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Cultura ebraica a tutto campo

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Maamàr

מאמר Articoli scientifici su argomenti specializzati

La polemica tra ‘Azariah de Rossi e il Maharal di Praga sul significato delle ‘aggadot

Benedetto Carucci Viterbi

Scritti sull’Ebraismo in memoria di Emanuele Menachem Artom, Gerusalemme 1996

1. Premessa

Questo lavoro[1] non si ripromette di tratteggiare, nemmeno come premessa, l’ampio e frastagliato panorama dell’ebraismo italiano nel Cinquecento. Per questo sarà sufficiente rivolgersi alla oramai vastissima produzione storiografica, non solo legata ai grandi classici[2] sull’argomento ma densa anche di interventi recenti e recentissimi[3]. Il lavoro non toccherà quindi neanche la questione, che sembra essere centrale nel dibattito tra gli storici del periodo – in particolare italiani – sui rapporti tra società ebraica e società cristiana, sul problema cioè dei segni di apertura e di scambio o di chiusura e di intolleranza. Questa questione è decisamente troppo ampia, ed il dibattito ancora tutto aperto – ed a volte piuttosto polemico – per poter essere trattata in questa sede.

Lo scopo di questo breve lavoro, se di scopo si può parlare, è unicamente quello di mettere in luce un contrasto metodologico, che di fondo è poi un contrasto sul valore da attribuire al sapere umano e sulla liceità di un certo tipo di ricerca, quella storico-razionale, all’interno della tradizione ebraica. Il contrasto, i cui protagonisti a distanza sono il mantovano ‘Azarjah de Rossi ed il praghese Loew ben Bezalel – per le notizie bio-bibliografiche dei quali si rimanda alla oramai ampia quantità di lavori specialistici[4] – si gioca poi sul valore da attribuire alla tradizione aggadica: se questa sia da inserire in qualche modo nella dimensione della rivelazione o se non sia invece il prodotto della sapienza umana, dunque superabile e perfettibile, usata dai Maestri in alcune specifiche occasioni con valore esemplare e didascalico.

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