Razza, nazione, religione
Una nota, e uno scambio di lettere.
Sulla questione d’attualità[42]
Considero ogni connessione stabilita fra religione e razza un anacronismo che contraddice l’evoluzione spirituale dell’uomo oggi. Non si nega che una simile connessione fosse in epoche remote giustificata, ma oggi come oggi essa è in contrasto con il livello spirituale cui l’uomo è giunto nella sua ascesa. Ciò è divenuto manifesto, in materia evidente per chiunque, nelle leggi razziali tedesche. Chiunque propugni, in qualsivoglia forma, una connessione fra sangue e religione, giungerà necessariamente a conclusioni materialistiche nullificanti la vita religiosa.
Considero la connessione fra religione e politica una sventura enorme, una grande sventura per lo Stato d’Israele e una grande sventura per la religione d’Israele. Il fatto che considerazioni d’ordine politico, calcoli di coalizione e simili, mirino (o acconsentano) ad attribuire alle cerchie religiose una posizione o funzione politico-amministrativa nello Stato, porterà necessariamente a una scissione nazionale. Tale processo, che negli ultimi mesi va da noi intensificandosi, è gravido di sventura per l’Ebraismo e per il nostro Stato.
S.H. Bergman
Al professor Shemuèl Hugo Bergman
Caro professor Bergman,
Ho letto — rileggendo poi più volte — il suo corsivo “Sulla questione d’attualità”, e di volta in volta il mio stupore per entrambi i capoversi cresceva.
a) A chi o a cosa sono volte le sue affermazioni su una “connessione stabilita fra religione e razza” o su una “connessione fra sangue e religione”? Forse all’Ebraismo dell’Halakhà, che considera il nipote di ogni non-ebreo che si converta — indipendentemente dalla sua origine razziale o nazionale o dalla sua precedente identificazione religiosa — idoneo ad essere Sommo Sacerdote? È una cosa che il Talmùd sottolinea varie volte: ogni non-ebreo che si converte, è ebreo a tutti gli effetti, la figlia natagli essendo egli ebreo è ebrea a tutti gli effetti e può sposarsi con un kohèn[43], e il figlio di lei essere Sommo Sacerdote.
Secondo l’Halakhà, “ebrei” sono tutti quelli per i quali vige l’obbligo dell’osservanza della Torà e delle mitzvòt, criterio questo religioso e non razziale. Il maggior Shalìt, la maggioranza dei magistrati della Corte Suprema di Giustizia e tutti i loro compagni d’idee, si propongono di sostituire il criterio religioso con un criterio di coscienza nazionale o di alleanza con lo Stato — criteri esprimenti cioè soltanto i componenti psicologici omicidi: violenza, dominio e potere.
b) Tuttavia più ancora mi stupisco del secondo capoverso. Apparentemente quegli argomenti mi sono assai congeniali, dal momento che negli ultimi anni non v’è stato nessuno che tanto energicamente quanto me abbia chiesto la separazione di religione e Stato in Israele. Io considero “religione” (ogni religione) e “Stato” (ogni Stato) delle entità antagonistiche, alle quali il reciproco scontro è essenziale, e l’inserimento della religione d’Israele nell’apparato governativo e amministrativo dello Stato ebraico laico mi ripugna. Tuttavia non posso accettare in nessun modo la motivazione che lei dà della sua posizione — posizione che è poi la mia stessa. Lei parla della sventura incombente sullo Stato e del pericolo di una scissione del popolo, quasi “Stato” e “popolo” costituissero dei valori supremi, da tenere nel debito conto nel definire l’atteggiamento religioso. A mio avviso, “popolo” e “Stato” hanno un significato unicamente strumentale, quali ambiti o quali mezzi e dispositivi di realizzazione di determinati valori o in ogni caso di azione volta a realizzarli, e non hanno in sé e per sé valore alcuno. Il senso del popolo d’Israele altro non fu che il suo costituire in tutte le generazioni l’ambito in cui si svolse la lotta per la Torà e le mitzvòt, e lo Stato non fu — né ha da essere — che un involucro esteriore al servizio di tale lotta. Per cui non bisogna indietreggiare dinanzi a una scissione nazionale di cui sia causa la lotta per la religione. Nella storia d’Israele la religione costituì sempre il fattore di scissione nazionale, all’epoca del primo Tempio (i re e i profeti), a quella del secondo (gli ellenizzanti e i pii[44]), fra rabbaniti e caraiti[45], e parimenti al giorno d’oggi fra coloro che assumono il giogo della Torà e delle mitzvòt e coloro che tale giogo scuotono. Innalzare l’unità nazionale e il benessere dello Stato al rango di valori supremi, è a mio modo di vedere l’essenza del fascismo, ed io non voglio che la religione d’Israele si trasformi nell’ancella degl’interessi del “popolo” e dello “Stato”. Io propugno la separazione di religione e Stato non in nome di questi interessi, bensì al fine di intensificare il conflitto fra la collettività degli ebrei osservanti della Torà e lo Stato laico.
