Così scrive Rabbi Yaakov Chayym Sofer (1870-1939), riguardo ad Hoshanah Rabba, nella sua opera “Kaf HaChaim” (siman 664): “Perché questo giorno è chiamato Hoshanah Rabba? Dio disse ad Abramo: Io sono unico e tu sei unico. Concederò ai tuoi figli un giorno speciale per perdonare i loro peccati e quel giorno è Hoshanah Rabbah. Il valore numerico del Mio nome “Ehyeh -אהיה” (scritto con le lettere Alef=1, Heh=5, Yud=10, Heh=5) è 21 e tu (Abramo) sei nella ventunesima generazione, perché dieci generazioni sono passate da Adamo a Noè e altre dieci da Noè ad Abramo; e Hoshanah Rabbah cade il ventunesimo giorno del mese di Tishry. Dio disse ancora ad Abramo che se i suoi discendenti non avessero ottenuto la kapparah/espiazione a Rosh Hashanah, avrebbero acuto l’occasione di ottenerla il giorno di Kippur; se anche a Kippur non l’avessero ottenuta, c’è il giorno di Hoshanah Rabbah”.
Il nome “Ehyeh -אהיה”, è il nome che Dio rivelò a Mosè presso il roveto ardente. Quando Mosè chiese con quale nome divino si sarebbe dovuto presentare al popolo in qualità di Suo messaggero, Dio rispose: “Ehyeh shelachani alekhem/Io sarò mi manda a voi” (Esodo 3:14).
Il Ben Ysh Chay (Yosef Chayym di Baghdad, 1832–1909), spiega che il nome “Ehyeh” incarna la qualità dell’umiltà, anzi è il nome dell’umiltà stessa e solo a Mosè poteva essere rivelato in quanto “uomo più umile tra gli uomini sulla faccia della terra” (Numeri 12:3).
Ma qual è la ragione per cui il nome “Ehyeh” rappresenterebbe l’essenza dell’umiltà?
“Ehyeh” si traduce letteralmente con “Io sarò” che è il verbo che è sempre sulla bocca della persona umile. Non dice mai, come invece fa l’arrogante, “io sono” o “io sono stato” per affermare uno status attuale o quello acquisito in passato. La persona umile dice sempre “io sarò”, per dichiarare di non essere ancora arrivato alla meta, di aver raggiunto il suo scopo. Anche se sta operando bene, ammette di poter fare meglio e non si accontenta mai della propria condizione attuale. Per questo motivo, Dio si rivelò a Mosè attraverso il nome simbolo dell’essenza dell’umiltà. Fu in virtù di tale modestia che il Signore promise la redenzione, grazie all’umiltà ci trasse fuori dall’esilio egiziano, da quello assiro/babilonese e, speriamo presto, ci porterà fuori da quello di Roma. Come afferma il salmista (Salmi 18:28): “Poiché Tu salvi un popolo umile”.
I Saggi insegnano che il Messia non giungerà finché l’arroganza non sarà sradicata da Israele (En ben David ba ad sheyikhlu gase haruach miIsrael; Talmud, Sanhedrin 98a) e quando finalmente arriverà, Dio proclamerà “Anavim, anavim – o umili, o umili – è giunto il momento della vostra redenzione!” (Yalkut Shimoni, Isaia 60, Remez 499).
Rava figlio di Rabbi Yose il galileo, insegna inoltre che Dio disse al popolo ebraico: “Sapete perché vi amo? Perché anche quando vi conferisco grandezza, voi vi fate umili al Mio cospetto. Diedi grandezza ad Abramo e lui disse ‘Io non sono che polvere e cenere’ (weanochi afar vaefer; Genesi 18:27); diedi grandezza a Mosè e ad Aronne, ed essi dissero ‘Cosa siamo noi?’ (wenachnu mah; Esodo 16:7); diedi grandezza a Davide ed egli disse ‘Io sono un verme e non un uomo’ (weanochi tolaat welo ysh; Salmi 22:7)” (Yalkut Shimoni, Devarim 7, Remez 845).
È interessante notare che le iniziali dei nomi Abramo/Avraham/אברהם, Davide/David/דוד e Mosè/Moshe/משה formano la parola Adam/אדם — essere umano. Questi tre leader raggiunsero lo stato di essere umano ideale e perfetto e tutti e tre sono direttamente collegati al numero 21: Avraham diede inizio alla ventunesima generazione, Mosè rivelò il nome “Ehyeh/Io sarò”, il cui valore numerico è 21, il re Davide è il settimo ospite spirituale (Ushpizin) del settimo giorno di Sukkot, Hoshanah Rabbah, il ventunesimo giorno di Tishry.
Forse è proprio questo l’insegnamento culminante di Hoshana Rabbah, conclusione dei sette giorni di Sukkot: la vera forza spirituale, l’espiazione e la luce, si scoprono solo attraverso la via dell’umiltà e abbandonando definitivamente quella dell’arroganza, Chag Sameach e Shabbat Shalom.
