וְלֹא־קָ֨ם נָבִ֥יא ע֛וֹד בְּיִשְׂרָאֵ֖ל כְּמֹשֶׁ֑ה אֲשֶׁר֙ יְדָע֣וֹ ה’ פָּנִ֖ים אֶל־פָּנִֽים. לְכׇל־הָ֨אֹתֹ֜ת וְהַמּוֹפְתִ֗ים אֲשֶׁ֤ר שְׁלָחוֹ֙ ה’ לַעֲשׂ֖וֹת בְּאֶ֣רֶץ מִצְרָ֑יִם לְפַרְעֹ֥ה וּלְכׇל־עֲבָדָ֖יו וּלְכׇל־אַרְצֽוֹ. וּלְכֹל֙ הַיָּ֣ד הַחֲזָקָ֔ה וּלְכֹ֖ל הַמּוֹרָ֣א הַגָּד֑וֹל אֲשֶׁר֙ עָשָׂ֣ה מֹשֶׁ֔ה לְעֵינֵ֖י כׇּל־יִשְׂרָאֵֽל׃
Devarim 34, 10-12: Non sorse più Profeta in Israele come Moshe, che conobbe D. faccia a faccia,per tutti i segni e le prove che H. lo ha inviato a compiere in terra d’Egitto al Faraone, a tutti i suoi servi e a tutta la sua terra; e per tutta la mano possente e per tutto il gran terrore che Moshe aveva prodotto agli occhi di tutto Israel.
Gli ultimi tre versetti della Torah riportano un epitaffio ideale di Moshe nostro Maestro dopo la sua morte. Per Maimonide essi costituiscono un articolo della nostra fede: chi nega la profezia di Moshe rientra fra gli “epicurei” che rigettano l’insegnamento della Torah (Hilkhot ha-Teshuvah 3, 8). In molti punti della sua opera egli affronta l’interrogativo in cosa consista l’eccellenza di Moshe Rabbenu sopra tutti gli altri Profeti, in termini e con accenti talvolta differenti. Mi limiterò a riportare un passo del Moreh Nevukhim (2, 35) in cui il filosofo cita i nostri versetti.
“Quanto alla differenza fra la percezione di Moshe e la profezia di tutti quelli che lo hanno seguito lo afferma il detto biblico: ‘Non sorse più Profeta in Israele come Moshe, che conobbe D. faccia a faccia’… Quanto alla differenza generale tra i suoi miracoli e quelli di tutti gli altri Profeti, tutti i miracoli fatti dai Profeti o operati per loro sono stati comunicati a un gruppo ristretto di persone: per esempio, i segni di Eliahu e Elishà’; vedi infatti che il re d’Israele (che era un malvagio) cerca di informarsi al riguardo, chiedendo a Ghechazì di parlargliene, come sta scritto: ‘Raccontami deh tutte le grandi cose che Elishà’ ha fatto!’ (2Melakhim 8, 4-5). Così è per i segni di tutti i Profeti, eccezion fatta per Moshe nostro Maestro; per questo la Scrittura spiega a suo riguardo che non sarebbe mai sorto un Profeta che avrebbe fatto segni pubblicamente di fronte a seguaci e a oppositori come fece Moshe, come sta scritto: ‘Non sorse più Profeta… per tutti i segni e le prove… agli occhi di tutto Israel’”.
Seguendo l’esegesi del Sifrè, un Midrash molto antico sul libro di Devarim, Maimonide continua scrivendo che il testo biblico “qui connette e collega insieme i due concetti… Quei segni erano rivolti ‘a Faraone, a tutti i suoi servi e a tutta la sua terra’ che erano ostili a Moshe, e anche in presenza di tutto Israel che seguiva Moshe. Questa cosa non era accaduta ad alcun Profeta prima di lui e la Bibbia anticipa questa dichiarazione veritiera, che non si sarebbe verificata per nessun altro”.
È nota presso i commentatori medioevali a sua volta la distinzione fra “segni” (otot) e “prove” (mofetim). I “segni” consistevano in atti annunciati ed erano principalmente rivolti al popolo ebraico, gli amici, per rafforzare ai loro occhi l’autorità di Moshe in quanto mandato da D. come suo agente. Le “prove”, d’altro canto, si caratterizzavano per essere gesti al di sopra delle leggi naturali: avevano lo scopo essenziale di mostrare agli Egiziani, i nemici, la potenza del D. d’Israel (Nachmanide a Devarim 13, 2).
