Glossario
AGGADÀ: letteralmente: leggenda. È la parte non giuridico-ritualistica della tradizione talmudica e rabbinica, composta di elementi narrativi, etici, teologici, agiografici ecc. L’aggettivo “aggàdico” si riferisce quindi ad ogni materiale che presenti le summenzionate caratteristiche. Esiste una stretta connessione fra Aggadà e Midràsh, termine che ha però connotazioni più strettamente esegetiche. In senso lato Aggadà è oggi talvolta sinonimo di “Pensiero d’Israele”, in quanto termine contrapposto ad Halakhà (prassi religiosa).
CHANUKKÀ: festività che cade il 25 del mese di kislèv, e dura otto giorni. Istituita nel II secolo a. E. V., essa ricorda la rivolta capeggiata dagli Asmonei, famiglia di stirpe sacerdotale, contro i greco-siriaci di Antioco IV. Motivo della rivolta furono i tentativi di quest’ultimo di imporre all’Ebraismo la civiltà greca, tentativi che parte degli ebrei (gli “ellenizzanti”) accolsero di buon grado, e parte invece (i “pii”) sdegnosamente rifiutarono. Il processo di ellenizzazione divenne presto cruento, ed assunse le caratteristiche di una vera e propria persecuzione religiosa. Celebre a questo proposito è la storia della madre che si lasciò massacrare con i suoi sette figli per non inchinarsi dinanzi a un idolo. La rivolta ebbe esito positivo e il Tempio di Gerusalemme venne liberato e riconsacrato (donde il termine Chanukkà – “inaugurazione”), Secondo la tradizione ebraica avvenne in quest’occasione “il miracolo dell’olio”: il contenuto di un’ampolla sufficiente a malapena per un giorno arse viceversa per otto giorni, e ancora oggi durante la festività si accendono lumi in memoria dell’evento (uno il primo giorno, due il secondo e cosi via). ,
HALAKHÀ: letteralmente: modo di procedere. Termine che indica tutta la parte giuridico-ritualistica della tradizione talmudica e rabbinica. Ne deriva l’aggettivo “halakhico”, riferito ad ogni materiale appartenente a detto ambito. Il termine è praticamente sinonimo di “Legge Orale”, che indica l’ampliamento e l’interpretazione dei precetti della “Legge Scritta” (il Pentateuco), e la discussione e legiferazione relative alla loro applicazione. Esso è inoltre usato anche per ogni singola e specifica norma giuridico-rituale; e — all’estremo opposto — diviene simbolo, ad un livello più propriamente filosofico-speculativo, dell’Ebraismo come prassi e sistema di vita.
LEGGE ORALE: v. Halakhà e Torà.
LEGGE SCRITTA: v. Torà.
MIDRÀSH: letteralmente: inchiesta, indagine. Propriamente il termine indica un’esegesi non letterale del testo biblico; esegesi che, applicata ora in contesto aggàdico ora in contesto halakhico, dà luogo rispettivamente al Midràsh aggadà e al Midràsh halachà. Il primo, contraddistinto da un’infinita audacia esegetica, si trasforma spesso in vera e propria leggenda o ricostruzione fantastica dell’evento biblico, da cui l’uso del termine Midràsh come sinonimo di Aggadà.
MISHNÀ: letteralmente: studio, ripetizione di un insegnamento. È la più antica raccolta di norme e disposizioni halakhiche, e dunque il più antico testo di “Legge Orale”. Redatta da Rabbi Yehudà Hanasì nel II secolo d. E. V., essa costituisce la materia prima del Talmùd, che è appunto la discussione sul suo contenuto e talvolta anche sulla sua forma. I rabbini che vi vengono citati si chiamano tannaiti (tannaìm). Le opinioni e deliberazioni dei tannaiti non incluse nella Mishnà sono raccolte nella Toseftà (letteralmente: aggiunta, redatta nel III secolo d. E. V.), e si chiamano baraitòt (singolare: baraità).
