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Dal 2002 Identità ebraica in una newsletter

Chukkàt. Facciamo i conti

Verso la fine della parashà è raccontato che Moshè inviò degli ambasciatori a Sichòn, re degli emorei,  chiedendo il permesso di passaggio attraverso il suo territorio al fine di poter entrare nella terra d’Israele. Il re Sichòn non solo non diede il permesso di passaggio ma anche uscì con tutto il suo esercito nel deserto dove erano accampati gli israeliti per dar guerra. Le cose non andarono bene per Sichòn. Egli fu ucciso, il suo esercito fu distrutto e le sue città conquistate dagli israeliti. Il nome di Sichòn, e la guerra vittoriosa nei suoi confronti, viene citato da Moshè numerose volte nel libro di Devarìm e appare anche nei libri di Yehoshua’ e dei Shofetìm e perfino nel libro di Nechemià, scritto al ritorno dall’esilio babilonese. La vittoria era stata così miracolosa e impressionante che servì alle generazioni future per dare coraggio al popolo quando dovevano combattere. Moshè oltre a essere il sommo profeta, fu anche il generale che non perse neppure una battaglia.

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Addio a Peter Brook, leggenda del teatro del Novecento

Connessi all'Opera

Peter Brook, il regista teatrale e sceneggiatore britannico, è morto ieri all’età di 97 anni a Parigi. Brook abitava in Francia dal 1974. Considerato come uno dei più grandi Maestri del Novecento, era nato a Londra il 21 marzo 1925 da genitori ebrei immigrati dalla Lettonia, che allora faceva parte dell’Impero russo. Suo padre, Simon, giovane ribelle appartenente al partito menscevico, dovette andare in esilio nel 1907, accompagnato dalla giovanissima moglie, Ida. La coppia studiò a Parigi e Liegi, prima di fuggire dal Belgio per l’Inghilterra nel 1914, con l’arrivo dell’esercito tedesco. Il nome russo della famiglia, che si pronunciava Bryck, fu distorto in Brouck nella sua trascrizione dall’amministrazione francese, prima di diventare Brook all’arrivo in Inghilterra.

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Il generale delle SS che parlava triestino e scappò con l’aiuto del Vaticano

Responsabile di diversi crimini di guerra e della morte di più di mezzo milione di ebrei

Livio Sirovich

Roma, fine maggio 2022, Palazzo Pallavicini residenza dell’ambasciatore britannico presso la Santa Sede, di fronte al Quirinale. Ufficialmente, il tema dell’inconsueto incontro è “La Riconciliazione della Memoria e l’Obiettività”, ma i 20 partecipanti sanno che si parlerà dello scottante tema della fuga dei criminali nazisti, soprattutto in Sudamerica, attraverso il Vaticano (la“Ratline”). E lo si farà con il vescovo Tighe, segretario del Pontificio Consiglio per la Cultura. A passare il mio indirizzo all’ambasciatore è stato il secondo protagonista del convegno, Philippe Sands, famoso avvocato inglese protagonista di processi internazionali (a Pinochet, ex-Yugoslavia, Rwanda, Iraq, Guantanamo) e docente dell’University College di Londra. Sands ha scritto un best seller sul generale delle SS barone Otto Gustav von Wächter, ex governatore di Cracovia e della Galizia tra il 1941 e il 1944, morto in circostanze misteriose in Vaticano durante la fuga; e ha potuto avvalersi delle confidenze dei figli di Wächter e del governatore della Polonia, Hans Frank (avvocato personale di Hitler, impiccato a Norimberga). Wächter chiamò il figlio Horst (dal titolo dell’inno del partito nazista) e oggi questi difende il padre, mentre Frank jr condanna spietatamente il genitore.

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Aborto: Non tutto è permesso, non tutto è proibito

La sentenza della corte suprema Usa sull’aborto: che cosa ne pensa l’ebraismo ortodosso. I pensieri religiosi non sono tutti uguali. Intervista al Rabbino capo Riccardo Di Segni

ARIELA PIATTELLI

Sulla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di abolire la sentenza “Roe v. Wade” sull’aborto, abbiamo chiesto al Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni come l’ebraismo affronta questo tema e una riflessione sul rapporto delle istituzioni con le confessioni religiose.

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Kòrach. Mettete dei fiori nei vostri cannoni

Tempio di via Eupili - Milano

Nella Parashà di questa settimana, dopo l'episodio in cui Korach e i suoi seguaci mettono in dubbio la leadership di Moshè e la scelta di suo fratello Aharon come Kohen Gadol, Hashem ordina a Moshè di provare una volta per tutte che la scelta dei leader veniva da D-o stesso. Moshè doveva prendere un bastone con inciso il nome del capo tribù da ogni capo tribù. La tribù di Levi doveva avere un proprio bastone, sul quale doveva essere inciso il nome di Aharon. I bastoni dovevano essere collocati all'interno del Tabernacolo, nell'Ohel Moed, "E avverrà che l'uomo che sceglierò, il suo bastone fiorirà". (17:16-20). Moshè fece come gli era stato detto e il giorno dopo, quando entrò nel Tabernacolo, scoprì che “il bastone di Aharon, della tribù di Levi, era sbocciato. Fece germogliare un bocciolo, germogliò un bocciolo e fece crescere mandorle mature. (17:23)” Moshè prese i bastoni e li mostrò al popolo, dimostrando così inequivocabilmente che era stato D-o stesso a scegliere Aharon come Kohen Gadol (Sommo Sacerdote).

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DNA mitocondriale. Ma siamo sicuri che è ebreo chi discende da madre ebrea?

Negli Stati Uniti è esplosa l’ossessione della ricerca della propria famiglia ancestrale e dei propri antenati (Maya Jasanof, Anchestor worship, New Yorker 9 maggio 2022):  mentre l'ereditarietà del DNA nucleare è, per metà materna e, per metà paterna, il DNA mitocondriale è strettamene legato all’identità materna: infatti in una coppia di genitori è la donna a trasmettere ai figli il DNA mitocondriale, che viene tramandato sostanzialmente intatto da generazione a generazione: una madre ebrea trasmette il suo DNA mitocondriale a tutte le generazioni successive.

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La memoria e la tirannia degli influencer

Di Davide Cavaliere

Alla fine è successo, la senatrice a vita Liliana Segre ha davvero visitato il Memoriale della Shoah di Milano in compagnia della reginetta del vacuo, Chiara Ferragni, affinché questa, con qualche Instagram stories, mobiliti l’interesse dei giovani su una pagina così importante e tragica della storia. a così importante e tragica della storia. Le fotografie del lieto evento sono imbarazzanti, pure manifestazioni della tirannia dell’apparire che, in questi tempi, incatena anche i più insospettabili tra noi. La compita senatrice è ritratta accanto alla celebre influencer, che per l’occasione sfoggia un viso serioso da studentessa attenta, con alle spalle la parola «Indifferenza».  

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Kòrach. Le ricchezze che fanno male

In questa parashà viene raccontato come avvenne che il levita Kòrach riuscì a convincere gran parte degli israeliti ad aggregarsi al suo partito per soppiantare i cugini Moshè e Aharon alla guida del popolo. È difficile capire come fu possibile che una rivolta potesse avere successo dopo tutti i miracoli operati tramite Moshè e Aharon. Quello che la Scrittura tace ce lo rivela il Midràsh.

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Siccità e crisi climatica: “Pregare si, ma diamoci anche una smossa”

Ariela Piattelli

Dove appare per la prima volta la “piaga” della siccità nella Torah? 

Appena Abramo arrivò nella terra promessa si trovò di fronte a una carestia (ra’av, letteralmente “fame”) che lo costrinse a scendere in Egitto. In Egitto la situazione era differente, l’approvvigionamento idrico non dipendeva dalla pioggia ma dal Nilo. Ma anche in Egitto c’erano cicli di crisi e la storia di Yosef lo dimostra. La sua folgorante carriera da schiavo in prigione a viceré dipese dalla sua previsione della crisi alimentare e il suo piano per superarla.

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I silenzi di Pio XII, il papa che fallì davanti al nazismo

Corrado Augias

Il saggio di David Kertzer sul pontefice, i suoi atteggiamenti nei confronti di Hitler e di Mussolini. E le critiche del Vaticano

Qualche anno fa uscì un saggio dello scrittore britannico John Cornwell molto polemico fin dal titolo nei confronti di Pio XII: Il papa di Hitler. Era un'ingiusta esagerazione. Papa Pacelli non era filonazista, al contrario detestava l'aspetto anticristiano e quasi demoniaco di quella sinistra ideologia. Quello che si può dire è che il suo atteggiamento nei confronti dei due dittatori Mussolini e Hitler fu così cauto da farlo quasi apparire connivente. È in buona sostanza ciò che sostiene David Kertzer nel saggio appena pubblicato: Un papa in guerra (Garzanti) oggetto della polemica che s'è intrecciata (24 e 25 giugno) su queste pagine. Protagonisti lo stesso Kertzer e lo storico cattolico Matteo Luigi Napolitano. Buona polemica, vorrei aggiungere, in buona fede da entrambe le parti, con ragionevoli argomenti.

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Shelàch. Pregare per la riuscita del successore

Tempio di via Eupili - Milano

Nella Parashà di Shelach Lekhà è scritto: “… E Moshè cambiò il nome di Hoshea bin Nun in Yehoshua. (Letteralmente – ‘Possa il Signore salvarti….’)” [Bemidbar 13:16] Tutti i commentatori si chiedono perché Moshè fosse così preoccupato per Yehoshua tanto da sentirsi in dovere di cambiarne il nome. Il Maharal scrive che Moshè aveva un'affinità speciale con Yehoshua perché era il suo discepolo più fedele. Sarebbe stato sconveniente se il discepolo si fosse allontanato dal compiere la sua missione in modo appropriato, mettendo così in imbarazzo il suo Maestro. Di conseguenza, Moshè sentì la necessità di pregare per Yehoshua affinché Hashem lo salvasse da ogni possibile errore.

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L’imperatore, il rabbino e la rucola

CARLO PONTORIERI*

Oggi la rucola o rughetta è comunemente usata in cucina. Esiste anche una versione della pizza napoletana a cui si aggiungono, appena uscita dal forno, scaglie di parmigiano, prosciutto crudo e appunto rughetta: don Antonio Starita, a Materdei, l’ha chiamata pizza “Miss Italia”; Ciro Oliva, alla Sanità, la propone invece bianca; mentre Ciro Salvo si è allargato fino alla pizza carpaccio e rucola; Enzo Coccia invece, dalla sua cattedra in via Caravaggio, offre una variazione con salsiccia e ricotta di bufala.

Se i grandi maestri della pizza napoletana hanno avallato la rucola sulla pizza, vuol dire che è giusto e doveva andare così.

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Shelàch. Spie o turisti?

Questa parashà descrive il viaggio dei dieci esploratori nella terra di Canaan e quello che avvenne al loro ritorno. Il testo inizia con queste parole: “L’Eterno parlò con Moshè e gli disse: Manda per tuo conto degli uomini a esplorare il paese di Canaan che do ai figli d’Israele; manda un uomo per ogni tribù paterna e ognuno di loro sia una persona di rango elevato. Moshè li mandò dal deserto di Paran, secondo il comando dell’Eterno; erano tutti leader dei figli d’Israele (Bemidbàr, 13: 1-3).

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Rav Ariel Di Porto lascia Torino

Due ebrei, tre opinioni, un rabbino

Anna Segre

Otto anni è la durata massima del mandato di un Presidente degli Stati Uniti, il tempo massimo che ha a disposizione per fare la Storia; dunque non dovremmo considerarlo un periodo breve. Questa, però, è una magra consolazione per chi, come gli ebrei torinesi, perde dopo otto anni il suo rabbino capo, Rav Ariel Di Porto, che si accinge a tornare a Roma, sua città natale.

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Beha’alotekhà. Escludere per esaltare

La Parashà della scorsa settimana si è conclusa con l'elenco dei doni che i principi delle tribù hanno portato in onore dell'inaugurazione del Mishkan. Tutte le tribù erano rappresentate tranne la tribù di Levi. Aharon HaKohen, vista l'esclusione della sua tribù, potrebbe aver pensato che l'esclusione fosse la punizione divina per essere stato colui che ha costruito il vitello d'oro. Anche se aveva agito per amore del Cielo, era stato comunque coinvolto, e forse D-o lo riteneva ancora responsabile a un certo livello. Tuttavia, dice Rashi, non era così. Aharon e la sua tribù erano stati esclusi, non per negare loro la partecipazione alla cerimonia di inaugurazione, ma per farli risaltare. Secondo Rashi, la mitzva di accendere la Menorà era per consolare Aharon per essere stato escluso dalle offerte volontarie portate dai principi. Ma come può essere questa una consolazione, chiede il Ramban?

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Matrimonio: un rito laico, non religioso?

L’Istituto di statistica nota che il numero dei matrimoni civili è in progressivo aumento (nell’Italia del nord sarebbero due terzi del totale e nel meridione un terzo); molte altre manifestazioni – un tempo esclusivamente religiose (funerali, nascite) - vengono oggi celebrate in modo laico con l’aiuto di un celebrante che, come segnala un articolo recentemente pubblicato *, ha seguito dei corsi abilitanti per organizzare la cerimonia concordandone i contenuti con gli interessati. Questa nuova figura del celebrante va a sostituire quella del “sacerdote” ed ha la funzione di ritualizzare il momento di passaggio che non si vuole che sia un atto puramente burocratico, come spesso avviene ad esempio nei matrimoni civili fatti in fretta e in serie.

Come si pone l’ebraismo di fronte a questo fenomeno?

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Beha’alotekhà. Lo spirito delle mitzvòt 

La parashà inizia con queste parole: “L’Eterno parlò a Moshè dicendo di parlare con Aharon e di dirgli: “Quando fai ardere i lumi, i sette lumi dovranno spandere la luce verso la parte interna della menorà. E così fece Aharon; egli fece ardere i suoi lumi verso la parte interna della menorà come l’Eterno aveva comandato a Moshè”.  

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Lo stupro di massa di donne ebree a Livorno nel 1610

Monia Sangermano

Nel 1610, un medico e padre fondatore della città di Livorno, organizzò lo stupro di massa delle donne ebree ridotte in schiavitù dal Marocco in un complotto per estorcere denaro agli ebrei locali

Che la storia della schiavitù sia piena di racconti di orrore, ingiustizia e miseria inflitti dagli uomini ai loro simili non è di certo una novità. Ogni volta, però, in cui ci si trova di fronte al racconto di vicende simili, non si può far altro che rabbrividirne e chiedersi come sia potuto accadere. Una di queste storie dimenticate è ora emersa da documenti di 400 anni fa ritrovati nei polverosi archivi del Granducato di Toscana.

Nel 1610, un gruppo di donne ebree schiave del Marocco fu violentato in gruppo nella prigione per schiavi della vivace città portuale rinascimentale di Livorno, come racconta Tamar Herzig, professore di storia moderna all’Università di Tel Aviv. Gli autori del gesto erano detenuti cristiani locali condannati ai lavori forzati e ridotti in schiavitù e musulmani tenuti nella stessa struttura, riporta Herzig in uno studio pubblicato sull’American Historical Review.

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La comunità ebraica russa in difficoltà dopo la fuga del rabbino di Mosca

Preoccupazione e anche difficoltà in una delle più autorevoli comunità del grande impero multi-etnico russo: il rabbino capo di Mosca, Pinchas Goldshmidt, sarebbe stato costretto a lasciare il Paese per essersi rifiutato di sostenere la guerra contro l’Ucraina. La notizia è venuta dalla nuora del rabbino, la giornalista Avital Chizhik-Goldshmidt, la quale ha sottolineato che la partenza di Goldshmidt era avvenuta due settimane dopo l’inizio dell’invasione russa. Il rabbino ha poi rilasciato un’intervista al britannico “The Times” precisando di aver dovuto finora tacere ed evitare di condannare pubblicamente l’invasione poiché responsabile della «sopravvivenza» della comunità ebraica di Russia – ufficialmente pari a 232.267 persone, circa lo 0,16% della popolazione totale secondo il censimento del 2002, ma almeno il doppio, tenuto conto del milione e mezzo di ex-sovietici oggi cittadini d’Israele, frequenti ospiti delle terre natie.

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Nasò. Uno strano censimento

Tempio di via Eupili - Milano

La Parashà Nasò inizia con l'istruzione di "contare anche la famiglia di Ghershon" [Bamidbar 4:22]. Levi ebbe tre figli: Ghershon, Kehat e Merari. Alla fine della Parashà della scorsa settimana i Leviim vengono contati separatamente dal resto del popolo ebraico e viene fatta una descrizione del conteggio della famiglia di Kehat, uno dei figli di Levi. La Parashà di Nasò, riprende da dove Bamidbar si era interrotta, con l'istruzione di contare la famiglia di Ghershon. A questo seguirà il comandamento di contare i figli del terzo figlio di Levi, Merari. L'Abarbanel chiede perché la Torà ha diviso il conteggio dei Leviim in modo così strano. Ci si aspetterebbe che tutti e tre i rami della famiglia di Levi fossero menzionati nella Parashà di Bamidbar poiché lì inizia il conteggio della famiglia di Kehat, oppure che la Parashà di Nasò iniziasse con il conteggio dei Leviim e ncludesse tutti e tre i rami della famiglia. Qual è lo scopo di dividere il conteggio dei Leviim?

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Nasò. Dalla gelosia all’antisemitismo

Questa parashà tratta l’argomento della moglie che si comporta in modo poco consono al suo ruolo (sotà) e fa sospettare il marito d’infedeltà. Il marito ingelosito, avendo diffidato la moglie alla presenza di testimoni e non essendo riuscito a farne cambiare il comportamento, non sa cosa fare perché non vi sono testimoni d’infedeltà coniugale. Se il marito non vuole divorziare, al fine di riportare la pace in famiglia, la Torà prescrive una procedura che elimina ogni dubbio. Tutto questo è descritto in un lungo passo di ventuno versetti in questa parashà  (Bemidbàr, 5: 11-31). Nella Torà la parola gelosia è indicata dal termine “kinà”, scritto con le lettere kof nun alef.

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Liberazione di Roma e Mazzini nelle derashòt di rav Prato per Shavu’òt

Amedeo Spagnoletto

Rav David Prato tornò alla guida della comunità di Roma nel 1945 al termine di una delle parentesi più tragiche per gli ebrei della Capitale, e dal pulpito di legno che giace relegato da tanti anni in un angolo buio del tempio grande teneva le derashòt al pubblico.  I suoi discorsi sono raccolti in un volume intitolato “Dal pergamo della comunità di Roma”, consegnato in dono a tante famiglie negli anni ’50 dall’amministrazione. Shavuot è l’oggetto di due brani che hanno in comune il tema principale. La libertà. Un patrimonio che il popolo ebraico è pronto a condividere con tutta l’umanità. Rav Prato da grande oratore, ne invoca la proclamazione ben al di là dei confini dei templi o delle chiese; le genti, secondo lui avevano bisogno di una diffusione capillare del Decalogo; come per le discussioni politiche, gli spazi aperti potevano diventare luoghi in cui affrontare i principi morali racchiusi nei 10 comandamenti. In piazze, colline e montagne si augurava che un giorno il Sefer sarebbe stato innalzato come un vessillo per tutti i popoli. Siamo ai primi di giugno del 1947 e il riferimento alla contemporaneità non può che essere la liberazione di Roma avvenuta soli tre anni prima. Per gli ebrei della capitale una “resurrezione” che si era potuta compiere a suo dire, grazie ai soldati ebrei di Eretz Israel che avevano lasciato il sangue e che erano eroi al pari dei martiri del ghetto di Varsavia.

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Shavuòt, la festa senza storia

Tempio di via Eupili – Milano

Nella spiritualità, c’è un processo in tre fasi: L’hit’batlut (auto-annullamento o annullamento dell’ego), la devekut (attaccamento a D-o, cercare di avvicinarsi a D-o) e la nitz’chiut (acquisire l’eternità attraverso le nostre azioni e attraverso l’osservare le mitzvot). Questo processo in tre fasi descrive con precisione la progressione della crescita di un albero.

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Il rispetto dei ruoli che crea l’armonia

Parashà di Bemidbàr

Tempio di via Eupili – Milano

Nella Parashà di Bamidbar viene descritto come a Moshè fu comandato di contare i membri di ciascuna delle dodici tribù di Israele. Una volta fatto ciò, a Moshè fu comandato di organizzare l’accampamento delle tribù con tre tribù che viaggiavano davanti al Mishkan, tre per lato e tre dietro. Queste formazioni erano chiamate “degalim”, letteralmente le diverse bandiere che ciascuna tribù aveva. La formazione che Moshè stabilì era identica alla disposizione stabilita da Yaakov per i suoi figli quando lo avrebbero portato fuori dall’Egitto per essere sepolto nella Tomba dei Patriarchi a Chevron.

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Shavu’òt. La notte del Tikkùn

La festa di Shavuòt, a differenza di Pèsach e Sukkòt, non è caratterizzata da nessuna mitzwà comandata dalla Torà, se si fa eccezione delle regole che riguardano le offerte e i sacrifici della Festa. Ciò, tuttavia, non ha impedito che nel corso dei secoli si sviluppassero dei minhaghìm propri di questa Festa, legati ai vari aspetti di questa giornata ed in particolare al ricordo del Mattàn Torà. Secondo la tradizione rabbinica i Dieci Comandamenti furono pronunciati infatti proprio il 6 di Sivan, il giorno di Shavuot, benché non sia scritto espressamente nella Torà; ogni anno riviviamo l’esperienza straordinaria del Dono della Torà, che unì allora tutto il popolo d’Israele “come una persona, con un solo cuore” e che spezzò definitivamente le catene della schiavitù egiziana a cui erano ancora legati.

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I dilemmi etici imposti dalla guerra postmoderna

Livorno, 29.5.2022

La guerra, a differenza di quanto è avvenuto nel mondo occidentale e arabo, non ha rivestito un ruolo particolare nella formazione della coscienza del popolo ebraico (vedi Sharir 2010, 198-213). L’evento formativo della coscienza nazionale ebraica è l’uscita degli ebrei dall’Egitto. Gli ebrei non hanno parte attiva nelle dieci piaghe e nell’annegamento degli egiziani nel Mar Rosso. Per lungo tempo, in diaspora, le espressioni bibliche che lodavano l'eroismo militare venivano interpretate allegoricamente e riferite allo studio della Toràh (Di Porto 2016).

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Camminare e progredire

Parashà di Bechukkotài

Tempio di via Eupili – Milano

Alla fine del Libro di Vayikrà, diversi capitoli sono dedicati alla descrizione delle ricompense che ricevermo se osserveremo le mitzvot e delle punizioni che ci colpiranno se decidessimo di ignorarle. La Parashà di Bechukotai inizia con il versetto “im bechukkotai telèchu” (Vayikrà 26:3). La maggior parte traduce questa frase come “se seguirai i Miei decreti”. Tuttavia, la parola telèchu deriva dalla radice ebraica halach, che significa camminare, e quindi questa frase potrebbe essere tradotta letteralmente come “se camminerai secondo i Miei decreti”.

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Mariupol e gli altri assedi biblici

Come l’ombra dell’uccello che vola…

L’attualità letta ebraicamente

L’attuale conflitto tra Federazione Russa e Ucraina pone molte domande e non potremo affrontarle e cercare di approfondire tutti gli aspetti dei quali la Halakhà e il pensiero ebraico  si sono interessati. Innanzi tutto osserviamo che la tradizione ebraica si è occupata soprattutto delle guerre che ha affrontato il popolo ebraico, ma non tanto di quelle delle altre nazioni, e questo nonostante che la guerra sia purtroppo una delle manifestazioni più comuni della storia. La Torà e le mizvoth sono state date al popolo d’Israele e non ai gentili: per quanto riguarda gli altri popoli, il Talmud tratta sostanzialmente delle Sette Leggi di Noè destinate all’Umanità e, tra queste, la proibizione di versare sangue innocente, di rubare e di fare violenza sessuale (stupro): questi comandamenti sono stati trasgrediti nel conflitto in Ucraina.

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Quando un passo indietro è un passo in avanti

Parashà di Behàr

Tempio di via Eupili – Milano

Nella Parasha di questa settimana vengono descritte le mitzvot della Shemità e del Yovel, la mitzva che prevede che ogni sette anni la terra di Eretz Yisrael rimanga incolta e ogni sette cicli di Shemità inizi l’anno giubilare in cui tutti i servi vengono liberati. Per lo Yovel, la Torà comanda (Vayikra 25:9) “Suonerai lo Shofar in tutto il paese”, una mitzvà eseguita durante il Kippur dell’anno Yovel, il momento in cui tutti gli schiavi sono diventati liberi.

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Nelle mitzvòt, l’Uomo conta più di Dio

Parashà di Emòr

Tempio di via Eupili – Milano

Nella Parashà di Emor, questa settimana, leggiamo quella che è chiamata la Parashat HaMoadot, la sezione sulle festività. La Torà esamina in dettaglio tutte le festività ebraiche da Pesach a Sukkot. Una descrizione così lunga la si può trovare solo nella Parashà di questa settimana e nel libro di Bamidbar in Parashat Pinchas, che elenca le offerte di Musaf. Dopo che la Torà ci descrive le feste di Pesach e di Shavuot, leggiamo il seguente versetto: E quando mieterai la messe della tua terra, non libererai totalmente gli angoli del tuo campo, né raccoglierai la spigolatura della tua messe. Li lascerai ai poveri e allo straniero, Io sono Hashem il tuo D-o. La Torà ci comanda di non mietere l’intero campo, ma di lasciare un angolo dei raccolti, e di non raccogliere le spighe che cadono durante la mietitura, perché sono destinate ai poveri e agli stranieri. Perché la Torà elenca queste mitzvot nel mezzo della descrizione delle festività? Questi comandamenti li abbiamo già trovati nella Parashà della scorsa settimana.

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Quando i giorni dialogano tra loro

Il Sole, la Luna e l’eclissi

L’attualità letta ebraicamente

La recente eclissi di Sole è stata accolta con indifferenza: un tempo questi eventi suscitavano grande interesse e talvolta venivano accompagnati da previsioni di grande sventure.  La letteratura si è spesso occupata delle eclissi, anche la Bibbia ne parla e i commentatori hanno cercato di capire quale sia il messaggio che ne possiamo dedurre. In effetti anche noi potremmo disinteressarci del tutto di un fenomeno che è naturale e che sappiamo esattamente quando accadrà. Oltre all’eclissi di Sole ci sarà presto anche un’eclissi di Luna. Ogni evento deve offrirci un’occasione per riflettere sul significato che hanno per la nostra esistenza. I due momenti importanti del corso lunare sono il novilunio (nel quale può avvenire l’eclissi di sole) e il plenilunio in cui può verificarsi una eclissi di Luna. In questi fenomeni sono coinvolti i due astri che sono alla base della misurazione del tempo e del calenda – lunario ebraico, un fatto che dovrebbe farci riflettere.

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Precetti per vivere e non per morire

Parashà di Kedoshìm

Tempio di via Eupili – Milano

Nella Parashà di questa settimana è scritto: “E proteggerai i Miei statuti e le Mie leggi, li attuerai e ne farai parte della tua vita, sono Hashem.” (Vayikra, 18:5). Rashì commenta: E ne farai parte della tua vita: “Nel prossimo mondo, perché se dirai [si riferisce a] questo mondo, la tua fine è morire.”

Abbiamo visto come Rashi spiega che la Torà nel versetto citato si riferisce alla vita nel mondo a venire. Tuttavia, la Ghemara deriva una lezione molto diversa da questo versetto. La Ghemara in Yoma riporta una lunga discussione sulla fonte dell’Halacha che obbliga a trasgredire qualsiasi mitzva, (ad eccezione dell’omicidio, dell’idolatria e dell’immoralità) al fine di salvare una vita. Shemuèl afferma che la fonte è il versetto della Torà nella Parashà di questa settimana: “ne farai parte della tua vita” (Vechai Bahem). Shemuèl spiega che qui la Torà sta alludendo al fatto che si dovrebbe vivere attraverso l’osservare le mitzvot e non morire a causa delle mitzot stesse, quindi non si dovrebbe fare un mitzva che potrebbe provocare la morte. La Ghemara conclude che l’interpretazione di Shmuel è la migliore.

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L’uomo designato

Parashà di Acharè Mot

Tempio di via Eupili – Milano

La Parashà di Achare Mot ci insegna che deve essere designato un individuo ad assumere la custodia del capro espiatorio inviato nel deserto e condurlo alla sua destinazione finale. Questo individuo è indicato dal testo semplicemente come un ish iti, un “uomo designato” (letteralmente “un uomo tempestivo”). Questo ruolo è così significativo nel processo di espiazione comunitaria che vengono allestite una serie di stazioni intermedie lungo il suo percorso nel deserto. Ad ogni stazione, all’ish iti viene offerta la possibilità di interrompere il suo Kippur, in modo che possa conservare la forza necessaria per completare con successo la sua missione. Il Talmud testimonia che nessun ish iti ha mai interrotto Kippur. Secondo la Torà, chiunque può ricoprire il ruolo di ish iti; i Sommi Sacerdoti, tuttavia, hanno sempre imposto che questo ruolo fosse assunto solo da un Kohen.

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Adòn ’Olàm

Adon ‘olam è un componimento poetico che è entrato a far parte della liturgia, quotidiana e dello Shabbat, probabilmente non prima del XV sec. È possibile sostenere ciò partendo dalla sua omissione nell’Abudarham (che risale circa al 1340). Tuttavia è opportuno segnalare come, pur essendo stato rinvenuto in testi della ghenizà, non ci siano elementi che consentano di individuarne la provenienza o la datazione. La prima apparizione certa del brano è nell’Etz chayim, di Ya’aqov ben Yehudà di Londra, che risale circa al 1286, alla fine della tefillà di Shachrit di Tishà beAv.

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Il 25 aprile e Yom Ha’atzmaùt

Il 25 aprile fu istituito come festa della Liberazione il 27 maggio 1949 per commemorare la liberazione dell'Italia dall’occupazione nazista e la definitiva caduta del regime fascista: questa data è particolarmente sentita dalla Comunità ebraica perché ha significato la fine delle discriminazioni e delle leggi razziali dopo il ventennio fascista. Proprio in questo periodo cade Yom ‘Azmaùt, la festa dell’Indipendenza di Israele, stabilita dal Governo provvisorio alla fine del Mandato britannico nel maggio 1948, dopo quasi duemila anni di diaspora.

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תחת מעטה הנזירה: המנהלת היהודייה ששמרה על זהותן של תלמידותיה

בתושייה ובאומץ לב הצילה מנהלת בית הספר היהודי ברומא את חייהם של עשרות מתלמידותיה בתקופת השואה, והצליחה אף לשמר את זהותן היהודית בתוך המנזר שבו התחבאו

 יעקב לאטס

Elena Ravenna

עם עלייתה לשלטון של המפלגה הפשיסטית באיטליה בראשות בניטו מוסוליני, בשנת 1922, אחד הצעדים הראשונים שביצעה הממשלה היה ארגון מחדש של מערכת החינוך במדינה, והכנסתם של לימודי הדת הנוצרית הקתולית כמקצוע חובה. מאחורי צעד זה עמדה התפיסה שראתה כחובתה של המדינה לספק לאזרחיה לא רק חינוך אלא גם שירותי דת, ובמיוחד חינוך דתי. מטרתה של הרפורמה הייתה להפוך את החינוך במדינה מחילוני לדתי. בהתאם לתפיסה זו, שבע שנים לאחר מכן חתמה אותה ממשלה על הסכם עם הכנסייה, שהפך את הנצרות הקתולית לדת הרשמית של המדינה.

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Pèsach. “Vendere casa” per non fare le pulizie?

Commentando nel Birkè Yossef la discussione fra i Maestri se è lecito delegare altri a eliminare il nostro Chametz in vista di Pesach (Shulchan ‘Arukh, Orach Chayim 434, 4), il Chidà di Livorno (sec. XVIII) narra di una controversia sorta in una località imprecisata dei tempi suoi. Reuven e Shim’on erano vicini di casa: il primo possedeva un appartamento con molte stanze, mentre il secondo viveva in un monolocale. Reuven faticava a pulire la casa per Pesach data la sua ampiezza. Shim’on, d’altronde, dopo aver terminato rapidamente il lavoro nella sua modesta abitazione, decise di propria iniziativa di dare una mano al ricco dirimpettaio. Evidentemente aveva accesso al suo appartamento e senza dirgli nulla glielo fece trovare sgombro, credendo sinceramente di fargli un favore. Ma Reuven non apprezzò l’idea, al punto di rivolgersi per un parere rabbinico al Chidà: Shim’on gli aveva sottratto una Mitzwah che spettava al padrone di casa. Il Chidà diede ragione a Reuven. Secondo la Halakhah, se una persona porta via ad un’altra l’opportunità di eseguire un precetto, gli sottrae la ricompensa della Mitzwah stessa e ciò costituisce un danno, che i nostri Maestri arrivano a quantificare in una multa (Bavà Qammà 91b e Tos. ad loc. s.v. chiyyevò; Maimonide, Hil. Chovèl u-Mazzìq 7, 13-14).

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Pèsach a Roma nell’anno 70 prima dell’era volgare

Nello Shulchàn ‘Arùkh,in relazione al minhàg (usanza) di mangiare carne arrosto durante il sèder di Pèsach,rav Yosef Caro (Toledo, 1488-1575, Safed) scrive (O.C., 476:1): “Si mangia carne arrostita dove esiste l’usanza di mangiare arrosto nelle sere di Pèsach; dove non esiste questa usanza non si consuma carne arrostita. Questa è una misura istituita [dai Maestri] affinché la gente non dica che si mangia la carne del sacrificio di Pèsach. In ogni luogo è comunque proibito consumare un agnello arrostito intero durante questa notte [allo spiedo, come si faceva quando esisteva il Bet Ha- Mikdàsh] perché appare che si mangino carni sacre al di fuori [di Yerushalamim].  Se però l’animale è tagliato a pezzi, mancante di una parte o in parte bollito [e poi arrostito intero] è permesso”.  

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Vino e matematica alla tavola del sèder

1. A cosa corrispondo i quattro bicchieri di vino?

I Maestri hanno prescritto di bere durante il Seder quattro bicchieri di vino: il primo durante il Qiddùsh, il secondo alla fine del Magghìd, il terzo alla fine della Birkat Hamazòn e il quarto alla fine dell’Hallèl. Il Talmud Yerushalmì spiega che sono in corrispondenza delle quattro espressioni di liberazione riferite a Moshè all’inizio della Parashà di Vaerà: “Io vi farò uscire… vi salverò dal loro duro lavoro, vi libererò…vi prenderò come Mio popolo”. 

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La festa di Pesach tra Halakhà e tradizioni

Per rispondere ai quesiti sulla concomitanza tra Pesach e Shabbat e per spiegare le regole e le tradizioni del Seder, il Rabbino Capo di Roma Rav Riccardo Di Segni ha tenuto una lezione dedicata a Pesach al Palazzo della Cultura, organizzata dalla Segreteria della Consulta CER. Nozioni e approfondimenti hanno esplorato Halachà e tradizioni, a pochi giorni dalla vigilia della festa, che quest’anno cadrà di Shabbat.

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Saper ripartire

Parashà di Metzorà

Tempio di via Eupili – Milano

La Parashà di Metzorà delinea il processo di purificazione per una persona colpita da tzara’at. Una delle fasi essenziali di questo processo è la tevilà in un mikve. Il Sefer HaChinuch suggerisce una ragione per la quale la tevilà è una parte fondamentale nel processo di pentimento del metzorà: Il mondo prima della creazione dell’uomo era pieno d’acqua. Il mikve quindi simboleggia un ritorno all’inizio della creazione. Immergersi nell’acqua è un modo per lasciarsi alle spalle gli errori del passato e ricominciare da capo.

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Per qualche briciola lievitata

Perché il governo israeliano potrebbe cadere sul chamètz a pochi giorni da Pèsach.

David Piazza

Inquadrare la mossa repentina del deputato Idit Silman solamente nelle strette categorie del rapporto tra stato e religione, non aiuta purtroppo a capire l’iceberg che si nasconde sotto la crisi di governo che si è forse aperta stamattina. Da anni infatti la Corte Suprema d’Israele, un paese senza una legge costituzionale, persegue senza alcun chiaro mandato istituzionale, obiettivi politici e sociali di ridefinizione dell’identità ebraica del paese, con sentenze che mirano a rafforzarne la componente democratica e universalista a danno di quella identitaria e particolarista.

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Che cosa è più bello: l’opera di Dio o l’opera dell’uomo?

Parashà di Tazrìa’

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

La congiunzione delle due Parashot, Tazria e Metzora, che spesso vengono lette insieme senza interruzione, è notevole. La prima, Tazria, parla di nascita, la seconda, Metzorà, di una specie di morte (un lebbroso è considerato parzialmente morto; cfr Nedarim 64b). La Parashà di Tazria descrive l’accoglienza gioiosa di un nuovo ebreo mediante la milà, la circoncisione, mentre la Parashà di Metzorà racconta l’espulsione del lebbroso dalla comunità. La tensione tra questi due opposti, questa dialettica tra nascita e morte, tra piacere e dispiacere, tra gioia e rifiuto, ci parla della condizione umana in quanto tale. Inoltre, questa tensione contiene insegnamenti fondamentali dell’ebraismo.

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Perché la radice di ogni resistenza è l’esodo di Mosè

Un evento che è passato quasi inosservato è stata la decisione dell'orchestra e coro di Odessa di cantare in piazza Va' Pensiero del Nabucco di Verdi. Il messaggio era molto chiaro: il coro nostalgico degli esuli e schiavi ebrei in Babilonia si riferiva alla lotta degli italiani contro la forza occupante austriaca, mentre l'obiettivo era chiaramente l'aggressore russo. Perché ispirarsi all'Esodo e andare così indietro nella storia per esprimere la propria voglia di libertà? Scrive Michael Walzer nel suo saggio Esodo e rivoluzione che la storia della liberazione del popolo ebraico dall'Egitto è diventata il paradigma di ogni rivoluzione: la rivoluzione di Spartaco e degli schiavi neri negli Usa che hanno trasformato il loro desiderio di liberazione dall'oppressione egiziana in uno canto ben noto (Go Down Moses).

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È veramente grande chi cade e si rialza

Parashà di Sheminì

Tempio di via Eupili – Milano

Nel Talmud Yerushalmi, in Yevamot, è raccontato il seguente episodio: “Rav, ti preghiamo”, chiesero i cittadini di Simonia a Rabbi Yehuda HaNassi. “Rav, mandaci qualcuno che ci guidi, ci insegni la Torà e si prenda cura dei nostri bisogni. Mandaci qualcuno come te”. A questa richiesta, Rabbi Yehuda HaNassi “ha mandato loro Levi bar Sisi”. La gente di Simonia fu elettrizzata dalla notizia che il loro capo spirituale sarebbe presto stato tra loro. Costruirono un grande palco, con una sedia simile a un trono su cui si sarebbe seduto Levi bar Sisi. Quando giunse, lo posero su quella sedia e lo lodarono grandemente. Presto iniziarono ad avvicinarsi a lui con le loro domande. Domande sulle Parshiyot, sull’halachà, sui matrimoni. Uno dopo l’altro, i cittadini si avvicinarono a lui e posero le loro domande ma non ricevettero alcuna risposta, perché nonostante tutte le domande, Levi bar Sisi rimase in silenzio. “Rabbi Yehuda!” gridarono: “È così che soddisfi la nostra richiesta?” Rabbi Yehuda era confuso. «Portarelo qui» suggerì. Rabbi Yehuda si sedette con Levi bar Sisi e gli fece una domanda dopo l’altra e Levi bar Sisi rispose a ciascuna domanda in modo preciso, accademico e pio. “Perché non hai risposto quando ti sono state poste le domande dai cittadini?” chiese Rabbi Yehuda Hanassi, stupito che la sua esperienza potesse essere così diversa da quella della gente di Simonia. “Mi hanno fatto questo enorme palco e mi hanno fatto sedere su una sedia sopra il palco”, disse tristemente Levi bar Sisi. “Sono stato così affascinato dall’importanza che mi hanno dato che non riuscivo a funzionare correttamente.”

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Abusi e molestie sessuali nella Halakhà

L’attualità letta ebraicamente

Le molestie e gli abusi sessuali – che hanno raggiunto l’apice con il movimento #me too negli Stati Uniti e poi in altri paesi – hanno incontrato una vasta opposizione e una forte una reazione in tutto il Mondo. Naturalmente anche i Maestri della Halakhah hanno dovuto affrontare molte domande e tra queste: 

  • Quali mezzi possono essere impiegati per prevenire gli abusi sessuali? 
  • Chi possiede l’autorità per esercitarli? 
  • Quale linea di condotta viene consigliata quando l’imputato nega le sue presunte azioni?

Ognuna di queste domande richiede una discussione e un’analisi specifica e non potremo affrontarle in tutti i dettagli:  tuttavia c’è una domanda fondamentale che deve essere affrontata: la Torah come considera un atto di abuso sessuale? Si tratta di un’infrazione civile minore, oppure lo stupro  può essere equiparato all’omicidio?

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Un fuoco non distruttivo

Parashà di Tzav

Tempio di via Eupili – Milano

«L’olocausto resterà sull’altare tutta la notte e il fuoco vi durerà (Vayikrà 6,2)». I commentatori hassidici notano che “in esso” – tukad bo – si può leggere “in lui”. Il fuoco deve essere nel Sacerdote; deve essere riempito del desiderio ardente di servire D-o. Il fuoco da accendere è un esh tamid, un fuoco perpetuo, deve essere bruciato sull’altare e non si spegnerà (ibid., 6:6).