Anche R. Bachyè condivide l’esegesi di Maimonide. “Moshe compì segni e prove agli occhi degli oppositori finché fossero costretti loro malgrado ad ammettere (la Verità del D. di Israel), e altrettanto fece agli occhi di Israel che credevano in lui. In tal modo la Profezia di Moshe divenne nota in tutto il mondo più di tutti gli altri Profeti”. Il commentatore specifica che l’accenno al Faraone allude alle Dieci Piaghe e aggiunge che le espressioni “e per tutta la mano possente e per tutto il gran terrore” nel versetto successivo che parla di Israel alludono rispettivamente alla divisione del Mar Rosso e al dono della Torah sul Monte Sinay. Sono i due momenti in cui la Torah scrive esplicitamente che i Figli di Israel manifestarono piena fiducia in Moshe (Shemot 14, 31; 19, 9. Cfr. anche Nachmanide ad v. 12).
Chi invece dissente dalla sostanza di questa linea interpretativa è Nachmanide. Non è vero, sostiene questi in una lunga digressione, che Moshe sia stato l’unico Profeta ad aver mostrato segni ai nemici e comunque al grande pubblico. Contrariamente a quanto scrive Maimonide anche Eliahu, allorché fermò la pioggia lo fece al cospetto di tutti (1Melakhim 17) e alla fine convocò “tutto Israel sul Monte Karmel e così quattrocento profeti del Ba’al…” (ibid. 18, 19). Secondo Nachmanide la superiorità dei miracoli compiuti da Moshe rispetto agli altri Profeti è evidente in altri aspetti: la loro durata. Solo Moshe sarebbe stato in grado di procurare miracolosamente la manna per quarant’anni e così tutti gli altri benefit di cui i Figli d’Israel godettero durante la lunga permanenza nel deserto (cfr. Ta’anit 9a).
La critica di Abrabanel si spinge oltre. Egli premette in linea generale che la grandezza di un Profeta non si misura dal numero di segni da lui evocati, perché questi sono funzionali alla personalità dell’audience e non alla sua. Per questa ragione troviamo che Moshe abbia in realtà compiuto prodigi in quantità non superiore ad altri Profeti. Cionondimeno la sua grandezza va ascritta al fatto che mentre tutti gli altri Profeti dovettero sollecitare i loro prodigi dall’Alto mediante la preghiera e le suppliche (si pensi a Yehoshua’ quando pregò e disse: “Fermati o sole”,affinché gli fosse concesso di portare a termine la battaglia prima dell’imbrunire: ibid. 10, 12), Moshe non ne ebbe bisogno. Come afferma il nostro versetto era D. stesso che di volta in volta prendeva l’iniziativa e incaricava Moshe della missione come Suo emissario.
In ogni caso l’esegesi di Maimonide deve farci riflettere. Che Moshe sia o non sia stato l’unico Profeta d’Israel a rivolgere il suo messaggio Divino direttamente al grande pubblico, senza temere nemici e oppositori, ciò costituisce una grande virtù su almeno due piani. Sul piano religioso quanti culti affermano di aver avuto origine da una personalità illuminata dalla rivelazione Divina, ma spesso nel corso di un’esperienza mistica solitaria e dunque in assenza totale di testimoni? Chi a questo punto potrebbe verificare l’autenticità del suo messaggio? Soltanto la Torah di Israel è stata comunicata alla presenza di tutto quanto il popolo. Nulla è avvenuto di nascosto. È un invito a potenziali detrattori a presentare le proprie critiche e ad affrontare liberamente la discussione, cosa che nella storia delle religioni è per lo più bandito. Nel caso della Torah di Israel la presenza della collettività garantisce l’autorità della Rivelazione, al di là di qualsiasi mistero e sospetto, soprattutto nei confronti delle generazioni a venire.
Ma anche sul piano delle relazioni umane in generale Moshe ci insegna con il suo esempio personale in cosa debba consistere la figura del vero leader. Parlare agli amici, ottenere gli applausi di chi già concorda con noi e ci sostiene è relativamente facile: un po’ più arduo è saper comunicare con i propri nemici, facendosi quantomeno rispettare da loro così come siamo in grado di incassare la fiducia degli amici. Il discorso è di grande attualità. Quanti di coloro che oggi si dedicano alla vita pubblica posseggono un simile carisma?
Ghemar Chatimah Tovah.
Chag Sameach.