MITZVÀ: (plurale: mitzvòt); letteralmente: precetto o comando. Ogni singola norma del Pentateuco, interpretata e definita dall’Halakhà. Secondo la tradizione le mitzvòt sono 613. Analogamente all’Halakhà, anche le mitzvòt sono assunte, sul piano filosofico-speculativo, a simbolo dell’Ebraismo come prassi e sistema di vita.
SABBATIANESIMO: setta ereticale ebraica, sorta nel XVII secolo sulla scia di un movimento messianico di vastissime proporzioni. Al suo centro fu la controversa figura di Shabbatai Tzevì (1626-1676), visionario di formazione mistico-kabbalistica che si proclamò Messia nel 1665 a Smirne. Tzevì, coadiuvato dal “profeta” Natan di Gaza, magnetizzò ed esaltò le masse ebraiche profondamente bisognose di redenzione, ed ottenne praticamente il riconoscimento di gran parte dei rabbini dell’epoca. Arrestato e condotto dinanzi al Sultano, per sfuggire alla morte si converti all’Islamismo. Molti suoi seguaci continuarono però a credere in lui, ed alcuni lo imitarono convertendosi anch’essi e continuando a praticare segretamente i loro riti; nacque cosi la setta, tuttora esistente, dei Dunmeh.
SHULCHÀN ’ARÙKH: letteralmente: Tavola Apparecchiata. Grande codice giuridico-rituale di Yosèf Caro (1488-1575), considerato la summa della sapienza halakhica. Più di ogni altra opera ebraica viene solitamente portato ad esempio della concezione pragmatica e normativa dell’Ebraismo.
TALMÙD: letteralmente: studio. È la raccolta delle discussioni sulla Mishnà, che ne è ormai parte integrale. Ne esistono due redazioni: la Babilonese (V-VI secolo d. E. V.) e la Palestinese (V secolo d. E. V.). Opera monumentale ed enciclopedica, massima espressione della civiltà ebraica insieme alla Bibbia, contiene materiale di carattere halakhico e aggàdico, ed è l’autorevole fondamento di ogni successiva deliberazione giuridica (e in misura notevole, sul versante speculativo, dei successivi sviluppi del “Pensiero d’Israele”). I rabbini che vi vengono citati si chiamano “amoraiti” (amoraìm).
TORÀ: letteralmente: insegnamento, ma più comunemente legge. In senso stretto il termine indica il Pentateuco (“Legge Scritta”); in senso lato, l’interpretazione ed ampliamento dello stesso (“Legge Orale”). Spesso però il termine assume, genericamente, il significato di “cultura tradizionale ebraica”, nei suoi aspetti normativi, teologici ed empirici.
[1] Per i complessi e non univoci rapporti di Leibowitz con il pensiero kantiano, v. N. Kasher, La concezione religiosa di Leibowitz e la concezione etica di Kant, e J. Silman, Motivi kantiani nel pensiero di Leibowitz (in ebraico, entrambi in Sèfer Yesha’yàhu Leibowitz, Tel Aviv 1977). Con Kant, o meglio con “l’ateo Kant” (come perentoriamente lo chiama), Leibowitz polemizza direttamente soprattutto a proposito dell’ “etica dell’uomo come fine”, negazione del teocentrismo e quindi, come subito si dirà, dell’Ebraismo.
[2] Leibowitz è forse il pensatore che porta alle conseguenze più estreme la concezione dell’Ebraismo come prassi e sistema di vita, ed in nome di tale concezione critica da un lato, apertamente, i teorizzatori di un’etica ebraica (Hermann Cohen, Achàd Ha’àm ecc.), dall’altro, allusivamente, i filosofi della “spiritualità” e dell’ “interiorità” dell’Ebraismo (leggi ad esempio Buber, anche se manca nel libro qualsiasi diretto riferimento al suo pensiero). Per Leibowitz la fede è tutt’uno con quell’ “assunzione del giogo del Regno dei Cieli” di cui sopra: essa non è cioè credenza o fiducia, ma atto di infinita dedizione e sottomissione a Dio, che si realizza appunto con l’osservanza dei precetti pratici.
