(da un articolo di Rav Ari Kahan)
Con la parashà di Waiqrà si apre un nuovo libro, che segna apparentemente un nuovo inizio. Basta uno sguardo per capire che si tratta di un libro diverso dagli altri della Torà.
Spicca la mancanza quasi totale di brani narrativi. Si tratta di un libro molto tecnico, dove il filo cronologico, centrale nella narrazione di Bereshit, sembra perso. Se il libro di Bemidbar avesse preceduto Waiqrà, non ci saremmo forse accorti dello scambio. Il viaggio del popolo ebraico iniziato in Shemot proseguirà nei libri di Bemidbar e Devarim.
In Waiqrà il tempo sembra fermo. Tuttavia, nessun libro della Torà si trova in un vuoto. Se Bemidbar cronologicamente è il seguito di Shemot, Waiqrà ne costituirà il seguito a livello tematico.
Il libro si apre con un verso complicato, con la chiamata di Moshè. Il soggetto non viene indicato, ma dal seguito del verso risulta evidente che è il Signore a parlare.
Si sarebbe potuta scegliere una formulazione più semplice: “Il Signore parlò a Moshè dalla tenda della radunanza”. Inoltre, come è noto, nel termine Waiqrà è presente una alef più piccola delle altre lettere. Rashì nel suo commento considera la chiamata una manifestazione di affetto, propria del linguaggio angelico. Quando invece D. si manifesta alle nazioni del mondo il Signore utilizza un registro differente, segnato dalla fugacità e dall’impurità, come per Bil’am, per cui è scritto Waiqàr.
Vengono quindi distinti due tipi di comunicazione, quella di Moshè, che è assimilata a quella degli angeli, e quella di Bil’am.
Ma se è così perché troviamo la alef piccola, che ci rimanda al registro proprio di Bil’am? Secondo il Ba’al ha-Turim la alef deriva da una scelta di Moshè. In questo modo emerge la sua modestia. Moshè voleva apparire come Bil’am, ma D. non acconsentì. La alef è il risultato di un compromesso. Tuttavia non si capisce ancora perché qui e perché ora. Sappiamo che Moshè era modesto, ma perché la modestia deve palesarsi in questo momento particolare? L’Ari z”l sottolinea che la chiamata avviene all’indomani del peccato del vitello d’oro. La chiamata stessa era in qualche modo difettosa, caratterizzata da una limitazione da parte del chiamato, una perdita di statura. Lo Zohar nota che mentre Waiqrà si apre con una alef più piccola, un altro libro biblico, il Libro delle Cronache, esordisce con una alef più grande, all’inizio della genealogia umana, nel nome di Adam. All’inizio della creazione, l’uomo aveva una statura differente. Questo status venne intaccato dal peccato. Con il dono della Torà il popolo ebraico ebbe l’opportunità di ricostituire, almeno parzialmente, la situazione iniziale. Le corone descritte dal midrash rappresentano questa nuova condizione, che non durò però a lungo per via del peccato del vitello d’oro. La fine di questa parentesi è segnata dalla alef piccola, che riflette un uomo più piccolo.
Lo Sfat Emet ha un’opinione più simile a quella del Baal ha-Turim. Moshè ha sempre avuto un approccio ambivalente rispetto al suo ruolo di guida, ma comprendeva di essere indispensabile. La sua leadership non era però innata, ma era una rappresentazione del popolo ebraico. In quel frangente, dopo il peccato del vitello d’oro, Moshè non doveva sentirsi migliore di Bil’am, un profeta di idolatri.
Sforno trova un parallelo fra questo brano e la parashà di Mishpatim (Es. 24,16), quando Moshè viene chiamato per ricevere la Torà. Moshè sale sul monte, ma deve attendere sei giorni, sino a quando non viene chiamato. Moshè non era in grado di entrare in contatto con la Gloria divina. Troppo estrema era la santità. Lo stesso troviamo alla fine del libro di Shemot, quando viene inaugurato il Mishkan. Moshè non può entrare sino a quando non viene chiamato, e questo è quanto avviene all’inizio di Waiqrà.
C’è un elemento di tensione, perché non era ovvio che la vicinanza che aveva caratterizzato il dono della Torà sul Sinai potesse essere riattivata. Lo Zohar descrive questo momento come quello di un matrimonio, quando una donna si adorna prima di incontrare suo marito, ed è sconveniente che il marito, fuor di metafora Moshè, entri in quel frangente.
Quando il libro di Shemot si chiude, non è ancora giunto il momento dell’intimità, che si concretizza con l’inizio di Waiqrà, dominato dal tema del qorban, l’avvicinamento che elimina l’offuscamento provocato dal peccato.
L’intimità con D. è difficile. D. è infinito, inconoscibile, totalmente al di là della nostra portata. Tuttavia con il Mishkan l’incontro è possibile. A questo accenna Rashì quando ricorda i versi del capitolo 6 di Isaia, quando Isaia merita la rivelazione divina. Anche gli angeli si trovano di fronte al paradosso di un D. trascendente e onnipresente. D. è santo, separato, ma la Sua gloria pervade l’universo.
Questo paradosso, sostiene Rav Soloveitchik, è il cuore dell’esperienza ebraica, e l’essenza del Mishkan. Questo è l’esordio del libro di Waiqrà. Per permettere il contatto con gli uomini D. si limita e chiama Moshè, che si limita a sua volta. Aveva portato il popolo ebraico fuori dall’Egitto, aveva ricevuto la Torà, discusso con D. per ottenere la salvezza del popolo, ma si sentiva sostanzialmente inadeguato, e questo lo rende grande.
La riduzione dell’ego è la chiave per accedere alla spiritualità. La tendenza tipicamente umana dell’auto-esaltazione viene limitata. L’uomo è portato a pensare di essersi fatto da sé, e inizia ad adorare il proprio creatore, cioè se stesso. Questo uomo non può trovare D. Non riuscirà a realizzare che D. è trascendente e immanente, e non potrà avvicinarsi e creare il momento di intimità.
Ogni giorno ripetiamo le parole degli angeli, in un atto privo di gelosia e di ego. Ma non dobbiamo rendere meccanica questa formula. Quando diciamo quelle parole dobbiamo captare la chiamata. Solo allora ci renderemo conto di quanto la gloria divina pervada la terra.