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Purìm. Si torna alla vita

Furono mandate delle lettere per mezzo di corrieri in tutte le provincie del re perché si distruggessero, si uccidessero, si sterminassero tutti gli ebrei, giovani e vecchi, bambini e donne… (Estèr III, 13)

Per Hamàn non era sufficiente sterminare – leabèd il popolo ebraico. Prima dello sterminio voleva anche lehashmìd ve-laharòg distruggere e uccidere uomini, donne e bambini. Nel testo della Meghillà, come si evince anche da una semplice lettura, vi sono tanti sinonimi che indicano il desiderio di annientare il popolo ebraico. Ma nella Meghillà, come in tutto il resto del Tanàkh, non vi sono mai termini superflui.

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Come un’utopia può diventare realtà

Dall’intervento tenuto a Milano il 13 marzo al Forum sulla guerra in Ucraina organizzato da La Repubblica.

1.     Quando si vuole aprire una guerra con un paese bisogna aprire con una proposta di pace (Deuteronomio 20: 10): gli effetti di un rifiuto a rispondere a una proposta di pace anche se onerosa per chi la accetta, possono risolvere problemi molto gravi. Tutto dipenderà dalle persone che dovranno trattare.   

2.     Al di là delle gravi perdite umane e non solo che questa guerra comporta, essa può/deve essere vista come un’opportunità da non perdere per cambiare il mondo. Questo riguarda le forze che si combattono Russia e Ucraina, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti per il ruolo che hanno avuto prima e durante la guerra. Il modo in cui si risponderà a questa situazione, potrà essere utilizzato come spunto per altre situazioni simili nel pianeta.

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Sacrificare la nostra animalità

Parashà di Vayikrà

Tempio di via Eupili – Milano

La Parashà di Vayikra è l’inizio del terzo libro della Torà, spesso indicato come Torat Kohanim, la Torà dei sacerdoti, e spiega tutti i rituali dei sacrifici. Gran parte di questa Parashà si occupa dei sacrifici animali che possono essere offerti per tutti i diversi peccati e trasgressioni. Alcuni trovano queste Parashot sgradevoli da leggere, al punto che storicamente alcuni editori hanno voluto omettere questo libro dicendo che era “arcaico e irrilevante nel mondo di oggi”. Rav Soloveitchik fa notare che quando qualcosa solleva un’opposizione così forte, sai che si sta parlando di qualcosa di importante. Dopo un’attenta lettura, diventa chiaro quanto avesse ragione. Fin dalla prima Parashà, il libro di Vayikrà ci dà diversi insegnamenti .

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Quale ruolo per gli ebrei nell’identità europea?

L’attualità letta ebraicamente

Uno degli aspetti che sta entrando sempre più nel dialogo sull’Europa è il dibattito di cosa sia la “L’identità europea”. La domanda in realtà non è solo cosa sia l’identità europea, ma come la si costruisce una volta definita. Innanzi tutto bisogna intendersi su cosa sia l’identità e quali sono i pericoli insiti nel rincorrere le singole identità: l’Europa è stata attraversata per secoli da conflitti che hanno prodotto migliaia e talvolta milioni di morti per imporre il predominio di una identità sulle altre. I movimenti politici che volevano imporre una identità “superiore” alle altre mediante la forza dimostrano quanto sia pericoloso un percorso che tenda a creare una “nuova” identità.

E’ possibile costruire un’identità condivisa? Quali sono gli strumenti necessari? Quale potrebbe essere l’idea portante?

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Il futuro delle donne

Parashà di Pekudè

Tempio di via Eupili – Milano

Nella Parashà di Pekude il versetto dice: “E ogni uomo il cui cuore lo ispirava venne, e chiunque era di spirito generoso portò la sua offerta alla Tenda del Convegno” [Shemot 35:21]. Dopo che Moshe ha convocato le persone e le ha esortate a fare una donazione al Tabernacolo, le persone hanno iniziato a portare il materiale. “E gli uomini vennero sulle donne (al haNashim)” [35:22]. Rashi interpreta questa sintassi unica nel senso che gli uomini sono venuti con le donne.

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In ricordo di Virginia Gattegno z.l.

Virginia Gattegno ha scelto per andarsene il mese di Adar I, il mese in cui cade Purim katan, forse per dirci “Non siate tristi, io ho passato momenti terribili nei campi di sterminio, ma non solo sono ancora qua e ho formato una famiglia, ho avuto delle figlie e delle nipoti”. Io ho conosciuto Virginia negli anni in cui sono stato a Venezia e ho frequentato la Casa di Riposo soprattutto il Venerdì pomeriggio, quando andavo a parlare della Parashà settimanale e aiutavo le donne che vivevano ancora in Casa di Riposo ad accendere le candele di shabbat e a cantare per loro (e talvolta anche assieme a loro) Lechà dodì. Virginia accendeva e ascoltava, e talvolta interveniva con qualche domanda. 

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Saper apprezzare

Parashà di Vayakhèl

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

Leilui nishmat Avi uMorì haRav Eliahu ben David Richetti

La Parasahà di Vayakhel inizia con la mitzvà dello Shabbat. “Sei giorni il tuo lavoro sarà compiuto e il settimo giorno sarà per te santo, uno Shhabbat per Hashem”. La formulazione del versetto è molto interessante. Cosa si intende per “il tuo lavoro sarà compiuto”? Il nostro stato d’animo deve essere tale che tutto il nostro lavoro sia completato – solo allora possiamo entrare nello Shabbat correttamente. Come possiamo avere un tale atteggiamento quando sappiamo che in realtà il nostro lavoro è lontano dall’essere finito? Spesso siamo nel mezzo di molte cose il cui risultato avrà un grande impatto sulla nostra vita. La formulazione del versetto resta dunque strana.

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Un figlio non può venire al mondo che contro la sua volontà

L’attualità letta ebraicamente

Mettere al mondo un figlio: un crimine?

Il problema del decremento demografico sta allarmando i paesi occidentali e l’Italia in particolare. Qualcuno ha fatto notare che, con l’andamento attuale delle nascite, la popolazione italiana decrescerà a tal punto che tra cento anni, la popolazione dell’Italia sarà dimezzata e tornerà ad essere pari a quella di cento anni fa. La diminuzione e l’invecchiamento della popolazione avrà come conseguenza immediata la mancanza di forza lavoro per garantire i servizi cui la società si è abituata e la mancanza di versamenti contributivi creerà dei problemi al pagamento delle pensioni: due aspetti non indifferenti per l’equilibrio della società.

Nel contempo però qualcuno protesta per il solo fatto di essere stato messo al mondo E’ il caso Raphael Samuel, un antinatalista impegnato, ha 27 anni ed è di Mumbai: lui ritiene  che i genitori abbiano sbagliato a metterlo al mondo senza chiedere il suo consenso e pertanto ha deciso di denunciarli in Tribunale.

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La “dolce morte” di Rabbi Chaninà ben Teradiòn – L’eutanasia in un caso narrato nel Talmud

Regolarmente si torna a parlare in Italia dell’eutanasia. Qual è il punto di vista ebraico su questo tema? Senza pretendere di essere esaustivi su un argomento complesso e dai numerosi risvolti, proviamo a evidenziarne i princìpi generali partendo da un racconto del Talmud. L’episodio si svolge durante le dure persecuzioni degli ebrei sotto l’imperatore Adriano, dopo la rivolta di Bar Kokhbà del 132-135. Nonostante i Romani avessero proibito lo studio della Torà, Rabbì Chaninà ben Teradiòn – uno dei più importanti maestri dell’epoca, la cui figlia Beruria andò in moglie a Rabbì Meir – continuava a insegnare Torà pubblicamente, portando costantemente con sé un Sefer Torà. Alla fine fu catturato dai Romani e messo a morte. Rabbì Chaninà, insieme a Rabbì Aqivà e a Rabbì Yishmaèl, fu uno dei “dieci martiri” morti durante le persecuzioni romane. Ecco come l’episodio è raccontato nel Talmud, nel trattato Avodà zarà (18a), qui sintetizzato e adattato per ragioni di spazio:

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“La bocca dei pargoli”: la tefillà dei bambini

Torino, 19 Adar I 5782 (20.2.2022)

La recente emergenza sanitaria ha coinvolto in molti contesti i bambini in modo considerevole. Sebbene fortunatamente siano stati risparmiati nella stragrande maggioranza dei casi dai problemi di salute, è indubbio che a vari livelli siano risultati fra i più penalizzati in assoluto. C’è il timore fondato che alcune conseguenze del periodo eccezionale che stiamo vivendo si faranno sentire pesantemente in futuro.

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Le capacità che rendono unico ognuno di noi

Parashà di Ki Tissà

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

Ci sono aspetti del racconto della costruzione del Tabernacolo nel deserto che sembrano incredibili, tanto che alcuni critici tendevano a rifiutare a priori la sua accuratezza storica. Studiosi più recenti, citando possibili parallelismi antichi e moderni, hanno adottato un approccio più cauto. In ogni caso, due domande sorgono alla maggior parte dei lettori: Dove sono stati reperiti i materiali preziosi necessari per la costruzione? E poi, chi tra la gli ex schiavi in Egitto avrebbe posseduto le capacità necessarie per assemblare quei materiali per il Tabernacolo e per i suoi utensili? Una stima del fabbisogno di materiale includerebbe una quantità non specificata di legno di acacia, più di una tonnellata d’oro, più di tre tonnellate di argento e almeno due tonnellate e mezzo di bronzo, insieme a notevoli quantità di tessuti tinti, pelli di animali, pietre preziose, olio e spezie.

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Universi paralleli o mondi superiori? La metafisica e gli stati molteplici dell’essere

Torino, 15.2.2022

Il problema della possibilità di esperire, pensare o dire il divino attraversa tutta la storia del giudaismo, e diviene cruciale nella mistica. L’orizzonte intellettuale nel quale si sviluppa la riflessione in merito è anzitutto quello biblico. Nel testo biblico sono individuabili varie prospettive sul tema (vedi Mottolese 2006, 25-26). L’esito è stato lo sviluppo nella storia del pensiero ebraico in quella che Gershom Scholem vedeva come una tensione fra il “bisogno religioso” di pensare una relazione concreta e vitale con la divinità e l’”urgenza teologica” di mantenerne l’assoluta trascendenza. In molti discorsi della tradizione ebraica non si avverte il timore di affidarsi all’analogia fra le forme dell’umano e le forme del divino, mettendo in relazione gli eventi del mondo terreno e del mondo celeste (Mottolese 2006. 39). 

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San Valentino di sangue

Quando il 14 febbraio 1349 migliaia di ebrei furono bruciati a morte 

Michelle Zarfati

La maggior parte delle persone tende ad associare il 14 febbraio ad un evento estremamente felice. La festa dell’amore, una giornata dedicata al romanticismo. Eppure, centinaia di anni fa il giorno di San Valentino segnò l’orribile omicidio di massa di migliaia di ebrei. In quella giornata, circa duemila persone vennero bruciate vive nella città francese di Strasburgo.

Era 1349 e la peste nera dilagava in tutta Europa, spazzando via intere comunità. Tra il 1347 e il 1352 uccise milioni di persone.  La peste, detta anche bubbonica, venne causata da un batterio chiamato “Yersinia pestis”, comunemente diffuso dalle pulci che vivono sui roditori come ratti e topi. La malattia esiste ancora oggi e infetta migliaia di persone ogni anno. Tuttavia, se presa in tempo può essere curata grazie alla medicina moderna, mentre, nel Medioevo, non vi erano cure mediche per mitigare gli effetti devastanti della peste. Si stima dunque che circa l’80% delle persone che avevano contratto la peste, morì immediatamente.

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Quando è l’abito che “fa il monaco”

Parashà di Tetzavvè

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

Nel nosto vivere quotidiano trasmettiamo costantemente messaggi silenziosi attraverso il nostro aspetto, le nostre espressioni e persino i nostri vestiti. La Parashà di Tetzave offre una descrizione elaborata dei “paramenti sacri” del Kohen Gadol. Rav Sacks, z”l, sottolinea quanto apparentemente contraria una descrizione così ampia dell’abbigliamento sia all’ideologia ebraica che si focalizza sulla spiritualità, l’anima e la preghiera. Quando diciamo lo Shemà chiudiamo gli occhi per raggiungere Hashem e concentrarci sul “mondo del suono: delle parole, della comunicazione e del significato”. Nelle Parashot precedenti, l’abbigliamento è legato alla colpa e al tradimento: Nel Giardino dell’Eden, per coprire la nudità e la vergogna di Adam e Chava, l’inganno di Yaacov al padre per prendere la benedizione del fratello, l’inganno di Tamar a Yehuda, il vestito di Yosef tradito dai suoi fratelli, e il tentativo di seduzione della moglie di Potifar. Qui, per la prima volta, l’abbigliamento ha un connotato positivo. L’abbigliamento del Kohen Gadol è descritto come “splendido e glorioso”. Come afferma Rav Sacks z”l, “la spiritualità umana riguarda le emozioni, non solo l’intelletto; Il cuore, non solo la mente”. L’estetica di questa “uniforme” è un modo visivo per ispirare stupore.

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Il dilemma del Pronto soccorso: chi curiamo per primo?

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

Uno dei problemi che sorge ebraicamente quando i pazienti arrivano al Pronto soccorso è quello di stabilire, in base alla Halakhà, quale deve essere la priorità da seguire: la domanda è se si debba decidere in base all’ordine di arrivo dei pazienti oppure alla gravità della loro situazione. E’ noto che in un Pronto soccorso cui accedono molti pazienti esiste un sistema di accoglienza denominato Triage: una parola che deriva dal francese trier «scegliere», «classificare», usata ai tempi delle guerre Napoleoniche (Triage hopital era la stazione di verifica per i soldati feriti). E’ quindi necessario un metodo di valutazione e selezione immediata quando si è in presenza di molti pazienti, oppure quando si è in presenza di un’emergenza extraospedaliera e si deve valutare la gravità delle condizioni cliniche del paziente. 

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Tra il dire e il fare

Parashà di Terumà

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

Le Parashot che leggeremo nei prossimi due Shabbatot – Terumà e Tetzavé – descrivono le istruzioni date da D-o per la costruzione del Mishkan, il Tabernacolo – il Tempio temporaneo che accompagnò gli ebrei nel loro peregrinare fino alla costruzione del Tempio costruito a Gerusalemme. Queste istruzioni sono molto dettagliate. Le istruzioni per ogni pezzo del Mishkan e dei suoi utensili sono fornite con grande precisione. Tra poche settimane leggeremo le Parashot di Vayakhel e Pekude che descrivono la costruzione vera e propria del Mishkan e dei suoi utensili, sempre con grande dettaglio e precisione. La descrizione della costruzione del Mishkan e dei suoi utensili è distribuita su circa 400 versi, oltre dieci volte la descrizione della Creazione. Nel Talmud si dice che la prima descrizione tratta del “Primo Mishkan” e la seconda del “Secondo Mishkan”. Ma questo non sembra avere senso dato che c’è stato un solo Mishkan.

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“Eccomi, manda me” – Rifiuto e accettazione del potere

Le ultime ore del complicato processo di elezione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella hanno messo in moto meccanismi virtuosi che sono culminati nella dichiarazione del presidente rieletto, che ha sottolineato il valore del dovere e della responsabilità pubblica. In questi giorni diversi analisti mettono in evidenza i valori morali che si sono affermati, sollevando il mondo dei giochi della politica a qualcosa di più alto.

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L’abitudine del bue

Parashà di Mishpatìm

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

La maggior parte di noi sceglie l’inizio dell’anno come tempo adatto per apportare modifiche. Decidiamo di perdere peso, smettere di fumare, fare più esercizio o spendere di meno. Naturalmente, questo è sempre l’anno in cui faremo un vero cambiamento. Le statistiche mostrano che entro la seconda settimana di febbraio, oltre l’80% di noi non sarà riuscito ad apportare queste modifiche. La realtà è che prima di un cambiamento spirituale o fisico, ci deve essere la consapevolezza e l’abitudine in modo che possano essere messe in atto misure di salvaguardia per aumentare le possibilità di successo.

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Visto da fuori, tutto è diverso

Parashà di Yitrò

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

Dopo aver saputo dell’esodo dall’Egitto, Yitro prende sua figlia (la moglie di Moshè), i due nipoti e li porta da Moshè, viene accolto nella sua tenda, si siedono e chiacchierano. Si può solo immaginare il divario che probabilmente esisteva tra le voci e la storia incredibile ma vera che descriveva quello che era accaduto; Yitro reagisce in modo più potente quando sente la storia direttamente da Moshè: “E Yitro si rallegrò per tutto il bene che Hashem aveva fatto a Israele, salvandolo dall’Egitto. E Yitro disse: ‘Benedetto Hashem, che ti ha salvato… Ora so che Hashem è più grande di tutti gli dei… E Yitro, il suocero di Moshè, portò un Olà e Zevachim a D-o, e Aharon venne, con tutti gli anziani, a mangiare il pane con il suocero di Moshè davanti a D-o”. (Shemot 18:9-12).

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Anche il miracolo inizia sempre da una nostra azione

Parashà di Beshallàch

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

La Parashà di questa settimana inizia con la descrizione di come il popolo ebraico lascia l’Egitto e il giogo del Faraone. Di fronte al Mar Rosso, videro che l’esercito egiziano li stava inseguendo. Dopo aver gridato verso D-o ed essersi lamentati con Moshè, gli ebrei entrano nel mare e si verifica il miracolo. Dopo averlo attraversato, assistono alla distruzione finale dell’esercito egiziano. A questo punto ci dice la Torà; “In quel giorno D-o liberò Israele dalla mano dell’Egitto, e Israele vide il popolo (egiziano) morto sulla riva del mare”.

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Vaccini e Halakhà

Obbligatori, permessi o proibiti?

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

A seguito dell’obbligo di vaccinazione, imposto dal Governo per varie categorie e per varie età, si pone il problema di quale sia la posizione della Halakhà. Una risposta precisa a questo quesito è stata data da rav Asher Weis, uno dei più importanti decisori attuali: vaccinarsi è permesso, è Hovà (obbligatorio), è Mizvà (adeguarsi a un precetto) oppure è addirittura proibito? In sintesi rav Weiss arriva a queste conclusioni. Da un punto di vista della halakhà,

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Tzedakà. Il merito di un’intera vita morale

La parola Tzedakà, che spesso viene tradotta come elemosina o atto di beneficenza, in realtà nella Torà, nei Profeti e nei Salmi ha un significato molto più ampio. Prima di indicare l’aiuto monetario al povero o un qualsiasi altro sostegno a una persona in difficoltà, Tzedakà rappresenta l’essere giusto (tzaddìq), la giustizia, il comportarsi rettamente, ed è per questo che questa parola viene molto spesso nei testi accostata al termine mishpàt (rettitudine). Avrahàm viene prescelto e amato da Dio - scrive la Torà (Bereshìt18:19) - “perché aveva inculcato nei suoi figli e nei suoi familiari la strada del Signore, ossia la giustizia e la rettitudine”. Lo stesso concetto lo ritroviamo nel libro di Geremia, dove è detto (9:22-23): “Così dice il Signore: Non si vanti il sapiente della sua sapienza, né il prode della sua prodezza né il ricco della sua ricchezza. Ma invece chi si vuol vantare si vanti di questo: del fatto che egli comprende e conosce Me che Io sono il Signore, che opera con bontà, diritto e giustizia (Tzedakà) nel paese, e che questo Io desidero, dice il Signore”. Sion verrà redenta, dice il profeta Isaia (1:27), “grazie alla rettitudine, e i suoi abitanti con la giustizia”. Questi sono solo alcuni esempi che dimostrano che l’idea di Tzedakà racchiude qualcosa di molto più esteso dell’atto di beneficenza in sé. L’aiuto al prossimo è certamente prescritto dalla Torà in più punti, ma non è mai chiamato “Tzedakà”. Il passaggio di significato è avvenuto forse a causa di un verso nel libro dei Salmi (112:9) che, parlando del giusto, afferma: “Dona generosamente ai poveri, la sua giustizia (Tzedakà) dura in eterno, il suo potere verrà elevato con onore”, dove la parola Tzedakà indica in realtà il merito di un’intera vita morale. 

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Preghiere durante la pandemia – Intervista a rav Jacov Di Segni

David Di Segni

La pandemia ha cambiato completamente il nostro stile di vita, anche nella sua componente culturale. Un fenomeno che si è già verificato anche durante le epidemie nel passato, come emerge dai documenti dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, quando il distanziamento imponeva le chiusure dei luoghi pubblici, incluse le sinagoghe. Le preghiere venivano così recitate dai rabbini affacciati alle finestre delle proprie abitazioni. Oggi come allora, in casi come questo che stiamo vivendo, si usa comporre o riprendere delle preghiere che evochino la salvezza e la guarigione. Lo spiega a Shalom Rav Jacov Di Segni, Direttore dell’Ufficio Rabbinico di Roma.

“Abbiamo deciso di introdurre queste tefillòt quando è divenuto evidente che la pandemia stesse mietendo numerose vittime, e che non si trattasse di una malattia passeggera. L’idea è partita dall’Italia e poi è stata pubblicizzata da vari rabbini in Israele. Personalmente ne avevo proposte alcune nel tempio che frequento, quello spagnolo, che poi si sono diffuse anche altrove”.

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La luce della libertà

Parashà di Bo

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

Letta superficialmente potremmo pensare alla Parashà di Bo come a una Parashà di passaggio. Inizia descrivendo l’ultima parte delle dieci piaghe e termina nel mezzo della fuga dall’Egitto. Potrebbe essere anche vista come una serie di finali: la fine delle piaghe e la fine della schiavitù. Quello che è facile non notare è quanto Parashat Bo parli degli inizi.

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Insetti nel piatto, la nuova frontiera

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

L’osservanza di molte mizvoth ha subito trasformazioni a seguito dei cambiamenti dovuti allo sviluppo tecnologico e a alla scoperta di nuovi alimenti: si pensi ai Qinoa e al problema se possono essere considerati cereali permessi per Pèsach secondo l’uso delle comunità ashkenazite. Ora non c’è dubbio che il mondo dell’alimentazione si sia modificato nell’ultimo secolo e chi ha dovuto certificarne l’uso per la cucina kasher ha dovuto fare studi approfonditi e trovare spesso delle alternative valide secondo la Halakhà per proporre dei prodotti che potessero competere con quelli non kasher presenti sul mercato.

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Rabbini di Roma nell’800 – Rav Mosè Sabato Beer, “L’amico der papa”

L’unico rabbino maggiore nato in Italia che ricoprì il ruolo di rabbino capo di Roma nell’Ottocento fu rav Mosè Sabato Beer (1768-1835), succeduto a rav Yehudà Leon (Leon di Leone, un rabbino proveniente dalla Terra d’Israele). M.S. Beer era nato a Pesaro e prima di essere nominato nel 1825 rabbino capo di Roma fu maestro e rabbino nelle comunità di Ancona, Guastalla, Verona e Livorno. Fu chiamato a Roma, diremmo oggi, per “chiara fama”. Sulla sua tomba, nel reparto dei rabbini al cimitero del Verano, in una iscrizione ormai quasi illeggibile ma di cui è stato conservato il testo, vi è una lunga ed elaborata composizione ebraica scritta dal suo successore rav Giacobbe Fasani (di cui abbiamo parlato nelle puntate precedenti). Nel testo, tutto infarcito di citazioni bibliche e talmudiche, si legge (in traduzione italiana): “E giunse la sua fama fino alla città eterna, alla magna Roma, priva in quel tempo di un reggitore, come una vedova […] E gli mandarono dei messaggeri e gli dissero: Vieni, e sarai il nostro Capo. E si compiacque Mosè di venire, e guidò il gregge per circa dieci anni. Le cinquanta porte dell’Intelligenza create da Dio tutte furono a lui consegnate […]”.

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Saper allargare lo sguardo

Parashà di Vaerà

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

In Parsahat Vaera è scritto: “Ti porterò da Me come popolo e sarò D-o per te; e saprai che io sono Hashem, tuo D-o, che ti salva dal fardello dell’Egitto (mitachat sivlot Mitzrayim).” Nel libro Tiferet Shlomo [scritto da Shlomo Hakohen Rabinowicz, il primo Rebbe della dinastia Chasidica di Radomsk] è scritto che questo pasuk contiene la chiave che permise agli ebrei di poter resistere in Egitto, e mediante la quale furono in grado di uscire dall’Egitto. Questa chiave è nella parola “sivlot”, che significa sofferenza, fardello. C’è una parola simile in ebraico che ha una connotazione completamente diversa, savlanut, pazienza. Il Tiferet Shlomo suggerisce che il motivo per il quale gli ebrei furono in grado di resistere, e infine di essere salvati, era l’attributo della pazienza. Non hanno mai perso la fede che ciò che stava accadendo loro non era una semplice coincidenza, ma era parte di un grande piano. Potevano sopportare la sofferenza perché sapevano che quanto stava accadendo veniva da Hashem. Quando una persona sta attraversando un periodo difficile e non riesce a immaginare il perché è molto difficile sopravvivere a quell’esperienza. Ma se una persona può percepire che D-o mi sta facendo questo, e sa cosa sta facendo, e quindi ad accettarlo, questo è ciò che può dare a una persona la capacità di sopravvivere a qualsiasi prova.

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Tzedakà e Reddito di Cittadinanza

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

Uno dei temi che è stato oggetto delle critiche da parte di molti, sia nel mondo della politica che in quello civile, è stato il Reddito di cittadinanza, che ha sostituito il precedente Reddito di inclusione.  Non c’è dubbio che durante la crisi pandemica il RdC ha svolto una funzione fondamentale. Tuttavia ricordo che all’approvazione della legge, chi aveva istituito il RdC dichiarò che era stata così eliminata la povertà.  Di fronte a una dichiarazione così “presuntuosa” basterebbe ricordare quanto più prudentemente e modestamente dice la Torà:  “poiché non cesserà il povero in mezzo alla terra, perciò io ti comando “apri bene la tua mano per il tuo fratello per i tuoi poveri e per il povero nella tua terra” (Deut. 15: 11).  La presunzione di essere una specie di Deus ex machina che può eliminare la povertà promulgando semplicemente una legge fa parte della visione illuminista della vita e della società. La realtà è molto diversa: nessuna legge, anche la più perfetta, è in grado di cambiare le persone: è necessario invece impegnarsi a educare l’uomo alla solidarietà e all’idea che tutto ciò che produciamo non ci appartiene, ma ci viene dato come opportunità da  condividere in parte con i meno fortunati. L’uomo e la società non si possono cambiare per decreto: soprattutto non si deve sottrare al singolo la sfera della solidarietà, per trasferirla in pratica alla burocrazia.

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Moshè il rappresentante

Parashà di Shemòt

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

La prima domanda di Moshe al roveto ardente è stata “Chi sono io? “Chi sono io per andare dal Faraone?” “E come posso far uscire gli ebrei dall’Egitto?” In superficie il significato è chiaro. Moshè chiede due cose. La prima: chi sono io per essere degno di una missione così grande? La seconda: come posso avere successo? D-o risponde alla seconda domanda. “Perché Io sarò con te.” Ci riuscirai perché non ti sto chiedendo di farlo da solo, Io farò per te. 

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Di Segni: “Il vaccino contro l’antisemitismo è meno efficace di quello anti-Covid”

Umberto De Giovannangeli

La solennità non è tanto nella pur prestigiosa carica che ricopre, ma nella profondità delle sue argomentazioni che viaggiano sul filo di una memoria storica, con tante pagine tragiche, che non va smarrita perché aiuta a costruire un futuro di dialogo e di reciproco ascolto. È questo il segno dell’intervista concessa a Il Riformista dal professor Riccardo Di Segni, dal 2001 Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma.

Rav Di Segni, vorrei partire da quanto lei ebbe a dire qualche tempo fa: «L’antisemitismo per molti aspetti assomiglia al virus del Covid, perché è mutante, cambia in continuazione forme: ci sta sempre, ma si presenta in modi differenti, ogni volta è aggressivo e micidiale. L’antisemitismo c’è sempre, ma il modo con cui si presenta è variegato, ha assunto più recentemente le forme di certa intolleranza islamista, oppure oggi ecco i suprematisti, che si danno da fare per diffondere messaggi antisemiti. Ogni momento ha le sue varianti, speriamo di trovare i vaccini…. Lei è anche medico. Le chiedo il vaccino contro l’antisemitismo è ancora da trovare?
È un po’ come il Covid. Nel senso che facciamo i vaccini, funzionano nella maggioranza dei casi, poi, però, compare la variante e speriamo che vada bene anche per essa. Per adesso col Covid ci è andata abbastanza bene da questo punto di vista. Con l’antisemitismo un po’ meno.

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Fratelli coltelli

Parashà di Vayechì

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

La Torà insegna che siamo tutti fratelli e sorelle ma il ritratto dei fratelli fatto nel libro di Bereshit è tutt’altro che incoraggiante. I primi fratelli sono Caino e Abele, in una relazione che si conclude con l’omicidio. Qui la causa sembra essere la gelosia per il fatto che D-o preferisce l’offerta di Abele, sebbene si possa presumere un’ostilità di fondo. Poi viene l’allontanamento Itzchak e Ishmael. Il conflitto di Sara e Hagar mette in luce una distanza tra i fratelli. Tuttavia, sebbene Itzchak e Ishmael si uniscano per seppellire Avraham, per quanto ne sappiamo ci sono pochi contatti tra loro per la maggior parte della loro vita. Poi vediamo Yaakov ed Esav, con un’inimicizia quasi permanente tra i due. L’appropriazione del diritto di primogenitura è al centro di una lotta che include ancora l’influenza dei genitori (in questo caso Rivka). Alla fine c’è un certo grado di riconciliazione, ma anche dopo che i due sono tornati insieme, successivamente si separano. Nelle ultime settimane abbiamo letto di Yosef, i cui fratelli hanno tramato di ucciderlo, è stato rapito e portato in Egitto. C’è il perdono, ma molti lettori hanno sentito il disagio di tutte le future relazioni tra Yosef e i suoi fratelli.

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Il pianto della speranza

Parashà di Vayiggàsh

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

In questa Parashà la riunione tra padre e figlio, stuzzica la curiosità: Yosef ha preparato il suo carro ed è andato incontro a suo padre, a Goshen; “ed egli apparve davanti a lui, si gettò al suo collo, e pianse sul suo collo, “od”” [Bereshit, 46:29]. Questa forma della frase lascia al lettore il compito di capire chi ha pianto e su chi. La parola “od”, inoltre, sembra fuori luogo – poiché il suo uso implica ancora o qualcosa di addizionale.

Se la parola doveva significare molto, la Torà avrebbe usato la parola meod o harbè. Da una semplice analisi testuale Yosef è il soggetto attivo della frase [Yosef ha preparato..è salito..] quindi è stato Yosef ad apparire a Yaakov e Yosef che ha pianto sulle spalle di Yaakov. Questo è l’approccio di Rashì: “Yosef apparve a suo padre e pianse sul collo”. E che dire della parola “od”? Rashi scrive: “E od [in questo contesto] significa pianto profuso Allo stesso modo, od nella frase “Poiché Egli non mette troppo (od) sull’uomo” (Giobbe , 34:23), è espressione di eccessi; il versetto significa “Egli non gli addebita false accuse, oltre ai suoi peccati effettivi. Anche qui Yosef pianse molto, più del solito”. Ci si può chiedere quanto sia troppo dopo essere stato venduto, reso schiavo e separato per 22 anni dalla propria famiglia. È proprio questo il punto. Rashi conclude: “Ma Yaakov non è caduto sul collo di Yosef, né lo ha baciato. I nostri Rabbini hanno detto che stava recitando lo Shemà”. Yaakov non poteva aspettare per dire Shemà?

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Quando le luci di Chanukkà illuminano anche il tempio

La vittoria miracolosa dei Maccabei sul potente esercito dei Siro-Ellenisti (165 a.e.v.) culminò con l’inaugurazione (Chanukkà) del Bet Hamikdàsh, che era stato profanato dai Greci con statue e idoli. I Maccabei, secondo la tradizione, una volta entrati nel Tempio, trovarono solo una piccola ampolla d’olio puro sigillato che, sebbene sarebbe dovuto bastare per un solo giorno, durò invece per otto giorni, giusto il tempo necessario per produrre del nuovo olio; ciò permise quindi agli Ebrei di riaccendere la Menorà, il candelabro d’oro che era rimasto spento da molto tempo e che, secondo quanto è tramandato in diverse fonti, era stato distrutto dai Greci e riprodotto dai Maccabei.

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È l’odio tra fratelli che porta alla schiavitù

Parashà di Mikkètz - Chanukkà

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

La lettura della Parashà di Mikketz, che si presenta sempre a Channukà dovrebbe certamente aiutarci a comprendere gli eventi storici ai tempi dei Chsahmonaim, ma c’è così tanto da fare e da vedere che rischiamo di trascurare le storie su Yosef, i sogni del Faraone e i ripetuti viaggi dei fratelli di Yosef in Egitto per procurarsi il cibo. Se leggiamo sommariamente la parashà, perdiamo il significato del calice “che appare stranamente” nel sacco di Binyamin, calice che Yosef, non riconosciuto dai propri fratelli, ordina al suo servo di mettere nel sacco dopo uno degli incontri con i fratelli in Egitto (Bereshit 44:2). Poco dopo (Bereshit 44:5), Yosef ordina ai suoi servi di inseguire i fratelli, accusandoli di aver rubato il calice che “usa per compiere la divinazione” (“nachesh yenachesh bo”). Questo fa eco ad un confronto simile avvenuto molti anni prima, quando Lavan accusò Yaakov di aver rubato i suoi idoli. Similmente a Yaakov che negò l’accusa di Lavan (Bereshit 31,32), dicendo che «chi scoprirai che li possiede non vivrà», non sapendo che Rachel li aveva presi, i fratelli di Yosef dicono (Bereshit 44,9): «Chi le ha con se morirà e il resto di noi diventerà vostri schiavi”. Yosef rimprovera i propri fratelli quando viene ritrovata la coppa, dicendo (Bereshit 44,15) “che cosa avete fatto? Non vi rendete conto che una persona come me poteva certamente indovinare attraverso la divinazione? (nachesh yenachesh ish asher kamoni).”

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Rav Arbib: Sull’antisemitismo troppo abbassata la guardia

Intervista. Il rabbino capo di Milano: una forma particolarmente preoccupante è quella che si maschera da antisionismo

Riccardo Maccioni

Mai dare niente per scontato. O abbassare la guardia. È necessario invece vigilare con attenzione, calibrare bene le parole, imparare a conoscersi in profondità, valorizzando le rispettive differenze. Ogni anno la Giornata del 17 gennaio punta proprio a questo, a sottolineare l’importanza del dialogo ebraico-cristiano, calandolo, anche, nell’attualità in cui si è immersi. Cioè oggi nuovamente pandemia, preoccupazione per la diffusione del contagio, rischio di chiusure. Un clima cui fa ampio riferimento il Messaggio della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo, in cui si evidenzia l’importanza che le religioni superino il rischio della «depressione» e «dell’autoreferenzialità difensiva» per rafforzarsi nell’impegnativo compito di generare speranza. Un invito fatto a partire dalla “Lettera agli esiliati”, in cui il profeta Geremia, recita il documento, sembra reinterpretare la condizione del popolo di Israele, «quasi si trattasse di un nuovo esodo». Popolo che «proprio in quella condizione drammatica» ritrova il senso della propria vocazione. 

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Il “vaccino” Torà

L’attualità letta ebraicamente

In questo periodo di pandemia in cui ci avviciniamo alla fine del 2021 voglio ricordare due Maestri che sono stati punti di riferimento nella Comunità di Roma: il Morè Israel Cesare Eliseo z.l. e il rav Chaim Vittorio Della Rocca z.l., due importanti figure diverse per carattere ed esperienze. Ricordo due insegnamenti che confluiscono nella stessa direzione in questo momento. 

Rav Della Rocca in questo periodo dell’anno, quando entrava in classe, scriveva sulla lavagna. “Lo telekhù bechukot hagoi”  (non seguite le leggi dei gentili) riferendosi all’uso di costruire l’albero di Natale o festeggiare il Capodanno ecc; il Morè Eliseo z.l., allora direttore per l’insegnamento delle materie ebraiche nelle scuole di Roma, nel corso di una riunione sul ruolo dell’insegnamento dell’ebraismo nella scuola, affermò che, secondo lui, lo scopo dell’insegnamento era quello di “vaccinare” i ragazzi e fornire loro le difese necessarie per combattere l’assimilazione.  

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Una società più giusta parte dalla famiglia

Parashà di Vayèshev

Tempio di via Eupili – Milano

La Mishnà in Pirke Avot (3:18) ci dice: “Egli [Rabbi Akiva] diceva: Amato è l’uomo che è stato creato a immagine di D-o. È un amore ancora più grande che gli sia stato fatto sapere che è stato creato a immagine di D-o”. Cosa significa questo? Immaginiamo un povero che ha un conto in banca con pochi soldi depositati. Non ha guardato se ha fatto soldi in trent’anni. Un giorno, un suo amico si reca di nascosto in banca e deposita un milione di euro sul suo conto. Il pover’uomo, tuttavia, non ha idea che il suo amico lo abbia appena reso milionario. Vaga ancora per le strade e indossa abiti sporchi. Non pensa mai di controllare il suo conto perché non sogna mai che qualcuno gli dia così tanti soldi. Quest’uomo è milionario? Non ha idea di avere i soldi, vive come un mendicante e continuerà a vivere come un mendicante per il resto della sua vita. La risposta è che può avere un milione di euro, ma mentalmente è un uomo povero. La Mishnà insegna che D-o non solo ci ha mostrato il Suo amore perché ci ha creati a Sua immagine, ma ha mostrato un amore extra dicendoci che lo ha fatto. Se D-o ci avesse creato con il potenziale per raggiungere livelli spirituali così elevati, ma non ci avesse mai informato di tale potenziale, non saremmo mai stati all’altezza di poter arrivare alla grandezza.

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Doni per il nemico

Parashà di Vayishlàch

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

Yaakov si prepara per la sua temuta riunione con suo fratello, che includeva dei grandi doni da consegnare a Esav. La Torà racconta le istruzioni di Yaakov ai suoi servi, in cui anticipava ciò che Esav avrebbe chiesto loro: “A chi appartieni, dove stai andando e di chi sono questi che ti hanno preceduto?” (32:18). Yaakov disse di spiegare ad Esav che erano i suoi servi e stavano portando questi doni come umile tributo allo scopo di trovare favore ai suoi occhi.

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Intelligenza artificiale ed Ebraismo

Un rapporto che ha radici antiche

L’attualità letta ebraicamente

Il tema dell’intelligenza artificiale occupa ultimamente i media e, come spesso avviene, le informazioni su cosa si debba intendere con questo  termine sono scarse. L’obiettivo finale sembra debba essere quello di creare un oggetto che, in ultima analisi, possa sostituire l’essere umano. L’ebraismo è chiamato a confrontarsi su tutto e in particolare su ogni novità. Gli interrogativi che impone questo tema sono molti e di diversa natura: esistono dei precedenti descritti nella letteratura talmudica? Come affronta il problema il pensiero ebraico e che influenza può avere sulla Halakhà?  

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Rabbini di Roma nell’800 – Rav Giacobbe Fasani e l’epidemia del 1836

Per buona parte dell’Ottocento la Comunità ebraica di Roma fu priva di un rabbino capo diplomato. In parte ciò fu dovuto alle difficoltà economiche in cui la popolazione ebraica romana versava, in parte al fatto che non c’era a Roma una Scuola rabbinica che conferisse titoli superiori. Quei pochi rabbini maggiori che ne ricoprirono la cattedra vennero da lontano, dalla Terra d’Israele o da altre città d’Italia o d’Europa. Nei lunghi intervalli fra un rabbino maggiore e l’altro la Comunità di Roma dovette contare solo sulle proprie forze.

Fra i rabbini romani “facenti funzioni” di rabbino maggiore, rav Giacobbe Fasani (1790-1866) fu certamente quello di maggiore preparazione e spessore culturale. A lui si rivolgevano gli alti funzionari dello Stato Pontificio e i più importanti rabbini di Livorno, di Ancona e di Firenze. Intrattenne una fitta corrispondenza con Samuel David Luzzatto, il principale studioso italiano nella “Scienza del Giudaismo”. Incontrò più volte Sir Moses Montefiore, il grande filantropo ebreo nato a Livorno ma vissuto a Londra, che durante i suoi numerosi viaggi in Europa, nel Mediterraneo e nella Terra d’Israele passò più volte da Roma. 

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Il dono della gratitudine

Parashà di Vayetzè

Ishai Richetti - Tempio di via Eupili - Milano

In parashat Vayetze, Yaakov lascia Canaan per raggiungere suo zio Lavan a Charan. Lungo la strada, si sdraia per riposare, proteggendosi con pietre, e fa il famoso sogno degli angeli che salgono e scendono per una scala che arriva fino al cielo. Al risveglio, Yaakov si rende conto che il luogo in cui ha trascorso la notte è un luogo sacro e giura quanto segue: "Se sarai con me … veglia su di me … mi fornirai cibo da mangiare e vestiti da indossare … mi riporterai in pace …e sarai il mio D-o….questa pietra che ho eretto come colonna diventerà una casa di D-o e qualunque cosa Tu mi darai, io Ti darò ripetutamente la decima” (Bereshit 28:20-22). Yaakov, padre della nazione di Israele, può davvero negoziare con D-o? Inoltre, come può promettere di costruire il Beit haMikdash come parte di un patto?