[3] Con ciò non è nostra intenzione affermare che Leibowitz si astenga da giudizi politici specifici o da condanne meno teoriche e generiche: i suoi energici interventi sui fatti di Dir-Yassìn e Kfar-Kàssem, e le sue coraggiose analisi dei rischi di una concreta degenerazione politico-sociale a seguito dell’occupazione militare israeliana (cfr. soprattutto l’articolo I territori) stanno a dimostrare inequivocabilmente il contrario. Tuttavia ci è sembrato doveroso sottolineare in primo luogo l’aspetto ideologico-culturale (e strettamente attinente alla crisi dell’identità ebraica) della critica “antifascista” di Leibowitz, aspetto che, come il lettore constaterà, è quello che prevale nella maggioranza degli articoli raccolti in questo volume.
[4] Conferenza tenuta al Seminario di Studi Ebraici, Haifa, 1953; articoli: De’òt n. 9, 1959; Machanàyim, n. 100, 1966.
[5] Per il particolare significato che assume il concetto di “fede” nel sistema di Leibowitz, cfr. n. 2 all’Introduzione.
[6] V. Glossario.
[7] L’ Orach Chayìm e lo Yorè De’à sono i titoli della prima e seconda sezione dello Shulchàn ’Arùkh (v. Glossario). Qui l’autore gioca allusivamente sul senso di questi titoli (rispettivamente: Sistema di Vita e Maestro di Conoscenza).
[8] Cfr. Deuteronomio 12, 28.
[9] II celebre versetto (Deuteronomio 6,4) è spesso interpretato, com’è noto, in termini di “professione di fede” e di espressione dell’essenza stessa dell’Ebraismo.
[10] Talmùd Babilonese. Bava Kamà 38a.
[11] Genesi 22, 3.
[12] Questa interpretazione allegorizzante (asino = bestialità = materialità) di don Yitzchàk Abrabanèl, è fondata sull’assonanza dei vocaboli chamòr – asino, e chomriyùt – materialità, nel solco di una popolare tradizione esegetica midrashica.
[13] La Ne’ilà (chiusura) è la quinta ed ultima preghiera di Kippùr, che si recita poco prima della fine della solenne ricorrenza.
[14] Salmi 78, 38; con questo versetto ha inizio la preghiera della sera (Arvìt o Maarìv).
[15] Ecclesiaste 5, 1.
[16] Salmi 120, 1.
[17] Mishnà, Avót 2, 13. Per il termine “tannaìta” v. Glossario.
[18] E appunto così Hans Sachs spiega a Walther (nei Meistersinger di Wagner) la differenza fra un canto semplicemente bello (ein schoenes Lied), che si produce in gioventù, in una limpida giornata di sole splendente e fiori in rigoglio, e la conquista artistica della vera poesia (ein Meisterlied), raggiunta grazie a una titanica lotta contro i fattori frenanti e inibitori dell’autunno della vita e della natura [n. d. A.].
[19] L’Aggadà (per l’esatto significato del termine v. Glossario) è qui identificata con la Profezia in quanto mondo di idee, concezioni ed aspirazioni contrapposto alla prassi religiosa.
[20] Salmi 16, 8.
[21] Numeri 15, 39. Ovviamente qui si parla dell’Ascolta Israele in senso lato, ossia della Keriyàt Shemà, preghiera composta di tre brani biblici (dal Deuteronomio e dai Numeri) che si recita quotidianamente nell’ambito delle orazioni mattutine e serali.
[22] Levitico 19, 18.
[23] La parashà (sezione settimanale del Pentateuco) cui si allude corrisponde ai capitoli 19-20 del Levitico.
[24] II karèt (letteralmente: recisione) è una pena inflitta direttamente da Dio, di cui la Bibbia non specifica esattamente la natura; secondo alcuni consisterebbe nella perdita del “mondo a venire” e, in certi casi, nella morte prematura. I significati dei vari intraducibili termini halachici sopra elencati sono, nell’ordine, i seguenti: notàr — carne di animale sacrificato avanzata dopo il periodo di tempo in cui è lecito mangiarla, e che bisogna bruciare; piggùl — sacrificio invalidato per l’intenzione dell’offerente di mangiarlo in un periodo di tempo o in un luogo non idonei secondo Torà, che bisogna parimenti bruciare; peà — angolo del campo che bisogna lasciare intatto per i poveri durante il raccolto; lèket — spighe cadute durante il raccolto, che bisogna pari- menti lasciare ai poveri; killàyim — incrocio di animali diversi e semina di diversi tipi di seme nello stesso campo; sha’atnèz — abiti il cui tessuto è di lino e lana, che è proibito indossare; ’orlà — divieto di mangiare la frutta di un albero nei primi tre anni dacché è stato piantato; nèta’ revà’i — frutta di un albero nel quarto anno dacché è stato piantato, che si mangia a Gerusalemme o si riscatta con danaro (danaro che va anch’esso speso a Gerusalemme).
