A cura di Ariel Rathaus
Carucci Editore D.A.C. – Roma 1980
Indice
2 Prefazione dell’autore all’edizione italiana
3 Precetti pratici (II senso dell’Halakhà)
4 Chi è ebreo? Dal questionario
5 Razza, nazione, religione
6 Stato e religione
7 Sul problema dell’autopsia
8 «Religione e scienza nel pensiero contemporaneo»
9 Abramo e Giobbe
10 Della preghiera
11 Significato attuale di «redenzione» e di «prodromi della redenzione»
12 Significato spirituale e religioso dell’eroismo e della vittoria
13 I «territori»
14 Moniti della guerra di Kippur
15 Glossario
Versione scansita e convertita con OCR da originale del 1980 con l’autorizzazione degli eredi Carucci
Introduzione
Il libro di cui presentiamo qui in versione italiana una scelta antologica esige, più che un’esposizione dei suoi principali assunti (enunciati dall’autore con una chiarezza che ci sembra non dia adito a dubbi), alcune parole introduttive sulla sua particolare natura e sulla sua particolare collocazione nel contesto da cui è nato e rispetto al quale è, ciò nonostante, così vistosamente anomalo.
Il contesto di cui parliamo è la società israeliana, caratterizzata com’è noto da una rigida suddivisione in compartimenti stagni ideologici e politici; società nella quale la personalità di Yesha’yàhu Leibowitz, autore di Ebraismo, popolo ebraico e Stato d’Israele, spicca per la sua singolarità di fenomeno fastidiosamente sconcertante.
Lo sconcerto nasce, in primo luogo, dall’incontro con un pensiero che ha nella critica l’arma più affilata e tagliente, e che non risparmia, in nome della sua verità, nulla o quasi nulla. Ma, come non bastasse, questo pensiero e questa critica valicano i rassicuranti confini del “catalogato”, e si sottraggono soprattutto ai termini della popolare antitesi “religioso-antireligioso”, grande mito manicheo elaborato dalla società israeliana per un’interpretazione schematica della propria realtà culturale. Razionalista lucidissimo e filosofo della scienza, Leibowitz avanza al tempo stesso le istanze più rigorosamente teocentriche che pensatore ebreo contemporaneo ardisca avanzare; sostenitore di una guerra di idee ad oltranza contro la società laica, è anche il critico più violento e mordace delle “istituzioni religiose” israeliane (Rabbinato, Partito Nazional-religioso ecc.), e il sistematico demolitore di certezze a suo avviso sbagliate e luoghi comuni a suo avviso perniciosi, che sono viceversa per la pressoché totalità degli ebrei osservanti in Israele autorevoli ed indiscussi fondamenti della tradizione religiosa. Modellata talvolta sulla tecnica e sulla retorica dell’omelia sinagogale, sugli stilemi arcaici della casistica talmudica, la sua scrittura è al contempo continuamente irrorata da temi filosofici, storici, sociologici ed epistemologici; ambiguità (o ricchezza) che naturalmente contribuisce non poco a confondere le idee del lettore israeliano sul suo conto.
In realtà, le apparenti contraddizioni testé elencate hanno radici nella stessa eclettica biografia intellettuale di Leibowitz, che già di per sé neutralizza ogni tentativo di classificazione semplicistica. Nato a Riga nel 1903, ebreo di profonda cultura talmudica e rabbinico-tradizionale, Leibowitz si è addottorato in chimica, filosofia e medicina, stabilendosi nel 1935 a Gerusalemme. Da allora, oltre a dedicarsi brillantemente alle sue attività propriamente professionali e scientifiche — in qualità di docente di biochimica, neurofisiologia e filosofia della scienza, e di redattore-capo dell’Enciclopedia ebraica — ha svolto una personale ed originalissima indagine sul significato della tradizione religiosa ebraica, e un’appassionata opera di esegesi dell’evoluzione culturale e politica della società israeliana. Coraggiosa e penetrante come poche, quest’esegesi del presente, in virtù della quale Leibowitz è ormai uno dei più noti intellettuali d’Israele, si alimenta incessantemente alle fonti di quell’indagine storico-filosofica sul passato; passato a sua volta proposto non come melanconico reperto archeologico, ma come scelta di vita attuale e, in un certo senso, necessaria sul piano logico. Tale sovrapposizione e integrazione di temi speculativi, proposte culturali di ampia portata e motivi socio-politici immediati, attinti spesso direttamente dalla cronaca, è forse il tratto distintivo più saliente dell’attività pubblicistica di Leibowitz, e ne indica in termini abbastanza netti, dopo un primo momento di perplessità, la natura e il senso. Leibowitz è lontano sia dall’astrazione e dalla vertigine concettuale della filosofia vera e propria, sia dalla specificità effimera e circoscritta dell’intervento politico “a breve scadenza”; la sua opera rientra piuttosto nell’ambito di una “propaganda d’idee” di altissimo impegno civile-intellettuale ed in quello di un’agguerrita “critica della cultura”, se con l’espressione intendiamo lo studio di un collettivo umano colto nella triplice prospettiva delle sue radici filosofico-esistenziali, del suo presente empirico e del suo destino.
