzione dieci volte superiore al numero dei caduti nella Guerra di Kippùr — la ragione sta nel fatto che la Guerra di Indipendenza fu la guerra di risorgimento del popolo ebraico, vissuta come tale da tutti i figli di questo popolo, i quali si alimentavano — consciamente o inconsciamente — alle fonti della forza di sopportazione e dell’eroismo del popolo d’Israele storico; laddove le guerre successive sono state guerre dello Stato d’Israele, guerre per la sopravvivenza di una struttura di sovranità politica e per interessi, di potere.
Per quanto concerne poi la religione, gli eventi storici non hanno significato religioso che qualora siano atti compiuti o sofferenza sopportata in nome del Cielo, come la guerra degli Asmonei[177] o, all’altro estremo, gli eccidi dell’anno 1096 o la cacciata degli ebrei dalla Spagna. In sé e per sé gli eventi storici sono religiosamente indifferenti: “il mondo segue le sue leggi”, sia il mondo della natura sia il mondo della storia; e ciò comprende anche (contrariamente alle chiacchiere di rabbini militari e rabbini governativi) i successi e gli insuccessi dello Stato d’Israele. Le dichiarazioni dei portavoce della religione ufficiale e di Stato in merito a un “risveglio religioso” seguito alla guerra sono analogamente prive di costrutto, come già lo erano le loro dichiarazioni relative ad una “rinascita religiosa” seguita alla Guerra dei Sei Giorni. La storia d’Israele e delle nazioni non-ebraiche c’insegna che forze derivanti dalla fede e dalla religione possono anche dar origine a una rinascita nazionale, politica e militare (prova ne sia nuovamente la guerra degli Asmonei), ma dal nazionalismo e dalla politica e dalla guerra — manifestazioni altamente concentrate dell’intricata trama dei rapporti umani — non si è mai prodotta né mai si produrrà una svolta verso il culto del Signore in senso ebraico. I casi di soldati non-credenti che, rischiando la vita in battaglia o dopo essere “miracolosamente” scampati al pericolo, cedono per un po’ alle lusinghe della «fede», non sono esempi concreti di “pentimento” nell’accezione religiosa, ma di fede superstiziosa e idolatrica in poteri magici.
All’Ebraismo religioso — o comunque sia ai suoi elementi rappresentativi nello Stato — si è smarrita la coscienza di quel che significa la Torà d’Israele, che è al di sopra e al di là di bisogni e interessi nazionali e statali; gli sono quindi rimasti solo quegli interessi e bisogni — semplicemente rivestiti di una patina religiosa: la “terra” è divenuta il suo Dio, lo Stato la sua Torà, il nazionalismo la sua fede. Pertanto è stato trascinato anch’esso dai flutti della degenerazione politica, sociale e spirituale.
2 V. n. 21 all’articolo «Precetti pratici».