[25] V. n. 3.
[26] Esodo 31, 17.
[27] Cfr. Talmùd Babilonese, ’Avodà Zarà 54b.
[28] La distinzione in anima e corpo — di cui si occupa la metafisica — è irrilevante e superflua dal punto di vista della fede religiosa. Religiosamente parlando la linea di demarcazione non passa fra materia e spirito ma fra Creatore e creato, o in altri termini: fra Dio e il mondo (la natura). Il creato (mondo, natura) comprende tutto ciò che della realtà l’uomo coglie — sia le manifestazioni fisiche che le manifestazioni psichiche di essa. Ma non è questa la sede più adatta per dilungarci su questo grande tema [n. d. A.].
[29] Si allude, ovviamente, al “sacrificio per eccellenza”, il Sacrificio di Isacco, di cui l’autore ha parlato in precedenza interpretandolo come atto totale di fede in Dio, e di ripudio dei valori umani.
[30] L’espressione originale ebraica (“mitzvàt anashìm melummadà”) è tratta da Isaia 29, 13, versetto al quale l’autore si richiama più avanti.
[31] Cfr. Genesi 29, 26.
[32] Cfr. Isaia 6,1.
[33] Cfr. 24.
[34] Allusione al secondo versetto della parashà di Kedoshìm (v. n. 18).
[35] Allusione alla parashà di Reè, corrispondente a Deuteronomio 11, 26 – 16, 17. Il versetto è il 2 del cap. 14.
[36] Villaggio arabo nello Sharòn, all’interno del territorio dello Stato d’Israele. All’inizio della campagna del Sinài negli ultimi giorni dell’ottobre 1956, fu annunziato il coprifuoco dalle sei di sera in tutti i villaggi del “triangolo” arabo. Gli abitanti di Kfar-Kàssem che si trovavano nei campi o altrove fuori del villaggio, e che fecero ritorno dopo che il coprifuoco era entrato in vigore, furono fermati da un’unità della “Guardia di frontiera” e fucilati, senza previa intimazione e senza che se ne ascoltassero le ragioni. Cinquantun abitanti del villaggio, fra cui donne e minorenni, furono uccisi (29 ottobre 1956). L’avvenimento provocò pubblico turbamento e i responsabili furono processati. Alcuni alti ufficiali, riconosciuti colpevoli di avventatezza nell’emanazione dell’ordine di coprifuoco, se la cavarono con una pena simbolica; il comandante dell’unità e alcuni suoi sottoposti furono riconosciuti colpevoli di esecuzione illegale e condannati a pene relativamente lievi, e furono rimessi in libertà dopo un certo tempo. Il governo indennizzò le famiglie degli uccisi, e si celebrò una tradizionale “cerimonia di rappacificazione” [n. d. A.].
[37] Esodo 20, 7; Deuteronomio 5, 11.
[38] Celebre aforisma mistico-kabbalistico (cfr. Tikkunè Zòhar, 470), qui interpretato come espressione di un vero e proprio panteismo ebraico.
[39] Ecclesiaste 12, 13.
[40] Questionario d’inchiesta e risposta, Hara’ayòn, rivista del Benè Berìt, 1969.
[41] Petachìm, II (12) – III (13), 1970.