Rashi spiega che le parole di Yaakov sono in effetti parole di umiltà. Yaakov qui sta dicendo a D-o che sebbene abbia promesso di prendersi cura di lui, proteggerlo e farne una grande nazione attraverso i suoi discendenti, spera di rimanere degno di questo grande dono e che farà tutto ciò che è in suo potere perchè i suoi discendenti alla fine costruiscano il Beit Hamikdash. Da parte sua, promette di dare in tzedakà la decima dei suoi beni. Nella sua umiltà, riconosce che tutto ciò che ha e tutto ciò che avrà è un dono di D-o, un dono per il quale esprime la sua speranza di essere degno.

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Dopo 54 anni di pregiudizi, finalmente un libro che dà voce ai “coloni”

E anche Shalom rompe il tabù della stampa ebraica in Italia. Chi sono gli ebrei che vivono oltre la linea armistiziale del 1949? Lo spiegano loro stessi in un libro di interviste

Ugo Volli

Anche senza contare i quartieri di Gerusalemme, oggi ci sono almeno seicentomila israeliani che vivono oltre le linee armistiziali del 1949 in Giudea e Samaria, cioè in quella zona, che ha la dimensione della metà dell’Abruzzo, che spesso viene definita con un nome inventato “Cisgiordania”. I media e buona parte dei politici internazionali si ostinano a chiamarli “coloni”, richiamando ricordi ottocenteschi di sfruttamento di popolazioni asiatiche e africane da parte delle potenze europee. Ma la situazione è del tutto diversa, perché la nazione ebraica proviene proprio da queste terre e vi è stata sovrana per oltre un millennio, prima di essere espulsa con la forza. E poi perché gli abitanti ebrei di queste zone non vivono affatto sfruttando gli altri, semmai li arricchiscono con la loro industriosità; né si sono impadroniti di materie prime che qui mancano.

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Presentazione di “Il monaco e l’ebreo” di Domenico Campana – Shabbetay Donnolo

Roma, 4 Kislev 5782 (8.11.2021)

La poliedrica figura di Shabbetay Donnolo di Oria nei pressi di Brindisi, pensatore, rabbino, medico e astrologo-astronomo, è stata oggetto di una discreta attenzione da parte degli studiosi, principalmente italiani, negli ultimi anni, sebbene non sia mai stato dimenticato negli ambienti ebraici (Mancuso 2009, 1-2). Sarebbe sufficiente ricordare che già nel 1880 lo studioso italiano David Castelli curò un’edizione tradotta dell’opera principale di Donnolo, il Sefer Chakhmoni, corredata da un’introduzione ancora valida (Mancuso 2009, 1). Donnolo è una figura importante, perché è stato fra i primi, nell’Europa medievale, a usare l’ebraico per scrivere opere secolari (Mancuso 2009, 1). Anche il settore dello studio della storia ebraica nell’impero bizantino, a lungo trascurata, inizia a interessare gli studiosi, dal momento che nell'Italia meridionale sorsero, nei secoli fra l’VIII e l’XI, delle comunità molto importanti, sedi di rinomate accademie, che fornirono poi notevoli impulsi alle comunità dell’Europa settentrionale. Le fonti ebraiche e quelle cristiane descrivono riguardo a quelle terre dei rapporti non particolarmente conflittuali, sia negli strati medio-bassi della popolazione, sia presso i ceti più elitari; non mancarono tuttavia dei momenti di tensione, che sfociarono in conversioni forzate di massa (Cuscito 2018, 29). Il mondo bizantino ha svolto un ruolo fondamentale nella trasmissione di testi, in greco, deuterocanonici e apocrifi; ad esempio possiamo notare come nel Sefer Chakhmoni di Donnolosiano citati il Libro della Sapienza o le aggiunte greche al Libro di Daniele, che dovevano essergli giunti attraverso la versione greca dei LXX, mostrando degli scambi culturali fra i cristiani di lingua greca e gli ebrei, per Donnolo anche in ambito astronomico e medico (Cuscito 2018, 29-30; 38).

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Gli ebrei italiani: un panda da proteggere?

Rva Scialom Bahbout

L’attuale situazione demografica dell’Ebraismo italiano e la progressiva diminuzione del numero degli iscritti e la scomparsa di alcune comunità, al di là della loro presenza “ufficiale” sulle pagine dei lunari odierni, è un dato che fa riflettere. Le comunità italiane hanno accolto nel dopoguerra molti immigrati soprattutto ma non solo dai paesi orientali, cosa che ha permesso di mantenere un certo equilibrio demografico e “religioso”.

Comunque c’è una naturale tendenza a non voler vedere in faccia la verità: con questo trend varie comunità saranno destinate a scomparire, e anche le due comunità maggiori nel giro di pochi anni saranno progressivamente ridimensionate. In genere la responsabilità della situazione viene addossata ai rabbini “incapaci” di avvicinare gli ebrei alla tradizione e insensibili alle richieste di conversione provenienti da varie persone e alla richiesta di facilitazioni nell’osservanza delle mizvoth, alla mancanza di lezioni ecc.

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Il messianesimo, Artom e la crisi delle comunità

“Disse il Santo Benedetto: In questo mondo, per la cattiva inclinazione, le Mie creature si sono divise e frazionate in settanta lingue, ma nel Mondo a Venire tutte si uniranno per invocare il Mio Nome e per servirmi, come è detto: ‘Perché allora darò in cambio ai popoli un linguaggio puro, affinché tutti possano invocare il Nome di H. e servirLo con unanime consenso’” (Tzefanyah 3,9; Midrash Tanchumà, P. Noach, 19). È questa una delle numerose fonti che ci dipingono l’epoca messianica, un’età che sarà segnata dalla pace durevole, dalla felicità e dalla gioia universali. La domanda che questi testi suscitano è: quale sarà il ruolo del popolo ebraico una volta che avrà in un certo senso esaurito la propria missione millenaria? Ci sarà ancora posto per esso? Esisteranno ancora la Torah e le Mitzwot?

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La sterilità delle matriarche. Ma perché?

Parashà di Toledòt

Ishai Richetti - Tempio di via Eupili - Milano

All'inizio di Parashat Toledot, leggiamo dell'infertilità di Rivka e delle preghiere sue e di Yitzchak per i bambini. D-o alla fine accetta le loro preghiere e Rivka concepisce con due gemelli: Esav e Yaakov. Il Talmud prende atto del fatto che tutte e quattro le matriarche – Sara, Rivka, Rachel e Leah – avevano in comune di essere sterili. Nel caso di Sara, Rivka e Rachel, hanno aspettato anni prima di poter avere figli. I Chachamim spiegano che D-o ha specificamente reso sterili le matriarche "perché desidera le preghiere dei giusti". Voleva che i grandi Tzadikim e Tzidkaniyot, i nostri Avot e Imahot, pregassero. Ha portato su di loro l'angoscia della mancanza di figli in modo che fossero spinti a pregarlo.

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Caso Eitan, il nonno fa ricorso contro il ritorno del bimbo in Italia

Pubblicati ampi passaggi della sentenza di primo grado.

In primo grado la giudice del tribunale di Tel Aviv aveva dato ragione alla zia paterna Aya, ordinando il rientro a Pavia dell'unico sopravvissuto della strage del Mottarone. Dalla lettura della sentenza - di cui sono stati pubblicati ampi passaggi, nonostante il processo si svolga a porte chiuse - emerge la strategia difensiva della famiglia Peleg che punta su "vizi di forma" del procedimento giudiziario in corso in Italia. 

Sharon Nizza

TEL AVIV - Shmuel Peleg, nonno materno di Eitan, ha presentato ricorso alla Corte distrettuale di Tel Aviv, impugnando la sentenza del tribunale della famiglia che una settimana fa aveva dato ragione alla zia paterna Aya Biran. In primo grado, la giudice Iris Ilotovich-Segal ha stabilito che “Eitan è stato allontanato illegittimamente dal suo luogo di residenza abituale” e ha ordinato il rientro in Italia del piccolo, unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, secondo i termini della Convenzione dell'Aja sulla sottrazione dei minori. “Sfortunatamente, il tribunale della famiglia ha scelto di non tenere conto delle circostanze eccezionali che si sono presentate e ha ignorato le azioni unilaterali intraprese apparentemente con astuzia dalla zia per ottenere la tutela, alle spalle della famiglia Peleg mentre era in lutto”, si legge in una nota diffusa dalla famiglia materna.

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Halloween: Una festività non innocente

Rav Scialom Bahbout

Ogni festività non ebraica, definibile come religiosa o meno, richiede da parte di ogni ebreo una riflessione sull’opportunità o meno di parteciparvi. Mentre vi sono alcune date che sono chiaramente civili (il 25 aprile e il 2 giugno, un tempo anche il 4 novembre), ve ne sono altre che hanno un’origine che è religiosa anche se ha in gran parte perso questo significato: mi riferisco ad esempio al 1° gennaio e al 15 agosto (Ferragosto) che sono date che la cultura laica occidentale ha fatto proprie. L’attenzione ebraica è rivolta anche alle date che sembrano avere un significato neutrale: la partecipazione a eventi e feste in quelle date non è del tutto riducibile a qualcosa di “civile”, ma ha una grande valenza sociale che per forza di cose ha un’influenza sulla vita di coloro che vi partecipano.

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Eliezer, servo affidabile

Parashà di Chayè Sarà

Ishai Richetti - Tempio di via Eupili - Milano

Chaye Sara comprende due capitoli di Bereshit: il capitolo 23 tratta della morte e sepoltura di Sara, e il capitolo 24 tratta della scelta di una moglie adatta per suo figlio, Itzchak. La connessione tra questi due temi è chiara: con la perdita della suo amata compagna di vita, Avraham comprende la responsabilità che ha di trovare una compagna adatta per Itzchak. Per questo compito importante sceglie "il suo servitore di fiducia, il che controllava tutto ciò che era suo", Eliezer.

Eliezer dimostra grande abilità nel comprendere ciò che è richiesto alla moglie di Itzchak. Deve essere un membro della famiglia (Rivka è nipote del fratello di Avraham, Nachor), e non deve abitare tra i cananei. Inoltre la giovane donna deve essere disposta a vivere con Itzchak, deve subire l'influenza di Avraham. Soprattutto, deve avere il carattere dell'ospitalità come Avraham; non solo attingerà acqua dal pozzo per lui ma attingerà acqua anche per i suoi cammelli. Eliezer organizza un incontro che determinerà il destino dei discendenti di Avraham con saggezza, tatto e sensibilità.

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60 anni fa la scoperta della sinagoga di Ostia antica

È la più antica dell’Europa occidentale. Le fasi storiche e architettoniche ripercorse in un convegno con il rabbino capo Riccardo Di Segni

Mariaelena Iacovone

Sono passati 60 anni dalla scoperta della sinagoga di Ostia antica, eppure il complesso continua a essere il fulcro di ricerche e studi di carattere internazionale. Era il 1961 quando, durante i lavori per la costruzione della strada che conduce a Fiumicino, furono rinvenuti i resti della più antica sinagoga dell’Europa occidentale, le cui principali fasi storiche e architettoniche sono state ripercorse ieri, 28 ottobre, nel corso del convegno “La sinagoga di Ostia: 60 anni dalla scoperta, 20 anni di Arte in Memoria”, promosso dal Parco archeologico di Ostia antica insieme all’associazione Arte in Memoria al Multisala Cineland.

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Eitan, il nonno e i tanti motivi di uno sbaglio

Fiamma Nirenstein

Non ho nessuna intenzione di sostenere che Shmuel Peleg abbia ragione, e nemmeno la moglie Esther, anche se il loro strazio è così sincero e evidente. Le loro ragioni di genitori, figli e nonni deprivati di tre generazioni di affetti, cui ora viene strappato anche l'ultimo virgulto, spezzano il cuore ma non giustificano il rapimento. La legge è chiara e giusta: non si può ottenere la custodia di un bambino rapendolo e esportandolo a forza, e il tribunale israeliano ha fatto bene a agire secondo la legge. Così del resto fa abitualmente: Israele è un Paese ubbidiente alla legge internazionale, al contrario di quello che si vocifera. Spiegare però non vuol dire giustificare; è giusto comunque cercare di capire perché Peleg abbia violato le norme in modo, alla fine, masochistico. Per farlo si può avventurarsi cautamente senza conosce il soggetto, fra le possibili colonne psicol ogiche di una persona come lui, sempre tenendo ferma l'idea che il suo gesto forzoso è frutto di un tratto particolare.

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Spunti dal lunario 1934 per il “Modello ebraico Italiano”

Rav Scialom Bahbout

Da qualche tempo ho tra le mani un Lunario ebraico per l’anno 5694, corrispondente all’anno 1934, pubblicato a Venezia per la Comunità locale (vedi figura).  E’ opera abbastanza pregevole e soprattutto contiene molte notizie sulle quali vale la pena fare una riflessione. Accanto all’anno dell’Era volgare, viene ricordato anche l’anno dell’Era fascista e più avanti tra le feste civili e nazionali vien segnalata anche la data della Marcia su Roma: così si usava allora!

Sfogliando il lunario della  Comunità di Venezia scopriamo che: si facevano ancora i digiuni di Shovavim (12 tra Gennaio e Febbraio!), si segnalavano l’ora della Luna nuova e della Luna piena  e il giorno e l’ora esatta della Tecufà. Inoltre per ogni mese veniva segnalato un breve midrash.

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Vista e visione

Parashà di Vayerà

Ishai Richetti - Tempio di via Eupili - Milano

Vista e visione giocano un ruolo importante nelle due narrazioni iniziali di Parashat Vayera. All'inizio della Parashà di questa settimana, Avraham appena circonciso, che riposa nella sua dimora di Elonè Mamre, "alza lo sguardo" e vede "tre uomini in piedi davanti a lui" (Gen. 18:1-2). La loro apparizione innesca una raffica di attività frenetica nella tenda dei nostri antenati con Avraham e Sara che si affrettano a eseguire la mitzva di hakhnasat orhim, accoglienza degli ospiti nella propria casa. Questi misteriosi messaggeri vengono accolti come ospiti, per poi recapitare la notizia che Sara concepirà un figlio. Il gesto di Avraham che volge lo sguardo “verso l'alto”, si rivela un atto sia fisico che spirituale. Il gesto spirituale rispecchia il gesto fisico mentre Avraham si adopera a soddisfare i bisogni dei perfetti estranei che gli stanno facendo visita.

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“Collaboriamo con Roma per il bene dell’ebraismo italiano”

Intervista a Walker Meghnagi, neopresidente della Comunità Ebraica di Milano

Ariela Piattelli

Come considera il risultato dalle elezioni della CEM?

«Bisogna trovare risorse per i giovani e riacquistare l’armonia all’interno della nostra comunità» Walker Meghnagi dosa bene franchezza e diplomazia mentre parla con Shalom a poche ore dalla sua elezione come Presidente della Comunità Ebraica di Milano (CEM). La sua lista “Beyachad” ha vinto con 300 voti di scarto, mentre “Milano Ebraica”, guidata dal Presidente uscente Milo Hasbani, è arrivata seconda. «Abbiamo vinto con uno scarto minimo, ma che ci permette di governare» commenta Meghnagi, nato a Tripoli nel 1950, imprenditore immobiliare, con 3 figli, e impegnato nelle istituzioni comunitarie da più di un decennio. Meghnagi ha già guidato la CEM dal 2012 al 2014, e adesso torna in pista con nuovi obiettivi, perché le sfide, come ci spiega, sono cambiate.

Noi siamo chiaramente contenti del risultato raggiunto. Siamo preoccupati però per la scarsa affluenza, sintomo di allontanamento degli iscritti alla comunità. Questo lo consideriamo un grave sintomo al quale bisogna porre rimedio.

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Ebraismo italiano, la storia di un secolo

La prefazione di rav Riccardo Di Segni al libro Diritto ed ebraismo. Italia, Europa, Israele – Giorgio Sacerdoti, ed. Il Mulino

Oggi “La Zanzara” è il nome di un programma radiofonico discusso e di successo, che si richiama non solo al fastidioso insetto, ma all’ormai storico titolo di un giornaletto scolastico del liceo milanese Parini che negli anni ’60, con le sue prese di posizioni a quell’epoca innovative e provocatorie, suscitava lo scandalo dei benpensanti. Tra gli altri autori, scriveva su quel giornaletto l’adolescente studente Giorgio Sacerdoti, che da allora non ha smesso di scrivere; questo libro, che presenta un’ampia raccolta di suoi scritti, più maturi nella forma e nella sostanza ma sempre pungenti, ce ne offre una ricca e preziosa testimonianza.

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Tecnicamente kashèr, ma vietato

L’Impossible pork e l’ebraismo. La strana storia del maiale vegetale

Rav Scialom Bahbout

La prima rivoluzione industriale, con lo sviluppo economico e ambientale che ha prodotto, ha creato molti problemi di cui oggi lentamente i governi si rendono conto: quale impatto ha avuto questa rivoluzione sul mondo ebraico e sulla Halakhà, che è il modo ebraico con cui l’ebraismo risponde ai cambiamenti. La rivoluzione digitale e le nuove tecnologie, assieme alla creazione di nuovi prodotti alimentari, hanno creato non pochi problemi, ma hanno anche permesso di risolverne altri e creare nuove opportunità. Gli ambiti in cui la Halakhà è stata chiamata a cercare una soluzione ai problemi che via via sono sorti sono vari: lo shabbath, la kasheruth, Pèsach, l’utilizzazione dei sistemi di comunicazione nelle riunioni di Beth din, partecipazione alle tefilloth, l’alimentazione ecc.

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Fare l’impossibile

Parashà di Lekh Lekhà

Ishai Richetti - Tempio di via Eupili - MIlano

Nella Parashà di Lech Lechà è scritto che quando i re della Mesopotamia invasero Sodoma e Gomorra, (Bereshit 14:13) "il rifugiato venne e riferì ad Avram" che suo nipote Lot e la sua famiglia erano stati fatti prigionieri. Avram radunò rapidamente le sue forze, diede la caccia ai re della Mesopotamia e liberò i prigionieri. Chi era questo misterioso fuggitivo che riferì questo importante messaggio?

I nostri Maestri identificano il fuggitivo come Og, re dei Bashan, famoso perchè sfuggì alla morte durante il Diluvio universale aggrappandosi all'arca di Noach. Il suo tempestivo rapporto dal campo di battaglia ha permesso ad Avram di salvare suo nipote prigioniero dei re della Mesopotamia. Molti anni dopo, quando il popolo ebraico si preparò a lanciare la conquista di Eretz Canaan, il regno di Og si mise in mezzo per impedire la conquista. La Torà ci dice (Bereshit 21:34): "E D-o disse a Moshe: 'Non temerlo, perché Io l'ho consegnato nelle tue mani.'" Da questo versetto, possiamo dedurre che Moshe aveva paura di Og. Perché aveva paura?

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Ariel Disegni, medico a Torino

Storie di ebrei torinesi
 

Intervista di Bruna Laudi

Ariel Disegni è stato medico di base per circa quarant’anni e dopo il pensionamento del dottor Marcello Tedeschi è subentrato a lui come medico alla Casa di Riposo ebraica. Chi lo conosce sa che è una persona molto riservata e di pochissime parole: è dotato di un’ironia pungente che usa anche con se stesso e, quando fa le sue brevissime battute, assume un’espressione particolare che, personalmente, ho sempre trovato molto divertente. La premessa per dire con quanta difficoltà mi sono accinta a dismettere i panni della vecchia cugina conosciuta da una vita e assumere quelli dell’intervistatrice seria e compunta: ci siamo comunicati il reciproco imbarazzo e abbiamo cominciato.

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Quello che ancora manca a Michetti e alla Meloni

Emanuele Calò

È venuto fuori che il 19 febbraio 2020, sul sito web di una radio, il candidato giunto col maggior numero di voti al ballottaggio per la carica di sindaco di Roma per il centrodestra, Enrico Michetti, aveva scritto che “Ogni anno si girano e si finanziano 40 film sulla Shoah, viaggi della memoria, iniziative culturali di ogni genere nel ricordo di quell’orrenda persecuzione. E sin qui nulla quaestio, ci mancherebbe. Ma mi chiedo perché la stessa pietà e la stessa considerazione non viene rivolta ai morti ammazzati nelle foibe, nei campi profughi, negli eccidi di massa che ancora insanguinano il pianeta. Forse perché non possedevano banche e non appartenevano a lobby capaci di decidere i destini del pianeta».

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Nove domande sull’attentato alla Sinagoga di Roma del 1982

David Pacifici

Nel corso della serata con cui abbiamo segnato a Gerusalemme nel 2012 i 30 anni dall’attentato al Tempio di Roma e ricordato la tragica morte di Stefano Michael Gaj Tachè z”l (l’audio della serata è qui: www.archivio-torah.it/attentato82.mp3), ho avuto modo di esporre come vittima e testimone la mia ricostruzione del terribile evento. Visto che ho presentato alcuni elementi sfuggiti alla maggior parte delle persone e che costituiscono ancora oggi interrogativi angoscianti, vorrei condividerli con voi.

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Chi è la moglie di Nòach?

Parashà di Nòach

Ishai Richetti - Tempio di via Eupili - Milano

Chi è la moglie di Noach? Dovremmo conoscere il nome di sua moglie poiché è logico che sia stata salvata dal Diluvio non a causa di chi era Noach, ma a causa di chi era lei. La moglie di Noach è la madre dell'umanità - una seconda Eva - E poiché Eva è descritta come una personalità giuridica indipendente - una responsabile del proprio peccato, e quindi punibile - è ragionevole presumere che sia così anche in questo caso. Se è stata salvata è stato probabilmente per merito suo.

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La missione di mettere ordine: l’imitatio dei del Nobel Giorgio Parisi

Rav Scialom Bahbout

Le polemiche che hanno accompagnato la pandemia e poi la somministrazione dei vari vaccini prodotti da vari centri di ricerca e l’attribuzione del Nobel per la Fisica a Parisi hanno nuovamente rilanciato la riflessione su quale debba o possa essere la relazione tra Ebraismo e Scienza. Per quanto riguarda l’ultimo premio Nobel per la Fisica, mi sembra che l’argomento che lo ha appassionato sia nell’alveo di quella che possiamo considerare una tradizione ebraica. Scrive Giorgio Parisi, che ebbi la ventura di incrociare anni fa nei miei studi alla Facoltà di Fisica di Roma, che “la passione della mia vita è stata mettere ordine nel caos”. Da qui la passione per la ricerca. Proprio in queste settimane abbiamo appena letto nel testo biblico “ la terra era tohu vavohu”, cioè un caos. Viene quindi da pensare che l’uomo, la cui creazione a “immagine divina”  viene narrata successivamente abbia tra l’altro tra i propri compiti anche che quello di mettere ordine nella natura. Questo vale per il mondo fisico, ma anche per quello della società dove ci sono spesso cellule impazzite che creano disordine. L’interesse dell’ebraismo per la scienza è dovuto proprio alla missione iniziale assegnata all’uomo: penso che la presenza di molti ebrei tra i vincitori del premio Nobel, specie nel campo della Fisica, sia in parte dovuta a una delle caratteristiche fondamentali della tradizione ebraica: lo studio della Torà come prioritario rispetto a molti altri precetti.

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Arriva da Morashà il Siddur di rito italiano traslitterato

MOSAICO - MILANO Sofia Tranchina


La casa editrice Morashà ha recentemente annunciato che entro fine mese uscirà il nuovo siddur interamente traslitterato. Il progetto, inaugurato quasi dieci anni fa con l’edizione traslitterata dedicata allo Shabbat, aveva visto sin da subito una calorosa accoglienza. Con gli anni, le richieste e sollecitazioni per un siddur con l’intera tefillah traslitteratasi sono fatte sempre più numerose e sempre più frequenti, indicando un nuovomovimento nell’ebraismo italiano.

Negli ultimi decenni, infatti, sempre più spesso anche coloro che – per qualsiasi motivo – non abbiano acquisito dimestichezza con l’alfabeto ebraico, vogliono e chiedono di poter partecipare alla tefillah quotidiana nel proprio Bet ha-Knesset di riferimento. Ed è per questo che la casa editrice Morashà si è fatta carico di questa sempre più evidente necessità ed ha redatto, con l’aiuto di Ariel Di Segni – il quale ha svolto un controllo accurato della traslitterazione – il nuovo siddur della collana Benè Romi.

Benè Romi, che letteralmente significa Figli di Roma, indica l’insieme di minhagim del rito italiano. Il nuovo siddur, infatti, benché sia stato redatto seguendo da vicino le particolarità del rito romano, sarà adatto a seguire la preghiera in tutte le sinagoghe di rito italiano, non solo in Italia ma anche in tutto il mondo (in Israele, ad esempio, ce ne sono tre solo a Gerusalemme – Rechov Hillel, Chopin ed Evelina –, oltre al bet ha-knessed Ovadiah da Bertinoro a Ramat Gan e Yom ha Yom a Netanya).

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Ecco il prezzo pagato per il mio ghiur

Massimiliano Boni

Nereo Musante, 100 anni, e sua figlia ricordano l’attentato del 9 ottobre, che cambiò anche la vita di una famiglia non ebraica

La voce di Nereo Musante arriva da lontano. La ascolto dal messaggio vocale che mi ha inviato sua figlia, Maria Luisa, e immagino quest’uomo di 100 anni che con il candore che gli conferisce l’età ricorda sprazzi del suo passato, così come affiora a distanza di tanti anni.

Papà, cosa ricordi di quel giorno dell’attentato?

Mah…ricordo dell’attentato perché se ne parla, ma, personalmente, io, nella mia coscienza, non ricordo più.

Ma ricordi perché quella mattina eri andato al Tempio?

Ci andavo di consueto…mi piaceva molto andare.

Ti eri già avvicinato alla religione ebraica?

Sì. Volevo convertirmi.

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Shemità: Il riposo sabbatico del pianeta

MOSAICO MILANO

Sofia Tranchina

Quest’anno, con l’arrivo di Rosh Hashana (la sera del 6 di settembre) e l’inizio dell’anno 5782, inizierà la Shemità, ovvero l’Anno Sabbatico durante il quale ci è stato comandato di lasciar riposare la terra (dalla radice shamot, abbandonare per lasciare, restare incolto). Durante questo anno, il contadino non può seminare, piantare, tagliare né mietere nelle proprie coltivazioni. Tuttavia, sono permesse le cure necessarie ad impedire la morte delle piante. Tra i compiti permessi ci sono quelli di controllo dei parassiti e delle malattie delle piante, di irrigazione delle piante nelle zone in cui l’aridità ne causerebbe la morte, e di trapianto delle piante laddove queste devono essere abbattute per la costruzione di edifici...

«Parla al popolo israelita e digli:
Quando entrerai nella terra che ti assegno, la terra osserverà il Sabato del Signore.
Per sei anni seminerai il tuo campo e per sei anni potrai potare la tua vigna e raccoglierne i frutti.
Ma nel settimo anno la terra avrà un Sabato di riposo assoluto, un Sabato del Signore: non seminerai il tuo campo né poterai la tua vigna.
Non mieterai gli ultimi frutti della tua messe, né coglierai l’uva delle tue vigne non potate; sarà un anno di completo riposo per la terra.
Ma potrai mangiare tutto ciò che la terra produrrà durante il suo Sabato: tu, i tuoi schiavi e le tue schiave, i salariati e i lavoratori vincolati che abitano con te, e il tuo bestiame e le bestie nella tua terra ne potranno mangiare tutti i prodotti”»

(Levitico, 25:2-7)

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II dialogo tra le religioni è possibile se si riconosce la legittimità dell’altro

Con chi non è disposto a mettersi in gioco si possono cercare solo accordi insignificanti

Lucetta Scaraffia

Giuseppe Conte, sempre così attento a dire cose che prevedono il gradimento generale, ha fatto un passo falso proponendo qualche giorno fa di aprire un dialogo con i taleban. Cioè con uno dei gruppi umani più impermeabili al dialogo. I punti di contrasto tra la cultura dei cosiddetti «studenti coranici», come spesso vengono definiti, e la nostra concezione del dialogo sono numerosi e irriducibili. I nuovi padroni dell'Afghanistan pensano che tutti debbano essere sottomessi a Dio, cioè a quella che viene considerata senza possibilità di discussione la sua legge, che non esistano confini nazionali, che la politica estera si concretizzi sostanzialmente nel jihad per diffondere l'islam, che non vi siano possibilità di pensare diversamente dal «partito» di Dio perché chi visi contrappone appartiene a quello di Satana. E si potrebbero ancora aggiungere altri elementi a sottolineare la totale impossibilità di dialogo, anche di tipo politico: le rassicurazioni firmate dai loro rappresentanti a Doha con quelli del governo statunitense, infatti, non sono state rispettate perché contrarie alla loro cultura.

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Mosè: le mani e il cuore di Israele

Parashà di Vezòt Haberakhà

Passo dopo passo siamo arrivati all’ultima parashà della Torà: Vezoth haberakhà, questa è la benedizione. Come ogni parashà possiamo analizzarla in tutti i suoi contenuti cercando i collegamenti con altri passi della Torà, per esempio con le benedizioni date da Giacobbe ai 12 figli; oppure esaminare il rapporto tra l’inizio e la fine della parashà (un metodo classico seguito dai commentatori); possiamo ancora cercare di capire che rapporto c’è tra l’inizio e la fine del libro del Deuteronomio oppure cercare di capire qual è il rapporto tra la fine e l’inizio della Torà, perché nel sabato in cui terminiamo la lettura della Torà. Iniziamo a leggere la prima parte del libro della Genesi.   

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Groviglio legale. Groviglio identitario

Caso Eitan. Di qua i diritti, di là la tradizione. E Israele si scopre divisa sul nuovo giudizio di Salomone

Meir Ouziel

Ci sono tragedie in cui il cuore si spezza e, quando per un attimo si intravede uno spiraglio di luce, si spezza ancora di più. È il caso della terribile vicenda che vede coinvolto, a suo scapito, Eitan Biran, 6 anni, l'unico superstite della tragedia del Mottarone, in cui ha perso i genitori, il fratellino e i bisnonni. Il disastro quel 23 maggio è stato immenso, ma poi è emerso, come in un giudizio di Salomone dei nostri tempi, che la contesa tra i due rami della famiglia del bambino si è trasformata in un'ulteriore tragedia che ha portato a un atto indicibile, il rapimento di Eitan dall'Italia verso Israele.

Dove dovrebbe crescere il bambino? È la domanda sulla bocca di tutti. Con i nonni e gli zii materni in Israele, che hanno presentato domanda di adozione in Israele e sostengono che questo è il futuro che avrebbero voluto per lui i suoi genitori, o con il ramo paterno della famiglia in Italia, il luogo in cui è cresciuto quasi dalla nascita?

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Riflessioni su Ecclesiaste e Coronavirus

Shabbàt Chol Hamo'èd Sukkòt

Rav Scialom Bahbout

L’epidemia dovuta al Coronavirus ha riportato in prima pagina l’esperienza della morte, che è rientrata improvvisamente e prepotentemente nella vita del singolo e della società. La morte era stata quasi bandita dalle case e confinata negli ospedali. La riflessione sulla morte e sulle epidemie ha spinto molte persone a cercare ispirazione nella lettura dei testi classici: ecco quindi che si tornano a leggere I promessi Sposi di Manzoni, il Decameron di Boccaccio o La Peste di Camus. Davvero strano che tra questi testi non trovi posto nessuno dei libri della Bibbia. Pur senza averle inserite nelle proprie leggi costitutive, l’Europa dichiara di ispirarsi alle radici giudaico-cristiane: ci saremmo quindi aspettati di trovare tra i testi proposti alla lettura e su cui riflettere qualcuno dei testi biblici. Ecclesiaste è un libro con molte domande e con qualche risposta per chi lo legge in momenti di crisi con la dovuta attenzione.

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Sukkòt e l’acqua, uomo e vita

Il 15 di Tishrì del calendario ebraico cade Sukkot, la festa delle capanne, che ricorda il peregrinare del popolo ebraico nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto. Shalom ha intervistato il Direttore dell’Ufficio Rabbinico della Comunità Ebraica di Roma, Rav Yacov Di Segni, per scoprire usi e precetti di questo giorno così gioioso.

Il continuo spostarsi, la necessità di avere degli abitacoli, il simbolo della festa - che dura sette giorni - è proprio la Sukkà: una struttura, ricoperta da foglie e frutti, in cui è precetto dormire, mangiare e studiare. Segno della transitorietà di questo mondo e della misericordia divina, che permise al popolo ebraico di sopravvivere alla lunga permanenza del deserto.  

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Perché si legge un libro pessimista come Kohèlet nello shabbàt di Chol Hamo’èd  Sukkòt?

Nel sabato di Chol Hamo’èd di Pèsach si usa leggere nel bet ha-kenèsset il Cantico dei Cantici (Shir Ha-Shirìm) composto da re Shelomò. A Shavu’òt si legge la meghillà di Rut e a Sukkòt si legge l’Ecclesiaste (Kohèlet), anch’esso composto da re Shelomò. Pèsach è la festa della liberazione dall’Egitto e dello “sposalizio” tra il Creatore e il popolo d’Israele; il Cantico dei Cantici che si legge a Pèsach è un’allegoria di questo amore tra l’Eterno e Israele.

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“Di chi è la colpa”? Piperno indaga

Fabrizio Ottaviani

Alla ricerca del tempo perduto di Proust faticò ad essere pubblicato perché a qualcuno sembrò eccessivo impiegare venti pagine per descrivere le riflessioni di un uomo che non riesce a prendere sonno. Anche Alessandro Piperno, che a Proust ha dedicato più di un saggio, apre il suo ultimo romanzo (Di chi è la colpa, Mondadori, pagg. 434, euro 20 ) con una veglia, quella di un ragazzo che esita a disturbare il padre già addormentato per confessargli che è un pavido: nel liceo pubblico che frequenta un bullo ha deciso di pestarlo. Il quadro familiare nel quale la scena si svolge è eloquente: la madre, professoressa di matematica, insegna in un istituto del centro di Roma, niente di meno e niente di più. Il padre - toglierà il figlio dai guai concedendogli una gita al mare fuori stagione - è un eterno adolescente che colleziona chitarre, fissato con il rock and roll degli anni Cinquanta. Biondo e possente come un californiano cresciuto a bicchieroni di latte, per racimolare qualche soldo vende lavatrici che si rompono subito, pagato poco e male da un industriale che ha edificato la sua villa palladiana lesinando quattrini ai dipendenti. È chiaro che stavolta, a differenza di quel che accade nei romanzi precedenti (uno di essi, Inseparabili, ha vinto nel 2012 il premio Strega), Piperno non catapulta il lettore nel ricco e influente mondo degli ebrei romani: superate le colonne d'Ercole del portico d'Ottavia, l'autore si avventura nei quartieri abitati da una piccola borghesia impoverita, oppressa dai debiti.

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La salvezza che solo il canto polifonico può assicurare

Parashà di Haazìnu

Mosè ha terminato i suoi discorsi: dopo gli ammonimenti, resta la Benedizione che Mosè impartirà al popolo ebraico e alle 12 tribù. Dopo aver ricordato al popolo le norme principali che finalmente dovranno essere applicate nella Terra promessa e che riguarderanno non più solo il singolo, ma la società intera, Mosè dovrebbe scrivere o dettare il suo testamento per dire cosa vuole lasciare al Popolo d’Israele. In un testamento ci aspetteremmo parole affettuose e una sintesi di quella che egli ritiene sia la sua eredità. E questa dovrebbe essere espressa in maniera chiara, senza parabole. Mosè sceglie invece un’altra strada: scrive un testamento che potremmo definire un avvertimento per il futuro e come forma di scrittura usa la poesia, una Shirà, una Cantica. Questa Shirà rappresenterà la presenza continuativa di Mosè nel corso della Storia del popolo e per questo il popolo dovrà impararla  a memoria:  Ora scrivete per voi questa cantica e insegnatela ai figli d’Israele; mettetela loro in bocca, perché questa cantica mi sia di testimone contro i figli d’ Israele (31, 19): cioè una testimonianza che l’avvertimento è stato dato anzi tempo. 

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Kippùr: Una normalità diversa, che dia senso alla vita

Nell’ora di Ne’ilà 5782, 16 settembre 2021

Questo è il secondo anno in cui siamo costretti a fare un Kippùr diverso, con limitazione del numero dei partecipanti alla tefillà, cosa che pesa soprattutto al momento finale. L’anno passato, pensando solo al Covid e non a tutto il resto delle amarezze, è stato l’anno dell’aumento vertiginoso delle vittime, poi delle vaccinazioni di massa. L’anno delle difficoltà economiche ma anche della solidarietà, che in questa comunità non è mancata. Siamo ancora nel mezzo della crisi, vediamo prospettive incoraggianti, ma dobbiamo difenderci e riorganizzarci. Aspettiamo tutti il ritorno alla normalità. Ma normalità non vuol dire il bene in assoluto. Quando si finisce lo studio di un trattato di Talmud si fa una piccola cerimonia di festeggiamento in cui si recita una preghiera nella quale si ringrazia il Signore che ha indicato, a chi vuole seguirlo, un comportamento particolare che lo distingue da altri: loro si svegliano presto e noi ci svegliano presto, loro si affaticano e noi ci affatichiamo, loro corrono e noi corriamo; ma bisogna vedere per cosa vale la pena di svegliarsi presto, correre e faticare. Queste domande di solito se le pone una persona che ha avuto un trauma e si vede crollare il mondo addosso, normalmente è difficile che una persona se le ponga. La reclusione e le limitazioni imposte dal Covid sono state per molti, ma non per tutti, un’occasione per riflettere. Kippùr con il Covid è una opportunità doppia per pensare. Ritorno alla normalità, sì, ma che sia una normalità diversa, che dia senso alla nostra vita.

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L’Ucei sospende Gariwo

La Giunta dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha diramato una nota relativa ai rapporti tra l’ente e la Fondazione Gariwo. La nota è stata inviata anche al sindaco di Milano Beppe Sala.

“Riteniamo – vi si legge – che sulle relazioni fra l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Fondazione Gariwo siano necessarie alcune precisazioni alla luce di diverse iniziative promosse e posizioni espresse negli ultimi tempi. In una sua recente esternazione, il presidente di Gariwo, Gabriele Nissim, ha rappresentato che alcuni “integralisti” vorrebbero boicottare il Giardino dei Giusti e che si sarebbe parlato di Giusti solo con riferimento agli ebrei e non con riferimento a tutta l’umanità.

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11 settembre, le teorie del complotto

Da attacco USA ad ebrei salvi perché avvisati

Dario D'Angelo

Era forse inevitabile che attorno ad un evento spartiacque come quello degli attacchi dell’11 settembre 2001 sorgessero molteplici teorie del complotto. Per comprendere la proporzione del fenomeno basta dire che oggi, alle voce “teorie del complotto 11 settembre” sono collegati su Google oltre 8 milioni di link. A dire il vero già dalle ore immediatamente successive al World Trade Center un ingegnere informatico americano seminò su un forum il dubbio che i grattacieli fossero crollati non, come stabilito dagli esperti, per effetto dell’incendio scoppiato all’interno degli edifici, bensì come risultato di una detonazione controllata. Ad alimentare questa versione, il fatto che in molti video si potessero osservare dalle Torri “sbuffi” di fumo simili agli “squibs” visibili durante le demolizioni controllate. Quella dell’esplosione controllata non è stata ovviamente l’unica teoria del complotto circolata rispetto agli attacchi di vent’anni fa. Molti cospirazionisti si concentrarono infatti sui mandanti degli attentati, negando che fossero opera di Al Qaida e di Osama bin Laden. Molto più probabile, a dir loro, che gli attacchi fossero stati orchestrati dal “deep State” americano, lo Stato profondo USA, all’epoca alle direttive di George W. Bush.

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L’eredità di Mosè: un’eredità in cammino

Parashà di Vayelekh

Rav Scialom Bahbout

Il momento del congedo è sempre molto triste sia per il leader che per la Comunità che lo ha scelto o accettato come tale. All’inizio della parashà di Vayelekh troviamo scritto: Mosè andò e rivolse ancora queste parole a tutto Israele. Disse loro: «Io oggi ho centovent'anni; non posso più andare e venire; inoltre il Signore mi ha detto: Tu non passerai questo Giordano. (Deuter 31: 1 - 2). Tutto il libro del Deuteronomio contiene i discorsi che Mosè fece al popolo nell’ultimo mese della sua vita: oramai ha detto tutto ciò che aveva da dire e gli mancavano poche ore al momento della morte: ancora un paio di istruzioni, una riflessione sul futuro, l’insegnamento della Cantica che lascerà in eredità al popolo e sarebbe salito sul Monte Nevo: da lì avrebbe finalmente potuto ammirare dall’alto la Terra d’Israele, dove non gli era concesso entrare.

Già in questo incipit troviamo diverse affermazioni che possono farci capire come Mosè aveva cercato di interpretare la sua leadership, non una leadership al di sopra, ma all’interno del popolo:

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1943: Ebrei combattono a Porta San Paolo

Liliana Picciotto

Alle 18,30 dell’8 settembre 1943, il generale Eisenhower, superando i tentennamenti italiani che temevano violente reazioni tedesche, annunciò da Radio Algeri la strabiliante notizia che l’Italia aveva cambiato di campo e aveva firmato con gli ex nemici, già da 5 giorni, un armistizio. Il re Vittorio Emanuele II, preso alla sprovvista, dovette recarsi negli studi dell’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, antesignano della RAI) e alle ore 19,42 ripetere, in forma ambigua e incomprensibile ai più, che l’Italia cambiava posizione nel teatro bellico. Nei giorni successivi, si verificò il tragico disfacimento dell’esercito italiano, privo di disposizioni sul comportamento da tenere verso le truppe tedesche che, fino a qualche giorno prima, erano stati alleate e che ora erano diventate nemiche.