Abbiamo detto “propaganda d’idee”: è una definizione che ci sembra aiuti non poco a comprendere Ebraismo, popolo ebraico e Stato d’Israele, e a vedere nella giusta luce quelli che possono in un primo momento sembrare scompensi strutturali, o addirittura veri e propri difetti di fabbricazione. Primo di questi scompensi è forse l’eterogeneità e frammentarietà del materiale proposto dal libro (articoli di giornale, conferenze, saggi propriamente detti, risposte a questionari di inchieste, corrispondenza privata), cui segue dappresso l’insistenza su determinati assunti e determinate frecciate polemiche, e la presenza continua, in quasi ogni capitolo e talvolta a distanza esageratamente ravvicinata, di alcune tesi evidentemente considerate fondamentali dall’autore (ad esempio: il carattere “antireligioso” dell’etica e dell’umanesimo, l’interpretazione del grande tema del Sacrificio di Isacco, la negazione di un “valore intrinseco” dello Stato, la natura assoluta e necessariamente non-utilitaristica e non-subordinata della “vera” fede e della “vera” religione, e cosi via). In realtà l’eterogeneità non dipende da difetto di sintesi, bensì dalla natura stessa di quell’impegno di cui il libro è in primo luogo la fedele testimonianza, da quella “propaganda d’idee” di cui si è appunto detto e che da decenni si esplica in una partecipazione appassionata ad ogni importante battaglia combattuta nel campo del pensiero ebraico “hic et nunc”; e, d’altro canto, il continuo richiamo a tesi già esposte e a definizioni già enunciate è in un testo che miri alla propaganda delle idee, che si proponga non solo di meditare ma anche di agire sul reale, una sorta d’istintivo espediente “psicagogico”, grazie al quale anche l’assunto teorico acquista la dura ed energica categoricità dello slogan scandito.
La società israeliana ha risposto alla “propaganda d’idee” ed alla “critica della cultura” di Leibowitz soprattutto con un rispettoso rigetto. Sostanzialmente ostico sia per i religiosi che per i laici, Leibowitz è stimato per la sua indiscussa statura morale ed ammirato per la sua intelligenza caustica e la sua enciclopedica cultura, ma resta nel complesso inascoltato e incompreso. Una sorridente e tollerante venerazione neutralizza in gran parte l’efficacia delle sue istanze polemiche. Nondimeno, nel mondo più propriamente intellettuale e filosofico israeliano l’originalità del suo pensiero e la coerenza logica della sua interpretazione dell’Ebraismo hanno destato, e destano, un interesse via via crescente. Culmine di questo processo di recupero a livello teorico-speculativo è stato probabilmente il Congresso Nazionale di Filosofia svoltosi nel 1976 a Tel Aviv sotto gli auspici della Società Filosofica Israeliana, parzialmente dedicato proprio al presente libro, dato alle stampe alcuni mesi prima, e al suo singolare e controverso autore.
Il pensiero di Yesha’yàhu Leibowitz non sarà qui presentato nelle sue varie implicazioni teoriche o nei suoi numerosi riferimenti concreti a questioni religiose e a situazioni socio-politiche specifiche. Come si è detto l’autore enuncia i propri assunti con non poca chiarezza, e d’altro canto illustrare dettagliatamente, per chi ne fosse totalmente digiuno, la problematica alla quale egli si richiama e nel cui ambito ha luogo la sua meditazione significherebbe parlare del millenario sviluppo della cultura ebraica, e dei complessi e molteplici aspetti dello Stato d’Israele; impresa che trascende ovviamente i limiti e i fini di una nota introduttiva. Nondimeno ci soffermeremo su due caratteristiche salienti dell’approccio intellettuale proposto dal presente libro, per le quali non saranno forse inutili alcuni brevi chiarimenti.