[42] Questo trafiletto dì Shemuel Hugo Bergman (studioso e docente di filosofia scomparso alcuni anni fa, figura di grandissimo rilievo nel mondo intellettuale israeliano) si riferisce a un avvenimento che suscitò a suo tempo un enorme scalpore. Il maggiore Binyamin Shalìt, sposato a una non-ebrea, presentò istanza contro il Ministero degli Interni israeliano presso la Corte Suprema di Giustizia, per il rifiuto delle autorità di riconoscere i suoi figli come ebrei (rifiuto motivato dal fatto che lo Stato d’Israele riconosce solo la definizione halakhica di “ebreo”). Bergman, pensatore di profonda ispirazione religiosa (ma ovviamente non “ortodosso” nel senso proprio del termine), prende posizione contro la rigida applicazione del principio halakhico, che gli sembra implicare una concezione materialistica e razziale dell’identità ebraica.
[43] Uomo di stirpe sacerdotale, che si suppone discendente di Aharòn fratello di Moshè.
[44] V. Glossario, Chanukkà.
[45] Setta sorta nel secolo VIII d.E.V., che si opponeva all’autorità del Talmùd e della Legge Orale e si richiamava direttamente alla Bibbia; rabbaniti furono coloro che viceversa si mantennero fedeli alla tradizione rabbinica.
[46] «Haddèrech», n. 4, maggio 1971.
[47] Mishnà, Avòt 3, 2.
[48] Allusione alla denominazione assunta dal più grande partito religioso israeliano, il Mafdàl: Partito Nazional-religioso («Miflagà datit letimit»),
[49] Oggi, dopo la morte di Ben Gurion, è lecito citare le sue parole in una conversazione a quattr’occhi con me (negli anni ’50): «Lei chiede la separazione di religione e Stato affinché la religione torni ad essere un fattore autonomo con cui il potere politico debba poi misurarsi. Io rifiuto questa separazione: io voglio che lo Stato tenga la religione in pugno» [n. d. A.].
[50] «Miflèghet poalè Erez Israel» (Mapài)’. Partito operaio israeliano; in italiano tale partito riceve abitualmente la denominazione di «laburista».
[51] II Parlamento israeliano.
[52] Questo noto detto talmudico (Mishnà, Berachòt 5,5) è qui adoperato in senso lato, come principio di corresponsabilità di chi esegue un’azione nell’interesse e per conto di altri.
[53] Izèbel è la celebre regina idolatra moglie di Achàb, contro la quale il profeta Elia lottò incessantemente (cfr. ad es. II Re, 19, 1-2).
[54] Traduciamo cosi l’espressione ebraica «kiddushin chedàt Moshè we-Israèl».
[55] II mamzèr è il nato da unioni considerate dalla Legge ebraica adulterine o incestuose, a cui è proibito contrarre matrimonio con ebrei di nascita legittima; il termine mamzerùt, che compare poche righe appresso, indica ovviamente la condizione del mamzèr.
[56] «Ivrì» (lett. «ebreo» o «ebraico») è antica denominazione usata dalla Bibbia, oggi quasi completamente sostituita da «jehudì» (lett. «giudeo» o «giudaico», ma che abbiamo sempre tradotto appunto con «ebreo» ed «ebraico», secondo l’uso corrente). Il ritorno a tale denominazione implicherebbe pertanto un rifiuto della storia ebraica nei suoi concreti sviluppi (e soprattutto nelle sue manifestazioni diasporiche), e la rivalutazione di un’arcaica identità ebraica «pre-giudaica», ossia di stampo prettamente nazionale e non soggetta alle influenze dell’Ebraismo talmudico e rabbinico.
[57] Nel secondo dei casi sopra citati la donna non può risposarsi perché non si ha alcuna prova che il coniuge scomparso sia morto; nel terzo il divieto riguarda esclusivamente, come sottolinea l’autore, un uomo di stirpe sacerdotale (cohèn); nel quarto si allude all’antica usanza ebraica del Levirato (Jibbùm): se un uomo muore senza prole, suo fratello deve sposarne la vedova, obbligo cui ci si sottrae mediante una particolare cerimonia detta di «scalzamento» (Chalizà); senza tale cerimonia la vedova non può contrarre matrimonio con altri.
[58] Cfr. Talmùd babilonese, Shevuòt 39″.
[59] Nel caso che gli interessati vogliano in seguito sposarsi con altre persone «secondo il precetto di Mosè e Israele».