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Rosh Hashanà. Rinascere, sempre noi stessi, ancora una volta

Restare sempre se stessi ma anche cambiare continuamente: è la condizione propria degli umani. Quando la mattina ci svegliamo siamo in genere coscienti di essere la stessa persona che si è addormentata la sera precedente. Ma siamo anche altro: vecchie cellule sono morte e nuove cellule le hanno sostituite. Riusciamo a vivere solo in virtù di una capacità trasformativa che garantisce la continuità individuale e collettiva. Siamo uno strano dosaggio di persistenza e mutazione; e se ciò è vero a livello fisico/biologico, lo è ancora di più a quello emotivo/identitario: percepiamo ogni oscillazione interiore pur essendo consapevoli dell’unità del nostro io. Questo impasto esistenziale - verrebbe da dire all’incrocio tra il minerale, il vegetale e il vivente - mi pare espresso con chiarezza dal senso profondo di Rosh ha Shanah.

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Il peso e la gioia di un patto

Parashà di Ki Tavò

Il rapporto tra Israele e Dio è stato stabilito con tre patti: il primo stipulato in Egitto, il secondo ai piedi del Monte Sinai e il terzo nella terra di Moav (Yalkut Simon’oni, Nizavim):  Rav J. B. Soloveitchik (in Kol Dodì Dofek) definisce il primo patto come “patto destino”, cioè il patto di solidarietà di una comunità perseguitata e schiavizzata; il secondo come  “patto missione”  di una comunità che accetta le mizvoth della Torà, come strumento per divenire un popolo santo; il terzo stipulato nella terra di Moav, identico nei contenuti al secondo, salvo l’aggiunta di una “Alà”, un giuramento per cui,  qualora avesse trasgredito il patto, Israele sarebbe andato incontro a gravi sciagure: questo patto si rese necessario in quanto l’adorazione del vitello d’oro aveva annullato il patto del Sinai: bisognava quindi rinnovarlo precisando anche gli impegni che Israele si assumeva, cioè la Alà di cui sopra.

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Il rabbino capo di Roma contro il Papa: “Il suo è un linguaggio ostile agli Ebrei”

Secondo Di Segni Papa Francesco ha presentato l`ebraismo come religione superata, formalista, legalista, senza principi morali nella pratica quotidiana

Speriamo che per il futuro vengano recepite certe sensibilità". Chiede attenzione al "linguaggio" il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, tornando sulle parole di Papa Francesco sulla Torah e sulle polemiche nate dopo la sua catechesi del mercoledì 25 agosto scorso.  "C`è una lezione essenzialmente di linguaggio che riguarda il modo in cui determinati messaggi che hanno un fondamento sacro nella tradizione vengono trasmessi a un pubblico generale. - afferma Di Segni - Questi antichi messaggi sono stati il fondamento di divisioni ostili in cui l`ebraismo è stato presentato come religione superata, formalista, legalista, senza principi morali nella pratica quotidiana. Tutti questi messaggi - aggiunge - se vengono presentati in maniera semplificata, senza fare le opportune distinzioni e precisazioni, diventano veicolo di ostilità".  Per il futuro, il rabbino capo auspica che ci sia maggiore "attenzione al linguaggio, attenzione a come si trasmettono determinate cose".

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Torah, una lezione di rispetto

La lettera del rabbino capo di Roma sulla polemica del Vaticano

Caro Direttore,
mentre le nostre preoccupazioni sono concentrate sul Covid e i fatti afghani, sembrerebbe strano distrarci su una piccola recente polemica interreligiosa. Ma l'argomento è di qualche interesse e sono utili delle spiegazioni. La cosa nasce da un recente commento papale alla lettera ai Galati di Paolo, in cui si parlava del ruolo della legge, la Torah, rispetto alla fede; ne è seguita una protesta. A difesa di Paolo e di chi l'ha citato è stato tirato in ballo anche il Baal Shem Tov (m. nel 1760), il mitico fondatore del Chasidismo in Europa Orientale, con una sua frase sul senso delle azioni; da lui si può cominciare con un'altra sua frase. Ai tempi del Baal Shem Tov non c'erano trasporti pubblici e bisognava affidarsi a cocchieri sconosciuti. Il Maestro, che viaggiava molto, aveva una regola per decidere chi fosse affidabile. Se il cocchiere, passando davanti a una Chiesa, si faceva il segno della croce, ci si poteva fidare da lui.

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Spigolature da Roma. Lo Shibolè ha-leqet

Non è un mistero che la presenza ebraica a Roma sia antichissima. La leggenda vuole che quattro famiglie vennero esiliate a Roma da Tito ai tempi della distruzione del secondo Tempio. A una di queste famiglie, quella degli Anawim (dei Mansi), apparteneva uno dei più illustri rabbini romani, Zidqià ben Avraham ha-rofè (XIII sec.), autore dello Shibolè ha-leqet, opera halakhica, fra le prime del genere in Italia, nella quale vengono illustrate, fra le numerose norme, usanze ancora oggi praticate dagli ebrei romani. Il fratello dell’autore, Biniamin, uno dei maggiori dotti romani del suo tempo, si distinse per le sue conoscenze filosofiche, matematiche e astronomiche, e fu autore di vari componimenti poetici recitati nel rito romano e ashkenazita. Alla stessa famiglia apparteneva anche Natan ben Yechiel, che nell’XI secolo scrisse l’Arukh, una grandiosa opera lessicografica sulla letteratura postbiblica, che diede all’autore ampia fama e funse da base per i lessici talmudici successivi.  

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Intervista ad Asa Kasher: “Senza leader disastro globale”

Fiamma Nirenstein

Quando il mondo è scosso alle fondamenta da eventi che implicano la ferocia dell'uomo contro l'uomo,non si sa che fare, non si sa che cosa pensare. Un faro di saggezza e anche, come capita ai giusti, di motivato scetticismo, è Asa Kasher, professore emerito di Etica e Filosofia all'Università di Tel Aviv, membro dell'Accademia d'Europa di Arti e Scienze, e famoso autore del Codice Etico delle Forze di Difesa israeliane. Abbiamo lavorato insieme a un libro sull'emigrazione. Ma adesso siamo ben oltre quella barriera che sembrava invalicabile, abbiamo visto scene di fuga e terrore molto al di là della tragedia quotidiana: scene di orrore. 

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L’incredibile storia di Roberta Ascarelli: tra i fratelli Grimm, Napoli e l’ebraismo

Le origini tedesche, gli studi per riconnettersi alle vicende della propria famiglia. La nobiltà napoletana e il rapporto con la città (a partire dal calcio). Colloquio con la professoressa di Letteratura tedesca all'Università di Siena

Francesco Palmieri

Talvolta l’imprevedibile macchina centrifuga che noi con familiarità chiamiamo Storia scompone e ricompone – basta che ne abbia il tempo – stirpi e linguaggi, uomini e donne, terre e mari con esiti tanto più riusciti quanto più inverosimili. Se lei non fosse persona di provata serietà (dunque anche molto affabile), fatichereste a credere alla vicenda familiare di Roberta Ascarelli, ordinario di Letteratura tedesca all’Università di Siena e docente di Letteratura ebraica contemporanea presso il Diploma di studi ebraici dell’Ucei, già presidente dell’Istituto italiano di studi germanici dal 2015 al 2019. Forse perché discende dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, insuperabili raccoglitori di fiabe; forse perché è arduo pensare a un amore inestirpabile per la Germania che si ravviva subito dopo l’ultima guerra mondiale nel connubio con una famiglia ebrea che aveva acquisito un titolo di nobiltà nella Spagna del 1275, con lo stemma araldico (o cabalistico) dove campeggiano un leone, una torre, la luna, effigiati nell’anello che la professoressa Ascarelli porta ancora; forse perché è bizzarro immaginare che questa corsa dispari di genealogie distanti finisca per discendere a Napoli, dove la memoria della famiglia Ascarelli è consacrata nel reparto più emotivo della città. Quello del calcio. Perché fu Giorgio, zio di Roberta, a fondare nel 1926 la squadra azzurra e a diventarne il primo presidente.

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“La bella ebrea” Sara Copio Sullam: un salotto letterario nel ghetto veneziano del ‘600

REBECCA LOCCI

Vissuta nei primi anni del Seicento, la così definita “bella ebrea” del ghetto Sara Copio Sullam, risulta essere una particolare figura femminile nella storia della letteratura italiana ed ebraica. Gli studi sulla poetessa ebrea del ghetto veneziano, negli anni, sono stati discontinui e la sua figura seppur risulta essere stranamente nota è allo stesso tempo in parte dimenticata.

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Quando una parola diventa parolaccia

Uno dei problemi del cristianesimo nascente, soprattutto nel momento in cui si apriva al mondo non ebraico, fu quello di definire la propria identità rispetto alle origini ebraiche. Che fare della Torà, con tutti i suoi obblighi, a cominciare dalla circoncisione? Avrebbero dovuto continuare a osservarla i credenti in Gesù provenienti dall’ebraismo, e abbracciarla i nuovi fedeli?

Il dibattito su questi temi fu aspro, e prevalse la tesi di Shaul-Paolo, in origine un ebreo osservante, secondo il quale l’osservanza della Torà era superata e non era più necessaria. Per spiegare questa idea, Paolo intervenne ripetutamente anche in termini molto polemici, diffusi nei suoi scritti, che sono entrati a fare parte del Nuovo Testamento. 

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Il patto e i rischi: gli ammonimenti e le promesse

Parashàt di Ki Tavò 

Rav Scialom Bahbout

Quali sono i rischi cui andrà incontro il popolo ebraico qualora non osservasse il patto stipulato con il Signore ai piedi del Monte Sinai? Troviamo la risposta nelle Tochachot (ammonimenti) di Bekhukkotai (Levitico cap. 26) e di Ki tavò(Deuteronomio cap. 28): La prima versione contiene ammonimenti agghiaccianti e spaventosi, la seconda annuncia disgrazie  da incubo, tanto da essere state interpretate come una descrizione realistica degli eventi accaduti durante la Shoà. 

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Studiare Torà e studiare altro

Su Pagine Ebraiche di agosto leggo in calce al mio articolo su “Studi talmudici e studi secolari” la stimolante reazione dell’amico Alberto Cavaglion che ringrazio per l’interesse manifestato sul tema. Parafrasando Maimonide egli si professa “perplesso in cerca di guida” e pone due interrogativi. Anzitutto, “può un giovane studiare la Torah e il Talmud prescindendo dalla filosofia classica?” La risposta è: sì, certamente, è possibile. Così è stato fatto in molti ambienti per generazioni e le eccezioni alla Salomon Maimon sono state relativamente poche.

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I diritti degli animali e i doveri dell’uomo

All'amico carissimo Massimo Ghedalia ben Daniel Pieri z.l., amante del popolo d'Israele, per i percorsi e i progetti che abbiamo condiviso in questo come in altri temi Mino

Parashà di Ki Tetzè

Uno degli argomenti più noti ed ampiamenti discussi di questa parashà è lo “Shillùach ha- ken”  - l’invio del nido ”:  Se trovi davanti a te, per via, su un albero o per terra, un nido d’uccello con gli uccellini o con le uova, mentre la madre giace sugli uccellini o sulle uova, non prenderai la madre con i figli, lascia andar via la madre e prenditi i figli affinché tu sia felice e prolunghi i tuoi giorni (Deut. 22: 6-7)

La Torà dedica varie mizvoth al rapporto tra l’uomo e gli animali in questa e in altre parashòt. Tra queste, la più simile a questa mizvà per il contenuto, è l’ordine di non macellare nello stesso giorno la madre e il figlio: Il Signore parlò a Mosè dicendo: quando nasce un agnello o un capretto, per sette giorni rimarrà sotto sua madre e dall’ottavo giorno in poi sarà gradito come sacrificio al Signore. Quanto al bue e all’agnello, lui e il suo piccolo non li dovrete scannare nello stesso giorno. (Levitico 22: 26 – 27).

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Gli sposi sotto alla chuppà: chi va a destra?

Il valore delle usanze locali

Mi è capitato in questi ultimi tempi di celebrare matrimoni in cui lo sposo o la sposa non erano romani, o sono stati invitati rabbini non romani, e ogni volta c’è stato un po’ di imbarazzo sul posizionamento degli sposi sotto la chuppà. Nella comune consuetudine romana la sposa si colloca alla destra dello sposo, in altri luoghi sta alla sua sinistra, e quando si confrontano diverse tradizioni c’è sempre un problema da risolvere. In questo caso sembrerebbe un problema di poco conto, ma dietro c’è una lunga storia, che proprio a Roma ha avuto un suo sviluppo particolarmente acceso. Questa storia è venuta alla luce recentemente, in un articolo scritto da Eliezer Baumgarten e Uri Safrai (Mechqare Yerushalaim beMachshevet Israel, 5781 n. 26) e vale la pena raccontarla almeno per sommi capi. 

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Per servire e per custodire

Parashà di Shofetìm - L’ambiente e l’immagine distorta sulla posizione ebraica

La parashà di Mishpatim, nel definire le leggi della guerra, stabilisce una norma apparentemente minore che è diventata molto importante in questo tempo. In una campagna militare durante l'assedio di una città viene data questa norma: Quando assedi per lungo tempo una città, combattendo contro di essa per conquistarla, non distruggere i suoi alberi abbattendo la scura su di essi. Da essi mangerai frutti. Non tagliarli, perché l’albero del campo è forse un uomo che venga a mettere un assedio contro di te? Tuttavia, puoi abbattere alberi che sai non essere alberi da frutto e usarli per costruire fortificazioni finché la città in guerra con te non cade. (Deuteronomio 20:19-20).

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La “triste e immeritata sorte” dello shewà e i diritti presi alla lettera

Ho scelto come titolo per questa noterella un’espressione usata decenni fa da Dante Lattes quando volle aprire una discussione in difesa del mamzèr, la persona che nasce da una grave trasgressione sessuale che deve scontare colpe da lui non commesse. Seguì un dibattito in cui Lattes fu criticato, tra gli altri, da rav Elia Artom (tra i due non c’era grande simpatia). Lasciando da parte il mamzèr, vorrei parlare di un altro “soggetto”, che in questi ultimi tempi è sottoposto, per motivi politici e ideologici, a una sorte triste e immeritata; un segno grammaticale particolare, lo shewà. Prima che chi legge scappi, terrorizzato dalla grammatica, anticipo che la storia che segue è piccante e importante e gli chiedo un po’ di pazienza.

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Rav Yehudà Mintz di Padova: Contro la maldicenza per i diritti delle donne

“Mi sono soffermato molto sulle parole di R. Yehudah e vi ho trovato una sapienza prodigiosa, ancora più grande di ciò che si sente dire di lui… Emana una grande luce, vedendo la quale gli occhi non reggono, per la forza della sua luminosità e splendore…” E’ quanto un illustre contemporaneo scrive di R. Yehudah ben Eli’ezer ha-Levi Mintz, che fu Rabbino di Padova per 47 anni.  Quando visse esattamente? Sappiamo che aveva lasciato Magonza nel 1462, allorché gli Ebrei furono espulsi dalla città tedesca e morì ultracentenario nel 1508. Cinque giorni più tardi gli fu sepolto accanto R. Itzchak Abrabanel nel cimitero vecchio di Padova, detto Coda Longa. Lo stesso cimitero che l’anno successivo fu devastato per il Sacco di Padova. “Ma noi maggiorenti della Comunità – asserisce un testimone - abbiamo l’usanza di visitare le tombe di questi giusti ogni vigilia di Kippur affinché D. ricordi a nostro favore i loro meriti”. Il nome Mintz  è  certamente legato alla città di provenienza.

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Gli angeli possono aspettare

Parashà di Reè

La parashà di Reè comprende una serie di precetti che riguardano la vita sociale ed economica che hanno in sostanza lo scopo di porre dei limiti all’idea della proprietà mediante un processo educativo che tocca diversi aspetti della vita dell’uomo e diversi momenti dell’anno. A parte la decima che spettava al Levita che non aveva campi da seminare, il processo educativo passa attraverso quattro istituzioni e norme nel corso dei sette anni previsti per l’anno sabbatico:

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Kashrùt: una mitzvà sociale?

Parashà di ’Èkev

La parola עֵקֶב, Ekev, che dà il nome a questa parashà, che qui traduciamo con conseguenza, si trova due volte nel discorso di Mosè. All’inizio: וְהָיָה עֵקֶב תִּשְׁמְעוּן  , Avverrà che come conseguenza (עֵקֶב) per avere dato ascolto a queste leggi, per averle osservate e messe in pratica, l’Eterno, il tuo Signore, manterrà con te il patto e (userà) la bontà che ha giurato ai tuoi padri (Cap. 7: 12); Alla fine: Qualora tu dimenticassi  l’Eterno, il Signore, per seguire  altre divinità …… perirete esattamente come le nazioni che l’Eterno distrugge davanti a voi,עֵקֶב לֹא תִשְׁמְעוּן  come conseguenza (עֵקֶב)  per non avere dato ascolto all’Eterno vostro Signore (Cap. 8: 19 – 20).

Ma qual è il significato della parola עֵקֶב e cosa ci può insegnare: ‘Ekev rappresenta qualcosa che è una conseguenza delle azioni dell’uomo: ma queste conseguenze sono già note e l’uomo se le aspetta, oppure le aspettative non sono affatto chiare e l’uomo le ignora?

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Guttman, il medico ebreo scampato a Hitler che inventò le Paralimpiadi

Michela Pagano

“Aktion T4”. Programma di “buona morte”. Nella Berlino nazista del 1939, in un elegante edificio della Tiergartenstrasse 4, un ente pubblico opera per la salute e l’assistenza sociale della Germania. Obiettivo: eliminare persone affette da malattie genetiche nonché pazienti disabili, portatori di handicap fisici e mentali, ospiti degli ospedali e delle case di cura. Il sogno di un mondo perfetto dominato dalla “razza” ariana, perseguito da Adolf Hitler, non può prescindere da questo ambizioso progetto. Lo aveva già spiegato il Führer una decina di anni prima nel “Mein Kampf”.

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La Corte di Giustizia chiude gli occhi davanti al pluralismo religioso dell’Europa di oggi?

Giorgio Sacerdoti

Lasciano perplessi, anzi preoccupati, le due sentenze della Corte di giustizia europea di Lussemburgo del 15 luglio che, come riferito anche dal Corriere del giorno successivo sotto il titolo “si può vietare il velo al lavoro,” ha sancito che “il divieto di indossare sul luogo di lavoro qualsiasi forma visibile di espressione delle convinzioni politiche, filosofiche o religiose può essere giustificato dall’esigenza del datore di lavoro di presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali”.

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Tsad Kadima: insieme per vincere

Claudia De Benedetti

“Quando Yoel è nato, nel 1994, nel giro di un anno abbiamo capito che la cerebrolesione lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Abbiamo cercato il migliore modo per aiutarlo a crescere, due anni dopo abbiamo trovato Tsad Kadima” Così Alessandrìo Viterbo racconta il suo impegno instancabile per l’associazione fondata più di trent’anni fa da un gruppo di genitori israeliani che avevano sentito parlare del metodo ungherese Peto per la cura delle lesioni cerebrali fin dalla nascita. I primi studenti sono partiti per Budapest e tanta strada è stata percorsa: dopo il centro di Rishon LeZion, nuovi centri piccoli e grandi sono nati in tutta Israele: dagli asili nido, agli asili, alle scuole, ai centri diurni, alle residenze per giovani. Ovunque vengono accolti bambini e ragazzi di ogni credo e provenienza, con il solo obiettivo di garantire a loro e alle loro famiglie strumenti di eccellenza, attrezzature speciali, piscine terapeutiche, software all’avanguardia. Yoel vive una vita limitata sul piano fisico ma molto ricca sotto tutti gli altri punti di vista. Ogni settimana trascorre una notte in compagnia dei suoi coetanei in una casa appositamente attrezzata.

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In ogni crocevia della storia c’è un ebreo: grazie, Arturo Schwarz

Libraio, editore, mercante, collezionista ed esegeta di Marcel Duchamp, nonché poeta errante poliglotta. È stato un campione del pensiero laico e indipendente. Il ricordo di Gian Enzo Sperone

Gian Enzo Sperone

I fili imperscrutabili che legano le vite degli umani sono per l’appunto imperscrutabili. Da bambino frequentavo diligentemente l’oratorio della mia parrocchia, del resto che altro c’era da fare alla fine degli anni ’40 in un’Italia distrutta dalla guerra, in cui solo la chiesa cattolica aveva mantenuto quasi intatta la sua organizzazione e la sua rete di pastori d’anime. Chiedevo dopo la messa al teologo: Che cos’è il mistero della Trinità? Per sentirmi rispondere dal buon dottore della scienza di Dio: «Ma è un mistero o no? E allora cosa vuoi che ti risponda?».

Negli stessi anni Arturo Schwarz era ancora al Cairo (in Egitto era nato nel 1924, ebreo tedesco il padre, madre italiana) dove se l’era vista brutta, bruttissima. Incarcerato e seviziato prima di accedere alla forca cui era stato condannato per attività politica, sovversiva e «prima di farsela nei pantaloni» (parole sue) con il cappio già al collo, tramortito dallo strazio, aveva assistito incredulo al primo miracolo, forse l’unico della sua vita di ateo: era arrivata la grazia e insieme l’espulsione dall’Egitto. Da allora non avrebbe mai più indossato una cravatta.

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L’ascolto, la visione e la parola

Parashà di Vaetchannàn

La Parashà di Vaetchannan, la prima che leggiamo subito dopo l’invito della conquista della Terra promessa in cui Israele avrebbe dovuto stanziarsi e applicare la Torà,  contiene aspetti importanti delle leggi che avrebbero regolamentato la vita del popolo nella Terra promessa. In questo non è certamente unica, ma ciò che la caratterizza è che in essa troviamo due dei brani più importanti della Torà, intesa come legge e come pensiero cui deve ispirarsi la vita del singolo e della società ebraica: il Decalogo e lo Shemà’.  Non c’è dubbio che la rivelazione del Decalogo rappresenti il momento più significativo nella vita dell’ebreo e del Mondo; tuttavia la tradizione ha riservato proprio allo Shemà’ un ruolo preminente nella giornata dell’ebreo: la sua lettura per due volte al giorno e la sua declamazione nei momenti più importanti della vita: al risveglio e nel momento della morte. Di fatto lo Shemà’ rappresenta la quintessenza dell’identità ebraica, la dichiarazione di fede dell’ebreo.

Nel Tempio di Gerusalemme ogni mattina si leggevano prima i Dieci comandamenti e poi lo Shemà’. Da quando una setta, sorta nel senso del popolo ebraico, iniziò a predicare che il solo Decalogo era di origine divina e non il resto della Torà, i Maestri decisero di eliminarne la lettura e di lasciare solo allo Shemà’ il ruolo di preghiera simbolo della Torà: questo il motivo per cui i Maestri esclusero la lettura del Decalogo dalle preghiere quotidiane.

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I preservativi Fromm e i nazisti

Erano stati inventati da un ebreo. Vennero espropriati dal regime per una cifra risibile. Cartoncini per i timidi: «Vorrei una scatola di Fromm»

Ancora dopo il '68. In farmacia in Germania si chiedeva discretamente «ein Frommie», un pacchetto di preservativi con i tradizionali colori giallo e rosso. Le generazioni passano, e i nomi scompaiono, ma sono sempre in vendita con il nome «Mapa». E' un paradosso del III Reich: i Fromm erano un'invenzione ebrea, un prodotto immorale che minava la società tedesca, e sabotava l'ordine di Hitler di produrre figli maschi per l'esercito che avrebbe conquistato il mondo, ma era un'azienda che guadagnava milioni di marchi, e la espropriarono. Una piccola storia nella grande storia raccontata dallo storico Gütz Galy con il giornalista Michael

Sontheimer nel saggio Fromms.Wie der jüdische Kondomfabrikant Juius F. unter die deutschen Raüber fiel, «Come il fabbricante ebreo di preservativi Juiu F. cadde vittima dei predoni tedeschi» (Fischer Verlag; 224 pag.; 19,90 euro).

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Parigi, 16 luglio 1942: il rastrellamento del Velodromo d’Inverno

Giorgio Giannini

Nel giugno 1940, dopo poche settimane di guerra, la Francia è sconfitta dai nazisti. La parte settentrionale è occupata militarmente dai tedeschi mentre nella parte meridionale si costituisce uno stato collaborazionista, con capitale la cittadina termale di Vichy (per cui è chiamato Regime di Vichy), di cui è presidente il Maresciallo Philippe Pétain (eroe della Prima guerra mondiale) e primo ministro Pierre Laval. Il 21 settembre 1940 un’ordinanza nazista dispone il censimento di tutti gli ebrei francesi, anche nello stato fantoccio di Vichy, dove è incaricato di eseguire il provvedimento l’ispettore di polizia André Tulard. In pochi mesi tutti gli ebrei sono schedati, con l’indicazione della loro professione e del loro indirizzo, in un lungo elenco, chiamato Dossier Tulard. 

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Gli Ebrei in Sardegna. Ogni sardo ha del sangue ebreo che scorre nelle sue vene

Giuliana Mallei

Con la deriva fondamentalista islamica, si sta nuovamente parlando di antisemitismo. Quest’ultimo è un atteggiamento di intolleranza nei confronti del popolo ebraico, anche se le popolazioni semitiche sono tutte quelle che linguisticamente sono collegate al comune ceppo linguistico semitico: Ebrei, Arabi, Cananeo-Fenici, Maltesi, Cartaginesi. Anche qui in Sardegna non è raro incontrare persone che mantengono un atteggiamento di disprezzo nei confronti degli Ebrei; eppure tutti i Sardi hanno parecchio sangue ebraico nelle loro vene. I popoli semitici, lungo i secoli, hanno spesso raggiunto la Sardegna, pensiamo ai Fenici e ai Cartaginesi, e qui hanno sempre trovato accoglienza. Le notizie documentarie attestanti la presenza degli Ebrei in Sardegna partono dal I secolo d.C con lo storico Giuseppe Flavio, poi ne parla Svetonio (75 – 150 d.C), quindi Tacito (114 d.C) e Dione Cassio (II – III secolo d.C.).

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Rav Malakhì Hakohen, tra la kabbalà e lo studio critico del Talmud

Siamo a Livorno, che nel secolo XVIII era una delle Comunità più importanti di tutto il mondo ebraico, in particolare di quello sefardita. Qui visse un altro importante Talmudista e Cabbalista, il Rabbino Malachi HaCoen. Di questa figura se ne occuparono in passato i due Rabbini livornesi, Rav Alfredo Shabbetai Toaff e Rav Aldo Lattes, che  ancora Maschilim nel 1902 vinsero un concorso bandito dalla Fondazione Angelo Belimbau per una monografia sulla vita e le opere del Rabbino livornese Malachi Accoen. Il lavoro, rimasto manoscritto per sei anni dalla chiusura del concorso, vide la luce nel 1909. 

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Il corpo e il cuore

Parashà di Devarìm

Rav Scialom Bahbout

Il libro di Devarim contiene i discorsi fatti da Mosè nell'ultimo mese prima dell’ingresso nella Terra promessa ai patriarchi e che ora dovevano apprestarsi a conquistare. Una delle parti fondamentali del primo discorso di Mosè è in sostanza un excursus sulle vicende che hanno caratterizzato quella terra e i popoli che l’hanno via via occupata. Mosè passa in rassegna tutti i popoli con cui Israele è venuto in contatto nel suo viaggio per arrivare alla Terra promessa: riserva un’attenzione particolare ai  popoli con cui esisteva un rapporto di “parentela”: i discendenti di Esaù e dei figli di Lot (Moav e Ammon). Per dettato divino, Israele non poteva fare guerra con queste popolazioni, anche se le loro terre derivavano da conquiste di terre appartenute ad altri popoli: gli Emim, popolazione dalle dimensioni gigantesche, conquistati dai discendenti di Moav;  i Chorim conquistati dai discendenti di Esaù; i Refaim, chiamati anche Zamzumim, conquistati da Amon; gli ‘Avvim, che abitavano vicino a Gaza, conquistati dai Kaftoriti. Insomma Mosè descrive ciò che accade normalmente nella storia dell’uomo: ogni terra è stata teatro di lotte e conquiste e viene occupata da popolazioni diverse. Ora Israele si apprestava a fare la stessa cosa e anche la terra d’Israele avrebbe potuto seguire lo stesso destino: una terra promessa, ma conquistata, un giorno avrebbe potuto subire la stessa sorte, essere conquistata da un altro popolo. Così avrebbe dovuto essere, se come dice Machiavelli, si applica a tutti gli eventi umani l'antica massima “historia magistra vitae”:  nel presente si riscontrano situazioni analoghe a quelle passate, da cui è possibile cogliere insegnamento.

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Decreto Zan, inutilmente complicato

Leggi a confronto

Emanuele Calò

Nel novembre 2016, il legislatore francese ebbe a modificare il codice penale, introducendo questa novellazione: Art.225 – 1 «Constitue une discrimination toute distinction opérée entre les personnes physiques sur le fondement de leur origine, de leur sexe, de leur situation de famille, de leur grossesse, de leur apparence physique, de la particulière vulnérabilité résultant de leur situation économique, apparente ou connue de son auteur, de leur patronyme, de leur lieu de résidence, de leur état de santé, de leur perte d’autonomie, de leur handicap, de leurs caractéristiques génétiques, de leurs mœurs, de leur orientation sexuelle, de leur identité de genre, de leur âge, de leurs opinions politiques, de leurs activités syndicales, de leur capacité à s’exprimer dans une langue autre que le français, de leur appartenance ou de leur non-appartenance, vraie ou supposée, à une ethnie, une Nation, une prétendue race ou une religion déterminée.

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La tedesca che aiutò la spia ebrea a convertirsi al cattolicesimo

Come l'Italia del dopoguerra riabilitò sia Celeste Di Porto che aveva denunciato anche i parenti ai nazisti e sia la sua amica tedesca. Anna Foa e Lucetta Scaraffia ricostruiscono una vicenda oscura e ambigua nella Roma dell’occupazione nazifascista

Gesù, nel Vangelo di Giovanni, afferma: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". La frase evangelica naturalmente ha un valore prima di tutto religioso ma crediamo possa avere un suo significato pregnante anche applicata al racconto storico, alla ricostruzione del passato di una persona e ancora di più di una nazione. Senza ricerca e volontà di conoscere la verità è impossibile fare i conti fino in fondo con la propria storia e questo vale per il singolo individuo e ancora di più per i popoli. Certo, guardare in faccia i propri scheletri nell’armadio richiede coraggio, richiede la forza di rischiare e di non fare sconti alla propria coscienza. Necessita della propensione ad assumersi responsabilità e colpe e disponibilità a pagare per i propri errori e i crimini commessi. Solo in questo modo, però, si costruiscono basi solide per il presente e si può guardare con fiducia a un avvenire diverso. 

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Rabbì David Pardo, da Venezia a Gerusalemme

Gadi Piperno

Al centro di una dinastia di rabbanim, che iniziò non più tardi del XVI secolo, ma probabilmente anche prima, e che in Italia si interruppe a fine ottocento, mentre in Terra d’Israele è arrivata fino ad oggi, troviamo il rabbino David Pardo. Nato a Venezia di Shabbàt il primo di Nisàn del 5478 (1718) da Giustina e dal rabbino Yaaqov Pardo, rimase presto orfano di entrambi i genitori e fu preso in adozione, con la sorella, da un facoltoso parente, rabbi Moshè Ashkenazì, che lo fece studiare presso alcuni tra i più importanti maestri dell’epoca. Si trasferì a Spalato dove studiò con il rabbino David Papo, che sostituì alla sua morte come Rabbino Capo della città. La sua sapienza era tale che a  soli 23 anni a lui fu posta la prima sheelà (richiesta di responso su tema di giurisdzione ebraica) sulla liceità dell’uso dell’ombrello di Shabbàt e di giorno festivo. 

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Gerusalemme: città – rifugio per l’umanità?

Parashà di Massè

L’istituzione delle “città di rifugio” viene ricordata più volte nella Torah e nella Bibbia: sei città dei Leviti vengono messi a disposizione per un omicida che volesse sfuggire alla “vendetta” da parte dei parenti della persona uccisa involontariamente (1): le città di rifugio sono una risposta concreta per combattere l’abitudine a risolvere i problemi con delle faide, per “fare giustizia” da soli. L’applicazione della giustizia è cosa troppo importante per lasciarla nelle mani di persone il cui cuore, come dice il testo, è stato infiammato.  

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Studi talmudici e studi secolari

Hanno suscitato il consueto scalpore le recenti affermazioni con cui il rabbino capo sefardita d’Israele rav Yitzhak Yosef ha dichiarato la propria netta preferenza per la Yeshivah tradizionale rispetto a curricula di studi che associano al Talmud le materie secolari. Chi dissente dal pensiero del rabbino reagisce in genere con stizza, ribadendo la propria altrettanto ferma contestazione fino a screditare l’avversario, liquidato rapidamente come il portavoce di una visione gretta e anti-moderna. Dato il calibro del pulpito da cui viene la predica, tuttavia, non si può non tentare una via differente, a costo di rischiare l’impopolarità. Penso si debba cercar di inquadrare il messaggio analizzando le fonti e adoperando, per quanto possibile, un sano senso storico e critico.

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Elie Wiesel, Maestro del pensiero ebraico e della memoria attiva

A cinque anni dalla scomparsa di Elie Wiesel, pubblichiamo di seguito un contributo del Rabbino Roberto Della Rocca, Direttore Area Formazione e Cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Roberto Della Rocca

Il Baal Shem Tov e la memoria attiva

Quando nel 1986 Elie Wiesel fece il suo discorso in occasione del conferimento del premio Nobel per la pace citò un racconto chassidico. Il Baal Shem Tov, vedendo le sofferenze del popolo ebraico si adoperò per affrettare la venuta del Messia.Dio lo punì per questa ingerenza nella Sua regia della storia e lo esiliò in un luogo lontano con il suo assistente. Il Baal Shem Tov si rese conto di non ricordare più né le preghiere, né le segrete meditazioni che avrebbero potuto aiutarlo a far ritorno a casa. Ma il suo assistente si ricordava l’alfabeto e cominciò a recitarlo così che il Baal Shem Tov  poté ripeterlo con lui ad alta voce. E’ così che il Baal Shem Tov si riappropriò della memoria e gli fu possibile così tornare a casa.

La memoria così, come esperienza, nasce sempre da un esilio che paradossalmente ne costituisce la linfa vitale e la direzione dell’azione umana presente e futura. Un gioco di trasformazione e continuo rinnovamento che mantiene con il passato sempre un legame attivo, che non è mai passivo, e che necessita sempre di un esilio. Viceversa è anche la memoria a nutrire l’esilio, a coltivarlo, a mantenere vivo il senso di appartenenza sradicata, la nostalgia dell’altrove e l’ansia del ritorno.

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Quelle raccolte fondi un po’ opache

Selvaggia Lucarelli

“Ho letto che stai raccogliendo dei soldi per questa persona, la conosci la sua storia?”. “Certo, benissimo!”. “Me la racconti?”. Il noto personaggio avvezzo alle raccolte fondi con coinvolgimento di milioni di follower inizia a balbettare, poi: “Sì, magari non so tutto, mica mi vorrai sputtanare?”. In realtà di sputtanare il personaggio non mi importa, quello che però durante la telefonata il personaggio ha involontariamente raccontato è la situazione delle raccolte fondi in Italia: un far west. Se ne aprono e chiudono in continuazione, specie su Gofundme. Personaggi noti e stampa le sponsorizzano senza preoccuparsi troppo della fondatezza delle cause e della reale destinazione dei fondi. I filoni sono svariati, e il più inquietante è quello che riguarda malattie e cure.

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Quando le Comunità ebraiche si spaccarono per una lettera tagliata

Riunire i due pezzi di una vav?

Diverse sono state le controversie su aspetti di Halakhà che sono state sollevate in passato nelle comunità italiane nel  medio evo e nel rinascimento (famose le polemiche sullo Stam yenam, il vino prodotto dai non ebrei, e sul mikvè di Rovigo). Meno nota è la polemica che ha attraversato l’ebraismo italiano nella seconda metà del 18° secolo: La controversia sulla VAV Keti’à di Shalom. Una polemica infuocata ha attraversato comunità e rabbini dell’epoca sia italiani che esteri, studiata da rav Simcha Chasida di Benè Berak (in Morià 5768, 3 - 4)

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Il successo di “Shtisel”, il desiderio e la Legge

Alessio Aringoli

Uno dei fenomeni della cultura di massa più interessanti, ma anche più enigmatici, dei primi mesi del 2021 è stato, senza dubbio, il grande successo della serie tv Shtisel. Per quale motivo una serie che racconta le vicende di una famiglia di ebrei haredim (i cosiddetti ultraortodossi), in modo molto realistico ma senza accenti critici (diversamente da tutti i prodotti cinematografici e televisivi che l’avevano preceduta), ha riscosso un simile successo, e in particolare anche presso un pubblico raffinato, colto, laico – in Israele, negli Usa, in Europa, tra ebrei, cristiani, non credenti? 

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L’aquila e il pipistrello

Parashà di Balàk

La parashà di Balak e le altre fonti che parlano del mago – profeta Bil’am non danno un’immagine che giustificano l’affermazione dell’identità tra due personaggi che sembrano agli antipodi.  E’ interessante quanto stabilisco i Maestri nel Talmud (Bavà Batrà 14b), “Moshè ha scritto il suo libro, la parashà di Bilam e il libro di Giobbe” (Sifrè ….) Il suo libro è evidentemente la Torà. Il libro di Giobbe ha alcune caratteristiche simili alla Genesi e questo giustifica l’affermazione dei Maestri, ma perché era necessario affermare che Moshè ha scritto anche la parashà di Bil’àm, che è già parte integrante della Torà?   In effetti, Bil’am osservava dall’alto delle montagne tutto ciò che accadeva nell’accampamento di Israele, ma il popolo e Mosè non ne avevano la consapevolezza. Quindi dato che Moshè ha scritto la Torà, era comunque necessario sottolineare che aveva scritto anche la parashà di Bil’am (cioè Balak) in cui il suo nome  non compare.

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Storia di Nathan, il più grande sindaco di Roma, e di una squadra di disorganici fuoriclasse

Estratto da “Nathan e l’invenzione di Roma” di Fabio Martini, edito da Marsilio

Da oggi è in libreria “Nathan e l’invenzione di Roma. Il sindaco che cambiò la città eterna”, un libro di Fabio Martini per Marsilio. A pochi mesi dall’elezione del nuovo sindaco, Fabio Martini, raffinato cronista ed editorialista della Stampa, ripercorre l’esperienza di Ernesto Nathan, che fu primo cittadino oltre un secolo fa. Con Nathan, Roma lasciò l’Ottocento e in pochi anni fu trasformata in una moderna città novecentesca. Il sindaco aveva composto una giunta con sette liberali, tre socialisti, due radicali e due repubblicani. Niente di più eterogeneo. Ma che cosa univa gli assessori? Che erano fuoriclasse, e spesso i fuoriclasse vanno d’accordo oltre le ideologie. Stiamo parlando di Ivanoe Bonomi, Meuccio Ruini, Giovanni Montemartini, gente che farà la storia d’Italia. 

Qui sotto un’anticipazione del volume di Martini, che potrebbe persino dare qualche buona idea a chi il prossimo autunno sarà eletto alla guida del Campidoglio.

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Emuna Elon, le acque profonde della vita

Simonetta Della Seta

Un amico ferrarese mi ha chiamata una mattina per chiedermi: “cosa significa emuna in ebraico?”. Ho risposto: “fede”. “E cosa vuol dire elon“? “Quercia”. “Allora, ha concluso lui, sto recensendo un libro scritto da una donna straordinaria che ha una fede come una quercia”. Ho capito solo a quel punto che stava parlando di Emuna Elon, una scrittrice israeliana che avevo letto in ebraico e in inglese. “Ci ha donato un libro bellissimo – ha ripreso Gianni – costruito come un thriller e tradotto magistralmente da Elena Loewenthal. Si intitola La casa sull’acqua e lo ha pubblicato Guanda”.

Quella mattina non sapevo che presto avrei incontrato io stessa Emuna, toccando con mano quel destino raccolto nel nome: la sua fede nel popolo ebraico, radicata e frondosa, come una grande quercia.

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Quando Udine volle ringraziare i soldati che portavano la stella di David

L’episodio del 23 giugno 1945 per salutare la Brigata Ebraica è uno dei capitoli poco conosciuti della Liberazione

Valerio Marchi 

“Sabato 23 giugno 1945 alle ore 9 in via dell’Ospedale n. 2, avrà luogo una riunione per porgere in forma solenne alle Autorità Alleate, Ecclesiastiche e Italiane un ringraziamento per l’assistenza prodigata ai correligionari internati, fuggiaschi e rimpatriati”: era questo il testo di un biglietto d’invito - una cui copia è conservata dalla famiglia Gentilli - diffuso all’epoca, a Udine, dalla Comunità Israelita di Trieste, sezione di Udine (gli ebrei udinesi, pur presenti e attivi da lungo tempo, non diedero vita a una comunità giuridicamente stabilita).