Con stima, suo
Jeshajàhu Leibowitz – Gerusalemme
Al prof. Yesha’yàhu Leibowitz
Amico carissimo,
La ringrazio di cuore della sua lettera relativa al mio breve corsivo “Sulla questione d’attualità”, e cercherò di spiegare la mia posizione in merito a entrambi i punti.
a) Lei domanda a chi siano volte le mie affermazioni sulla connessione stabilita fra religione e razza. A tutti quelli che ritengono (come Rosenzweig, ad esempio) che la differenza fra Ebraismo ed altre religioni consista nel fatto che quest’ultime si sviluppano mediante propaganda di idee (Uberzeugung) e l’Ebraismo invece tramite la generazione fisica (Zeugung); contro tutti quelli che nel dato biologico della nascita da madre ebrea scorgono un carattere religioso; contro tutti quelli che parlano di stirpe santa.
E mi sia consentito raccontarle che, molti anni addietro, anch’io mi trovano, sotto l’influenza di Rabbi Yehudà Halevì, vicino a tale opinione, e che fu allora lei con la sua osservazione “non m’interesso della biologia di Rabbi Yehudà Halevì” a farmi presente il mio errore.
Lei riporta dall’Halakhà passi molto belli, ma io vedo la nostra realtà: io ho visto nel cimitero di Pardes-Hanna la tomba del bimbo sepolto fuori della cinta perché nato da padre ebreo e da madre non-convertita. Tutti i bei passi che lei riporta non possono rendere meno sensibile il fatto che da noi si confondono nella più spaventosa delle maniere fattori spirituali e fattori materiali, religione e sangue, e che la ricerca della “madre ebrea” ci avvicina a dottrine che ci ripugnano.
b) In merito al secondo punto noi ci troviamo al contempo vicini e lontani. Lei scrive di me che “parlo della sventura incombente sullo Stato e del pericolo di una scissione del popolo, quasi “Stato” e “popolo” costituissero dei valori supremi, da tenere nel debito conto nel definire l’atteggiamento religioso”. Non intendevo questo, e non capisco come io abbia potuto dar luogo a un simile fraintendimento da parte sua. Concordo con lei che il popolo e lo Stato sono soltanto degli strumenti d’un valore secondario. Ma attualmente essi nondimeno esercitano un’influenza decisiva sulla nostra vita. Il fatto che una certa donna cristiana faccia parte della mia stessa società, parli la stessa lingua, che i suoi figli servano nell’esercito dello Stato d’Israele ecc. — tutto ciò crea fra noi un rapporto di consociazione del quale non è dato sbarazzarsi con l’espressione “involucro esteriore”, se non vogliamo giocare con le parole.
Ma vi è di più: per quanto concordi sulla separazione di religione e Stato, che lei richiede, in essa io vedo soltanto una soluzione momentanea e non un assestamento definitivo. Da noi il sacro ed il profano si compenetrano e non è lecito separarli solo perché separati sul piano concettuale. Il Sionismo è una rivoluzione; esso cerca (risuscitando ad esempio la lingua) di porre l’Ebraismo su nuove basi, per cosi dire laiche. Ma tale fondamento laico ha immediatamente assorbito in sé la santità del nostro essere. Il grande pericolo di tutta questa discussione è che noi ragioniamo per concetti occidentali non appropriati alla nostra particolare sostanza, che è a mio modesto avviso fondamentalmente messianica.
Con i migliori saluti
Suo S. H. Bergman – Gerusalemme
P.S. C’è ovviamente una grande differenza fra un popolo che è un prodotto naturale ed uno Stato. Vedi a questo proposito A. D. Gordon. Ma non volevo dilungarmi.
Al prof. Shemuel H. Bergman
Caro ed illustrissimo professor Bergman,
Per la grande importanza che attribuisco alle sue parole, come anche per l’affinità d’idee esistente in molte cose fra noi, chiarirò con il suo permesso la mia posizione ed i punti sui quali discordiamo.
