Shalom.it 15.4.2026
C’è un momento, ogni sera per quarantanove giorni consecutivi, in cui gli ebrei di tutto il mondo si fermano, pronunciano una breve benedizione e annunciano ad alta voce il numero del giorno: “Oggi è il terzo giorno dell’Omer”, o il diciassettesimo, o il quarantaquattresimo. A prima vista sembra un gesto meccanico, quasi burocratico. Ma il semplice atto di contare porta in sé un universo di significati.
L’Omer è anzitutto un covone d’orzo — la prima offerta del raccolto che nel tempo del Tempio veniva portata a Gerusalemme nella seconda notte di Pesach. Da quel gesto agricolo e sacro si avviava la conta: quarantanove giorni fino a Shavuot, la festa del dono della Torah. Oggi il Tempio non esiste più, il covone non si porta, ma la conta continua — e con essa, il suo significato.
Il comandamento della Torah è esplicito: “Conterete per voi dal giorno dopo il Sabato… sette settimane complete. Fino al giorno dopo la settima settimana conterete cinquanta giorni” (Levitico 23:15-16). Due formule diverse — “sette settimane complete” e “cinquanta giorni” — che hanno originato una delle dispute halakhiche più affascinanti del periodo medievale. L’autore delle Halachot Gedolot sostiene che chi dimentica di contare un giorno non possa proseguire: le sette settimane formano un’unità indivisibile, come un rotolo della Torah in cui manchi anche una sola lettera. Rav Hai Gaon ritiene invece che ogni giorno sia un precetto autonomo: chi manca una serata non compromette gli altri. La decisione finale è un elegante compromesso: si continua a contare, ma senza benedizione.