Ora quel lontano 23 giugno, che ci riporta all’immediato dopoguerra, merita di essere ricordato.Prendiamo quale esempio dei correligionari fuggiaschi e rimpatriati l’ingegnere ebreo udinese Roberto Gentilli (1923-2015), che ricordiamo ancora con affetto e stima. Al pari degli altri studenti ebrei, con le leggi razziali del 1938 egli fu espulso dalla scuola (nel suo caso il Regio liceo Stellini); poi, fra il 1943 e il 1945 la “caccia all’ebreo” lo costrinse a continue fughe e ricerche di rifugi in Toscana e in Veneto assieme ai suoi famigliari, salvatisi grazie a circostanze provvidenziali: sempre per portare un esempio, Roberto fu ospitato sotto falsa identità dai frati Stimmatini di Verona che, per proteggerlo, gli fecero anche indossare un abito talare.

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Matan Kahana, dalle unità d’elite agli F-16

Davide Romano

Ho tradotto al volo in italiano un pezzo del Jerusalem Post che parla del nuovo ministro israeliano delle funzioni religiose, Kahana. Un uomo notevole, che ha servito nell'unità d'elite dell'esercito israeliano, e poi come pilota di F-16. Una persona religiosa. E a giudicare da come ha risposto a quei haredim che lo hanno attaccato, molto serio. Kahana è un amico di lunga data del Primo Ministro Naftali Bennett. I due si sono incontrati mentre prestavano servizio nell'unità d'élite dell'IDF Sayeret Matkal negli anni '90.

Dopo tre anni e mezzo nel Sayeret Matkal, Kahana ha continuato a servire nell'aeronautica israeliana come pilota da combattimento pilotando F-16 nella seconda guerra del Libano e in diverse operazioni su Gaza. Ha poi servito come comandante di squadriglia, e ha ottenuto il grado di colonnello, prima di terminare il servizio militare nel 2018.
Kahana è cresciuto nella comunità religioso-sionista, è stato membro del movimento giovanile Bnei Akiva e ha studiato nella yeshiva Netiv Meir nel quartiere Bayit Vagan di Gerusalemme, che fa parte della rete di scuole superiori e yeshiva Bnei Akiva.

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Miriam e le correnti gravitazionali

Parashà di Chukkàt

In ricordo e le’illui nishmatà di Miriam bat Laoma z.l. mia madre, la mia Torà è tutta merito suo.

Ha detto rabbi Yosè, figlio di rabbi Yehudà: per merito di Miriam fu dato un pozzo a Israele, e una volta morta Miriam, il pozzo sparì, come è detto: là morì Miriam, ma non c’era acqua per l’assemblea (Numeri 20:1 e 2; Ta’anit 9a). Da questo racconto deriva il motivo classico del “Pozzo di Miriam”, con l’acqua che gorgheggia e sale verso l’alto in maniera autonoma: un pozzo quindi in cui le acque si muovono trasgredendo la legge di gravità! La domanda è quale sia il significato simbolico di questa storia.

Nel ghetto di Varsavia nei giorni difficili dell’assedio nazista tedesco, Rabbi Kalonymus Kalman Szapiroil rabbi di Piaseczno (1889 – 1943) cercava di consolare e insegnare Torà ai propri hassidim. Dopo la guerra, le sue lezioni furono scoperte e  pubblicate con il titolo “Esh kodesh” (Fuoco sacro). Rav Kalonymus dedica all’analisi del Pozzo di Miriamla derashà sulla parashà di Chukkat (Giugno 1942): l’atmosfera era pesante e opprimente e tutti chiedevano aiuto per essere salvati, ma ciò non impedì al rabbino di scrivere questa derashà. 

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L’antica Israele e il passo falso dello storico Barbero

Samuele Rocca, storico dell’arte, Pagine Ebraiche Giugno 2021

Nelle ultime settimane, alla luce della situazione, gira e rigira sui media un’intervista data dall’insigne storico Alessandro Barbero a Camogli nel 2018 (https://www. youtube.com/watch?v=MEUiCZKOoxI). Nell’intervista, Barbero spiega perché il passato può ancora sorprenderci e quindi come nuove scoperte ci costringono a scoprire che la nostra visione del passato “in realtà era tutta sbagliata”. Il primo esempio che Barbero ci presenta, considerando la macro storia del popolo ebraico, gli “ebrei” per l’autore, è quello dell’antico regno di Israele, che non sarebbe mai esistito. Narra Barbero che fino a pochi anni fa, secondo vari storici che si basavano sui “racconti” dell’Antico Testamento, esisteva in “Palestina”, ben 1000 anni prima di Cristo, il grande regno di Israele. Questo raggiunse l’apice durante il regno di gloriosi re, Davide e Salomone. Inoltre, la capitale del regno, Gerusalemme, possedeva grandiosi edifici tra cui il Tempio di Salomone.

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Raiz di Almamegretta, 20 racconti per Il bacio di Brianna

Il romanzo del frontman tra Napoli, Roma e Tel Aviv. 'C'e' qualcosa di innatamente sano che ti protegge dall'abisso'.

Ammesso e non concesso che si concordi su cosa sia l'abisso, 'Il Bacio di Brianna' di Gennaro Della Volpe, in arte Raiz, frontman degli Almamegretta, racconta le occasioni capaci di far scattare quell'auto salvataggio. Nel libro - che sarà presentato dall'autore al Festival 'Ebraica' di Roma (13-17/06) il prossimo 16 giugno - Raiz tratteggia una serie di personaggi verosimili. Ed è proprio questa caratteristica a farne l'essenza di una realtà prorompente. Quasi tutti loro sono descritti alle prese con un momento che li può portare da una parte o dall'altra: spesso la migliore, qualche rara volta la peggiore. Sempre, tuttavia, più o meno consapevoli di aver giocato una carta decisiva per il futuro. Se le canzoni - in genere le più significative - sintetizzano sovente una storia, i 20 racconti del libro di Raiz sono brani d'autore allargati. Dipanano senza musica - se si vuole la si può liberamente immaginare - avventure dell'esistenza. C'è una sorta di senso didascalico nel libro di Raiz: ad insegnare non sono però gli uomini, quanto piuttosto le scelte che compiono o i pensieri che le hanno accompagnate. Sullo sfondo scorre la vita del cantante: "forse l'unico napoletano -come dice lui stesso - che si sente a casa in mezzo alla nebbia". Una vita geograficamente molteplice: Napoli, il nord d'Italia, Roma, Tel Aviv, Londra.

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Perché nella crisi si scoprono nuove opportunità? Quando il bene prevale sul male

Torino, 15.6.2021

Riflettere sull’origine delle parole spesso ci fornisce degli spunti significativi. Il termine che in ebraico designa la crisi è mashber, che richiama a livello etimologico la radice sh-v-r, che significa rompere. La crisi è un momento di rottura. La situazione nella quale ci siamo trovati è senza dubbio un momento di rottura. Una grossa domanda sul post-COVID riguarda come affronteremo questo ritorno alla vita: saremo come prima, meglio o peggio? Faremo tesoro di quello che ci è successo? Saremo capaci di imparare dai nostri errori?

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Quando la controversia nasconde la verità

Parashà di Kòrach

La parashà di Korach prende il nome dalla persona che ha tentato di scalzare Mosè ed Aronne dalla loro posizione di potere. Non è la prima volta che vengono sollevate proteste contro Mosè e non sarà neanche l’ultima. Ciò che contraddistingue questa sollevazione dalle altre è il fatto che non avviene per lamentarsi della mancanza di acqua, di pane e di altro cibo, oppure del timore di andare a combattere per conquistare la Terra promessa: in questo caso viene messa in discussione la Leadership dei due fratelli e la bontà della loro ispirazione divina.

Le controversie di ordine politico per occupare posizioni di potere sono antiche come il Mondo e la Torà -  che è appunto Torath Chayim, un insegnamento per la vita dell’uomo di ieri e di oggi - non può mancare di indicarci quale sia una linea ideale di comportamento.

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Diventare adulte fa schifo, e ‘Shiva Baby’ lo racconta benissimo

Arriva su MUBI questo folgorante ‘coming of age’ a sfondo ebraico. Che analizza in modo übercontemporaneo il passaggio all’età adulta di una ragazza libera. Abbiamo incontrato la (bravissima) regista Emma Seligman

Marianna Tognini

Che belli i film che partono al mattino e finiscono la sera, quelli ambientati nell’arco di una giornata, che sembra non succedere nulla e invece succede tutto. Recentemente mi viene in mente The Assistant, con la meravigliosa Julia Garner; poi penso a Fa’ la cosa giusta, L’odio, Clerks, Kids. Invece Shiva Baby – primo lungometraggio della ventiseienne Emma Seligman, che oltre a essere brava è semplicemente stupenda, lasciatemelo scrivere – è un “coming-of-age in a day”. Seligman non potrebbe essere più d’accordo: la protagonista Danielle (un’emergente, notevolissima Rachel Sennott) diventa adulta – o, perlomeno, capisce di doverlo diventare – nel giro di ventiquattro tragicomiche ore, durante una shiva che, più che una shiva, è una commedia degli equivoci.

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Shelàch. Rashì (XI secolo): A chi appartiene la Terra d’Israele?

Ieri, oggi e domani…

Nella Parashàt Shelach viene narrato uno degli episodi più drammatici accaduto al popolo ebraico appena uscito dall'Egitto: dodici esploratori vengono inviati da Mosè a visionare la terra di Canaan per vedere quali erano i problemi legati alla conquista della terra promessa e all'insediamento del popolo. Si trattava di prendere possesso di una terra destinata a Israele fin dalla creazione, così come scrive Rashi nel suo commento a primo versdo della Genesi: una vera  sorpresa quando si pensa che non mancavano a Rashi argomenti e fonti ben più rilevanti con cui commentare la creazione narrata nella Torà. 

Non deve sfuggire il fatto che Rashi scrive questo commento nell’Undicesimo secolo proprio durante il periodo delle crociate e le conquiste dell’Islam e afferma implicitamente che queste conquiste sono temporanee e che alla fine Israele tornerà alla sua terra. 

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Gli ebrei e Israele

Elena Loewenthal

C’è un vecchio adagio del Talmud, mare magnum della tradizione ebraica la cui redazione finale si situa intorno al V secolo, che dice più o meno così: “tutto Israele è coinvolto vicendevolmente, l’uno per l’altro”. È una frase cruciale che imprime di fatto tutta la storia del popolo d’Israele almeno a partire dal 70 dell’era volgare, l’anno cioè in cui i Romani distrussero il tempio di Gerusalemme (unico luogo di culto per tutto il popolo, situato su quell’immenso terrapieno dove spicca oggi la Cupola d’Oro) e ridussero all’esilio coatto gli ebrei, inaugurando la seconda, lunghissima Diaspora.

Da quel giorno la vita d’Israele assume una condizione molto particolare, come sospesa sul filo della Storia (che in ebraico è detta con un plurale femminile, toledot, alla lettera “generazioni”, cioè nascere, riprodursi, morire), privata di quei connotati che abitualmente definiscono un’identità nazionale: terra, patria, autonomia, autodeterminazione. È una condizione complessa, che in realtà non si riduce semplicemente a quel binomio che definisce la parola “diaspora” – cioè esilio e dispersione al tempo stesso.

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Non c’è pace senza la fine del suprematismo arabo-islamico

Carlo Panella

Alla base del conflitto non c’è una questione territoriale, come dimostra la storia dei costanti rifiuti palestinesi. Il cuore è l’idea che il Tempio di Salomone non sia mai esistito, un rifiuto radicale che alimenta la propaganda dei fondamentalisti e che ha prodotto migliaia di morti. Vi è un a priori religioso, finalistico, teologico che impedisce la fine della guerra

L’ultima guerra di Gaza, iniziata da Hamas e subìta da Israele, come tutti gli scontri sanguinosi tra israeliani e palestinesi iniziati nel 1921 ben prima che gli ebrei avessero uno Stato e un esercito, è stata scatenata da duri scontri sulla Spianata delle Moschee, detta anche Haram al Sharif o di al Aqsa. È divampata su un nodo sconosciuto all’Occidente: il suprematismo arabo-islamico nega che su quella Spianata fosse eretto, come indubbiamente fu eretto, il Tempio di Salomone, epicentro dell’ebraismo. I palestinesi che vi accorrono testimoniano nei loro slogan l’odio implacabile per gli ebrei che pretendono, a ragione, il rispetto della memoria di un luogo per loro sacro.

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È morto lo scrittore Paolo Maurensig

Divenne famoso con «La variante di Luneburg” e “ Canone inverso”. Aveva 78 anni

di Redazione

«Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali» scriveva Paolo Maurensig nel romanzo che lo ha reso famoso, La variante di Luneburg (Adelphi), probabilmente il più bello che ci ha lasciato e che ci lascerà. La stagione delle scelte per lui è infatti finita: l’agenzia di stampa Ansa ne ha annunciato la morte, a 78 anni, per un malore improvviso.

Nato a Gorizia nel 1943, Maurensig, aveva compiuto studi classici. Dopo aver intrapreso vari lavori (dall’interior designer all’archivista, all’agente di commercio) ed essersi dedicato a varie passioni: da quella per l’esotismo a quella per gli scacchi, che giocò a livello nazionale, ma anche al flauto e al violocello, alla ricostruizione di strumenti rinascimentali a fiato, iniziò a lavorare nel campo dell’editoria a Milano e pubblicò alcune raccolte di racconti (I saggi fiori, All’insegna del Cigno, Ippocampo).

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Un popolo di tutti profeti?

 Parashà di Beha’alotekhà

Uno dei temi centrali della Parashà di Beh’alotechà e che ritorna spesso nel libro di Bemidbàr è quale sia la Leadership migliore per il popolo d’Israele. In realtà il problema sorge fin da quando la scelta cade su Mosè che cerca di rifiutare un compito per il quale non si ritiene adeguato: convincere la superpotenza del momento, l’Egitto dei Faraoni, a lasciare uscire il popolo ebraico dal paese. In effetti, forse sarebbe stato più pratico arrivare a un accordo di compromesso con il governo egiziano, rimanere in Egitto e svolgere una funzione attiva e costruttiva all’interno della società egiziana: in fondo Mosè era cresciuto alla reggia egiziana e, come Giuseppe a suo tempo, avrebbe potuto svolgere la funzione di inserire il popolo ebraico all’interno della società egiziana. In fondo più di una volta gli ebrei hanno svolto funzioni importanti anche nelle società in cui hanno vissuto: la storia del popolo ebraico, ma anche quella dell’umanità, sarebbe stata diversa, in quanto l’esperienza egiziana è nel DNA del popolo ebraico (pensiamo ad esempio all’idea di libertà e alla promulgazione dei 10 comandamenti).

Comunque, una volta accettata la leadership contro la sua volontà, Mosè sarà poi costretto più volte a pentirsene di fronte alle critiche e alle ribellioni  del popolo ebraico sia in Egitto sia nel deserto sorte in più occasioni:  la mancanza di acqua e di cibo, la scomparsa di Mosè che portò alla creazione del vitello d’oro, il reportage dei rappresentanti delle 12 tribù al ritorno dal “tour” esplorativo nella terra di Canaan, la protesta di Korach e della gente che era riuscito a trascinare nella protesta.

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Quando l’osservanza religiosa incontra lo sport

David Di Segni 

Religione e sport professionistico possono coesistere. Di esempi ne abbiamo diversi, come il campione del Baseball Sandy Koufax, che nel 1965 rinunciò alla prima partita delle Word Series di Baseball perché cadeva lo stesso giorno di Yom Kippur. Scelta che non gli ha impedito di diventare una leggenda dello sport, alzando al cielo per quattro volte il trofeo più ambito della categoria. Un altro di questi casi, portato alle cronache dal Times of Israel, è quello del diciottenne americano ed ebreo osservante Elie Kligman, studente della Cimarron-Memorial High School di Las Vegas e giovane promessa del Baseball. Alla domanda su come, in futuro, possa conciliare entrambe le cose, lui ha risposto: “La maggior parte dei ragazzi non gioca 162 partite all'anno. Se fossi un ricevitore, non giocare due giorni alla settimana sarebbe abbastanza normale, quindi non credo che sia così diverso da ciò che fanno gli altri. Mancherei solamente in giorni diversi”.

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“Due popoli, due Stati è ormai impraticabile, serve uno Stato binazionale”. Intervista ad Abraham Yehoshua

Lo scrittore israeliano vede un "orizzonte cambiato" nel rapporto fra Israele e Palestina. "Ora è importante la prosa più che la poesia"

Umberto De Giovannangeli

La sua passione civile e lucidità intellettuale resistono al trascorrere del tempo, così come la capacità politica e culturale di spiazzare gli interlocutori, con considerazioni che rappresentano un "sasso" di sagacia e immaginazione lanciato nell'acqua stagnante del dibattito in Israele e in Palestina. Un pragmatico sognatore: questo è Abraham Yehoshua, tra i più affermati e conosciuti a livello internazionale scrittori israeliani. Prima di rientrare in Italia dalla loro missione in Israele e in Cisgiordania, Roberto Speranza e Arturo Scotto lo hanno incontrato nella residenza dell'ambasciatore italiano nello Stato ebraico, Gianluigi Benedetti. Per anni Yehoshua è stato un tenace sostenitore di una pace fondata sulla separazione: due popoli, due Stati. Ma ora l'orizzonte è cambiato, ragiona lo scrittore israeliano, è l'idea dei due Stati rischia di diventare una sorta di mantra ripetuto stancamente pur di non fare i conti con la realtà: e la realtà, annota Yehoshua, impone di abbracciare un'altra causa, di tentare un'altra strada: quella di uno Stato parzialmente binazionale, che riguardi, almeno in prima battuta, i palestinesi della West Bank e di Gerusalemme Est: "Da democratico – sottolinea con foga Yehoshua – non possono rinunciare al principio che tutti i cittadini devono essere eguali di fronte alla Legge, senza distinzione per appartenenza etnica o religiosa. Come progressista, guardo con preoccupazione al peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi e credo che in questo momento è importante la prosa più che la poesia, e ciò significa che riconoscere agli abitanti della Cisgiordania diritti sociali di primaria importanza, quali sono, ad esempio, il diritto alla sanità e alla pensione, sia un tratto fondamentale, perché tangibile, di ciò che può volere dire uno Stato binazionale. Prendere atto della realtà non vuole dire subirla, ma neanche cancellarla in nome di una idea, quella dei due Stati, divenuta ormai impraticabile".

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La benedizione che rompe le barriere e unisce

Parashà di Nasò

Il testo della Birkàt kohanim, la benedizione sacerdotale - che si trova proprio al centro della parashà Nasò – dovrebbe essere ricordato per la prima volta quando Aronne pronunciò la benedizione, il giorno della cerimonia della sua nomina a Gran Sacerdote: “Aronne sollevò le mani verso il popolo e lo benedisse .. “ (Levitico 9: 22).

Nell’analizzare questa benedizione dobbiamo innanzi tutto rispondere ad alcune domande:

1)      Qual è il senso del verbo levarèkh, benedire?

2)      Qual è il motivo per cui questa benedizione si trova proprio nel contesto della narrazione della partenza delle 12 tribù di Israele verso la Terra promessa.

3)      Qual è il senso da dare alla radice Barèkh in generale e in questo contesto in particolare

4)      Qual è il motivo per cui la Berachà che dicono i sacerdoti devia dalla formula consueta per  le benedizioni che si dicono quando si eseguono le mizvot: infatti si  aggiunge che l'ordine è di dire questa benedizione è eseguito “Beahavà –  con amore”

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Il duello tra l’ebreo Treves e Mussolini

Fabrizio Montanari

Il neo direttore de Il Popolo d’Italia Benito Mussolini con un articolo denuncia il fatto che Treves, sposando una ricca donna veneziana, ha sacrificato gli ideali del socialismo sull’altare del Dio denaro. Nel 1907 Treves aveva in realtà sposato con una ricca e fastosa cerimonia a Ca’ Farsetti a Venezia, Olga Levi, figlia di Giacomo Levi, direttore delle Assicurazioni Generali di Venezia.

Era stato Alessandro, il fratello minore e socialista di Olga, a presentare la sorella a Treves. Ora, anche se Treves vive esclusivamente del suo lavoro d’avvocato, per Mussolini, la ricchezza della famiglia Levi pesa come una colpa sulla testa di Treves e, per il bene della causa socialista, va denunciata pubblicamente. Treves cade nella provocazione e la sua reazione è estrema.

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Piccolo elenco

Israeliani e Palestinesi. Piccolo elenco non ordinato e non esaustivo di argomentazioni che non smuovono la tifoseria opposta di una virgola

Silvia Gambino

Non so nemmeno bene io perché m'imbarco a scrivere questa cosa, forse dopo anni sui social sono diventata una persona cinica che invece di sperare nella pace spera solo in uno svecchiamento del feed.

1) La Palestina non esiste e il popolo palestinese è un'invenzione (con citazione dell'intervista del 1977 a Zuheir Muhsin): può essere benissimo che se non ci fossero stati gli accordi di Sykes Picot, la nascita di Israele e vari altri eventi quei territori che oggi chiamiamo Siria, Libano, Palestina, Giordania, ecc., oggi sarebbero parte di un grande "Bilad Al-Sham" con percezioni diverse di confini e nazionalità da parte delle sue popolazioni rispetto a com'è ora. È vero che il nazionalismo palestinese si è consolidato come risposta allo Stato ebraico, è vero che l'accezione della stessa parola "palestinese" è mutata visto che durante il Mandato si usava in riferimento alla comunità ebraica già presente in loco (il Jerusalem Post si chiamava Palestine Post, per dire). Rimane il fatto che oggi abbiamo qualche milione di persone che si pensano e identificano come palestinesi. Non scompaiono se si dice loro che non esistono. Oltre al fatto che poi diventa un po' contraddittorio prendersela se ti fanno lo stesso gioco di negazione, chiamando il tuo Stato "entità sionista" e dicendo che il loro nonno è più vecchio della sua fondazione.

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Siate coerenti fino in fondo. Una risposta ai “dissociati”

Dario Sanchez [Aggiornato]

In queste ultime ore sta girando in Italia una lista di "giovani ebrei italiani CLICCA QUI", che, senza tra l'altro essere cittadini israeliani, si sono sentiti in obbligo di prendere le distanze dalle politiche dello Stato di Israele - dunque, non del Paese di cui sono cittadini o residenti - , impegnato in queste ore a difendere la vita e la sicurezza dei suoi cittadini arabi, drusi, circassi ed ebrei. Questi giovani ebrei ne approfittano, tra l'altro, per lamentarsi del fatto che vorrebbero tanto scendere in piazza assieme agli odiatori di Israele, ma si sentono a disagio a scendere in quelle piazze perchè piene di antisemiti.

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Non è perché eravate più numerosi di tutti i popoli

Parashà di Bemidbàr

Il libro di Bemidbàr (Nel deserto) è anche chiamato “homesh hapekudim”, il libro dei censimenti, perché contiene il resoconto del censimento del popolo d’Israele, eseguito per ben due volte: una prima volta dopo l’inaugurazione del Tabernacolo, in pratica solo pochi mesi dopo l’uscita dall’Egitto, e una seconda volta alla fine delle peregrinazioni nel deserto. Sappiamo quanto sia problematico l’uso di fare i censimenti, cosa la Torà proibisce espressamente, tanto che anche quando dobbiamo “contarci” per verificare se c’è o meno un minian non possiamo fare uso dei numeri, ma dobbiamo usare un verso composto da dieci parole. L’opposizione da parte ebraica a questo uso, perdere il proprio nome ed essere paragonati a un numero, è sempre stata molto forte e non è un caso che i nazisti abbiano deciso di incidere un numero su ognuna delle persone deportate e internate nei campi di sterminio o di lavoro. 

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Presentazione di Moralità di Rav Jonathan Sacks – spunti per le comunità ebraiche

Torino, 13.5.2021

Nel suo ultimo volume Rav Sacks intende rivolgersi alla società nel suo complesso, per questo sceglie di attingere a un bacino di fonti meno indirizzato alla tradizione ebraica rispetto ai volumi precedenti. Nella prefazione (pp.12-15) Rav Sacks ricorda alcuni momenti dei suoi ultimi anni di vita, il conferimento del Templetone Prize del 2016, la conferenza TED tenuta a Vancouver nel 2017, la lunghissima collaborazione con la BBC in radio e in TV. Possiamo comprendere così il peso eccezionale di Rav Sacks nel mondo e nella cultura anglosassone.

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Questo trend antisemita su TikTok insulta gli ebrei, ma in molti non se ne sono accorti

Lorenzo Longhitano

If I were a rich man è un trend di stampo antisemita nato da alcuni utenti sul social e poi diventato virale senza necessariamente che chi l’ha diffuso successivamente sapesse quel che stava facendo. Si basa sulla canzone di un noto musical e su un filtro facciale che se utilizzati insieme possono risultare offensivi. La piattaforma di condivisione video TikTok è ormai una fonte inesauribile di sfide e tendenze che nascono e spesso si esauriscono all'interno della comunità di utenti in modo del tutto innocente, ma al suo interno può capitare che si diffondano associazioni di idee pericolose. È il caso di If I were a rich man, un trend di stampo antisemita nato da alcuni utenti sul social e poi diventato virale senza necessariamente che chi l'ha diffuso successivamente sapesse quel che stava facendo.

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I paragoni improponibili di Gad Lerner

Niram Ferretti

Gad Lerner, quando parla di Israele, tocca un argomento che gli si ritorce sempre contro. Il motivo è semplice. Come tutti i parlati, Lerner usa solo stereotipi, un prontuario già confezionato a cui attingere senza grosso sforzo. Israele è troppo reazionario per questo stagionato ex lottatore continuo. Non gli piace proprio. Non gli piace il nazionalismo, non gli piace Netanyahu, non gli piace un ebraismo ben radicato nella terra, troppo mosaico, troppo arcaico. Un ebreo diasporico come lui ha altri orizzonti, quelli del mondo, non quelli angusti di un piccolo stato in Medio Oriente.

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Il fardello dell’uomo bianco israeliano

Rav Beniamino Goldstein*

Leggendo il recente intervento dello stimato professore Sergio Della Pergola (“Messaggio dall’isola di Pasqua”) nel quale parla dei pellegrinaggi a Meron come di “riti semi pagani”, ho pensato che alcuni concetti riportati nell’articolo possano costituire degli spunti per capire in maniera più vasta (e non legata soltanto alla tragedia avvenuta la settimana scorsa) la problematicità dei rapporti tra laici e ortodossi (haredim) nello Stato d’Israele.

Un grande scrittore inglese, Joseph Rudyard Kipling (1865-1936), premio Nobel per la letteratura nel 1907, scrisse la famosa poesia The White Man’s Burden (il fardello dell’uomo bianco), descrivendo la visione dell’uomo europeo dell’epoca (oggi potremmo chiamarlo l’uomo occidentale) sulle cultura a lui estranee.

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L’anno sabbatico: una risposta alla crisi economica e spirituale

Parashà di Behàr Sinài - Bechukkotài

Di tanto in tanto, ma soprattutto nei momenti di crisi come quello in cui ci troviamo a causa dell’epidemia Covid, sorge il problema della necessità di ridurre il numero dei lavoratori mediante i licenziamenti che vengono impiegati in questa o quella azienda.  Di fronte alla necessità di comprimere il numero dei lavoratori, in passato imprenditori e rappresentanti dei lavoratori hanno ragionato sulla possibilità di ridurre il numero delle ore di lavoro, con la conseguente riduzione dello stipendio e della settimana lavorativa. Questa strategia consentirebbe alle aziende di evitare il licenziamento di migliaia di operai, in un momento di grave stasi dell'economia. L’intervento dello Stato per dare dei ristori potrebbe poi  restituire ai lavoratori parte o tutta la differenza rispetto allo stipendio originario.

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La storia di questo piatto toscano è la storia degli ebrei italiani

Le triglie alla maniera di Mosè romane sono diventate negli anni un piatto tipico toscano: le triglie alla livornese. E la loro storia è quella del popolo ebraico italiano.

Federico Di Vita

Le storie di alcuni piatti possono portarci molto lontano nel tempo svelando connessioni inaspettate tra le traiettorie di popoli e quelle dei sapori che alcune culture, spostandosi, portano con sé. E questi sapori sono destinati a contaminare i luoghi e le ricette di quanto incontreranno nel loro cammino lungo le pieghe della storia. Qui scriverò una di queste storie, che ha portato un piatto povero proveniente dal Ghetto di Roma e dall’antichissima tradizione gastronomica degli ebrei italiani, a influenzarne un altro, molto più noto, che associamo a un’altra zona e a un’altra cultura, sia sociale che gastronomica.

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Chrystie Sherman, tracce di identità nella diaspora

FOTOGRAFIA. Incontro con l’artista statunitense intorno al progetto «Home in Another Place». Dal Medio Oriente all’ex Unione Sovietica e fino a Cuba alla ricerca delle ultime comunità ebraiche. Immagini che entrano nella quotidianità, nei vicoli dei villaggi sperduti, in attesa che si celebrino lo shabbat o un Bar Mitzvah

Manuela De Leonardis

Come atolli in balia delle acque agitate dell’oceano, le sempre più rare comunità ebraiche sparse in luoghi diversi del mondo guardano ad un futuro quanto mai appesantito dall’incertezza. A chi affidare la memoria, la storia, la difesa stessa della continuità delle tradizioni religiose e culturali? «Potrebbero non esserne rimasti molti di questi ebrei, ma vogliono restare dove sono e continuare a preservare la loro comunità. Non gli piace che ci si riferisca a loro come a un futuro perduto», afferma la fotografa statunitense Chrystie Sherman che dall’inizio del nuovo millennio dedica loro il progetto Home in Another Place, cercando tenacemente quelle tracce per mapparle con il mezzo fotografico. Un obiettivo che l’ha portata sulle coste del Mediterraneo, dal Nord Africa al Medio Oriente, in Asia Centrale fino all’ex Unione Sovietica spingendosi anche a Cuba.

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La perenne crisi del modello ebraico romano

Una riflessione di Riccardo Di Segni

Pochi mesi dopo la liberazione di Roma dai tedeschi un piccolo gruppo di ebrei romani fece la ‘aliyà. Nel giro di pochi anni molti di loro rientrarono in Italia. È una vicenda non molto nota, su cui esistono alcune preziose testimonianze memorialistiche, ma forse ancora non una ricostruzione storica precisa. Su questa vicenda fa ulteriore luce un libro appena uscito che ho ricevuto, gradito omaggio, dall’amico Maurizio Tagliacozzo; curato da sua sorella Giordana, è intitolato Il ritorno di Tosca, Auschwitz - Roma- Eretz Israel - Roma, Silvio Zamorani editore, Torino 2021. Di questo libro si parla in altre parti di questo giornale; concentriamoci piuttosto sulla vicenda degli intrepidi ‘olìm. Alcuni di loro riuscirono a inserirsi, ma molti altri no, e tornarono. Non fu però un abbandono dell’ebraismo: loro stessi e i loro discendenti, oltre ad aver fatto carriere importanti nel mondo degli studi e dell’imprenditoria, hanno avuto e continuano ad avere ruoli dirigenziali anche ai massimi vertici dell’ebraismo italiano; un ramo conta dei rabbini noti; e alcuni di quella generazione e dei loro discendenti sono tornati o si sono mossi a vivere in Israele. 

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Odio per odio

Parashà di Emòr

Una delle attacchi più infamanti cui è stato oggetto l’ebraismo, e con lui la Torà e la Halakhà, è stata l’accusa che la Bibbia inciterebbe a una “applicazione” pratica della cosiddetta legge del Taglione - “Occhio per occhio e dente per dente” - per chi procura un danno fisico a una persona bisogna procurargli lo stesso danno. I Maestri nel Talmud hanno sempre stabilito che non si tratta di un intervento brutale sul corpo dell’uomo, ma di un risarcimento pecuniario, cosa dimostrabile anche secondo la logica: lo scopo è quello di esercitare la giustizia e quindi tutto viene fatto attraverso i Tribunali e non per vendetta: del resto la reazione a una prepotenza o a un sopruso è spesso ben più violenta, mentre la Torà stabilisce innanzi tutto un termine chiaro di eguaglianza.

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Tutti pazzi per Shtisel

Matrimoni combinati, patriarcato imperante, regole bizzarre da seguire dalla mattina fino alla sera, e un unico grande Dio da adorare. Sì, tutto questo ci ha appassionato.

Elena Crioni

La prima cosa da fare se si vogliono seguire le tre stagioni di Shtisel è abbandonare il giudizio. Toglierci la maschera degli occidentali detentori di ogni verità entrare in punta di piedi nel quartiere di Goula a Gerusalemme, dove vivono gli Haredim, una comunità ebraica ultra ortodossa (anche se loro rifiutano di essere chiamati così, perché ritengono di essere loro gli unici veri ortodossi, tutti gli altri ebrei, compresi quelli che noi chiamiamo ultra ortodossi sono eretici.)

Senza giudizio e con l’occhio curioso dell’antropologo veniamo accolti nella casa del capofamiglia, il Rabbino Shulem Shtisel, (Dov Glickman), vedovo padre di quattro figli e nonno di molti nipoti. Padre nell’eccezione più ortodossa di questo termine, Shulem incarna letteralmente tutti i valori dell’essere Haredim. È l’ebreo furbo e prepotente descritto in mille racconti e barzellette, quello che alla fine trova un modo per gestire a modo suo tutte le cose, dai conti della yeshivah (scuola dove i bambini maschi studiano la Torah) ai sentimenti, alla vita dei figli. Shulem è Abramo, il padre di tutti per eccellenza, pronto a sacrificare tutto a Dio, anche il suo adorato figlio.

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Ricordando Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti

Mauro Salucci

Nato nel 1908, ebreo austriaco ma polacco di nascita, morto nel 2005, Simon Wiesenthal scampò nel corso della sua vita travagliata a ben 12 plotoni di esecuzione all’interno dei campi di sterminio tedeschi. Originario di Buczacz, al margine orientale della monarchia austro-ungarica, faceva parte della famiglia di Sigmund Freud. La suocera di Wiesenthal era, infatti, una Freud.

Consapevolezza ebraica

Buczacz era all’epoca un luogo in cui gli ebrei dominavano, con ben sessantamila persone a cui si contrapponevano duemila polacchi e circa mille ucraini. Questo incise fortemente nella vita di Wiesenthal, creando in lui una forte autostima e la consapevolezza di appartenere a un popolo importante e con forti connotazioni culturali. Quando arrivò a Mauthausen, nel maggio 1945, aveva 38 anni.

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Così quattro spie “arabe” salvarono lo Stato ebraico

Matti Friedman racconta la storia dei primi "mistaravim" che si infiltrarono cancellando la propria identità

Fiamma Nirenstein

Da quando tutto il mondo ha visto Fauda sullo schermo tv, i «mistaravim» sono ormai di famiglia. Sono agenti israeliani che sanno non solo l'arabo alla perfezione, ma che nel linguaggio, nel comportamento, nel gusto del cibo e nelle esclamazioni, anche parlando nel sonno, sono in tutto e per tutto capaci di arabizzarsi, appunto di «diventare come arabi». Mistaravim. Chi ne vuole capire lo sfondo storico, politico, filosofico, il nodo di avventura, rischio e ideologia che li riguarda può adesso leggere Spie di nessun Paese di Matti Friedman (Giuntina, in libreria dal 29). È proprio nell'avventura e nel pericolo mortale continuo e nell'eroismo che i quattro mistaravim delle origini dello Stato raccontati da Friedman si giocano tutto: la loro stessa origine familiare e sociale, il loro cuore, il più alto senso della patria ebraica e insieme del legame col mondo arabo. E, fa capire Friedman, la patria non li ha mai ringraziati né li ringrazia abbastanza: sono sempre «mizrachim», orientali, patriarcali, religiosi, in un universo la cui cultura ha il segno genetico della storia europea, anzi, di quella del socialismo.

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La storia di Mosè Di Segni, il medico del Battaglione Mario

Donato Moscati

C’è una via a Serripola, una frazione di San Severino Marche, dedicata ad un medico ebreo romano, un medico che ha combattuto per la liberazione dal nazifascismo, quel medico aveva il nome di Mosè Di Segni. Abbiamo chiesto a Rav Riccardo Di Segni, terzo figlio di Mosè, di raccontarci la storia di Resistenza del padre. Mosè Di Segni è un pediatra che si è pagato gli studi scrivendo per «Il Giornale d’Italia» e proprio la conoscenza con un giornalista lo porterà a scappare dalla retata del 16 ottobre 1943.

Alla fine del 1936 viene chiamato come medico militare nella guerra di Spagna, fino al 1938 quando con le leggi razziali viene radiato sia dall’esercito che dall’ordine dei medici con il permesso di poter esercitare solo per gli ebrei.

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25 aprile, a Porta San Paolo “blitz” della comunità ebraica: tensione con gli antagonisti

Pacifici ex presidente della Comunità Ebraica Romana: "Con un blitz ed insieme ad un gruppo di volontari ebrei di Roma ci siamo ripresi Porta San Paolo"

"Blitz" della Comunità ebraica a Porta San Paolo, a Roma, nel corso dell’annuale celebrazione del 25 Aprile dell'Associazione nazionale partigiani. Nel corso della celebrazione, però, ci sono stati momenti di tensione fra alcuni antagonisti che avrebbero voluto deporre fiori sulla lapide dei caduti per la Resistenza e il servizio d'ordine che ha impedito loro il passaggio: spintoni, insulti, qualche schiaffo. 

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Quando la coperta è troppo corta…

Parashà di Acharè Mot-Kedoshìm - L’amore per il prossimo

C’è una frase della Torà che, nonostante non sia compresa nei 10 Comandamenti, è molto più famosa di ogni altra: “Ama il prossimo tuo come te stesso –אני ה' - 'ואהבת לרעך כמוך  ” . Non tutti sanno o hanno la consapevolezza che vi sono varie formulazioni dei Dieci Comandamenti: a  parte le due versioni quasi identiche - quella in cui viene narrata la rivelazione e l’altra ripetuta alla vigilia dell’ingresso del popolo nella Terra Promessa - troviamo una versione, simile nei contenuti, in una forma assai diversa,  proprio nella Parashà di Kedoshim: proprio qui troviamo la mizvà ואהבת לרעך כמוך . 

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Preservare vecchi caratteri mobili ebraici

Tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX, col diffondersi di sentimenti antisemiti in tutta Europa, milioni di ebrei emigrarono negli Stati Uniti, andando a costituire quella che è oggi la seconda più grande comunità ebraica del mondo, seconda solo a Israele. Per dare un’idea del fenomeno migratorio, basti pensare che prima del 1880 erano meno di 300.000 quelli che già abitavano nel paese, mentre tra il 1880 e il 1924 ne arrivarono oltre 2 milioni.

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Victor e Raya, i Ginger e Fred ebrei dell’Unione Sovietica

Sono i protagonisti di 'Voci d'oro' su MioCinema

Francesco Gallo

Ci si affeziona subito a questa coppia non più giovane composta da Victor e Raya Frankel e che ricorda un po' quella di 'Ginger e Fred' di Federico Fellini. Loro non sono però ex ballerini di tip tap, ma una coppia di leggendari doppiatori dell'Unione Sovietica che nel 1990 decisero di fare Aliyah (l'emigrazione ebraica in terra di Israele), proprio come centinaia di migliaia di ebrei sovietici. Questi gli straordinari protagonisti di un film israeliano, piccolo e delizioso, come VOCI D'ORO (Golden Voices) di Evgeny Ruman, dal 24 aprile in esclusiva su MioCinema.

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«Sono ebreo ma non in Israele. Rifiuto la nazionalità ebraica»

Israele. Parla Avraham Burg, ex presidente della Knesset: «Significa avallare la discriminazione. Facciamo uno Stato per palestinesi ed ebrei in piena uguaglianza»

Michele Giorgio

Presidente dell’Agenzia ebraica, Presidente della Knesset, Capo dello Stato ad interim di Israele, dirigente del Partito laburista per anni, figlio di Yosef Burg ministro ed esponente di punta dei religiosi nazionalisti. Titoli più da establishment sionista di questi se ne trovano pochi. Eppure Avraham Burg, se la sua domanda sarà accolta dalla Corte Suprema, non verrà più designato come ebreo nel registro della popolazione israeliana. «Non smetterò di sentirmi un ebreo ma non voglio più far parte della collettività ebraica in Israele, non voglio percepirmi come un privilegiato rispetto ai non ebrei, chiedo di essere un cittadino israeliano e basta», ci spiega Burg accogliendoci nella biblioteca, vuota per le misure anti-Covid, di Tantur, il centro religioso cristiano alle porte di Betlemme dove si reca spesso a leggere e studiare. Quale sarà la decisione dei giudici è difficile prevederlo. Dieci anni fa accolsero la richiesta dello scrittore Yoram Kaniuk che non voleva più essere definito ebreo ma un «senza religione». Burg pone una questione diversa e più complessa, che riguarda la sua nazionalità, chiede che sia indicata come «israeliana» e non come «ebraica». Rischia un rifiuto perché in passato la Corte suprema ha stabilito che nell’ordinamento del paese non esiste la «nazionalità israeliana».