Accetterò ai fini della discussione la sua formulazione relativa alla “tremenda confusione di fattori spirituali e fattori materiali” (sebbene tale formulazione dell’antitesi non mi sembri felice). In che maniera quei due gruppi di fattori sono rappresentati? Da un lato, il popolo ebraico cosi come si è venuto configurando nel corso della sua lunga storia (nel poscritto lei sottolinea che “un popolo è un prodotto naturale”), definito in relazione alla propria Ebraicità: ebreo è colui per il quale vige l’obbligo dell’osservanza della Torà e delle mitzvòt, e l’Halakhà (che è indubbiamente un “fattore spirituale” ed è indubbiamente un “prodotto naturale” della storia d’Israele) stabilisce per chi tale obbligo viga. In quanto ebrei noi siamo “fratelli di mitzvòt”, e tale fratellanza sussiste anche nei confronti di chi ha l’obbligo delle mitzvòt e non le osserva — il quale è un ebreo trasgressore, che deve essere punito secondo la prescrizione della Torà, e tuttavia non cessa d’essere ebreo. Che esempio si potrebbe portare? Quello di un esercito, formato di cittadini sottoposti per legge di Stato agli obblighi di leva; un soldato non può affrancarsi di sua propria iniziativa dall’oggettiva condizione di soldato, e quand’anche diserti, l’esercito continuerà a considerarlo un soldato che ha disertato e lo condurrà dinanzi a un tribunale militare. Analogamente, gli obblighi dell’Ebraismo vigono anche per ogni uomo che volontariamente tali obblighi abbia assunto — vale a dire per chi si sia convertito secondo l’Halakhà — il quale con ciò diviene anche egli “nostro fratello” indipendentemente dal suo passato o dalla sua origine. Anche a questo proposito è dato servirsi dell’esempio dell’esercito, che accoglie come soldati usufruenti di parità di diritti anche dei volontari, ossia delle persone che spontaneamente hanno assunto tutti gli obblighi del soldato. Tuttavia è impensabile che l’esercito includa nei suoi ranghi uomini esentati dal servizio di leva di Stato e che non siano inoltre disposti ad assumere gli obblighi che esso stesso stabilisce per i propri soldati, bensì vogliano arruolarsi scegliendosi da sé gli obblighi ai quali s’impegnano; e il senso della “conversione-non-secondo-l’Halakhà” è appunto questo.
Sin qui abbiamo parlato dell’immagine del popolo d’Israele secondo l’Halakhà, il popolo ebraico storico. Di fronte ad esso, dall’altro lato, lei configura l’immagine d’un nuovo popolo, i cui membri continueranno a chiamarsi ebrei, ma in virtù di una relazione d’appartenenza al medesimo stabilita mediante fattori non “spirituali” ma proprio “materiali”, e che non sarà una “creatura vivente” ma un prodotto sintetico: un popolo che si creerà per nostra deliberazione, sotto gl’impulsi del cannibalismo nazionalista, sulla base dei fattori “società”, “nazione” e “Stato”, dell’alleanza con lo Stato e le sue guerre — un popolo in cui una straniera (una cristiana) sarà considerata ebrea, qualora “appartenga alla nostra stessa società”, qualora “i suoi figli servano nell’esercito dello Stato d’Israele” ecc. Una “nazione” in sé stessa — porti anche il nome di “ebraica” o di “israeliana” — non è che carne da cannone dell’ingranaggio di sovranità-potere-guerra chiamato Stato. In luogo della “fratellanza di mitzvòt” verrà la “fratellanza d’armi” (Waffenbrüderschaft), cosa che disapprovo e che mi ripugna.
Insomma: se non vediamo più nell’Ebraismo — quale esso fu in concreto — un valore, e non teniamo in vita il popolo ebraico come ambito di questo valore, a qual pro creare artificialmente un nuovo popolo da chiamare “ebraico”? Per soddisfare forse istinti nazionalistici omicidi? In tal caso meglio che noi si sia cosmopoliti, e che ciascuno si batta là dove si trova per quelli che gli sembrano i valori della società umana. Perché mai venire in terra d’Israele e assumerne il dominio, uccidere arabi o esserne uccisi, e tutto per un prodotto artificiale da chiamare “Israele”?
Con stima, suo
Jeshajàhu Leibowitz – Gerusalemme
P.S. Il caso della tomba del bimbo a Pardes-Hanna non mi turba affatto. Se i genitori del bimbo hanno rifiutato l’Ebraismo (nella sua definizione halakhica), perché chiedono che il loro bambino (non-ebreo) sia sepolto fra ebrei che non transigono quanto all’essere sepolti in mezzo ad altri ebrei (in conformità dell’Halakhà)?