Primo punto, l’atteggiamento di Leibowitz verso le fonti ebraiche e più generalmente verso i temi della tradizione religiosa. In questo libro tali temi non compaiono mai sotto specie di materia greggia, di dati oggettivi e per cosi dire preesistenti al pensiero che li medita e soppesa, bensì sempre come frutto di un’autonoma e personale elaborazione. Intendiamo per “elaborazione” non tanto un processo di “rimpasto” del loro senso e carattere, quanto in primo luogo la messa in atto di un’opzione, una cernita delle fonti e dei significati. Questa selettività di Leibowitz è programmatica e dichiarata (cfr. l’inizio dell’articolo Precetti pratici), e quindi ben diversa da quella che furtivamente agisce in tanta mistificante letteratura di “divulgazione” ebraica, ed il ruolo che essa svolge nell’interpretazione di motivi tradizionali o principi teorici dell’Ebraismo (la “redenzione”, la “provvidenza”, la “preghiera” e così via) è quasi sempre quello di un’operazione critica di confronto che nell’atto di scartare mette in luce anche le alternative scartate. Sostanzialmente libero nelle principali movenze del suo pensiero, che si riserva il diritto di dipanare col taglio netto di una scelta la ben nota contraddittorietà delle fonti, Leibowitz conta soprattutto — e non nasconde di contare — sul grande e solido sostegno di Maimonide, vertice del razionalismo filosofico ebraico del Medioevo (la Guida degli Smarriti è forse l’opera più citata nel libro), e al tempo stesso limpido architetto di uno dei maggiori monumenti eretti alla prassi religiosa ebraica (il Mishnè Torà o Seconda Legge); prassi che come si vedrà rappresenta per l’autore l’essenza stessa dell’Ebraismo. Detto per inciso, e concludendo questa prima doverosa precisazione, si tratta di una selettività che si esplica in notevole misura anche nei confronti dei temi della cultura filosofica e più generalmente profana, come soprattutto dimostrano i riferimenti di Leibowitz all’odiosamato Kant, le cui tesi ricorrono con una certa frequenza – più o meno ristrutturate, condivise o contestate – nel presente libro[1].
Il secondo punto che illustreremo brevemente è la stretta connessione esistente fra due dei principali assunti della meditazione di Leibowitz, assunti che sono propriamente il presupposto e l’esito del libro: il senso del popolo ebraico e il senso dello Stato ebraico. Del popolo ebraico Leibowitz propone un’interpretazione da lui definita “storico-empirica”: al di là delle varie teorie e ideologie nate su di loro e fra di loro, gli ebrei sono stati in primo luogo un collettivo umano contraddistinto da un particolare sistema di vita. Tale sistema di vita (l’osservanza quotidiana dei precetti della Legge) tendeva e tende a creare un’esperienza teocentrica totale; suo senso era ed è, con antica espressione ebraica ripresa volentieri dall’autore, “un’assunzione del giogo del Regno dei Cieli”, giogo in virtù del quale la religione si trasforma da momento soggettivo dello spirito in azione oggettivamente permeata di divino[2]. Tuttavia nel mondo moderno la crisi del divino ha sradicato la maggioranza degli ebrei dalla loro cultura, ossia dalla loro vocazione teocentrica incarnantesi in quel sistema di vita, e d’altro canto il movimento di rinascita nazionale dell’Ebraismo contemporaneo, culminato nello Stato d’Israele, lungi dal porsi disciplinatamente al servizio di essa tende all’ imperiosa assolutezza del “valore in sé”; per cui Leibowitz interpreta i rapporti fra Ebraismo (“storico-empirico”) e Stato d’Israele in termini di permanente e inevitabile conflittualità. Rifiutando sia le posizioni dell’ultra-ortodossia, per la quale Israele e le nuova esistenza laica del popolo ebraico sono semplicemente delle manifestazioni demoniache, sia quelle delle più vaste cerchie nazional-religiose, legate al potere laico da interessi politici e da affinità ideologica, e ormai giunte a una perfetta integrazione nello Stato, Leibowitz vede idealmente in Israele un’enorme occasione storica per una vera “Kulturkampf” ebraica, una struttura politico-sociale che come nessun’altra può positivamente contribuire allo scontro dialettico, alla chiarificazione delle scelte di vita che si offrono agli ebrei nel mondo moderno.