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Parole contagiose e da isolare

Parashà di Tazrìa - Metzorà

I Maestri interpretano la tzara'at come la condizione in cui viene a trovarsi la persona colpita nella propria pelle, nei propri vestiti e nelle pareti della propria casa, e la considerano una punizione per una colpa specifica: avere fatto lashon harà’, l’avere sparlato delle persone: comportamento considerato gravissimo e addirittura punibile con la morte. Ciò fa sorgere l'ovvia domanda: perché parlare male è considerato così grave, tanto da essere paragonato all’omicidio? Perché parlare dovrebbe essere peggiore, diciamo, della violenza fisica?. È spiacevole sentire dire cose malvagie su se stessi, ma possiamo sempre ignorarle e non prestare loro ascolto. Vediamo cosa dice il Midrash:

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Il discorso di rav Riccardo Di Segni per Yom Ha’atzmaut

Il 5 di Yiar del 5708, in data civile il 15 maggio del 1948, giorno deciso per la fine del mandato inglese sulla  allora Palestina, cadeva di sabato, come quest’anno. Prima che entrasse shabbàt, il pomeriggio del venerdi, Ben Gurion con il suo governo proclamò solennemente la costituzione dello Stato indipendente di Israele. Fu un atto di incredibile coraggio e di speranza, contro tutte le valutazioni politiche pessimistiche. Sono passati 73 anni e noi siamo qui a festeggiare, insieme ai cittadini dello Stato di Israele e gli ebrei di tutto il mondo, che considerano questo evento come un momento decisivo e rivoluzionario della nostra storia, l’inizio della realizzazione di promesse millenarie, il coronamento di un desiderio e di una speranza incrollabile malgrado tutto ciò che ci è successo, e solo tra anni dopo la fine della più grande sciagura che abbia colpito il popolo ebraico nella sua storia, che pure di sciagure ne aveva conosciute tante.

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Le tre madri d’Israele

Il discorso del Capo di stato maggiore d'Israele in occasione di Yom Hazikkaron, la giornata in ricordo di tutti i caduti, civili e militari, che ricorre oggi

Il discorso di ieri sera al Kotel del Capo di Stato Maggiore Aviv Kochavi è uno di quei discorsi che resterà nella memoria collettiva d’Israele. Le tre madri di Israele: Rachel che muore entrando in Israele ma i cui figli torneranno, Nechama che vive in Israele ma che perde due figli nella difesa del paese. E poi la madre senza nome, ogni madre d’Israele, che cresce in sicurezza i suoi figli grazie al sacrificio dei figli di Nechama. Un grande privilegio che a comandare i nostri ragazzi ci sia un uomo con una prospettiva storica e un compasso morale del genere. Di seguito riportiamo i passaggi principali del discorso.

“Il viaggio di ritorno del popolo di Israele nella sua terra è un evento senza precedenti nella storia delle nazioni. È una sorta di miracolo, anche se l’attuale generazione vede il paese come un evento naturale. I risultati registrati qui dal giorno in cui la prima persona ha calpestato le rive di questa terra benedetta e si è unito al vecchio Yishuv sono straordinari. È un viaggio di fede, determinazione e creatività, durante il quale generazioni di difensori si sono levati in piedi e hanno pagato un prezzo pesante, un prezzo in sangue…

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Shtisel: La serie (finora) più bella del 2021 con la strategia vincente di Netflix

Shtisel è senza alcun dubbio, a oggi, la serie più bella del 2021, e conferma una strategia di successo di Netflix, che dà voce a piccole realtà locali

Antonio Napoli

Shtisel è senza alcun dubbio, a oggi, la serie più bella del 2021, la più delicata, divertente, ironica e romantica. Un inno alla vita semplice, quella fedele a regole che sembrano fuori dal tempo. Ma anche ragionevolmente aperta alle novità, quando queste sembrano davvero utili. La serie tv israelianaè la conferma – se mai ve ne fosse bisogno – di una strategia di successo, quella di Netflix, che riesce a essere allo stesso tempo un potente strumento in grado di dare voce anche alle piccole realtà locali e la più globale delle piattaforme di contenuti. La terza stagione di Shtisel – disponibile in Italia dal 25 marzo – sta raccogliendo un successo superiore alle aspettative. Hanno fatto da traino sicuramente il risultato ottenuto lo scorso anno da Unorthodoxe i riconoscimenti dati alla protagonista Shira Haas, che in Shtisel interpreta la nipote del rabbino, Ruchama Weiss.

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L’orgoglio ferito degli ebrei persiani di Milano

Bet Magazine - Mosaico

David Nassimiha - Presidente del Vaad Noam Milano 

Ho aspettato che terminasse Pesach prima di valutare la necessità di rispondere ad alcuni post apparsi su FaceBook, dove si tentava di fare dileggio dei “Persiani” (… una sotto-Comunità di ebrei di origine persiana che alla terza generazione a Milano ancora sentono il bisogno di non mescolarsi, non rappresentano motivo di arricchimento come potrebbe sembrare, ma di divisione, n.d.r.). In prima battuta le avevo considerate alla stregua di battute stereotipe del livello di “italiani pizza mandolino” o “svizzeri cioccolatai”, ma poi pensandoci bene e considerando che non erano uscite da un’osteria, ho ritenuto necessario raccontare molto brevemente, a chi è rimasto ancorato a pregiudizi passati, chi in realtà sono i “Persiani”.

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Uomo e zanzara

Il rapporto tra uomo, animali e natura - Parashà di Sheminì

Nella parashà di Sheminì viene finalmente posta l'ultima “pietra” per l'inaugurazione del Tabernacolo: l'inizio della funzione per i fini per cui è stato costruito il Santuario e cioè per farvi la ‘avodà, il culto. I Sacerdoti iniziano finalmente  a svolgere i propri compiti. Per sottolineare l'importanza del momento, il Talmud  afferma : “In quel giorno c'era gioia davanti al Santo benedetto sia come il giorno in cui furono creati il cielo e la terra " (Meghillà 10b). Al termine della creazione, il Signore pone l'uomo nel Giardino dell'Eden per “lavorarla e per custodirla” e aggiunge a questo incarico un solo e preciso comandamento:“ Sei libero di mangiare da qualsiasi albero del giardino; ma non devi mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, perché quando ne mangerai certamente morirai " (Genesi 2, 16).  I commentatori hanno messo in evidenza il rapporto tra la  creazione - il Macrocosmo - e il Santuario - il Microcosmo. Rav Elie Munk in La Voix de la Torah  mette in evidenza questo ulteriore parallelo: con l’inaugurazione del Tabernacolo ha inizio una nuova era per l'umanità e quindi una nuova legge dovrà regolamentare il consumo del cibo da parte dell'uomo, indicando ciò che è permesso o è proibito mangiare.

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Il discorso del Rabbino Capo Riccardo Di Segni alla cerimonia di Yom Hashoah

Il giorno di ricordo per la Shoà e l’eroismo fu istituito dal parlamento israeliano poco dopo la fondazione dello stato d’Israele, per commemorare insieme le vittime della Shoà e gli ebrei che vi si opposero combattendo; la data scelta fu quella in cui nel 1943 fu soffocata la rivolta del Ghetto di Varsavia. La scelta politica di sottolineare l’aspetto resistenziale ancora solleva polemiche; perché se è vero, contro una narrazione diffusa, che ci furono circa un milione di combattenti ebrei contro il nazifascismo, negli eserciti alleati e nelle file della resistenza, l’accento sulla lotta armata rischia di mettere in secondo piano il sacrificio delle vittime inermi. Ma questa è una polemica interna, che per quanto sia lacerante, è virtuosa.

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La Pasqua antigiudaista di Recalcati

Marco Cassuto Morselli - Massimo Giuliani

Massimo Recalcati

Sabato scorso il quotidiano La Repubblica ha pubblicato a tutta pagina un articolo di Massimo Recalcati intitolato “Pasqua, la vita oltre la Legge” nel quale, in salsa lacaniana, è possibile trovare quasi l’intero repertorio dell’antigiudaismo religioso classico, ossia i più triti luoghi comuni che contrappongono il messaggio di Gesù alla Torà e ai valori della legge mosaica, riprendendo l’accusa di formalismo rivolta ai farisei e ai dottori, quasi fossero portatori di una cultura della paura e della morte, mentre solo il messaggio cristiano sarebbe foriero di una cultura della libertà e della vita. Una visione del cristianesimo tipica della chiesa e della teologia pre-conciliari e di una ermeneutica dei testi sacri sia cristiani sia ebraici che ignora la storia, i contesti sociali e politici, l’evoluzione dei concetti teologici. Il risultato è quello di una psico-banalizzazione, in nome di un trionfo della ‘legge del desiderio’ a spese del ‘desiderio della Legge’ come rivelazione, luogo di incontro tra l’umano e il divino, strumento di conoscenza dei propri limiti e di educazione etica ai nostri doveri verso il prossimo. Ridurre e disprezzare per meglio rimuovere e sostituire: è l’atteggiamento del più grossalano sostituzionismo, che in teoria la Chiesa ha cassato ma che a livello di linguaggio popolare e di comunicazione di massa fa ancora molta presa. Recalcati lo cavalca alla grande, mischiando ovvietà a slogan libertari buoni per ogni festa religiosa.

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Miriam, la donna che contrastava le forze di gravità*

Settimo Giorno di Pèsach - La Cantica del Mare.
Dedicato alle tante Miriam che hanno guidato e protetto il popolo ebraico

 “Miriam morì là … e non c’era acqua per la congrega” (Numeri 20: 1-2) Su queste parole dice Rabbi Yosè figlio di rabbi Yehudà: “Un pozzo fu dato a Israele per merito di Miriam: Morta Miriam, il pozzo sparì. (Taanit 9a) La Cantica del Mare ha in apparenza, come protagonista fondamentale Mosè, mentre in realtà come ho scritto altrove, la vera protagonista era stata la sorella Miriam che dette inizio ai canti e alle danze, e poi fu imitata da Mosè e dagli uomini. Tuttavia, il contributo fondamentale che la tradizione attribuisce a Miriam è il fatto che fin tanto che fu in vita un pozzo, detto il “Pozzo di Miriam”, accompagnò il cammino del popolo ebraico nel deserto.

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Covid e complottismi. Il mondo ebraico non può rimanere silente

“Strage di Stato – Le verità nascoste della Covid 19” è un’istigazione all’odio razziale e religioso, che esige una presa di posizione delle più alte cariche dello Stato

Riccardo Pacifici*

Il pericolo delle fake news e degli hater nelle Rete, sono temi di cui, grazie all’aiuto della Magistratura e delle Forze dell’Ordine tutte, in particolare la Polizia Postale, possiamo rivendicare con orgoglio di aver raggiunto come italiani risultati di tutto rispetto. Abbiamo ottenuto sentenze e condanne, tali da potermi permettere di spiegare nei contesti dell’ebraismo europeo ed internazionale, il sostegno delle nostre Istituzioni.

Le persone che abbiamo portato a processo, così come le loro organizzazioni criminali, avevano profili di soggetti psicopatici; “leoni da tastiera” convinti di godere di una sorta di immunità e anonimato; organizzazioni di ogni stampo politico, di cui i più attivi non potevano mancare a sinistra i nemici del democratico Stato d’Israele e a destra i negazionisti della Shoàh e gli antisemiti con le loro tesi sul Complottismo ebraico.

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Nasce la definizione di sinistra di “antisemitismo”

Così si potrà tranquillante continuare a criticare lo Stato d'Israele e gli ebrei vivi, mentre si piangono quelli morti. Una manna dal cielo per il Tribunale internazionale dell'Aia, presentata da uno dei firmatari. (Kolòt)

Simon Levis Sullam

Il 25 marzo 2021 è stata resa nota a livello internazionale la Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda), un documento sottoscritto da circa duecento studiosi e studiose in tutto il mondo che si occupano o si interessano di storia dell’antisemitismo, dell’Olocausto, degli ebrei e delle vicende mediorientali, soprattutto in rapporto a Israele e Palestina. Tra i firmatari compaiono alcuni dei più noti storici, scienziati sociali e intellettuali del nostro tempo, come Michael Walzer (Princeton), Aleida Assman (Costanza), Carlo Ginzburg (Ucla/Scuola Normale), Avishai Margalit (Gerusalemme), Ute Frevert (Zurigo), Sebastian Konrad (Berlino), Dirk Moses (Chapel Hill, Nc), Natalie Zemon Davis (Toronto), David Feldman (Londra) e A.B. Yehoshua (Gerusalemme).

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La fede incrollabile dell’ebrea del ‘600

Reclusa, violentata, derubata dei figli; Pacifica Citoni non si piegò mai alla conversione forzata al cristianesimo. La sua vicenda è stata ritrovata negli archivi della Comunità ebraica di Roma da Susanna Limcntani. Eccola.

Edoardo Sassi

Nulla le fece cambiare idea: non le prediche coatte, non le ripetute minacce, non le reclusioni. Nulla. Neanche il battesimo forzato dei due figli che le furono strappati per sempre dopo averglieli crudelmente mostrati un'ultima volta. E nemmeno la violenza carnale di cui fu vittima, da parte di un marito despota che invece, lui si era convertito al cristianesimo e che più volte tentò di «offrire» la moglie alla nuova fede.

Nonostante tutto Pacifica Citoni, sposata Di Castro, giovane donna ebrea vissuta nella Roma della fine del XVII secolo, ebrea restò. E la sua storia - una storia di fierezza e resistenza inedita fino a oggi - è ora oggetto del libro di Susanna Limentani, Opporsi alla conversione. Un testo autoprodotto, che l'autrice, non una storica di professione, ha voluto scrivere con l'obiettivo di «restituire dignità e memoria a questa donna forte, tenace, ostinata, consapevole del prezzo da pagare per la sua condotta, ma determinata nel restare fedele alla sua identità religiosa».

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Pèsach: La ricerca dell’identità e l’eliminazione del chamètz

Parashà di Tzav – Shabbat Hagadol

La parashà di Tzav ci dà l’occasione per riflettere sulla festa di Pesach da un punto di vista speciale.  Siamo abituati a identificare Pèsach e la festa delle mazzot. In realtà si tratta di due feste distinte: la prima cade il 14 di Nissan, giorno in cui veniva fatto il  sacrificio pasquale, mentre la festa delle Mazzot inizia il 15 di Nissan e dura sette giorni (otto nella Diaspora). La notte tra il 14 e il 15 di Nissan con il Seder è il momento in cui le due feste si incontrano e condividono i loro significati.

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Artisti e intellettuali (anche ebrei) firmano una lettera contro la definizione di antisemitismo dell’Ihra

"Nega i diritti del popolo palestinese"

Ranieri Salvadorini

“La lotta contro l’antisemitismo non deve essere trasformata in uno stratagemma per delegittimare la lotta contro l’oppressione dei palestinesi, la negazione dei loro diritti e la continua occupazione della loro terra”. Sono queste alcune delle parole contenute in una lettera aperta pubblicata a fine novembre su The Guardian a firma di 122 intellettuali palestinesi e arabi che hanno criticato la “definizione operativa” di ‘antisemitismo’ dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), organizzazione intergovernativa che unisce i governi e gli esperti per rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto. Definizione adottata da alcuni Paesi europei (tra cui l’Italia) e dagli Stati Uniti. La missiva ha ricevuto il sostegno di numerosi intellettuali, anche di origine ebraica, da tutto il pianeta e tra i firmatari ci sono anche 276 membri del mondo della cultura italiano, tra cui Salvatore SettisLivio PepinoCarlo RovelliMarco PaoliniMoni OvadiaAlessandra Farkase molti altri.

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Rosenkranz e Zweig, l’ebraismo prima della fine del mondo

Carteggi. Sedicenne raffinato, lo sguardo alla Palestina, Hans Rosenkranz si rivolge a Stefan Zweig: vuole diventare scrittore. Dal 1921 al 1933 le lettere tra i due evocano Herzl, Rolland, Schnitzler, Verhaeren, Freud...: da Giuntina

Massimiliano De Villa

Stefan Zweig

Nel 1921, Hans Rosenkranz, nativo di Königsberg in Prussia orientale, ha sedici anni ed è un enfant prodige. Raffinatissimo per sensibilità, ha lo sguardo acuto sulla questione ebraica, divisa in Germania tra la felice evidenza di un’integrazione riuscita e il ciclico risorgere di un antisemitismo mai sopito. Rivolge la speranza ai cieli orientali della Palestina, promessi dal sogno sionista, ha una vocazione letteraria in germe e molte aspirazioni nel cassetto. Scrive una lettera a Stefan Zweig, chiedendo consiglio per diventare scrittore e accludendo alcune precoci poesie: lo spessore della riflessione, la sincerità degli intenti, l’essenzialità di un discorso che va dritto alla radice delle cose colpiscono Zweig, già allora scrittore affermato, noto mediatore culturale, attivissimo agente per molti editori. Tra le righe di Rosenkranz vede la chiara testimonianza di una gioventù ebraica posta di fronte a problemi tragici e urgenti, ma insieme lucida e determinata. E risponde con generosità, spronando il ragazzo a insistere sui nuclei del proprio pensiero, perché proceda in profondità e in altezza, certo che i risultati non tarderanno ad arrivare. Nelle poesie vede una prevalenza dell’elemento intellettuale su quello sensibile ma si dice sicuro che l’esperienza del mondo saprà far maturare quanto è ancora acerbo.

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Chi era Golda Meir

Giovanna Pavesi

Pubblicamente appariva come una donna modesta, dall’aspetto sobrio e dallo stile misurato: mai un filo di trucco, niente tacchi, abiti dalle forme essenziali e capelli quasi sempre raccolti. Come se volesse passare inosservata. Eppure, la personalità di Golda Meir determinante, non solo per aver ricoperto la carica di quarto premier d’Israele, ma anche per essere stata la prima (e unica) donna a guidare il suo Paese (a livello internazionale fu preceduta soltanto da Sirimavo Bandaranaike, nello Sri Lanka, e da Indira Gandhi, in India). Ebbe due grandi amori, il socialismo e la Terra promessa, per i quali si batté per tutta la vita. L’ambizione, il lavoro e probabilmente anche l’umiltà le fecero scalare negli anni i vertici dello Stato ebraico, fin dalla sua costituzione. Il futuro primo ministro nacque con il nome di Golda Mabovič e fu Ben Gurion a imporle un cognome che suonasse più “ebraico”. Così lei scelse Meir, che significa “illuminato”.

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Islamo-gauchisme e Islamo-fascismo

Anselmo Calò

Nei giorni scorsi La Repubblica ha pubblicato alcuni interventi autorevoli sulla polemica in corso oltralpe sull’islamo-gauchisme. Su Moked, è intervenuto Francesco Moises Bassano con un interessante articolo. La polemica prende avvio da una dichiarazione della ministra del governo francese per l’Istruzione superiore, Frederique Vidal, secondo cui le università non sono immuni dall’islamo-gauchisme. La Vidal ha chiesto un’indagine al CNRS per verificare ciò “che è ricerca accademica e ciò che è militante”.

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Noi e i capi di fronte alle nostre responsabilità

Parashà di Vayikrà

La crisi in cui versa il Mondo ha ovviamente riflessi sul popolo ebraico e sulla comunità: la domanda cui dobbiamo rispondere è qual è la strada da seguire per reagire a quanto accade oggi, in base al brano settimanale di questa settimana (Vayikrà), il cui contenuto ci sembra lontano mille miglia dalla nostra esperienza quotidiana. Siamo quindi chiamati a leggere tra le righe, anche nel non detto esplicitamente: rispondere a questa domanda è particolarmente difficile dato che  in questa parte della Torà si parla dei sacrifici che si facevano al Tempio, un argomento che ci sembra così lontano dalla nostra sensibilità.

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Nicoletta Artom, la rivoluzionaria della tv per ragazzi

Nathan Greppi

Esattamente 80 anni fa, il 10 marzo 1941, nasceva Nicoletta Artom (anche se secondo altre fonti sarebbe nata il 10 maggio). Il nome di questa redattrice della Rai, morta l’8 maggio 2018, potrebbe non dire nulla alla maggior parte delle persone. Eppure, questa donna ha avuto un ruolo fondamentale nel diffondere in Italia uno dei generi di intrattenimento di maggior successo della cultura pop: gli anime, le serie animate giapponesi tratte dai manga.

Come spiegava Elena Rossi Artom nel saggio del 1997 Gli Artom, Nicoletta proveniva da un’importante famiglia ebraica di Asti, la cui presenza nel centro piemontese era documentata sin dall’anno 812 e. v. Dopo la laurea in legge, la Artom iniziò a lavorare alla Rai in età relativamente giovane, tanto che già a partire dall’ottobre 1971, quando aveva 30 anni, venne promossa come curatrice della rassegna di cartoni animati Gli eroi di cartone, di cui era già stata collaboratrice. Fu sotto la sua guida che il programma fece conoscere ai giovani italiani personaggi come il Gatto Silvestro e Speedy Gonzales, oltre a portare davanti al piccolo schermo una media di 3 milioni di adulti. Un successo tale che il format fu imitato anche dalla tv francese e dall’emittente americana NBC.

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“Quelle telefonate alle 3 di notte”, così Netanyahu convinse Pfizer a puntare su Israele come vetrina

Il Ceo Bourla rivela: ho parlato con diversi capi di Stato ma abbiamo scelto il paese ebraico non solo perché come altri ha popolazione ridotta e un eccellente sistema sanitario, ma anche per il livello di digitalizzazione con pochi confronti. E, dice, "per l'ossessione del premier: mi avrà chiamato trenta volte"

Sharon Nizza

In un’intervista esclusiva alla stampa israeliana giovedì, il Ceo di Pfizer Albert Bourla ha raccontato come si sono evoluti i contatti che hanno portato Israele a diventare una sorta di vetrina mondiale per l’efficacia del vaccino. “Cercavamo un Paese che avrebbe potuto dimostrare all’umanità l’impatto del vaccino sugli indici di salute ed economici” ha spiegato alla conduttrice Yonit Levy di Channel 12. “Ho parlato con diversi capi di Stato e Netanyahu mi ha convinto che in Israele avrei trovato tutte le condizioni necessarie”. Una popolazione relativamente ridotta (9,3 milioni di abitanti) e un eccellente sistema sanitario, non sono un unicum. Le peculiarità di Israele che si sono rivelate determinanti nella scelta di avviare la collaborazione, secondo Bourla, sono la digitalizzazione del sistema sanitario “che non molti Paesi hanno a questo livello”, la prontezza del Paese nella gestione delle emergenze per via della costante minaccia in cui vive e "l'ossessione di Netanyahu, che francamente mi ha colpito molto”.

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Decade il Consiglio della Comunità Ebraica di Milano

Il comunicato della lista "Milano Ebraica" e a seguire quello della lista "Wellcommunity"

Milano Ebraica

Milo Hasbani

Non ho parole. Ancora una volta al posto di dialogare si consegnano le dimissioni e questo in un momento difficilissimo per tutti senza il minimo senso di responsabilità. Così avevo iniziato la mia lettera domenica scorsa in risposta alle dimissioni di WellCommunity giunte solo al Consiglio.
Nel comunicato pubblicato da WC questa mattina manca però una parte importante presente in quello di settimana scorsa, che è stato omesso e che ritengo fondamentale riportare, per comprendere le motivazioni che stanno dietro questo scellerato gesto. Così scriveva Wellcommunity:

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Shabbàt: il vero precetto del ricordo in tempo di pandemia

Parashà di Vayakkèl-Pekudè - Hachòdesh

Rav Scialom Bahbout

Mosè convocò tutta la radunanza dei figli d’Israele, e disse loro: ‘Queste sono le cose che l’Eterno ha ordinato di fare. Sei giorni sarà fatta Melakhà (lavoro creativo), ma il settimo giorno sarà per voi un giorno santo, un sabato di totale cessazione (dal lavoro), consacrato all’Eterno. Chiunque farà Melakhà (lavoro creativo) in esso sarà messo a morte. Non accenderete fuoco in alcuna delle vostre abitazioni il giorno del sabato. (Esodo 35: 1- 3)

Il sabato viene ricordato non meno di 15 volte nella Torà in contesti diversi. In questo caso il rapporto è chiaro: l’imminenza della costruzione del Tabernacolo necessitava di una dichiarazione chiara e univoca. La costruzione del luogo in cui il popolo doveva incontrare il Signore avrebbe potuto far pensare che era più importante dell’osservanza del sabato: questa dichiarazione  (come la precedente fatta alla fine della descrizione del progetto del Tabernacolo in Esodo 31: 12 -17)) dimostra che la santità del sabato ha la precedenza sulla costruzione del luogo che per definizione potremmo considerare il più sacro. 

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La Bolkenstein e gli ebrei romani ambulanti

Soluzioni intelligenti cercasi

Emanuele Calò

Frits Bolkestein, padre della normativa che viene chiamata col suo nome, si avvia ormai verso la novantina, ma anche la sua figliuola politica (Direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, relativa ai servizi nel mercato interno) non è di primo pelo. Questo significa che il tempo per agire c’è stato. Qual è l’oggetto cui ci si riferisce? Si tratta: a) del commercio su aree demaniali e, in ogni caso, pubbliche, b) di un nucleo di lavoratori da identificare e definire, c) delle possibili soluzioni, ammesso che ve ne siano.

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Il prete caritatevole che aiutò… i nazisti a scappare

A Termeno la prima tappa degli assassini degli Ebrei

Passarono da Termeno molti nazisti ricercati come criminali di guerra, in fuga dal Reich devastato e sconfitto, indirizzati in quel comune dal vicario della diocesi di Bressanone Alois Pompanin, per ricevere nuovi documenti di identità. Forse qualcuno fece un’ altra tappa – così alla fine degli anni Cinquanta René Preve Ceccon il segretario, anzi il federale del Msi trentino, raccontava al giornalista Massimo Infante capo servizio della redazione del giornale Alto Adige di Trento – anche nei silenti edifici del Seminario Minore. Poi alcuni si imbarcarono a Genova per sparire nell’America del Sud mentre quelli che provenivano dalle Waffen-SS o dalla Luftwaffe, comunque dalla Wehrmacht, presero la via dell’ Egitto o della Siria perché agli arabi interessava avere istruttori militari tedeschi per affrontare lo Stato di Israele. Qualcuno venne accolto negli Stati Uniti; era l’epoca della “guerra fredda” e agli americani serviva l’ esperienza dei soldati germanici che sapevano “trattare” i russi.

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Mara, una vita dietro le quinte del cimitero ebraico

Di solito non ci piace parlare di ebrei morti, ma per questa volta faremo un eccezione (Kolòt)

Pietro Marino

Dall’inizio di Via delle Vigne possiamo scorgere sulla linea dell’orizzonte, a chiudere la strada per la quale ci siamo incamminati, un imponente cancello di metallo incorniciato da pesanti pietre granitiche, poste lì quasi a voler incutere timore a chi si arrischi ad avvicinarsi: ci troviamo di fronte all’ingresso delcimitero ebraico di Ferrara. Se pure a prima vista possa dare l’impressione di trovarsi di fronte a un luogo inespugnabile, il cui ingresso sia riservato ai soli autorizzati, non ci si deve lasciare scoraggiare: dietro quel portale si celano, in realtà, prati fioriti, intrecci di rami, lapidi semplici e maestose che fanno di questo rettangolo di terra al lato delle mura estensi un piccolo scrigno pieno di meraviglie da scoprire.

Dimentichiamo, allora, la nostra prima impressione, l’ingresso maestoso e il timore riverenziale, volgiamo lo sguardo verso quella porta sulla destra, e iniziamo a sentirci in un luogo più famigliare. Sulla porta è appeso un cartello“Per visitare il cimitero ebraico suonare il campanello della custode”: come quando si deve fare visita ad un amico, ad un parente, per entrare nel cimitero ebraico suoniamo il campanello. Ad aprirci è un’anziana signora e, di nuovo, non ci si deve lasciare intimorire dalla sua apparente riservatezza, in realtà basta trattenersi un po’ con lei per scoprire i segreti di una vita, di trent’anni vissuti come custode di questo angolo di storia. E così abbiamo deciso di fare oggi, intrattenendoci ad ascoltare le parole di chi a vissuto il cimitero ebraico da dietro le quinte.

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Le persone credono ai complotti per non accettare la realtà, ci disse Eco

Dai Protocolli dei Savi di Sion ai chip nei vaccini

Mattia Giusto Zanon

Il 19 febbraio del 2016 moriva a Milano Umberto Eco. Un anno prima il professore e semiologo ha tenuto una lectio magistralis all’Università degli Studi di Torino dal titolo Conclusioni sul complotto: da Popper a Dan Brown, tracciando un excursus sul complotto, una tendenza antica che continua a influenzare anche il mondo contemporaneo. L’ossessione per il complotto è forse nata con l’essere umano, come ricorda il filosofo Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici, descrivendolo come quella “teoria cospirativa della società che risiede nella convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno e che hanno progettato o congiurato per promuoverlo”. 

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Storici tedeschi dicono che il Papa sapeva dei massacri

GARIWO: Papa Pio XII e la Shoah, le rivelazioni dagli archivi vaticani aperti a marzo

Papa Pio XII era a conoscenza, da proprie fonti, dell'uccisione di massa degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, ma i suoi collaboratori dubitarono delle informazioni ricevute, che non furono rivelate al governo degli Stati Uniti. Lo ha riferito il quotidiano israeliano Haaretz citando i primi risultati delle ricerche condotte da un gruppo di storici tedeschi negli Archivi Vaticani all'inizio di marzo, quando la documentazione attinente al Pontificato di Pio XII è stata aperta alla consultazione degli studiosi interessati a chiarire il ruolo svolto dall'allora Papa durante la tragedia della Shoah. 

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Conoscere Dio e le sue vie

Parashà di Ki Tissà

Rav Scialom Bahbout

Mosè disse:  fammi conoscere le tue vie… Il Signore disse: Ecco un posto vicino a me, tu ti presenterai sulla rupe e avverrà che quando transiterà la mia gloria, io ti metterò in un anfratto della roccia … io toglierò la mia mano  …… tu potrai vedere (ciò che è) dietro di me, ma non ti sarà concesso di vedere il mio volto. (Esodo  33: 13 - 23) Cosa voleva sapere Mosè? Dio aveva decretato la morte di tutto il popolo, mentre solo una sua piccola parte aveva servito il vitello doro e trasgredito i comandamenti. Quali erano i criteri della giustizia divina? La concezione della giustizia divina è completamente diversa da quella umana? Perché non riusciamo a vedere nessuna giustizia in terra? La risposta di  Dio è che se si metterà in un luogo vicino a Lui, Mosè potrà avere una percezione della storia dell’uomo: stando in alto, l’orizzonte è più ampio e si ha una visione maggiore,  si può vedere e capire meglio cosa succede in terra. Dio dice quindi a Mosè: “mettiti in un luogo vicino a me” in modo da poter avere una visuale diversa: le cose ti appariranno completamente diverse.

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A proposito di “hamanismo”*

Riccardo Di Segni

Uno spettro si aggira per il mondo ebraico, si direbbe con una frase famosa. In realtà ce ne sono molti di spettri circolanti. Ma stavolta c’è uno spettro nuovo, che è stato chiamato con un nome finora (a me) ignoto: hamanismo, da Hamàn, il protagonista negativo della meghillà di Ester. Sappiamo tutti chi era Hamàn e del suo proposito di sterminare tutto il popolo ebraico vivente nel grande impero persiano. Chi ha suggerito il neologismo “hamanismo” spiega che: “nella mente bigotta e contorta di Haman, le differenze devono essere soppresse. Haman sogna una distopia di uniformità, in cui tutti pensano allo stesso modo e tutti si attengono a un solo insieme di regole: le sue.”

Di qui la definizione: “L’hamanismo è la paura della differenza, e sta alla base di ogni regime autoritario”.

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Ruth Dayan, mia nonna

Su com’e stato strano essere nipote di un personaggio della storia.

Assia Neumann Dayan

Venerdì ho letto su internet che mia nonna era morta. Era successo anche con mio padre, ed è stato spaventoso, con i social network che ti fanno “bu!” e ti viene da piangere, in una seduta di EMDR collettiva. Mia nonna aveva 103 anni, a marzo sarebbero stati 104, non propriamente una morte in culla, eppure. Eppure. Mia nonna era Ruth Dayan, era nata nel millenovecentodiciassette, e a scandire piano millenovecentodiciassette si capisce bene la dimensione esatta della storia. Prima guerra mondiale. Seconda guerra mondiale. Guerre in Medioriente. Pandemia. È sopravvissuta a due figli su tre, a un matrimonio, a un divorzio, è sopravvissuta a un ex marito e alla sua benda sull’occhio. La sua casa era piena di fotografie dell’ex marito, sculture, libri, ricordi di tutti e trentasette gli anni di matrimonio, ed è chiaro che non siamo dalle parti di Marriage Story, ma dentro una storia coniugale poco ordinaria.

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Il pol.cor. anglosassone si diffonde anche nelle università italiane

Intervista al semiologo Ugo Volli. "Attenzione, il woke americano sta arrivando. Sorgono studi sul colonialismo e il gender e in molte facoltà italiane ora usiamo chiamarci collegh*"

Giulio Meotti

Ugo Volli

L’Università di Glasgow ha cancellato su pressione dei militanti woke una conferenza del celebre economista della London School of Economics Gregory Clark. La scorsa settimana Clark non ha potuto spiegare “Per chi suona la curva della campana” (questo il titolo del suo intervento) . Il riferimento alla poesia di John Donne non era il problema. L’allusione al lavoro di Charles MurrayRichard Hernstein, sì. “The Bell Curve”, il loro libro del  1994, rimane uno dei saggi più controversi mai pubblicati. I suoi critici, sebbene tendano a non averlo letto, insistono  che non solo sostiene, ma addirittura si rallegra  dell’idea che l’intelligenza sia determinata dalle origini etniche di una persona. E’ un malinteso che continua da oltre un quarto di secolo, e ogni discussione sul libro di solito finisce male. Così, quando il professor Clark ha accennato al lavoro nel titolo della conferenza, l’università gli ha chiesto di cambiarlo. “Ho avuto una riunione su Zoom di mezz’ora con il preside”, ha raccontato Clark. “Avrebbe riprogrammato la conferenza se avessi accettato di cambiare il titolo. Ho rifiutato”. E la conferenza è stata annullata. 

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Il caso Bartali, le reticenze di Yad Vashem e la crisi della Storia

“Libertà per la storia”. D’accordo. Ma per fare che?

David Bidussa

Di L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata, di Marco e Stefano Pivato (Castelvecchi editore) il rischio è che rimanga al centro della discussione la parte più scandalosa o l’aspetto più impressionistico: la vicenda dell’azione di Gino Bartali e dei documenti per il salvataggio degli ebrei a Firenze. Quello è certamente l’aspetto immediatamente più eclatante, ma non è quello centrale del libro. A mio avviso è il pretesto del libro. Ci tornerò tra poco, prima consideriamo la questione che ha appassionato e fatto discutere in queste settimane. Cominciamo dall’inizio.

L’inizio è che Stefano Pivato nel 2018 quella volta da solo, amplia un testo dal titolo Sia lodato Bartali (prima edizione: 1985), in cui si sofferma con molta attenzione sulla vicenda del salvataggio sostenendo la tesi della veridicità di quella storia che ha portato nel 2013 Il centro Yad Vashem di Gerusalemme a iscrivere Gino Bartali tra i giusti delle nazioni.

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L’abito fa il monaco?

Parashà di Tetzavvè - Purìm

Rav Scialom Bahbout

Quest’anno Purim a Yerushalaim cade di Shabbath Tezzavè: la lettura della Meghilà si fa il venerdì sia nella Diaspora che a Gerusalemme. Alla lettura della parashà settimanale a Gerusalemme aggiungeranno il brano che ricorda la battaglia che Giosuè conduce  contro ‘Amalek, che aveva aggredito senza alcun motivo la retroguardia affaticata e fragile del popolo ebraico appena uscito dall’Egitto. Questa “coincidenza” non è sporadica, ma avviene quasi ogni anno ed è spontaneo domandarsi se esista una relazione tra Tetzavè, Amalek e Purim.  Andiamo per ordine:

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La quinta mem di Purìm

Le maschere e lo strano rapporto con il carnevale

A Purim si usa mascherarsi, ma perché? Da dove origina questo uso? Sappiamo che tradizionalmente vi sono quattro precetti da osservare a Purim, ognuno dei quali inizia con la lettera mem: meghillà, la lettura della meghillàda fare la sera e la mattina; mattanòt la evionim, doni ai poveri, un dono ciascuno a due poveri differenti; mishloach manòt, invio di due alimenti a un amico; mIshtè, il banchetto, nel senso di un pasto in cui si abbonda con il cibo e soprattutto con il vino. A questi precetti si è aggiunta un’altra cosa, che non è un precetto, ma una consuetudine, quella di mascherarsi; maschera in ebraico si dice massekhà, e così abbiamo la quinta mem.

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“Amos Oz, un violento” La figlia Galia accusa

Fanno scalpore le parole contenute nel memoir appena uscito in Israele. Ma sua madre e i fratelli la smentiscono: “Padre attento e amorevole”

Sharon Nizza

“Un meraviglioso uomo di famiglia e un uomo di pace e moderazione”, così Fania, la figlia maggiore di Amos Oz, si separava dal padre, mancato nel 2018 a causa di un tumore. A sconvolgere l’immaginario collettivo di uno degli intellettuali israeliani più amati, noto in tutto il mondo per la sua prosa tradotta in trenta lingue e per l’impegno civile contro il fanatismo, è la secondogenita di Oz, Galia, 56 anni, anche lei scrittrice, che ha pubblicato un libro autobiografico, “Qualcosa travestito da amore”, in cui denuncia i “continui abusi, fisici e mentali”, subiti dal padre.

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Profanare il tempo per costruire il tempio?

Parashà di Terumà - Si può costruire il tabernacolo di shabbat?

Il Signore parlò a Mose dicendo: parla ai figli d’Israele e prendano per me una offerta; prenderete la mia offerta da ogni persona il cui cuore lo spingerà a donare …. E faranno per me un Santuario …….  – tutto l’argomento dalla Menorà, al tavolo e all’altare, ai travi e alla tenda e alle cortine e a tutti gli oggetti del tabernacolo – che scopo hanno?

Hanno detto i figli di Israele di fronte al Signore:  Padrone del Mondo! i re delle nazioni hanno una tenda e un tavolo e una Menorà e un incensiere, e queste sono le insegne regali, perché ogni re ha bisogno di questo; e tu sei il nostro re, il nostro redentore e il nostro salvatore: non ci saranno davanti a te le insegne regali, in modo che tutti coloro che vengono al mondo riconoscano che tu sei il nostro re?

(Rispose il Signore) Figli mei, voi siete fatti di carne e sangue e avete bisogno di tutto questo, ma io non ho bisogno di tutto questo, perché davanti a me non c’è cibo, né bevanda e non ho bisogno di luce; e i miei servi lo dimostrano: la luna e il sole illuminano tutto il mondo e io li influenzo con la mia luce e li controllo per merito dei vostri padri.

I figli d’Israele hanno risposto al Signore: Padrone del Mondo! Noi non chiediamo dei padri – perché tu sei il nostro padre, perché Abramo non ci ha conosciuto e Israele non ci riconosce  (Isaia 63, 16).

Disse loro il Santo benedetto sia: allora, fate ciò che voi volete, ma fate le cose come io vi comando …... come è detto: “ Fate per me un santuario  … fate una Menorà ….. farai un tavolo…. farai un altare per accendere dell’incenso… (Midrash Agadà Terumà 27,1)

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Un ricordo di Rav Gershon Garelik z.tz.l.

Donato Grosser - New York - Mosaico

Sabato 13 febbraio è deceduto a Brooklyn rav Gershon Garelik. Il rabbino Garelik arrivò a Milano con la moglie Bassie, nel dicembre del 1958. Rav Garelik fu uno dei primi shelichìm inviati dal Rebbe Menachem Mendel Schneerson all’estero e venne a Milano a sostituire rav Mordechai Hakohen Perlow che aveva servito la comunità ashkenazita della città dal 1950 nella sinagoga di Via Cellini 2.

Rav Garelik era nato in Crimea il 14 maggio del 1932 (8 Yiar 5692), dove il padre era shalìach del Rebbe Yosef Yitzchak Schneerson, in uno dei periodi peggiori della dittatura stalinista. Il padre, rav Chaim Meir Garelik (con il figlio Gershon nella foto, da Beis Moshiach, n. 801), faceva parte di un gruppo di chassidìm che mandava i figli a studiare nelle yeshivot clandestine, nonostante i rischi di essere scoperti e esiliati in Siberia, o fucilati. Durante la Seconda Guerra Mondiale il giovane Gershon Garelik studiò nella yeshivà clandestina a Samarcanda nella classe di rav Michael Teitelbaum insieme con Berel Zaltzman che in un suo libro descrisse le sue esperienze di quegli anni (Zaltzman, Hillel, Samarkand, New York, Chamah, 2015, p. 637). La vita sotto il regime di Stalin fece di questi giovani degli uomini di ferro, disposti a tutto pur di rimanere fedeli alla Torà.

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I nuovi antirazzisti hanno un vecchio problema: con gli ebrei

Nick Cohen spiega che c’è una parte del mondo progressista che non è meno antisemita dei fascisti. Il punto di vista dello Spectator

“Ci sono dei dibattiti tra uomini e donne, bianchi e neri, in cui tu sai da che parte stare”, scrive Nick Cohen sullo Spectator. “Da una parte, dal ‘lato giusto della storia’, ci sono i progressisti e dal lato sbagliato ci sono i bigotti e i reazionari che si tappano le orecchie in modo da non dovere mai cedere i loro privilegi ereditati. Tuttavia, quando si parla di ebrei, si capovolgono i ruoli. Secondo Cohen una parte dell’opinione pubblica progressista ha deciso che il miglior modo per mostrare di essere dal lato giusto della storia è quello di ripetere idee antisemite e accusare chiunque la pensi diversamente di essere complice di una trama per difendere gli interessi di Israele e spostare l’attenzione dalla sofferenza reale delle minoranze etniche meno privilegiate. Il libro di David Baddiel Jews Don’t Count è uscito questa settimana e sostiene che in un’epoca in cui ogni minoranza viene ascoltata, esiste una grande minoranza etnica, ovvero gli ebrei, verso cui un gran numero di progressisti non mostra alcun interesse.