[60] Levitico 19, 14. Il divieto è interpretato dalla tradizione ebraica in senso lato, cioè come proibizione di creare situazioni nelle quali qualcuno possa essere più o meno inavvertitamente indotto a trasgredire le norme della Torà.
[61] V. n. 19 all’articolo «Precetti pratici».
[62] Turè Yeshurùn, 3, 1966.
[63] Traduciamo così l’espressione talmudica “avì avòt hatumà” adoperata dall’autore.
[64] L’esecuzione di questa mitzvà impone, com’è noto, di abitare o almeno consumare i pasti in una capanna (sukkà) per sette giorni, a partire dal giorno 15 di tishrì.
[65] Turè Yeshurùn, 10, 1967.
[66] Profanare il sabato e il Kippùr per salvare vite umane è permesso anche se non si è certi che si prospetti un pericolo mortale, ma se ne ha solo il dubbio; per cui il Chatàm Sofèr, malgrado la sua sfiducia nella medicina, dice che si può accettare il responso del medico riguardo alla gravità di un malato e compiere in base ad esso la profanazione, appunto per beneficio di dubbio. Tuttavia tale beneficio non ha rilevanza nelle norme di purità sessuale, secondo le quali se vi è un dubbio (di impurità) ci si deve astenere dai rapporti sessuali. Pertanto il Chatàm Sofèr tende qui a respingere il responso del medico (nei casi in cui questi potrebbe decidere se il sangue comparso in una donna derivi o non derivi dall’utero), o almeno ad affermare che “la questione va approfondita”.
[67] Proverbio talmudico (Mishnà, Yevamòt 16, 7), qui ovviamente usato nel senso dei maggiori obblighi prescritti a chi si considera “detentore della parola di Dio”.
[68] Haàretz, 14-7-’72.
[69] È, in forma abbreviata, il testo del terzo principio di fede di Maimonide.
[70] II primo dei due versetti è tratto dall’Ecclesiaste (3, 19). Per la Ne’ilà, cfr. antiche n. 8 all’articolo Precetti pratici.
[71] De’òt, n. 20, 1962.
[72] Corrisponde a Genesi 18-22.
[73] Cfr. Numeri 12, 7.
[74] I Samuele 3, 20.
[75] Traduciamo cosi la nota espressione ebraica berìt ben habetarìm, che si riferisce a quanto è narrato nel capitolo 15 della Genesi (Abramo stringe un patto con Dio, che promette la terra d’Israele alla sua discendenza).
[76] Isaia 2, 10.
[77] V. n. 7 all’articolo Precetti pratici.
[78] «Lungi da te il fare una cosa simile; far morire il giusto col malvagio si che il giusto sia come il malvagio! il giudice di tutta la terra non farebbe giustizia?» (Genesi 18, 25).
[79] Genesi 20, 4.
[80] L’interpretazione midrashica cui si allude è: “Allora si profanò (usandolo per uomini ed idoli) il nome di Dio”.
[81] Genesi 12, 1.
[82] Genesi 24, 50.
[83] Cfr. Genesi 31, 19. I terafìm erano reliquie familiari o immagini di penati protettori del focolare domestico; secondo l’autore essi non erano direttamente connessi con culti idolatrici veri e propri.
[84] Genesi 41, 38-39.
[85] Esodo 5, 2.
[86] Genesi 42, 18.
[87] Genesi 21, 12.
[88] V. Glossario, Mishnà.
[89] Genesi 22, 20-21.
[90] Giobbe 1, 1.
[91] Giobbe 1, 1.
[92] Ibid. 42, 8.
[93] Ibid. 38, 1.
[94] Corrisponde a Genesi 1-6, 8.
[95] Genesi 1, 31.
[96] Ibid. 6, 5.
[97] Questo midràsh si basa sull’assonanza fra hibareàm (il loro essere creati) e Avrahàm (Abramo), ed afferma iperbolicamente che il mondo fu creato solo in virtù dei futuri meriti (ovviamente già presenti “in mente Dei”) del patriarca Abramo. Il versetto è Genesi 2,4.
