"Guarda, oggi Io pongo davanti a voi la Berakhà (benedizione) e la Qelalà (maledizione). La Berakhà (verrà) a condizione che diate ascolto alle Mitzwoth (precetti) del Signore Dio vostro, che Io vi comando oggi. Mentre la Qelalà (verrà) se non darete ascolto alle Mitzwoth del Signore Dio vostro, così da allontanarvi dalla via che Io vi comando oggi, per seguire altre divinità che voi non conoscete (Deuteronomio. 11, 26-28). In questi versi della Torà troviamo uno dei temi su cui l’essere umano si è posto infinite domande: il libero arbitrio. Rabbenu Bachye, commentatore spagnolo del XIV secolo, afferma che il libero arbitrio è “un grande principio e fondamento della fede” e, riguardo il primo verso, commenta: "…la benedizione e la maledizione sono emanazioni degli attributi divini con i quali è stato creato il mondo; il giudizio rigoroso (middat hadin) e la misericordia (middat harachamim), il cui significato è manifesto solo a singoli illuminati…sono una sollecitazione per la maggioranza, verso l’osservanza dei precetti e il timore della loro trasgressione…". Nelle parole del maestro spagnolo, traspare la presenza di due tipologie di popolazione: le singole persone illuminate verso le quali Dio si rivolge al singolare (guarda) e la maggioranza di persone che non sanno operare una scelta, verso le quali è necessario un approccio collettivo (davanti a voi).