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Fatti non foste a viver come bruti

Parashà di Mishpatim

Il passaggio dall’atmosfera che si respira nella parashà di  Itrò a quella di Mishpatim, può lasciare interdetti: si ha una specie di caduta di tono e di stile. Dall'enunciazione dei grandi principi si passa all’analisi delle piccole cose di tutti i giorni: Rashi ci dice che l'uso della vav ו all’inizio della parashà (e questi.. ואלה) sta ad indicare che quanto segue va a completare ciò che è stato detto in precedenza ed è una sua continuazione. La Torà in sostanza afferma che la vita dell'individuo e della società è fatta spesso di piccoli dettagli e l'importante è che questi siano in linea con i principi generali appena enunciati. Potremmo cercare di individuare come le norme racchiuse nella parashà di Mishpatim si relazionano al Decalogo, ma questa sarebbe un’analisi troppo lunga. Ci limiteremo a individuare la relazione tra la prima Parola e la prima norma che si trova nella parashà.

Il primo comandamento afferma “Io sono il Signore che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto dalla casa degli schiavi”: la prima norma riguarda quindi lo schiavo ebreo, l’’eved ‘ivrì.

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Temi ricorrenti nei romanzi di Roth

“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile.”

Titti Ferrante

“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile.” I tre romanzi di Roth: “Ho sposato un Comunista”, “La macchia umana” e “Lasciar Andare” presentano personaggi e temi che hanno diverse affinità. Il primo ha un taglio più politico mentre gli altri due hanno una natura più intimista, ma il tema della rivoluzione attraversa, in modo diverso, tutti e tre.

Ira Ringold, dopo la guerra, decide di fare la sua parte nella lotta di classe, fa parte del sindacato, anche dopo aver lasciato Calumet City per andare a New York a lavorare alla radio ed essersi fatto un nome come Iron Rinn di Liberi e Audaci, Ira continua a parlare della fabbrica di dischi, delle riunioni sindacali nella lingua carismatica dei suoi ex compagni. Nella sua vita privata cerca di piacere a Syplphid, sua figliastra, e al mondo raffinato della moglie, molto diverso dal suo ambiente pur di avere Eve accanto.

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Quando la pezza è peggio del buco

Doppio serpente. Alcune reazioni alle scuse frettolose della farmacia milanese di piazza Vesuvio con la zelante commessa anti-Israele.

La farmacia Vesuvio ringrazia sentitamente il Presidente della Comunità ebraica di Milano, Milo Hasbani, per averci dato la possibilità di scusarci pubblicamente per le gravi e improvvide affermazioni della nostra dipendente, che non esprimono in alcun modo il sentire della Farmacia e dalle quali la stessa si dissocia fermamente. Ci dispiace se tale episodio ha causato offesa o disagio alla cliente che ha denunciato l’accaduto e a qualsiasi altro membro della Comunitá. Confidiamo che simili episodi non si ripeteranno in futuro e garantiamo che la Farmacia sarà, in piena coerenza con la sua storia, un luogo aperto a tutti. Dott Achille Bonandrini - Farmacia Vesuvio

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Morta Rina Lattes due mesi dopo suo marito Nedo Fiano

Ricoverata da anni nella casa di riposo ebraica di Milano è morta poco dopo Nedo, testimone instacabile dell'Olocausto per tutta la sua vita. Di famiglia ebrea fiorentina, era scampata alle deportazioni e nel 1945 aveva incontrato Nedo

Zita Dazzi

Sono stati sposati 71 anni e, come se non potessero vivere divisi, hanno lasciato la loro vita terrena  a meno di due mesi di distanza. E' mancata dopo esser stata attaccata dal Covid, nella casa di riposo ebraica di Milano, Rina Lattes, detta Riry, moglie di Nedo Fiano, instancabile testimone degli orrori della Shoah. Nedo era spirato il 19 dicembre scorso, nello stesso luogo dove entrambi i coniugi erano ricoverati da anni. Ne dà notizia su Facebook, il figlio Lele Fiano, deputato Pd, dopo aver negli ultimi giorni raccontato l'agonia di Rina: "La mamma non c’è più. Ha smesso di soffrire su questa terra. Ha lottato con le sue piccole forze contro il Covid per giorni. Ha resistito, combattente quale era, e poi ha raggiunto il suo amore di una vita, papà. Ora soli, non più figli, ma mariti e padri. Ora soli ad interrogarci per sempre sulla vita, il suo messaggio continuo, la forza dell’attaccamento alla vita che ci avete trasmesso, l’etica di una vita retta che ci avete tramandato, la scelta di dare battaglia sempre".

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Ricordare l’unicità della Shoah, perché non si ripeta

Roberto Della Rocca

A proposito della Shoah si registra sempre più spesso un tentativo di assimilare lo sterminio degli ebrei ad altre stragi dell'età contemporanea, così da diminuirne l'importanza e negarne l'unicità. La Storia narra di molti stermini apparentemente motivati da obiettivi mirati, quali conquiste territoriali, assalti al potere o ontologie totalitarie. Nella Shoah c'è qualcosa di diverso e di più specifico. L'obiettivo dei persecutori e la "colpa" delle vittime sono identificabili in un atto di nascita: essere ebrei.

La specificità della Shoah non sta nella somma algebrica di quante espulsioni, schiavizzazioni, violenze, abusi o assassinii sono stati compiuti rispetto a altre folli stragi della storia, ma piuttosto nella sua genesi. 

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Jean Jacques Rousseau e le leggi di Mosè

Parashà di Yitrò

Come per ogni parashà gli argomenti di cui trattare sono molti, ma non si può fare a meno di trattare dell’argomento centrale della Parashà di Itrò: la promulgazione del Decalogo, traduzione più corretta di quella più usata “ Dieci Comandamenti”, in quanto la Torà li definisce Dibberot Devarim, cioè parole: da cui - Decalogo. Difficile dire qualcosa di nuovo su un argomento del genere, anche se in generale quanto più un tema è centrale nella storia e nella cultura, tanto più si tende a sorvolare e dare per scontato che sia tutto chiaro.

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Blondet e la galassia neo-fascista e “socialista-nazionale”

Davide Cavaliere

In Italia esiste una vasta galassia, presente soprattutto in rete, di individui e riviste di area neofascista e socialista nazionale. Uno dei nomi più conosciuti è quello del giornalista Maurizio Blondet. Ex inviato di “Avvenire”, diffonde sul web tesi strampalate e cospirazioniste imbevute di antisemitismo e cattolicesimo preconciliare. I suoi scritti si concentrano su presunti “poteri occulti” ebraici e massonici. Da vent’anni si impegna a promuovere la versione complottista dell’Undici settembre, secondo la quale gli attentati di Manhattan sarebbero il prodotto di un piano segreto dei sionisti e dei neoconservatori statunitensi. Blondet attinge con abbondanza dagli scritti di Thierry Meyssan e ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion.

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Quella firma alla Carta della Memoria che crea polemiche

Su richiesta della lista Wellcommunity pubblichiamo

Caro Presidente, cari Consiglieri e caro Rav Arbib, i consiglieri di Wellcommunity prendono atto che il consigliere G. Schonheit conferma di non voler togliere la sua firma (in qualità di assessore alla cultura della Comunità Ebraica di Milano) quale sottoscrittore della Carta della Memoria, facendo così apparire l'intera Comunità come sottoscrittrice di un testo che ha, come ben noto, suscitato molte polemiche. Per coerenza rispetto a comportamenti analoghi assunti dal consiglio precedente dovremmo chiedere la sua sfiducia.

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Il castello del banchiere ebreo

A lungo abbandonato, ora diventa una residenza per anziani

Mephisto si prese il castello del banchiere ebreo, castello alla francese, una storica villa su un lago. Gustaf Gründgens, il grande attore che per il successo, come Faust, vendette l'anima ai nazisti, comprò per meno della metà del suo valore la residenza della famiglia Goldschmidt nel 1934, sullo Zeesener See, un lago a 30 chilometri dal centro di Berlino. Dalla caduta del Muro e la riunificazione il castello è in abbandono, rischia di andare in rovina, ma ora dovrebbe essere restaurato e trasformato in un residence di lusso per anziani. Ma tutto è fermo a causa del Covid.

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Ci ha lasciato il kohen che impartiva la Birkat Kohanim con voce silenziosa e sottile

Marco Ottolenghi

Il 14 di Shevat è mancato Alessandro Sandel Nistor. Nato in Romania nel 1930, giunse in Italia nel dopoguerra e frequentò il liceo nella scuola di via Eupili a Milano. Questo luogo gli rimase nel cuore e in seguito, negli anni sessanta, quando la scuola venne adibita a Bet keneset, divenne la sua sinagoga di riferimento. Studiò chimica al Politecnico, ma aveva grandi interessi umanistici accanto a quelli scientifici, come un altro illustre personaggio, Primo Levi. 

Grande amante dell’arte, appassionato bibliofilo, ogni conversazione con lui era un’esperienza istruttiva e piacevole, sia per la sua sterminata cultura sia per il suo unico senso dell’umorismo sempre pungente, ma mai cattivo. Dietro alle quinte fu tra i promotori della “Cattedra di Judaica Goren Goldstein” all’Università Statale di Milano e per diversi anni frequentò le lezioni senza mai dare nell’occhio. 

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Ultraortodossi e Covid, inizia a emergere il dissenso interno

A Gerusalemme un assembramento senza precedenti: a migliaia hanno partecipato al funerale di un rabbino di 99 anni vittima del coronavirus. Il governo  raddoppia le multe per chi viola le regole sul distanziamento sociale. Da settimane, in diverse città del Paese, duri scontri tra gruppi di estremisti e la polizia che cerca di disperdere la folla

Sharon Nizza

Il complesso sistema su cui si fonda il rapporto tra la comunità ultraortodossa e le istituzioni dello Stato israeliano si è palesato in tutta la sua fragilità nell’anno del Covid, ma nel corso del terzo lockdown ha raggiunto livelli inauditi. Oggi a Gerusalemme in migliaia hanno preso parte al funerale di un importante rabbino, Meshulam Soloveitchik, deceduto venerdì a 99 anni a causa del Covid, nell’impotenza totale della polizia, che è riuscita solamente a respingere diversi autobus che continuavano ad arrivare, ma non a prevenire l’assembramento senza precedenti. Il vice ministro della Salute Yoav Kisch ha twittato: “Un funerale che porterà a molti altri funerali". L’episodio di oggi arriva proprio nella giornata in cui il governo ha approvato la legge che raddoppia le multe per la violazione dei limiti negli assembramenti (da 1,300€ a 2,600€). Ma soprattutto dopo settimane in cui, in diverse città del Paese dove risiedono le più grandi comunità ultraortodosse, sono avvenuti numerosi scontri violenti tra gruppi di estremisti e le forze dell’ordine che cercavano di fare rispettare le restrizioni per il contenimento del virus. 

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Il futuro tra fede, protesta e impegno

Parashà di Beshallàch

La parashà di Beshallàch contiene molti argomenti: l’inseguimento del Faraone, la divisione del Mar Rosso, la  Cantica del mare, le acque di Marà, la Manna, lo shabbat, le acque di Refidim e la guerra con Amalek: si tratta di argomenti che, pur essendo narrati in successione, sono spesso in contrasto con loro.

Scrive Feivel Melzer*,

In base a quanto dicono i Maestri, per la fede dimostrata sul Mar Rosso la Presenza divina si posò su Israele e gli ebrei cantarono la Shirà: la stessa redenzione di Israele dall’Egitto fu un premio per fede dimostrata e, anche in futuro, per la loro fede, gli ebrei verranno redenti dalle Diaspore in cui si troveranno.

L’apertura delle acque del Mar Rosso ha avuto un ruolo importante nel rafforzamento della fede perché ha creato le condizioni speciali per le quali è stato detto “Una serva ha visto sul mare ciò che non videro il profeta Ezechiele e tutti gli altri profeti”. La Shirà contiene però dei momenti di grande fede, ma anche di forte protesta.

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Una certa idea di libertà

David Grossman

Quando sono libero? Sono libero quando non soffro la fame, il freddo, privazioni fisiche e mentali. Sono libero quando non sono oggetto di discriminazione e di scherno. Sono libero quando mi è concesso di stare con le persone che mi sono care senza alcuna restrizione. Sono libero quando non temo l’arbitrarietà di altri esseri umani. Sono libero quando so di poter essere diverso, dissimile dagli altri e persino fuori dal comune, senza però dover soffrire ed essere “punito” per questo in alcun modo. Sono libero quando posso esprimere i miei pensieri e le mie opinioni, e non quelle impostemi da altri. Sono libero quando posso descrivere con le mie parole una particolare situazione senza che nessuno me lo impedisca, o mi costringa a usare termini e frasi che non mi appartengono. Ognuno potrebbe aggiungere le proprie definizioni di “libertà”. Non dimentico, per esempio, che qualcuno potrebbe sentirsi libero interiormente malgrado non sussistano tutte le condizioni sopraccitate. E so anche che io non sarò libero fintanto che negherò a qualcun altro – a un individuo, o a un intero popolo – anche una sola di queste condizioni. Mentre scrivevo queste righe affiorava in me la sensazione che la libertà, in sostanza, sia indissolubilmente legata al concetto di “speranza”. 

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Israele e Italia a confronto nella pandemia

Riflessioni di un italiano trasferito in Israele

Dario Sanchez

Parliamoci chiaramente: Israele ha tanti difetti - oltre che molti pregi - alcuni dei quali sotto traccia, e noti soltanto a chi ci vive da molto tempo ed è ottimamente integrato nella società. Fatta questa doverosa premessa, mettiamo da parte le stastiche e i numeri, e domandiamoci come mai Israele sta riuscendo ad affrontare in maniera decisamente migliore la pandemia di coronavirus rispetto all'Italia, mettendo in campo una campagna di vaccinazione portentosa, che a partire da domani permetterà a chiunque lo voglia, a partire dai 16 anni, di vaccinarsi.

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Quei mecenati segreti della Sinagoga di Ostia

Nel sessantesimo anniversario della scoperta del monumento, riemerge un'epigrafe: fu la famiglia ebrea dei Fabii Agrippini a finanziare tutta l'opera nell'età di Augusto. 

Laura Larcan 

Fu un «atto di generosità». Quello compiuto dai Fabii Agrippini nel I secolo dopo Cristo. La definizione di ludaei non lascia dubbi. Lo dice chiaramente l'iscrizione millenaria riemersa nella Necropoli ostiense di Pianabella. Una lastra marmorea incisa che riscrive la storia della Sinagoga di Ostia, la più antica d'Italia e dell'Europa occidentale, l'unica delle circa dodici sinagoghe della Roma antica sopravvissuta. Chi la costruì? Chi volle erigere quel monumento sofisticato e ricco, in una posizione particolare, a pochi metri da quella che duemila anni fa era la costa del mare? 

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Gli ebrei britannici hanno paura di dichiarare la propria fede



Cresce l'antisemitismo nel Regno Unito: il 45% guarda agli israeliti con sospetto 

Caterina Belloni 

In Gran Bretagna circa la metà degli ebrei preferisce non mostrare pubblicamente la fede in cui crede. Niente copricapo tradizionale o stella di Davide, insomma, per evitare problemi. E come si potrebbe dargli torto, considerati i risultati di un'indagine appena condotta da Yougov e dal King's College di Londra, all'interno di una campagna contro l'antisemitismo. Secondo questa ricerca, infatti, quasi un inglese su due guarda agli ebrei con sospetto. A dimostrarlo è il fatto che il 45 per cento del campione, composto da adulti, si è detto in accordo con almeno una delle sei affermazioni antisemite su cui veniva interpellato. Dichiarazioni come «gli ebrei controllano i mass media» oppure «si interessano solo dei soldi» o ancora «parlano dell'Olocausto soltanto perché vogliono portare avanti i loro programmi e progetti» sono state considerate veritiere. Un modo per dimostrare che l'antisemitismo nel Regno di Sua Maestà Elisabetta esiste, eccome. 

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Da schiavi del Faraone a padroni del tempo

Parashà di Bo

La parashà di Bo contiene il momento più importante della storia del popolo ebraico: la sua nascita, che coincide con la festa di Pèsach; tuttavia, prima di parlare della festa di Pèsach, il primo argomento che viene affrontato è la mizvà del Kiddush hachodesh, cioè il modo in cui va stabilito e proclamato il Capo mese.  Secondo Rashi il “Bereshit” della Torà avrebbe dovuto essere proprio questa mizvà e se il testo ha derogato ci sono motivi profondi, tra i quali il fatto che si vuole stabilire chi è il proprietario di tutte le terre e della Terra d’Israele in particolare.

 “Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne in Egitto e disse loro: questo mese sarà per voi il capo dei mesi, il primo sarà per voi per i mesi dell’’anno”: fece vedere a Mosè la Luna nel momento del novilunio. Il testo non perde il suo significato letterale : per il mese di Nissan gli disse: questo sarà l’inizio del conteggio dei mesi, così che Iyar sarà il secondo, Sivan il terzo (Esodo 12, 1  e Rashi)

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I Castelletti: una storia di ebrei mantovani

Paolo Luca Bernardini

Da sempre la città di Mantova esercita un fascino particolare tra gli storici. Forse, semplicemente, quasi banalmente, perché è la sua storia ad essere davvero peculiare, così come unica è la sua geografia, città d’acque nel mezzo della pianura, crocevia padano di territori diversi, cuspide etrusca nel Nord e culla del maggior poeta latino; una Venezia scivolata, spinta da un selvaggio grecale, nel mezzo della Padania, senza che poi Venezia – che l’aveva sempre desiderato – riuscisse mai a conquistarla, e avrebbe ben potuto farlo solo per via fluviale, facendo della città dei tre (o cinque?) laghi un avamposto occidentale per ben altre conquiste forse quell’unificazione italiana divinata già nel Quattrocento dal doge Francesco Foscari.

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Uno sguardo femminile spietato sulla borghesia ebraica vittoriana

Ottocento inglese. Arrivismo, alberi genealogici, denaro, condizione della donna: Reuben Sachs di Amy Levy (da L’Iguana), il romanzo pubblicato prima del suicidio a 28 anni, incanta per l’ironia e la sprezzatura

Massimo Bacigalupo

Un incontro inaspettato e benvenuto ci è proposto dall’editore L’Iguana e dalla traduttrice Paola De Camillis Thomas: un breve romanzo di Amy Levy, intellettuale vittoriana perita suicida nel 1889, ventottenne. Si intitola Reuben Sachs (testo inglese a fronte, pp. 285, €18,00) e intrigherà sicuramente lettori e lettrici per l’acume spietato dello sguardo di Amy sulla borghesia ebraica londinese a cui apparteneva, e per la capacità di incuriosire sul destino fatale dei personaggi. Sono giovani di belle speranze, specie il protagonista titolare, trentenne avviato a una importante carriera politica, e disposto a sacrificare tutto a tal fine. Anche l’amore. Vera eroina infatti non è il cinico e a suo modo limitato Reuben ma la giovane che, segretamente riamata, lo ama, Judith Quixano. La vicenda verte intorno al fatto che Judith proviene da una famiglia impoverita e Reuben deve necessariamente «sposare denaro» per facilitarsi la carriera. E non c’è nessun dubbio da parte di nessuno che solo il denaro decida della vita e dei matrimoni.

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L’ammirazione per Gesù dei primi ebrei riformati italiani

Con appassionata partecipazione uno storico ripercorre le simpatie degli intellettuali che vedevano in Gesù il creatore di un messaggio universalista da oppore a un ebraismo ortodosso gretto e separatista

Alberto Cavaglion

Felice Momigliano

Chissà mai se nella Sinagoga di Ancona si conserva ancora “la splendida cortina di quelle da appendersi all’arca che racchiude i rotoli della Legge, nel centro della quale un’iscrizione a caratteri ebraici informa avere nel 1630 Leone Montefiore offerto al tempio questo lavoro di sottile e ingegnosa arte femminile, ricamato dalla moglie di lui Rachele”. E chissà mai se la frazione di Fermo, nelle Marche, la borgata Montefiore, mantiene coscienza di aver dato radice a una delle più note genealogie ebraiche europee. Da Fermo a Livorno, da Livorno a Londra. Qui nel 1758 nacque sir Moses Montefiore, il filantropo, che alla “redenzione materiale e morale di tanta parte degli Ebrei d’Oriente, massime della Siria e del Marocco, consacrò l’apostolato infaticabile di una vita bene impiegata”. Cento anni dopo, sempre a Londra, nel 1858, nasce il pronipote, Claudio Goldsmith Montefiore: storico e teologo, fonderà una rivista di grande fortuna, “The Jewish Quarterly Review”, pubblicherà una Bibbia “come lettura domestica” (The Bible far home reading, 1896) e una traduzione inglese dei Salmi (1902).

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Arbib. Dal lockdown al successo di Zoom e Facebook

Il Rabbino capo di Milano racconta l’esperienza vissuta nella sua comunità durante il primo e il secondo lockdown. Per la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, domenica 17 gennaio alle 16 tavola rotonda sul Qohelet via Zoom

Annamaria Braccini 

La XXXII Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, promosso dalla Cei, ferma la sua attenzione sul Libro del Qoèlet, che mette in discussione il senso della vita davanti al comune destino della morte. Oggi per un rabbino – che porta la religione della speranza, così come un prete e ogni ministro del culto – è difficile dare fiducia? A rispondere è rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano che spiega. «È necessario riuscire a comunicare speranza, perché le persone, oggi più che mai, hanno assolutamente bisogno di ricevere messaggi di speranza. Anche noi a livello personale sentiamo questa urgenza, anche perché non possiamo comunicare cose diverse da quelle che sentiamo. Credo che sia un dovere comunicare la speranza, ma soprattutto che dobbiamo viverla, perché questo è un elemento fondamentale. Purtroppo dobbiamo comunicare anche la preoccupazione: non faremmo un buon servizio alle persone dicendo cose che non sentiamo. Di questo sono assolutamente convinto».  

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Fran Lebowitz, tutto il mondo è New York

Il film di Martin Scorsese per Netflix sull’icona americana (ed ebrea di nascita) è un viaggio tra i personaggi e le atmosfere della città.

Francesca Pellas

Fran Lebowitz è una scrittrice, umorista, icona newyorkese, grande fumatrice. Niente di tutto ciò è falso, però chi è davvero Fran Lebowitz? Martin Scorsese, che le ha dedicato un documentario appena uscito su Netflix dal titolo Pretend It’s a City (il suo secondo: il primo fu Public Speaking su HBO, nel 2010), dice che non bisogna immaginarsela come una persona, ma come una città: nello specifico New York, di cui è appunto una delle manifestazioni di carne. Lei, dal canto suo, dice di se stessa che abita a New York da decenni pur non potendosela permettere, nonostante sia una delle sue più celebri scrittrici. Che, va detto, non scrive da tempo, e forse è da ricercarsi qui, come racconta lei, il motivo per cui non possiede una villa in Toscana e si trova spesso a dover giocare alla lotteria sperando di vincere: se scrivesse, avrebbe di certo più denaro, e non avrebbe dovuto vendere i suoi Warhol per pagare le spese condominiali.

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Il patto: i patriarchi e il popolo

Parashà di Vaerà

Nelle prime parole della parascià di Vaerà troviamo un richiamo al patto che il Signore stipulò coi padri (Genesi 15), un patto fatto con dei singoli, ma che ora dovrà essere stabilito con il popolo che si trova in Egitto. 

Il Signore indirizzò la parola a Mosè dicendo: Io sono il Signore, apparvi ad Abramo Isacco e Giacobbe come El Shaddai (Dio onnipotente), ma con il mio nome Hashem (il Signore) non mi feci conoscere da loro. Con loro feci un patto che avrei dato loro la terra di Canaan, cioè la terra dei loro pellegrinaggi nella quale essì dimorarono quali stranieri. Infine ho ascoltato il gemito dei figli d'Israele asserviti all'Egitto, quindi mi sono ricordato del mio patto. Parla così ai figli d'Israele: Io sono il Signore, Io vi sottrarrò alle tribolazioni dell'Egitto, vi salverò dal loro duro servaggio, vi libererò con braccio disteso e con severi castighi sui nemici. Vi eleggerò quale popolo a me appartenente, sarò il vostro Dio, così che riconoscerete che io sono il Signore Dio vostro che vi ha liberato dal giogo egiziano. Vi introdurrò nella terra che giurai di dare ad Abramo, Isacco e Giacobbe e ve la darò quale possedimento ereditario; Io sono il Signore (Esodo 6: 2 – 9).

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Parashà di Vaerà: Che cosa significa Morashà?

All’inizio della parashà l’Eterno disse a Moshè: “E vi porterò alla terra che ho giurato di dare ad Avrahàm, Yitzchàk e Ya’akòv, e ve la  darò quale morashà, io sono l’Eterno (Shemòt, 6:8). 

R. Naftalì Tzvi Yehudà Berlin (Belarus, 1816-1893, Varsavia) in Ha’amèk Davàr spiega perché nella Torà venga usata la parola morashà e non la normale parola yerushà che significa eredità: “Non [vi viene data] temporaneamente perché perfino quando voi siete in esilio appartiene a voi. La terra d’Israele è un proprietà perpetua, come disse il profeta Geremia (31:20): “Rizza dei segnavia, fatti dei pali indicatori, poni ben mente alla strada, alla via che hai seguita. Ritorna, o vergine d’Israele, torna a queste città che son tue!”.

Questo versetto del profeta Geremia è citato nelle parashà di ‘Èkev da Rashì  (Troyes, 1040-1105) nel commento del versetto dello Shema’: “E porrete queste mie parole sui vostri cuori e sulle vostre persone e le legherete come segno sulle vostre braccia ...” (Devarìm, 11:18). 

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Il caso di Aaron Mostofsky, l’ebreo ortodosso che ha assaltato il Congresso a fianco dei nazisti

C’era anche il figlio di un giudice della Corte Suprema di Brooklyn, tra i tanti ebrei ortodossi che hanno invaso e devastato il Campidoglio di Washington, mercoledì 6 Gennaio.

Flavia Caroppo

Evidentemente insensibile alle decine e decine di simboli antisemiti che i rivoltosi attorno a lui sfoggiavano con orgoglio, Aaron Mostofsky è stato tra i primi a violare il Palazzo del Congresso dove i legislatori stavano ratificando la vittoria di Joe Biden. E anche uno dei primi a venire identificato sui social media e inserito dalla Polizia nella lista di “persone investigate” in merito ai fatti di Washington. E dire che non ci voleva neanche entrare al Campidoglio, pare.

«Aaron è stato spinto all’interno», dice infatti suo fratello Nachman Mostofsky, leader politico locale dei Repubblicani, che era con lui a Washington finchè non lo ha “perso tra la folla”. Nachman, diventato famoso per aver minacciato il sindaco di New York, Bill De Blasio, di far intervenire i suoi amici “persone molto in alto, pezzi grossi vicini al Presidente Trump” per costringerlo a riaprire in fretta la città in lockdown a causa della prima ondata di Covid-19, dice anche di aver lasciato la manifestazione prima che la rivolta cominciasse. 

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Quando l’ombra del passato è anche un rifugio

Elena Loewenthal

L’immortale Bartfuss è uno dei primi romanzi di Aharon Appelfeld, nato nel 1932 in Bucovina e mancato tre anni fa a Gerusalemme. Uscì nel 1983 in ebraico e da allora è rimasto uno dei capisaldi della sua opera, pur essendo in un certo senso radicalmente diverso da tutti gli altri suoi libri. Non era mai stato tradotto in italiano: per chi ancora non conoscesse questo grande autore, sarà il modo migliore per scoprirlo. La narrativa di Appelfeld si dipana tutta intorno alla tragedia dello sterminio filtrata dalla sua esperienza personale di ragazzino in fuga dai nazisti, alla macchia nelle foreste del centro Europa, in balla degli eventi. Nato in una famiglia della buona borghesia colta e poliglotta, sopravvisse grazie a una serie di rocambolesche avventure al confine del surreale, eppure verissime. Tutta la sua opera parla di Shoah, ma l'autore non entra quasi mai dentro i campi della morte, nei vagoni merci, nelle camere a gas.

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Considerata come un inno alla sensualità, “Dance me till the end of love” di Leonard Cohen è in realtà ispirata dall’orrore dell’Olocausto

In alcuni campi di concentramento, la banda accompagnava con la musica i deportati che andavano a morire. Si conclude cos' la "trilogia" sul cantautore canadese

Riccardo Petroni

Nei due precedenti articoli abbiamo visto come due bellissime canzoni di Leonard Cohen siano state completamente travisate, per quanto riguarda il loro contenuto, in quanto, per motivi incomprensibili, non sì è andati a verificarne il testo. Si tratta di "Halleluja" (Qui Blog: Il vero significato di "Hallelujah" di Leonard Cohen: uno sprezzante atto di infinita superbia nei confronti di Dio) e di Suzanne (Qui Blog: E' considerata una canzone sfacciata di un donnaiolo, ma "Suzanne" di Leonard Cohen è un inno a Gesù e Maria). Terminiamo oggi quella che potremmo definire una vera e propria “trilogia” su Leonard Cohen, esaminando il testo di un’altra bellissima e famosissima sua canzone: “Dance me to the end of love” (“Danzami fino alla fine dell’amore”). 

Scritta da Cohen nel 1994 è stata inserita come primo brano del lato A del suo album “Various Positions”, che non incontrò il favore del pubblico di allora, in quanto i testi avevano prevalentemente contenuti religiosi, legati alla sua incessante ricerca spirituale (il primo brano del lato B era Halleluja”), sempre permeata dalla sua matrice profondamente ebraica. In più Cohen era ben consapevole di questo: “Ho una voce monotona e un po' lamentosa, per cui le mie canzoni vengono definite tristi. Se i miei pezzi suonano malinconici quando li canto è soltanto per ragioni biologiche”. E non a caso la sua voce era definita quella di “un rasoio arrugginito”.

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Storia di un titolo

Elèna Mortara

Apprendiamo dal Fatto Quotidiano del 6 gennaio che è in uscita in Italia Un cazzo ebreo, romanzo d’esordio di successo scritto in inglese da una giovane di origine tedesca, Katharina Volckmer, che lavora a Londra presso una agenzia letteraria. Il romanzo, leggiamo, è stato un caso editoriale all’ultima Fiera di Francoforte ed è consacrato come “libro dell’anno 2020” dal Times Literary Supplement. Il titolo italiano è un pugno nello stomaco, su questo torneremo.

Ma quale è il titolo originale di quest’opera, pubblicata nel nostro paese da La Nave di Teseo? Dice l’articolo: The Appointment: Or, The Story of a Jewish Cook; ovverossia, “L’appuntamento; o, la storia di un cuoco ebreo”. Proprio così: un “cuoco ebreo”… Qualcosa non torna. Cerchiamo dunque in rete l’originale inglese, e scopriamo che nell’edizione originale britannica il titolo di copertina è soltanto The Appointment: cioè, “L’appuntamento”. All’interno, nel frontespizio, al titolo in evidenza viene aggiunto, tra parentesi e in caratteri minori, un sottotitolo a sorpresa: (Or, The Story of a Cock), ossia, “(O, la storia di un cazzo”). Tutto qui.

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Il leader: oratore o balbuziente

Parashà di Shemòt

Rabbi Nachman di Bratzlav racconta nella raccolta di storie Sippurè ma’asiyot che una volta, dopo una grande tempesta, un bambino e una bambina si perdono in un bosco e rimangono senza cibo. I ragazzi incontrano via via sette mendicanti (ognuno dei quali con un grave difetto), ascoltano il loro pianto e danno loro del cibo,  augurando loro di diventare simili a loro. I bambini continuano a vagabondare e a chiedere l’elemosina passando da un paese e da un mercato all’altro.

Attraverso un lungo percorso i due bambini arrivano in una fiera dove incontrano ancora uno alla volta i sette mendicanti che decidono di fare sposare i due bambini che intanto sono diventati adulti. Ognuno dei mendicanti, dopo aver raccontato chi è veramente, offre in regalo alla giovane coppia ciò che avevano prima augurato loro e che li  caratterizza meglio.

Il terzo di questi mendicanti è “balbuziente” e augura ai due ragazzi di diventare come lui. Il balbuziente per eccellenza nella storia d’Israele è Mosè che viene scelto per condurre il popolo d’Israele fuori dall’Egitto. Il mendicante balbuziente dice ai due ragazzi che non devono giudicarlo per il suo difetto di balbuzie: in realtà lui dice cose molto profonde e meravigliose che non tutti possono capire.

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Ossessioni e cortocircuiti delle identità ebraiche

Saggi. Pubblicato per la prima volta nel 2006, «La scelta di Abramo» di Wlodek Goldkorn (Bollati Boringhieri) ritorna oggi in una edizione parzialmente rivista in cui dagli ebrei si allarga il campo alla storia occidentale

Lia Tagliacozzo

Sono pagine intense, che coprono due secoli, svariati paesi e che giungono fino alla contemporaneità più prossima quelle che raccontano La scelta di Abramo – saggio sulle identità ebraiche di Wlodek Goldkorn (Bollati Boringhieri, pp. 127, euro 12). Edito per la prima volta  nel 2006, il libro compare oggi in una edizione parzialmente rivista in cui, pur ragionando di ebrei, non scrive solo di loro: racconta la storia dell’occidente, del suo rapporto con l’idea stessa di cittadino, del comunismo dentro e fuori l’Unione sovietica, di Stalin, di Ben Gurion, di Hitler, del nazismo e della Shoah e delle strategie di vita di coloro che ne sono sopravvissuti. Ma, all’inizio di tutto, c’è una promessa che è premessa di un nuovo capitolo della storia, nel caso degli ebrei – secondo Goldkorn – «la grande promessa della modernità: abolire l’ebraismo. Trasformare l’ebreo concreto in carne e ossa – non dunque la metafora dell’ebreo – in un essere astratto, in cittadino».

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Zofia Kossak, la polacca antisemita che salvò migliaia di ebrei

Silvana Rapposelli

Ci fu una donna polacca, affermata scrittrice, cattolica, che divenne figura di spicco della resistenza antinazista quando aveva ormai 50 anni, che fu redattrice di giornali e autrice di opuscoli clandestini e fondò un movimento politico, il Fronte per la Rinascita della Polonia; che non aveva fatto mistero del suo antisemitismo, eppure creò un’organizzazione di soccorso sottraendo alla morte migliaia di ebrei, ragione per cui fu deportata ad Auschwitz; che fu costretta dopo la guerra dal nuovo potere comunista all’esilio, per essere infine riconosciuta nel 1982 come una dei “Giusti tra le nazioni” dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme.

Il suo nome è Zofia Kossak (1890-1968). Un libro ne ricostruisce le vicende, Il tempo dell’odio e il tempo della cura di Carla Tonini.

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Lo sceicco compra la squadra. La rivolta dei tifosi israeliani

Il Beitar Jerusalem è noto per la tifoseria ultranazionalista. Tra i sostenitori anche Netayahu. Rivlin ne fu manager. L'annuncio: «Porte aperte anche a giocatori arabi»: Incidenti e arresti. Il proprietario: «svolta politica».

Simona Verrazzo 

GERUSALEMME - In Israele è alta tensione tra i tifosi del Beitar Jerusalem, squadra di calcio tra le più importanti del Paese e nota per le sue posizioni ultranazionaliste: sono ormai giornaliere le proteste e le minacce verso la dirigenza del club, che da dicembre è per il 50 per cento di proprietà dello sceicco Hamad Bin Khalifa Al Nahyan, imprenditore e membro della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti.

La notizia è stata presa malissimo dalla tifoseria, famosa in Israele per la sua intolleranza, così come lo erano, in passato, anche i suoi proprietari, tanto che la squadra non ha mai avuto un giocatore arabo, sebbene ne abbia avuti di religione islamica. In queste settimane si sono moltiplicati gli slogan "Morte agli arabi" durante gli allenamenti a porte aperte, che adesso sono riferiti non ai calciatori ma allo sceicco. Il nuovo corso del Beitar Jerusalem si può meglio capire inscrivendolo nel più ampio quadro degli Accordi di Abramo, con cui - grazie alla mediazione degli Stati Uniti - sono state poste le basi formali per l'avvio di relazioni diplomatiche tra Israele da un lato ed Emirati Arabi Uniti e Bahrain dall'altro. Una svolta per l'intero mondo arabo, tanto poi da essere seguiti da intese simili prima con Sudan e poi con Marocco.

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Vietare la macellazione Kasher: Europa judenfrei?

Eliahu Alexander Meloni*

Come accade spesso, a metà del mese di dicembre è successo un fatto quasi passato inosservato. Le preoccupazioni legate al COVID, l’avvicinarsi alle festività natalizie e il fatto che riguarda soprattutto il mondo ebraico e anche musulmano hanno rilegato la notizia in secondo piano. Tuttavia le conseguenze sul lungo periodo di una decisione della Corte Europea potrebbero essere catastrofiche per la permanenza della presenza ebraica in Europa.

L'Unione Europea si vanta di essere un esempio di tolleranza, libertà e di promozione di tutti i valori civili. Tuttavia la sua più alta istanza giudiziaria, la Corte di Giustizia Europea, ha emesso una sentenza che conferma il divieto di macellazione rituale nelle due regioni del Belgio: Vallonia e Fiandre. La sentenza sostiene il requisito che gli animali macellati debbano prima essere storditi, pratica assolutamente proibita dalla Halakhà. Per la legge ebraica è fondamentale che l'animale venga ucciso nel modo più umano possibile e con meno dolore possibile. Di conseguenza, gli viene tagliata la gola con un coltello affilato, causando una perdita quasi istantanea di coscienza a causa di forte dissanguamento e poi la morte. È altrettanto fondamentale che l'animale sia in buona salute e libero da patologie, se l'animale è ferito o in agonia non è idoneo alla macellazione.

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Violenti no, remissivi mai

Parashà di Vayechì

Nella benedizione, meglio visione profetica di Giacobbe, prima della morte, dà una "benedizione" speciale e strana a Simone e Levi: Simeone e Levi sono fratelli; Le loro spade sono strumenti di violenza, La mia persona non entri nella loro riunione, non partecipare, o anima mia, alla loro assemblea, poiché quando sono adirati uccidono uomini, quando sono calmi tagliano i garretti ai buoi, Maledetta la loro ira che è violenta e il loro furore che è duro; li dividerò in Giacobbe e li sparpaglierò in Israele. (Genesi 49, 5)

Giacobbe e i figli si trovano in Egitto, molti anni dopo la strage perpetrata da Simone e Levi nei confronti degli abitanti di Shekhem, che è l'evento accennato in queste frasi: una strage gratuita, perché i fratelli aggrediscono una città intera, quando il colpevole era una sola persona, per quanto ragguardevole come Shekhem. Giacobbe aveva già condannato la strage (Genesi 34, 30): Mi avete danneggiato mettendomi in cattiva luce presso gli abitanti del paese, io ho un numero esiguo di persone; se si unissero contro di me mi batterebbero e sarei annientato, io con la mia famiglia".

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1944. La storia di un ragazzo ebreo, Chaim, che di nascosto frequenta una scuola italiana

Il film della scuola media Balletti miglior lavoro della scuola italiana al “CortoDino” 

Matteo Castagnoli

Ancora una volta i ragazzi della scuola media Andrea Balletti di Quattro Castella, capitanati dal professor Saverio Settembrino, incassano successi e vedono riconosciuta la qualità dei loro cortometraggi che ormai producono ininterrottamente da sei anni. Qualche giorno fa, infatti – dopo il grande successo del precedente film “Global W”, vincitore tra gli altri dell’International Meet Film Festival e del premio Luca de Nigris organizzato dalla cineteca di Bologna – è toccato a “Il Nascondiglio - The Hiding Place”, passato alle selezioni ufficiali del Reggio Film Festival per l’Emilia Romagna e poi dichiarato miglior corto scuola italiano al “CortoDino Film Festival Dino De Laurentis”. «Un bel regalo di Natale per i nostri ragazzi e la nostra scuola. Grazie a Matteo Macaluso (il regista, ndr) e a tutti coloro che hanno sempre creduto nei nostri progetti» commenta il Settembrino con un post Facebook.

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Ariel è il figlio del rabbino che ama la pace scrivendo poesie

Francesca Brandes

È un piccolo grande libro, questo Talelei razon di Ariel Viterbo, uscito per i tipi di CLEUP (2020). Piccolo nel formato, peraltro elegante, con un bel disegno in copertina di Stefania Roncolato. Grande per le realtà che svela a chi voglia avventurarsi nella lettura. Condivide il destino di molta editoria, in quest’anno faticoso: testi di valore, editi con cura, ma non presentati al pubblico come si deve, poco diffusi e recensiti. Occorre rimediare, perché le liriche di questo autore eterodosso lo meritano sicuramente.

Talelei razon e versi sinceri

Sono versi sinceri, quelli di Ariel Viterbo, per nulla costruiti ad arte; testi che affrontano tematiche basilari: il rapporto con la fede, il rapporto con se stessi e il tempo che passa. L’amore, le radici. Il tutto in un continuo rimando ai Testi Sacri della tradizione ebraica, fina dal titolo, quel Talelei razon che significa – in senso benaugurale – “rugiade propizie”. L’espressione si trova nel testo di una delle benedizioni che compongono l’Amidà, la parte centrale delle tre preghiere quotidiane dell’ebraismo: è la benedizione degli anni.