Analogamente: se un volontario non-ebreo s’è battuto eroicamente nelle file dell’esercito israeliano, gli spetta una decorazione, e se rimane invalido, una pensione dello Stato d’Israele; ma il suo atto d’eroismo e il suo volontariato non ne fanno un ebreo: Waffenbrüderschaft non è ancora Brüderschaft.
Al prof. Jeshajàhu Leibowitz – Vigilia di Pesach 5730
Mio carissimo amico,
La ringrazio molto della sua lettera del 12 aprile, e le chiedo sin d’ora scusa per ogni eventuale fraintendimento presente nella mia. Io non ho che il mio limitato intelletto e sentimento, però desidero dirle sin d’ora che apprezzo la sua posizione a onta di tutte le discrepanze esistenti fra noi, e che di lei e della sua coerente posizione provo talora invidia. Io su questi argomenti non riesco ad essere come lei, e non posso che esprimere francamente la mia insicurezza.
Lei ha dei concetti chiari, che però a mio modesto avviso la tradiscono, giacché la realtà è molto più complessa e i concetti prefabbricati e preformulati non possono esprimerla. Lei rammenterà l’immagine bergsoniana dell’abito confezionato che non può attagliarsi all’uomo reale nella sua specifica individualità. A mio avviso, per quanto io consideri molto positivamente la separazione di religione e Stato, separare realmente l’una dall’altro è impossibile, e quel volontario non-ebreo di cui si fa cenno alla fine della sua lettera diviene mio “fratello” in virtù del suo volontariato, giacché s’è battuto per il Dio d’Israele, anche se è ateo. Il popolo d’Israele non può sbarazzarsi di simili persone con una decorazione e una pensione. La fratellanza d’armi per Israele è fratellanza vera e propria.
E lo stesso vale per il bimbo di Pardes-Hanna, che certamente era da vivo un bimbo ebreo come tutti i bimbi del villaggio, e dinanzi al quale fu improvvisamente eretta una barriera che lo divise dagli altri ebrei che vivevano e morivano nel villaggio. E per che colpa? Perché sua madre non aveva voluto mentire e rinnegare la religione dei suoi padri?!
E mi consenta, amico mio, di rievocare, qui un fatto accadutomi nella mia vita. In gioventù io fui lo zelante discepolo del filosofo Franz Brentano. A quel tempo non mi affidavano un incarico presso una qualche università perché ero ebreo e rifiutavo di convertirmi al Cristianesimo. Brentano, che ardeva dal desiderio che i suoi allievi diffondessero dalle cattedre la sua dottrina, mi chiedeva energicamente che mi facessi cristiano, irritandosi per la mia testardaggine. Il 19 febbraio 1912 mi scrisse:“Oggi la religione è un che d’esteriore, che l’uomo accetta o di cui si sbarazza, senza mutare nell’intimo. La religione somiglia oggi a un abito determinato che un uomo indossa per comparire a corte o a una serata o in altri luoghi ove richiedono un abito determinato come condizione d’ingresso” (l’intera lettera è stata da me pubblicata nel 1946, nel settimo volume della rivista trimestrale Philosophy and Phenomenological Research, p. 135).
Per il mio maestro d’allora la questione religiosa era solo una questione di abbigliamento (Kleiderfrage). Così oggi da noi molti (non lei!) concepiscono il problema della conversione. Tuttavia proprio perché lei ha una concezione assolutamente rigorosa dell’Ebraismo, io debbo obiettarle: che sono quell’Ebraismo e quell’Halakhà sui quali lei si fonda? L’Halakhà non è, a mio modesto avviso, cosa fissa e monolitica, ma processo storico in evoluzione di pari passo con le circostanze del momento: ciò che ieri era proibito diviene oggi permesso, e viceversa. Ce l’ha insegnato lei stesso, proponendo alla nascita dello Stato d’Israele “riforme” rivoluzionarie. Vi sono nell’Halakhà cose che oggi mi sembrano terribili (il nostro atteggiamento verso i non-ebrei, ad esempio). Non posso accettare l’opinione che l’Halakhà abbia la facoltà d’obbligarmi a cose contrarie alla legge morale che è in me (ad esempio il bimbo sepolto fuori della cinta del cimitero, perché di madre non-convertita).
L’Halakhà muta, mutano le nostre concezioni etiche. Si pone l’ardua questione: qual è il punto fermo nelle perenni metamorfosi dei fenomeni? Riconosco con lei di non avere una risposta già formulata. E forse appunto qui, nella fede che vi sia un simile punto fermo nel vortice dei fenomeni, è il fondamento della religione.
Buone feste a lei e alla sua famiglia.
S.H. Bergman – Gerusalemme