[98] Machanàyim, 112, Chanukkà 5727 (1967).
[99] Corrisponde a Genesi 41, 1 – 44, 17.
[100] V. Glossario.
[101] Genesi 41, 1.
[102] Ibid. 28, 13.
[103] Giobbe 42, 5.
[104] Giobbe 42, 5.
[105] De’òt, 11, 1960.
[106] Le prime tre sono le preghiere quotidiane (mattutina, pomeridiana e serale); i musafìm sono le preghiere aggiunte delle festività; la Ne’ilà si dice invece solo di Kippùr (cfr. n. 8 all’articolo Precetti pratici),
[107] V. n. 12 all’articolo Precetti pratici.
[108] V. n. 5 all’articolo Precetti pratici.
[109] V. n.1 all’articolo Religione e scienza nel pensiero contemporaneo.
[110] V. Talmùd Palestinese: Berakhòt II, par. 4 e 5; Talmùd Babilonese: Berakhòt 3la, 32b, 54b; Shabbàt 118b, 127a; Rosh Hashanà 16b etc.; e cfr. i relativi commenti di Rashì e tosafìsti [n. d. A..).
[111] Talmùd Babilonese, Berakhòt 31a.
[112] V. Glossario, Talmùd.
[113] Commentatori medioevali del Talmùd.
[114] Secondo il Midràsh le tre preghiere quotidiane sarebbero state istituite da Abramo, Isacco e Giacobbe.
[115] Proverbi 19, 3.
[116] V. n. 21 all’articolo Precetti pratici.
[117] Salmi 145, 18.
[118] Isaia 8, 21.
[119] Nell’ordine: “Poni dunque il Tuo timore”, “Regna sul mondo” e “Noi dobbiamo lodare”.
[120] V. n. 2 all’articolo Religione e scienza nel pensiero contemporaneo.
[121] “E affermeremo la grandezza (e la santità di questo giorno)”; tema del brano sono le “preoccupazioni” cui accenna l’autore subito appresso.
[122] II Capodanno ebraico (1 di tishrì), con cui hanno inizio le solennità penitenziali.
[123] II versetto dei Salmi letto di seguito suona: «Egli dà ascolto alla preghiera del solitario e non disdegna la loro preghiera». Come si noterà c’è in esso un brusco passaggio dal singolare al plurale, per cui Rabbi Naftali Tzevi Berlin lo interpreta in termini di contrapposizione fra preghiera pura e disinteressata (che è prerogativa di pochi) e preghiera volta ad interessi materiali (che è invece caratteristica della maggior parte degli oranti).
[124] Inchiesta del Bat Kol, giornale studentesco dell’Università Bar-Ilàn, autunno 1967.
[125] Cfr. l’inizio dell’articolo Fra Giobbe e Sofocle (Abramo e Giobbe).
[126] V. Glossario, Chanukkà.
[127] II Re 14, 25.
[128] V. n. 21 all’articolo Precetti pratici.
[129] Traduciamo cosi l’espressione ebraico-aramaica atchàlta digheulà.
[130] De’òt, 35, 1967; Petachìm I (6), 1968; M.T.T. (Mitziyòn Tetzè Torà, rivista trimestrale), 3:4, 1969.
[131] È il termine ebraico classico per indicare la Terra Santa.
[132] Nella formula (’al hanissìm) che si aggiunge alle orazioni dei giorni di Chanukkà. Per tutto ciò che è detto in questo brano v. Glossario, Chanukkà.
[133] Con riferimento, ovviamente, al Sacrificio di Isacco, come l’autore specifica più avanti.
[134] V. n. 4 all’articolo Timor di Dio nella Genesi e in Giobbe (Abramo e Giobbe).
[135] V. Glossario, Chanukkà.
[136] V. n. 2 all’articolo Religione e scienza nel pensiero contemporaneo.
[137] V. n. 21 all’articolo Precetti pratici.
[138] V. Glossario, Chanukkà.
[139] V. n. 5 all’articolo precedente.####
[140] V. Glossario.