L’autore, di strada, ne ha fatta tanta: nato nel 1965 a Padova, figlio di una delle figure più carismatiche e care agli ebrei italiani, rav Achille Viterbo, si è trasferito in Israele a vent’anni. Pur mantenendo stretti contatti con la cultura d’origine, scrivendo soprattutto e parlando nella sua lingua madre, ha conosciuto tutte le contraddizioni della società israeliana: la guerra, le difficoltà di una vicinanza pacifica, l’importanza di un pensiero libero.

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Nicolas Massu: “Ho sempre voluto lasciare il segno nel tennis”

“I miei nonni materni sono sopravvissuti all’Olocausto. Si trovavano ad Auschwitz"

Giacomo Cortopassi

Il cileno Nicolas Massu, classe 1979, è famoso soprattutto per essere l’unico giocatore nella storia del nostro sport capace di aggiudicarsi la medaglia d’oro olimpica in singolare e in doppio all’interno della stessa edizione delle Olimpiadi: si tratta dei Giochi di Atene 2004, vittorioso rispettivamente su Mardy Fish e sulla coppia tedesca composta da Nicolas Kiefer e Rainer Schuttler. “Il tennis è uno sport individuale, mentalmente sei solo”, ha detto Massu in un’intervista per l’ITF. “Mi sono allenato nelle accademie sin dalla tenera età, per questo i miei genitori mi hanno insegnato come affrontare lo stress.

Non a caso ho un carattere così competitivo e lotto sempre fino alla fine. Per i sudamericani è molto difficile: non abbiamo tanti tornei, dobbiamo viaggiare sin da quando siamo giovanissimi. Tuttavia, ho sempre cercato di rimanere positivo ed essere più forte del mio rivale.

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Dureghello e Di Segni tra le 110 donne del 2020 del Corriere della Sera

Donato Moscati

Sono le 110 donne che si sono distinte nel corso di questo difficile 2020 nel ritratto fatto dal Corriere della sera. Dalla cancelliera Angela Merkel a Barbra Streisand, dalla direttrice dell'Istat Linda Laura Sabbadini a Ursula Von Der Leyen ma anche molte protagoniste della lotta al Covid come l'infermiera simbolo Alessia Bonari o le virologhe Ilaria Capua e Antonella Viola.

Tra le 110 donne che hanno segnato questo 2020 menzioni anche per la Presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello e per la Presidente dell'Unione delle comunità ebraiche Noemi Di Segni.

Per il Corriere la Presidente CER  "Rappresenta la complessa Comunità ebraica romana, la più antica della Diaspora, con grande tempra, combattendo ogni tendenza all'isolamento e aprendo continue porte al dialogo soprattutto con il mondo cattolico per superare le ferite storiche. Ricordando il rastrellamento nazista degli ebrei romani nell’Antico Ghetto del 16 ottobre 1943, quest’anno si è rivolta alle future generazioni: «Purtroppo il germe dell’odio e il seme del male sono infusi nell’animo umano. La capacità però di controllare queste forze, è ciò che dobbiamo insegnare e trasmettere. Ho molta fiducia nei ragazzi. Certo è che le difficoltà di oggi sono uno strumento di diffusione di odio e divisione. Dobbiamo quindi presidiare con maggiore forza». Per combattere l’antisemitismo ha indicato nella scuola e nei social i luoghi contemporanei dove tutelare una Memoria che eviti di ripetere le tragedie del passato. Il suo è un occhio consapevole della contemporaneità e della sua complessità. Ha eccellenti rapporti con tutte le istituzioni romane".

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Giuda e Giuseppe di fronte alla storia

Parashà di Vayiggàsh

I salmi consentono letture e interpretazioni diverse che sembrano contrastanti o addirittura prive di fondamento. L'idea di fondo è che, nonostante essa sia costituita da tanti libri, in un certo senso la Bibbia è un libro unico con un'ispirazione unitaria.  Non è un caso che i salmi siano stati divisi in 5 libri ed ecco perché vengono spesso collegati a passi o episodi della Torà. Non ci deve meravigliare quindi la lettura che fanno i Maestri del il Salmo 48, dedicato a Gerusalemme.

Salmo 48.
1)     Canto, salmo dei figli di Qòrach
2)     L’Eterno è grande e molto celebrato nella città del nostro Dio, nel suo sacro monte
3)     Bella altura, gioia di tutta la terra è la montagna di Sion, all’estremo settentrione, città del grande Re.
4)     Dio nei suoi palazzi è noto quale fortezza
5)     Poiché ecco i re si sono radunati, sono passati (‘averù) insieme,
6)     Hanno veduto e sono rimasti stupiti, si sono impressionati e sono fuggiti a precipizio.
7)     Là li ha colti lo spavento, la doglia come a una partoriente.

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La carne artificiale è già in vendita regolare in Israele

Gwynne Dyer

“Stiamo chiudendo per sempre l’era dei combustibili fossili”, ha dichiarato all’inizio di novembre Dan Jørgensen, il ministro dell’ambiente danese. Si riferiva al fatto che il principale produttore di petrolio e gas dell’Unione europea stava ufficialmente uscendo dal settore petrolchimico dopo ottant’anni. Rimane ancora petrolio nei fondali del mare del Nord, al largo della costa occidentale della Danimarca, ma il governo ha appena cancellato una gara d’appalto con cui avrebbe assegnato licenze per lo sfruttamento di petrolio e gas. Non ci saranno altre attività esplorative, e non sarà costruita nessuna nuova piattaforma. 

Non è una notizia straordinaria come sembra, visto che i tre principali produttori di gas e petrolio d’Europa – Russia, Norvegia e Regno Unito – sono ancora attivi in questo settore. Ma adesso anche Oslo e Londra stanno discutendo dell’opportunità di lasciare per sempre sotto terra una parte del loro gas e petrolio. Sarebbe un passo nella giusta direzione. 

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Il Marocco include la cultura ebraica nei programmi scolastici

Ancor prima di normalizzare le sue relazioni diplomatiche con Israele, il Marocco ha avviato una riforma scolastica definita da alcuni uno “tsunami”: la storia e la cultura della comunità ebraica verrà presto insegnata agli studenti di questo Paese dove l’Islam è religione di Stato. Secondo il ministero della Pubblica Istruzione marocchino, le prime lezioni, in arabo, saranno date nel prossimo trimestre dell’ultimo anno di scuola primaria, dove l’età degli alunni è di circa 11 anni. “Questa introduzione è la prima nel mondo arabo. Ha l’effetto di uno tsunami”, ha detto Serge Berdugo, segretario generale del Consiglio della comunità ebraica nel Regno. Presente nell’architettura, nella musica, nella cucina, l ‘”affluente ebraico” della cultura marocchina ora appare nei nuovi libri di testo di educazione sociale primaria, in un capitolo dedicato al sultano Sidi Mohammed Ben Abdellah, noto come Mohammed III (Diciottesimo secolo). Questo sultano alawita aveva scelto il porto di Mogador e la sua fortezza costruita dai coloni portoghesi per fondare la città di Essaouira (sud), un centro diplomatico e commerciale che divenne sotto la sua guida l’unica città nella terra dell’Islam con una popolazione maggioritaria ebraica, con un massimo di 37 sinagoghe.

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L’educazione scolastica nel pensiero di Rav Jonathan Sacks z.l.: alcuni spunti

Torino, 8 Tevet 5781 (22.12.2020)

Limmùd in memoria di Lucetta Jarach Guastalla z”l

Leggere le Lettere per la prossima generazione poche settimane dopo la scomparsa di Lord Rav Jonathan Sacks, o meglio HaRav Ya'akov Zvi ben David Arieh zt"l è senza dubbio un’esperienza forte. Le sue parole sono familiari a molti ebrei italiani, perché alcuni anni fa questo libretto delizioso fu tradotto in italiano e inviato a tutte le famiglie ebraiche di Roma e Milano. Al suo interno sono raccolte delle riflessioni, riportate sotto forma di lettere scritte da un padre ai propri figli, appena diventati genitori.  Queste lettere, nella finzione letteraria, rappresentano un “testamento spirituale”, dedicato ad alcuni ideali fondamentali della tradizione ebraica, che trovano un posto privilegiato nel pensiero di Rav Sacks. Fra questi non può mancare il tema dell’educazione ebraica. Le scuole ebraiche sono l’orgoglio delle nostre comunità e il migliore investimento per un futuro ebraico. Se prima erano una scelta di ripiego, oggi rappresentano la prima opzione1. Secondo Rav Sacks la chiave della sopravvivenza ebraica risiede nell’educazione2. Indipendentemente dagli enormi successi ottenuti in molti ambiti, tali da renderlo una voce ascoltata a livello globale, il fulcro del pensiero e dell’opera di Rav Sacks è rappresentato dalla centralità dell’educazione, nel mondo ebraico e nella società in generale, nel continuo confronto fra particolare e universale, che è uno dei marchi di fabbrica della sua riflessione, che gli ha permesso di divenire un interlocutore ascoltato e apprezzato nella società civile, uscendo dal contesto squisitamente ebraico. L’educazione è ciò che permette a livello globale di costruire una società sulla libertà e sulla dignità dell’individuo, tema che verrà sviluppata ne La dignità della differenza

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La guerra del pane tra mafia, ebrei e fronte sindacale

La tradizionale ciambella americana diventò un tale affare che spinse i clan Lucchese e Genovese a entrarvi con la forza. La resistenza dei panificatori

Roberto Pellegrino

Tonda con un buco in mezzo, da non confondere con la donut, la ciambellina fritta e spruzzata di zucchero, perché il suo impasto è simile a quello del pane, ma più denso. Le bagel sono alla base dell'alimentazione statunitense, esportate con successo ovunque. La pagnotta yankee, però, dietro le sue numerose farciture, nasconde un secolo di lotta violenta per il suo lucroso mercato, orchestrata dalla mafia italoamericana, sindacati e panificatori ebrei fuggiti dai nazisti.

Ogni mattino negli Stati Uniti tre miliardi di bagel sono sfornate dai panificatori e un altro miliardo è prodotto dall'industria alimentare. Create negli anni Venti da un ebreo ashkenazita, emigrato in America dall'Europa dell'Est, per la mancanza di sale, nell'impasto originale, le bagel divennero subito il pane quotidiano della popolosa comunità ebraica della costa orientale. Questo ignoto panificatore, non arrostiva, ma bolliva in acqua le ciambelle, completandole in forni a vapore.

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L’ipocrisia dell’Unione europea: gli animali ‘soffrono’ solo se uccisi da ebrei e musulmani

La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha stabilito il diritto degli stati membri di subordinare la possibilità di uccisione degli animali a requisiti “umanitari”, impedendo in pratica la macellazione rituale ebraica (e anche quella musulmana) perché avvengono senza lo stordimento preventivo degli animali che è proibito dalla legge ebraica, non ha avuto echi sulla stampa ma merita una riflessione, perché rischia di rendere impossibile la vita agli ebrei osservanti in buona parte d’Europa.

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“C’è uno spirito della purga che non mi piace”

Contro la censura e lo scambio libero delle idee: è la netta posizione del filosofo Michael Walzer, tra le voci più influenti dell’area liberal.

Daniel Reichel

“Nel Talmud c’è un passaggio in cui si ricorda che ‘Le une e le altre sono parole del Dio vivente, ma la regola sarà secondo l’opinione della casa di Hillel’. È un principio che ci spiega che c’è una direzione da prendere ma che quella opposta merita comunque di essere ricordata” spiega Walzer a Pagine Ebraiche, parlando del clima sempre più censorio che si respira negli Stati Uniti.

In particolare a sinistra: “C’è uno spirito della purga che non mi piace” afferma Walzer, tra i firmatari negli scorsi mesi di una lettera aperta in cui si invocava il rispetto della libertà di espressione. Uno dei cardini di una grande democrazia.

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Investire il passato per il futuro

Parashà di Mikkètz

La parashà di Mikkez è nota soprattutto per i sogni fatti dal Faraone e l’interpretazione che ne dà Giuseppe che prevede i sette anni di abbondanza e i sette anni di carestia. Sarà proprio la carestia che fornirà l’occasione per l’incontro dei fratelli con il viceré – Giuseppe. Yeshayau Leibovitz analizza questa parashà da vari punti di vista, ma considera come suo punto centrale l’attenzione dedicata all’amministrazione dello Stato egizio. 

Scrive Leibowiz (Sheva shanim shel sihot al parashat hashavua, pag. 159) 

Il punto centrale della Parashà è l’attenzione dedicata all’amministrazione dello Stato, intesa come strumento per rispondere alle necessità vitali  della popolazione; Il Faraone dà a Giuseppe la piena autorità di mettere in pratica la riforma amministrativa, cosa che è legata a procedure complesse come l’imposizione di tasse, l’organizzazione dell’agricoltura ecc.

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La prof. Dany Maknouz riceve il premio internazionale della ORT

Docente alla Scuola della Comunità Ebraica di Milano

Nathan Greppi - Bet Magazine Mosaico

“Per noi ebrei, l’istruzione non rappresenta solo ciò che sappiamo. È ciò che siamo.” Queste parole, pronunciate a suo tempo da Rav Jonathan Sacks, sono alla base della filosofia della ORT, organizzazione ebraica che sin dal 1880 si occupa di fornire agli ebrei in tutto il mondo corsi di formazione per imparare quei mestieri che più di altri, e a seconda del periodo storico, gli consentono di inserirsi nella società e non restare ai margini. La stessa ORT ha istituito il Premio Beatrice Wand – Polak per dare un riconoscimento a quelleinsegnanti che si sono distinte nello sviluppare nuovi metodi educativi e nel guidare i loro alunni ad un uso corretto delle nuove tecnologie.

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Micol De Pas – Quello che so di me, nota di Fabio Prestifilippo

Micol De Pas – Quello che so di me (Lietocolle 2020)

Il titolo di questa interessante silloge sembra un viatico verso quello che l’autrice ci offre di sé, ma in verità è solo un’affabulazione affascinante. Micol De Pas è nata a Milano dove vive e lavora. Giornalista, si occupa di musica e letteratura, passando per l’arte e l’architettura. Ha tre figli, un gatto, una laurea in filosofia, due libri all’attivo da ghostwriter.  La caduta nella noia di ogni lirismo di matrice diaristica non si consuma unicamente nell’immediata risposta a un sé richiestivo; è nella convinzione che il compiacimento della propria trascurabile e dolorosa esistenza possa produrre letteratura di qualità che si manifesta nella sua forma più comune e insopportabile . Il lirismo di matrice pretrarchesca, la bellezza della vita di Emily Dickinson raccontata in versi, una certa insistenza nelle poesie di Carver, ci dimostrano come al di là del godimento solipsistico si possa aprire il tragitto verso la scrittura letteraria, ed è tale quando parte dall’io per giungere al grande Altro. 

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L’unicità della Shoah? Certo

Emanuele Calò*

In un recente video apparso sul sito di un importante quotidiano si critica Yad Vashem perché considera giusti soltanto coloro che hanno aiutato gli ebrei durante la Shoah. Ho reperito un articolo di Yehuda Bauer su Haaretz, del 2016, che replica allo storico israeliano Daniel Blatman, il quale (sempre su Haaretz) aveva criticato pesantemente Yad Vashem accusandola di non occuparsi dei genocidi in generale, ma di concentrarsi sul solo genocidio del popolo ebraico. Bauer replicò sostenendo che le critiche di Blatman portano acqua al mulino della destra israeliana e del nazionalismo palestinese. Per Bauer, Blatman rafforzerebbe gli ebrei estremisti di destra quando accusano i loro avversari di considerare identici tutti i genocidi, mentre Bauer non crede che tutti i genocidi possano essere studiati in un’unica soluzione, che comprenda l’Olocausto.

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Ecco come gli ebrei sefarditi sono stati costretti ad abbandonare le terre dell’Islam

Quasi un milione hanno lasciato i paesi arabi dove vivevano da sempre, ricorda il presidente degli Amis du Musée du monde séfarade

Giulio Meotti

Dal 2014, in Israele, il 30 novembre è la Giornata annuale di commemorazione dell’esilio dei rifugiati ebrei del mondo arabo. In un periodo in cui, all’Onu e altrove, si parla regolarmente della sorte degli arabi che hanno abbandonato la Palestina in occasione della creazione dello stato di Israele, si parla meno degli ebrei che un tempo vivevano nei paesi mediterranei e orientali, in particolare in Algeria, Iraq, Iran, Libano, Libia, Marocco, Siria, in Tunisia e nello Yemen. Negli anni successivi alla creazione dello stato di Israele e alla decolonizzazione, quasi 900 mila ebrei sono stati costretti ad abbandonare questi paesi dove vivevano da secoli, se no addirittura da millenni, ben prima della conquista musulmana. Molti sono stati privati dei loro beni e vittime di violenze e persecuzioni. Due terzi di questi 90 0mila ebrei si sono rifugiati in Israele, che li ha assimilati rapidamente, dopo un breve passaggio nei campi di accoglienza. Gli altri si sono sparsi nel mondo, soprattutto in Francia, Italia, Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Argentina e Brasile.

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Chanukkà, le donne e il 25 Aprile

   

La simbologia maschile-femminile, che è presente in tante forme nella tradizione ebraica, assume connotati particolari nei giorni sacri e nelle feste, partendo dai simboli degli scritti profetici e dalle interpretazioni tradizionali del Cantico dei Cantici. Si pensi a Shavuòt, nel quale la rivelazione su Sinai è considerata come un matrimonio sacro tra il Signore (al maschile) e la comunità di Israele (al femminile) e la Torà rappresenta la ketubbà, il contratto nuziale. O allo Shabbàt che iniziamo con il canto mistico del Lekhà Dodì, che inverte i ruoli del matrimonio sacro: ora Israele è lo sposo che va incontro allo Shabbàt che è la sposa. E ancora al Rosh Chodesh, il Capomese, basato tutto sulla simbologia lunare e la sua identificazione al femminile.

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Gli insegnamenti senza tempo del Gaòn di Vilna

A trecento anni dalla nascita. Il Parlamento lituano ha dichiarato il 2020 “Anno della storia degli ebrei di Lituania e del Gaòn di Vilna ”

Riccardo Di Segni

Tra gli anniversari a cifra tonda di quest’anno c’è anche quello dei trecento anni dalla nascita di rabbi Eliàhu, noto come il Gaòn di Vilna. Noto, beninteso, nel mondo ebraico, che ne celebra la cultura e la dottrina divenute mitiche e proverbiali, molto meno al suo esterno; ma la traccia lasciata da questo personaggio è tale che non se ne dovrebbe ignorare la storia. Già il suo nome merita attenzione: Gaòn significa eccellenza, genio, ed è un termine onorifico abusato e inflazionato (non solo tra gli ebrei, si pensi all’uso del titolo di “ecc.za” in Italia...), ma nel suo caso gli si addice pienamente. Vilna è Vilnius, la capitale della Lituania, paese in cui la multietnicità si esprime con i diversi nomi della stessa città; e gli ebrei preferiscono dire Vilne o Vilna a e non Vilnius, Kovne o Kovno e non Kaunas, come in Yiddish e non nella lingua locale. Vilna è stata una grande capitale intellettuale del mondo ebraico fino a quando la sua comunità è stata spazzata dalla Shoah con la collaborazione dei suoi concittadini; toccò poi ai sovietici la cancellazione finale della cultura ebraica. Oggi Vilna-Vilnius conta pochi ebrei, ma con un desiderio di recupero della memoria, dei pochi edifici storici rimasti, di grandi cimiteri contesi; e almeno ora le autorità lituane si rendono conto dell’importanza di questa memoria tanto da dichiarare il 2020 “Anno della storia degli ebrei di Lituania e del Gaon di Vilna”.

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Fake news: Giuseppe venduto dai fratelli!

Parashà di Vayèshev. Oggi in versione breve per chi ha poco tempo e in versione lunga solo per i secchioni

Uno degli episodi più noti, ma meno conosciuti a fondo, è quello della vendita di Giuseppe. I commentatori sono divisi su come si siano svolti i fatti che hanno causato la discesa di Giacobbe e i suoi figli in Egitto con tutte le conseguenze che ciò ha avuto per la storia di Israele. Rileggiamo il passo che parla della vendita (Genesi 37:28) Passarono degli uomini Midianiti commercianti, trascinarono ed elevarono Giuseppe dal pozzo e  vendettero Giuseppe  agli Isameliti per venti (monete di) argento, e portarono Giuseppe in Egitto.

Ci sono due modi di interpretare questa storia: un primo modo è che la vendita sia stata fatta dai fratelli (come dice Rashi e come sostiene l’opinione pubblica) oppure dai Midianiti (come sostengono la maggior parte dei commentatori). La seconda ipotesi ha un maggiore fondamento e la domanda è che differenza c’è se si accetta una posizione o l’altra.

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La religione deve illuminare il mondo, non bruciarlo

Inizia oggi la festa di Chanukkà, istituita per ricordare il successo della rivolta dei Maccabei nella guerra contro Seleucide. Per otto giorni, ogni giorno, viene accesa una lampada. Ma è sbagliato considerarla una celebrazione della forza bruta

Riccardo Di Segni*

Immaginiamo una cittadina mediorientale abitata da ebrei, in cui c’è una stradina stretta ma molto trafficata. Sulla stradina si affaccia la bottega di un ebreo. In questa stagione, al tramonto, l’ebreo esce dalla bottega e appende sul muro all’esterno una lampada a olio, accesa perché così si celebrala festa di Chanukkà. L’ebreo rientra nella bottega e passa un cammello carico di paglia che sporge dai due lati del dorso. La paglia struscia il muro, tocca la lampada prende fuoco, scoppia un incendio. La domanda ora è chi paga i danni? Il cammelliere dice al bottegaio: paghi tu perché hai messo un pericolo (una lampada accesa incustodita nella pubblica strada). Il bottegaio si difende e dice: ma io l’ho fatto per un preciso dovere religioso e tutti sanno che in questi giorni è Chanukkà e così la si celebra sei tu che dovevi stare attento. “Se voi foste il giudice”, come si intitola una nota rubrica in un settimanale enigmistico, a chi dareste torto e a chi ragione? La soluzione la troverete alla fine di questa nota e mentre ci pensate, cerchiamo di spiegare che cosa è Chanukkà (si pronuncia con un ch aspirato, come nacht in tedesco e j in spagnolo). Si tratta di una festa che cade a dicembre il giorno 25 del mese di Kislèw, istituita per ricordare un avvenimento storico: il successo della rivolta dei Maccabei nella guerra di liberazione contro il dominatore Seleucida.

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Intervista a rav Meni Steinsaltz: “Chiamatemi solo Meni”

David Zebuloni - Bet Magazine Mosaico

Con lo stesso sguardo ironico del padre e la battuta sempre pronta a smorzare i toni solenni, intervistare Rav Meni Steinsaltz a soli pochi mesi dalla scomparsa di Rav Adin Even-Israel Steinsaltz, fa un certo effetto. Così simile e così diverso da lui, Meni sembra capire solo ora l’enormità dell’eredità spirituale lasciatagli dal più grande studioso della nostra epoca.

Neo direttore del Centro Steinsaltz, Meni cerca infatti di dissociarsi in tutti i modi dalla figura di rabbino, tant’è che mi chiede di chiamarlo solo per nome, senza il titolo reverenziale di “Rav”. A proposito del padre, il giovane Steinsaltz racconta di avere avuto con lui un rapporto molto interessante. Un rapporto affascinante per la sua ambivalenza: da un lato il loro legame potrebbe risultare conflittuale per le tante e troppe responsabilità inflittegli alla nascita, dall’altro Meni rivela di nutrire per lui un amore profondo e viscerale, quasi infantile. Interessante anche il suo rapporto con l‘ebraismo italiano. Quando lo contatto per chiedergli l’intervista infatti, Meni risponde entusiasta: “Ma certo. La facciamo adesso? Tra un’ora? Domani? Quando vuoi tu.Qualunque cosa per l’Italia!”.

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La halakhà ai tempi del Coronavirus

Le situazioni ingenerate dalla pandemia hanno messo in difficoltà l’organizzazione halakhica della vita ebraica: durante i duri mesi del lockdown, per fare qualche esempio, le donne hanno avuto non poche difficoltà nel raggiungere un miqvè, mettendo a dura prova la vita di coppia, le persone in lutto non hanno avuto la possibilità di ricevere visite durante la Shiv’à e di recitare il qaddish per i propri cari. Molte persone, non potendo pregare quotidianamente in pubblico o anche solo durante lo Shabbat, si sono sentite senz’aria.

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«La cucina per me un rito. Con le ricette ebraiche di mia nonna vorrei farci un libro»

Intervista allo scrittore Alessandro Piperno

Chiara Amati

«Sono un uomo schivo, con un lavoro borghese: mi sento un privilegiato. Tra università, dove insegno, e scrittura, la mia passione, è come se vivessi in lockdown da una vita. Pensavo che le recenti restrizioni, per uno che rifugge la mondanità, non mi toccassero, invece…». E invece Alessandro Piperno, classe 1972, accademico, critico letterario e scrittore — vincitore, tra gli altri, del Premio Strega 2012 con Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi (Mondadori) — si dice rammaricato per le limitazioni imposte dal governo (anche) a locali e ristoranti. Perché lui con la cucina, quella buona, ha un rapporto strettissimo. Da bon vivant — «ma non chiamatemi gourmet, non ne ho le competenze» — la onora tutte le volte che può. Con un briciolo di inquietudine nel cuore… 

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Alimentazione ebraica e zoonosi

Come difendersi meglio dalle malattie cha passano dagli animali all'uomo

Luciano Bassani

Nella Torah sono riportate regole di comportamento fondamentali, non solo per l'osservanza religiosa ma anche per la salute. Fra queste, sicuramente le disposizioni alimentari costituiscono un caposaldo. Per cibi “kasher” si intendono quelli idonei all'alimentazione di ogni ebreo. Nel Levitico, in particolare, sono sanciti i criteri di separazione tra gli animali permessi e quelli di cui non ci si può cibare. L’ebraismo, per esempio, vieta di cibarsi di animali come pipistrelli, rane, lumache o il maiale. Parimenti, proibisce di consumare carogne, animali uccisi tramite cacciagione e non macellati o trattati con metodi non codificati.

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Una lotta per cambiare e per crescere

Parashà di Vayishlakh

A prima vista il racconto della lotta tra Giacobbe e l’uomo che lo assale di notte sembra non avere nessun rapporto con quanto narrato in precedenza: finiti i preparativi per “accogliere” Esaù con doni, preghiere e guerra, è logico aspettarsi che il racconto continui con le parole: “Giacobbe alzò gli occhi e vide ed ecco Esaù che arrivava, e con lui quattrocento uomini” (Genesi 33,1).

Scrive rav Hanan Porat (Me’at min ha - or, Bereshit pag. 263):

Il racconto della lotta con l'uomo interrompe il normale flusso del discorso e si propone di informarci su cosa stava accadendo dietro le quinte, e cioè che prima dell'incontro con l’Esaù di carne e sangue, era necessario che Giacobbe lottasse e si misurasse con שרו של עשו  Sarò shel ‘Esav, l’angelo tutelare di Esaù, un'immagine metaforica per indicare l'essenza dei valori che esso rappresenta (come è spiegato in Daniele 10: 13-20).  Da Esaù discenderà poi ‘Amalek (Genesi 36, 12) che rappresenta l’essenza del male che bisogna combattere.

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«Sono una femminista religiosa, le donne stanno facendo la differenza»

La scrittrice ebrea ortodossa Sarah Blau

Valentina Venturi 

La serie televisiva “Unorthodox” ha probabilmente amplificato l'interesse sull’argomento, ma in Israele è dal 2007, se non prima, che fa discutere la tematica femminile legata alla religione. È in quell’anno che esce “Il libro della creazione”, romanzo scritto dall’anticonformista ebrea ortodossa Sarah Blau: la protagonista è la trentenne Telma che crea un suo uomo ideale Saul, un Golem, mentre recita versi del Libro della Creazione. La creazione di Saul - "colui che è richiesto/pregato" - è la realizzazione dell’immagine del desiderio…  Il testo viene finalmente pubblicato in Italia da Carbonio Editore su traduzione di Elena Loewenthal. Autrice profonda e sfaccettata, oltre che scrittrice è anche drammaturga e attrice teatrale, Blau ha spesso posizioni provocatorie, in bilico tra ortodossia religiosa e sovvertimento.

Chi l’ha ispirata per il personaggio di Telma? 

«Non voglio mentire: Telma sono io, o meglio è ciò che ero a trent’anni. Una donna sola, intrappolata in un posto in cui non voleva stare, piena di rabbia, odio, delusione e amarezza; doveva salvarsi da sola. Così Telma ha creato un golem, ma io ho creato Telma e ho scritto un libro. Ci ha salvate entrambe». 

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Memoria e contromemoria

Memoria e contromemoria

Emanuele Calò

Sulla memoria, come su ciascun argomento, in democrazia sono ammissibili tutte le opinioni, senza alcun condizionamento. Esiste, e come se esiste, in materia di memoria, un’asimmetria informativa, perché soltanto un’esigua minoranza ha letto Elena Loewenthal, Tzvetan Todorov, Georges Bensoussan, Raul Hilberg, Zygmunt Bauman e così via, perché non si può ragionevolmente pretendere che ciascuno ne diventi specialista. La tutela, in questo caso, è data dalla chiarezza dell’esposizione.

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Alcune perplessità sulla Carta della Memoria

Rav Alfonso Arbib

Vorrei fare alcune osservazioni a proposito della Carta della Memoria presentata da Gariwo. Premetto che considero quest’iniziativa animata da buone intenzioni e contenente alcune sollecitazioni importanti. Sono certo che i promotori e i firmatari siano in assoluta buona fede. Tuttavia, un aspetto importante della Carta mi lascia perplesso. Questa insiste molto sulla comparabilità dei genocidi e sul fatto che tutte le sofferenze meritino uguale considerazione e uguale rispetto.

È certamente un dovere di tutti noi combattere le persecuzioni, dovunque avvengano. La Torà scrive “Non affliggerete l’orfano e la vedova” (Esodo 22, 21). Rabbi Avraham Ibn Ezra si chiede perché la Torà usi il plurale e risponde che chiunque veda l’afflizione dell’orfano e della vedova senza intervenire è corresponsabile di quella persecuzione.
È anche vero che nessuno può pensare di avere il monopolio della sofferenza o considerare con sufficienza il dolore altrui. Questo però non significa e non può implicare che si debba ignorare o sottovalutare la specificità delle diverse persecuzioni. In particolare non è possibile ignorare la specificità della Shoà. Questa è data non solo dalle sue dimensioni sconvolgenti ma anche dal fatto che sia parte di una lunghissima storia di odio anti-ebraico. Solo riflettendo su questa storia si può comprendere l’unicità della Shoà. E senza riflettere su questa storia, dire “mai più” diventa puramente retorico.

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«Il sentirci fragili alla fine ci aiuterà a riscoprire gli altri»

Rav Benedetto Carucci Viterbi intervistato da Walter Veltroni sul Corriere della Sera.

Il rabbino e il senso di spaesamento nella pandemia: «Ne usciremo soltanto con uno sforzo collettivo» Stringere mani e abbracciare esprimono richiesta e dono di affetto, ma sono anche gesti che ci danno la forza di cui abbiamo bisogno. Ho conosciuto il rabbino Benedetto Carucci Viterbi durante il lungo lavoro sulla memoria che per anni abbiamo condotto con la Comunità ebraica di Roma.

Carucci è Preside del liceo ebraico Renzo Levi di Roma, coordinatore del collegio rabbinico italiano, docente di pensiero ebraico presso il diploma universitario triennale in studi ebraici dell'Ucei. Al di là dei suoi titoli è un uomo aperto e profondo, che sa scegliere le parole, che non frequenta la banalità, che ha coscienza del cammino umano. Le sue parole, da tempo, per me hanno un valore particolare.

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Fermati, colpisci, scappa. La sequenza che insegna alle donne abusate come ritrovare l’autostima

Diritto alla difesa: a lezione, anche di autostima, con Lady Krav Maga e la sua nuova "palestra virtuale"

Marta Saladino

Avete presente l'Uomo Vitruviano? Ecco, allargate le braccia, fate una lenta piroetta su voi stesse: quello è il vostro spazio (vi ricordate l’indimenticabile Patrick Swayze in Dirty dancing? Beh, non è proprio uguale, ma non fosse altro che per la sua avvenenza vi resterà più impresso). Insomma, è l'area vitale. Un evanescente confine territoriale tra il vostro universo privato e il resto del mondo. Quella soglia è la prima cortina, da proteggere e tutelare. E va rispettata con tutte le forze. Già, perché il krav maga è un’arte marziale che si basa innanzitutto sul rispetto, kida, come quasi si urla a inizio e fine di ogni lezione, inchinandosi con riverenza verso l’avversario, congiungendo i pugni a cerchio, in un rituale quasi religioso.

La sacerdotessa di questa disciplina che si rifà alle tecniche di difesa dell’esercito israeliano è Gabrielle Fellus (nella foto sopra; gabriellefellus.it), istruttrice di sicurezza e Ikmf (International krav maga federation), prima e unica donna in Italia con il livello di Expert. Una guerriera di luce, con occhi dardeggianti e una mente in perenne fermento, proprio quanto la sua massa scarmigliata di riccioli ramati. Il suo palmarès di lavori e riconoscimenti (collabora con il Centro ascolto e soccorso donna dell'Ospedale San Carlo di Milano e con la Casa pediatrica del Fatebenefratelli) le ha permesso negli anni di convertire i singoli strumenti di autodifesa in un metodo a misura di ogni persona, con esercizi per raddrizzare i bulli, fortificare i bullizzati e aiutare le donne vittime di abusi a ritrovare la forza interiore. "Tutto partendo dalla testa, in una sorta di palestra di autodifesa e autostima", spiega Gabrielle. "Se non trasformo il cervello, non trovo la forza necessaria per reagire".

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Gli ebrei italiani in Israele, componente vitale

Giulia Ceccutti

Si sentono al 100 per cento israeliani e in ugual misura italiani. Geograficamente si concentrano soprattutto a Tel Aviv, poi a Gerusalemme e nelle altre città. Le varie ondate del movimento migratorio ebraico dall'Italia. «Sono nato a Tripoli, in Libia, nel 1962. Con la mia famiglia ci siamo rifugiati in Italia nel 1967, quando scoppiò la Guerra dei sei giorni. L’Italia mi ha adottato e io mi sento visceralmente italiano. In Italia mi sono laureato, ho svolto il servizio militare. Poi a un certo punto mi sono detto che era arrivato il momento di tirare fuori dal cassetto un sogno. Mi sono chiesto: “Ma qual è casa mia?”. Così mi sono trasferito in Israele. Sono italiano al 100 per cento, ma sono anche israeliano».

Si definisce così, a metà della nostra telefonata, Raphael Barki, presidente del Comitato italiani all’estero (Com.It.Es) di Tel Aviv, spiegando che la ragione della sua scelta – che definisce «ideologica» – è comune a moltissimi ebrei italiani che hanno deciso di andare a vivere in Israele. E aggiunge: «Qui nessuno per strada ti apostrofa “sporco ebreo” o cose del genere. Gli ebrei in Israele si sentono a casa».

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Il primo operaio ebreo

Parashà di Vayetzè

Come spiega Erich Auerbach in Mimesis, la Bibbia è parca nel descrivere stati d’animo dei personaggi e i dialoghi sono spesso ridotti al minimo. Il lettore deve cercare di capire cosa passa nella mente dei protagonisti e naturalmente non è facile capire quali sono le intenzioni del narratore. Giacobbe arriva dalla terra di Canaan a Haran dopo un lungo viaggio e al pozzo incontra dei pastori.

Scrive rav Moshe Haim Grilak (Parashà veliqchà pag. 81); Nel momento in cui si mette a fare una predica ai pastori che incontra alle porte della città, Giacobbe mette in pericolo la propria persona. La predica può danneggiare i rapporti sociali con le persone del luogo, delle quali egli avrà bisogno nella sua nuova residenza, Ma Giacobbe non può rimanere in silenzio: la visione di persone che perdono pigramente il tempo per il quale sono pagate, in attività futili, lo irrita: Giacobbe è una persona giusta e, in quanto è giusto, non può sopportare chi si comporta male, e questo perché lui stesso sta bene attento a non sottrarre  perfino un solo centesimo al proprio datore di lavoro Lavan ( לבן che si scrive con le stesse lettere di נבל Naval, malvagio)

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Il rinascimento permanente del Maharàl di Praga

Gavriel Levi

Il Rinascimento è un momento di grande fondazione della civiltà europea e della sua cultura. Sono stati cento o duecento anni in cui veniva steso un bilancio consuntivo, un riesame ed un rilancio di prospettiva per l’eredità greca, per l’eredità latina ed anche per l’eredità biblica. Questa grande avventura si è sviluppata, in contemporanea, con grandi mutamenti storici e politici: la scoperta delle Americhe, l’invenzione della stampa, le guerre di religione tra cattolici e protestanti, l’ invenzione moderna dei ghetti.

Sono coincidenze problematiche, che non possono essere sottovalutate. Il mondo si ingrandiva e i diversi venivano considerati come nemici nuovi (i nativi americani) e antichi (ebrei e marrani). Si raddoppiava il campo di espansione della civiltà europea ed i cristiani si uccidevano fra di loro. Il mondo della Qabbalàh veniva accolto seriamente come un nuovo inaspettato messaggio del popolo ebraico, ma il talmud tornava ad essere bruciato. Il primo colonialismo trasferiva nell’intero pianeta la pretesa di superiorità dell’Occidente e si riaccendevano i conflitti storici tra le grandi monarchie ed i piccoli potentati dell’Europa. 

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Nadia Cohen: «Piango ogni giorno pensando a lui. Eli è l’unico uomo che abbia amato»

Eli Cohen, l’eroe immortalato dalla serie Netflix The Spy, che ha consentito a Israele di anticipare le mosse del nemico siriano in un momento cruciale della storia, ha lasciato figli che non lo hanno conosciuto e una giovane moglie che, in cinquantacinque anni, non lo ha mai dimenticato. Un’intervista esclusiva

David Zebuloni - Bet Magazine Mosaico

A gettar luce su una storia a molti sconosciuta, è stata la serie tv The Spy, punta di diamante del colosso Netflix. Una storia che ha dell’incredibile: narra le vicende di Eli Cohen, una spia israeliana in Siria che è riuscita a stravolgere le sorti del Medioriente. Dopo essere stato scoperto e giustiziato, la moglie di Eli, Nadia Cohen, comincia la sua battaglia infinita contro le forze segrete israeliane e contro il nemico siriano, i primi accusati di negligenza e i secondi di crudeltà. Entrambi dunque ritenuti da lei responsabili di averle sottratto l’unico uomo che abbia mai amato.

La incontro nella sua casa ad Herzliya. Nadia mi aspetta seduta in salotto. La luce è spenta. Le domando se non desideri accenderla, lei mi risponde che preferisce il buio. Parla con una lucidità impressionante, ricordando eventi remoti che le provocano dolore come se li stesse vivendo per la prima volta. Quando racconta l’ultima missione di Eli in Siria, la voce si accende di rabbia. Una rabbia che non le dà pace, che la tormenta, così come la tormenta l’immagine di suo marito seduto su una panchina, gli occhi vuoti, pronto per essere impiccato. Ecco, la storia di Nadia è la storia di chi non ce l’ha fatta. Di chi non ha saputo superare il lutto e il dolore. Di chi ha preferito vivere tutta la sua vita nel buio.

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Rav Jonathan Sacks, la forza delle parole

Rav Michael Ascoli

“La scienza isola le cose per vedere come funzionano. La religione mette assieme le cose per vedere cosa significano […] La scienza spiega, la religione interpreta. La scienza analizza, la religione integra. La scienza scompone le cose in parti, la religione lega le persone insieme in un rapporto di fiducia. La scienza ci dice cosa è, la religione ci dice cosa dovrebbe essere”.

Così rav Jonathan Sacks si accinge ad affrontare uno dei temi che gli sono cari, il rapporto fra scienza e religione. A una prima lettura queste belle parole possono suonare retoriche, con una venatura apologetica, dette o scritte da chi è ormai affermato. Però man mano che si prosegue nella lettura delle sue opere, in questo campo o in uno dei molteplici altri che ha affrontato nella sua vita, ci si rende conto che questa impostazione segue invece con estrema coerenza la sua concezione del mondo e dell’ebraismo.

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Giovani ebrei Usa: Prima il mondo e poi Israele

I giovani elettori americani di religione ebraica hanno dichiarato di mettere in secondo piano la politica americana nei confronti di Israele e di premiare chi vuole contribuire alla costruzione di un mondo migliore.

Nelle ultime elezioni americane, come ogni volta accade prima del voto, c’è stata una grande corsa ad accaparrarsi il cosiddetto voto religioso. In particolare quello espresso dalla comunità ebraica che numerosa vive negli Stati Uniti. E i millennial ebrei non sono sfuggiti a questo meccanismo. Già perchè il loro voto si è prestato a una interessante riflessione di una giornalista ebrea, Mira Fox, che ha smontato lo stereotipo secondo cui la politica nei confronti di Israele abbia un peso determinante sull’elezione dell’inquilino della Casa Bianca.

Come la pensano i giovani ebrei americani?

Da un recente sondaggio, infatti, è emerso che solo il 5% degli ebrei americani considera questo tema prioritario ai fini del voto per la presidenza degli Stati Uniti. E i millennial rappresentano una percentuale ancora più bassa. Piuttosto, sembra che quello che sta più a cuore ai giovani ebrei americani siano quei valori universali che appartengono anche alla dimensione ebraica. Tra questi la costruzione di un mondo migliore.

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