È appunto in questa prospettiva teorica che si colloca la critica di Leibowitz allo Stato di Israele, che ha sostituito al confronto ideologico la rigida e non-dialettica suddivisione in due schieramenti opposti (“religiosi” e “laici”) cui si è già accennato, e nel quale ciò nonostante esiste, paradossalmente, un’alleanza di fatto fra questi stessi schieramenti, stretta in nome dell’«unità nazionale» e di una sorta di suprema e inderogabile “ragion di Stato”. Ed è appunto in questa prospettiva teorica che Leibowitz parla spesso, a proposito della società israeliana, di “fascismo”; termine adoperato non nella sua denotazione classica (repressione antidemocratica, banditismo politico, militarizzazione della vita pubblica e via dicendo), bensì soprattutto come indice di una situazione culturale, come grido d’allarme per la perdita o l’avvilente metamorfosi dell’identità ebraica[3]. La rinascita nazionale del popolo d’Israele, ci ammonisce Leibowitz, sta per liquidare definitivamente la cultura del popolo d’Israele. Persa la propria vocazione teocentrica, il popolo ebraico sta per surrogarla con un’identità meramente “nazionale”, che nell’immane vuoto creatosi per il drastico ripudio di un’intera tradizione storica finisce coll’assumere proporzioni mostruose, col presentarsi come istanza pericolosamente assoluta, dando allo Stato un’indebita posizione di centralità.
Leibowitz giudica insomma negativamente la trasformazione degli ebrei da “reame di sacerdoti” in “nazione come tutte le altre”, che rischia di trovare la sua unica ragion d’essere in un’identificazione culturale — se l’aggettivo è in questo caso lecito — di stampo fascista. È quanto appunto dicevamo sopra: il senso del popolo ebraico (la sua vera identità storico-empirica) è strettamente connesso col senso dello Stato ebraico (l’estraneità a quell’identità, sostituita secondo Leibowitz dai vuoti simulacri della “nazione” e della “sovranità politica”), e determina l’assunto finale sostanzialmente critico del libro.
Yesha’yàhu Leibowitz affronta direttamente, e con un’onestà intellettuale che teme pochi confronti, i problemi fondamentali dell’esistenza ebraica nella nostra epoca, alla luce dei processi di secolarizzazione e di ripristino dell’indipendenza politica del popolo d’Israele. Se alcuni quesiti restano senza risposta, se alcune risposte ci sembrano viziate da amor di polemica e dalla nota passione dell’autore per le prese di posizione inconsuete e ribelli, le domande che questo libro pone non sono mai superflue né mai dettate da finalità politiche di oscura e inquietante natura. A differenza di tante altre, la critica di Leibowitz nasce e si sviluppa “all’interno” del popolo d’Israele e della società israeliana, e nelle sorti di questo popolo e questa società, buone o cattive che siano, si identifica pienamente; essa può quindi a maggior ragione stimolare il lettore sensibile alla problematica ebraica contemporanea, spesso bersagliato da molte meno pure e disinteressate sollecitazioni.
La pubblicazione di questo libro da parte del Dipartimento Assistenza Culturale — motivata non da un’adesione a tutte le tesi dell’autore, ma dal riconoscimento della loro benefica funzione di chiarificazione intellettuale — è un atto di rifiuto e al tempo stesso di fede. Rifiuto dell’antica e radicata convinzione che “i panni sporchi si lavino in casa”; fede nella necessità di guardarsi di tanto in tanto allo specchio, anche a costo di scoprire, accentuate magari dal lieve effetto deformante proprio di ogni specchio, spiacevoli e bizzarre irregolarità di lineamenti, smorfie e rugosità insospettate.
Ariel Rathaus
Avvertenza
La maggioranza delle note al testo sono del traduttore; le rare note dell’autore sono contrassegnate dalla sigla «n. d. A.». Tutti i luoghi biblici citati nel testo compaiono in nota; le numerose citazioni dalla letteratura talmudica e rabbinica sono invece indicate solo nei casi in cui, a parere del traduttore, la citazione stessa ha particolarmente rilevanza (nel contesto specifico o in quello più vasto delle fondamentali linee di pensiero dell’autore), o quando il suo esatto significato deve comunque essere illustrato in nota. Il Glossario che compare in fondo al volume comprende i termini ebraici più basilari o più ricorrenti o più connessi con talune specifiche tesi dell’autore; degli altri si è cercato in genere di fornire brevissimi ragguagli in nota.