[141] V. n. 3 all’articolo precedente.####
[142] Traduciamo cosi l’espressione ebraica Eretz Israél hashelemà, che si riferisce ai confini storico-biblici della Terra santa. La traduzione di comune uso giornalistico in Italia (“Grande Israele”) non è fedele e travisa, indipendentemente da ogni giudizio politico, il senso dell’espressione originale.
[143] Talmùd Babilonese, Sanhedrìn 72b.
[144] Levitico 19, 16.
[145] Esodo 20, 2; Deuteronomio 5, 6.
[146] Esodo 20, 8.
[147] Dir-Yassìn, villaggio arabo nei dintorni di Gerusalemme, fu attaccato il 9 aprile 1948 da uomini dell’Etzel e del Lèchi, e circa duecento suoi abitanti furono uccisi. Il fatto ebbe risonanza mondiale come “strage di Dir-Yassin”, e gli arabi sfruttano propagandisticamente il caso tutt’oggi [n. d. A.].
[148] Oggi (1972) bisogna aggiungere: e neppure dopo la chiusura dei pozzi d’acqua agli arabi nel deserto del Nèghev, su ordine di un governatore militare ebreo (cfr. i pozzi d’acqua dei patriarchi Abramo e Isacco e i filistei!) [n. d. A.]. Su Kfar-Kàssem v. n. 30 all’articolo Precetti pratici.
[149] Traduciamo cosi l’espressione ebraica reshìt tzemichàt gheulaténu.
[150] Nel Museo Ebraico di Amsterdam è conservata la lettera su bella pergamena miniata il cui inizio è: “Al nostro signore e re, Messia del Dio di Giacobbe, all’eccelso, all’altezza serenissima Shabbatài Tzevì”, con le firme di tutti i rabbini della più illustre comunità ebraica dell’epoca [n. d. A.].
[151] V. n. 5. all’articolo Stato e religione. ###
[152] Allusione al testo della formula di orazione ’Al Hanissìm (cfr. n. 2).
[153] Esodo 14, 31.
[154] Ibid. 17, 7.
[155] Questo noto detto rabbinico (Mekhiltà Beshallàch 2) sottolinea l’unicità dell’esperienza del divino vissuta da quanti uscirono dall’Egitto e assisterono al passaggio del Mar Rosso, superiore per intensità persino all’illuminazione profetica (Ezechiele).
[156] Esodo 24, 7. Il versetto è comunemente interpretato dal Midràsh come esprimente un’accettazione incondizionata della Legge da parte del popolo d’Israele.
[157] I Re 18, 39.
[158] Esodo 24, 10. Cfr.
[159] Deuteronomio 31, 29.
[160] Geremia 7, 18.
[161] V. n. 15. ###
[162] Deuteronomio 5, 15.
[163] Deuteronomio 34, 12.
[164] Dorvàn (giornale studentesco), marzo 1968; Yedi’òt Acharonòt, aprile-maggio 1968; Haàretz, marzo 1969; aprile 1970.
[165] V. n. 1 all’articolo precedente.###
[166] V. n. 12 all’articolo precedente. ###
[167] Occasioni del genere si presentarono, forse (!), subito dopo la firma dei trattati di Rodi, e cosi anche alla vigilia della Guerra di Suez (prima della campagna di Gaza!), e subito dopo la cessazione del fuoco seguita alla Guerra dei Sei Giorni, [n. d. A.].
[168] Queste cose sono state scritte e pubblicate qualche anno prima della Guerra di Kippur |n. d. A.].
[169] II movimento “cananeo” auspica la formazione di una nuova identità israeliana, indipendente dalla storia del popolo d’Israele e dalla realtà ebraica contemporanea (cfr. quanto si è detto sul fenomeno analogo dell’uso del termine ’ivrì, n. 10 all’articolo Stato e religione).
[170] I servizi segreti israeliani.
[171] Geremia 2, 7.
[172] Ezechiele 7, 22.
[173] Geremia 7, 4.
[174] I Re 18, 19.
[175] Queste cose sono state scritte nel 1968; le ha pubblicate Yedi’òt Acharonòt il 3-5-’68 [n. d. A.].
[176] Petachìm, IV, n. 27, 1974.
[177] V. Glossario, Chanukkà.
