(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Sono passati ormai quattro mesi dalla rivelazione sul Sinai, e Moshè torna ad insegnare la Torà al popolo ebraico.
Rashì, utilizzando una logica molto semplice per calcolare il momento in cui gli eventi si svolgono, sostiene che Moshè scese con le seconde tavole il giorno di Kippùr, come descritto alla fine della parashà di Ki tissà, ed è evidente di conseguenza che l’inizio della parashà di Wayaqhèl si riferisca al giorno successivo.
Le cose non sono in realtà così semplici: quanto descritto nella parashà di Yitrò, quando viene consigliato a Moshè di riorganizzare l’amministrazione all’interno del popolo ebraico, risale al giorno successivo al perdono per il peccato del vitello d’oro. Sarebbe paradossale pensare a Moshè intento a giudicare il popolo d’Israele prima del dono della Torà.
I capitoli 18 e 35 descriverebbero quindi episodi verificatisi lo stesso giorno, il giorno dopo Kippùr.
Il momento è cruciale. Sul monte Moshè avrà imparato tantissime cose e deve solo decidere su cosa incentrare il suo discorso inaugurale. La scelta, come è noto, ricade sullo Shabbàt, ma la modalità è poco chiara: Moshè introducendo il suo discorso dice èlle ha-devarìm, queste sono le parole, come a volere accantonare le altre. Lo Shabbàt non è un’idea nuova per Israele, già ne aveva sentito parlare a Marà. Perché riproporre del materiale “vecchio”?
In realtà Moshè sta riprendendo un discorso interrotto in precedenza, le ultime istruzioni ricevute prima del vitello d’oro. Tuttavia, bisogna comprendere se la sua scelta è dettata da una ragione più profonda. Se non ci fosse stato il peccato del vitello d’oro avrebbe fatto altrettanto? Moshè crea una simmetria, è chiaro, ma quanto insegna ora ha una relazione con quanto avvenuto o no? Come scongiurare la possibilità di un altro vitello d’oro. La risposta di Moshè è chiara, lo Shabbat!
Vedendo questi capitoli in una prospettiva più ampia gli elementi simmetrici e i ricorsi si moltiplicano. L’ordine di costruire il mishkan prelude al peccato, mentre la costruzione lo segue. L’arca e i Keruvìm vanno considerati indipendentemente dal peccato e alla luce di esso. Le tavole dovevano essere poste da qualche parte, ma questo progetto intende riprodurre in piccolo la rivelazione del Sinai, con la voce divina che fluisce dallo spazio che è fra i Keruvìm, come se questo assetto fosse indipendente dal vitello d’oro. Rimane tuttavia un elemento, apparentemente innocuo, che stona: i volti dei Keruvìm, rivolti ish el achìv, l’uno verso l’altro.
Tutte le volte che quest’espressione compare nella Torà, ad esempio per i fratelli di Yosèf o nell’episodio degli esploratori, non dobbiamo aspettarci nulla di buono. L’altra volta in cui compare è quando il popolo ebraico si interroga sull’essenza della manna, che era uno dei tre miracoli che accompagnava costantemente il popolo ebraico nel deserto, assieme al pozzo e alle nubi di gloria.
Il Mabbìt nota che ricordiamo per mezzo di una festività solo le nubi, che sono manifestazione della misericordia divina, qualcosa che va oltre la necessità immediata, ma non il pane e l’acqua, che sono il sostentamento dell’uomo, e sono paragonati alla Torà, che è indispensabile per la vita spirituale del popolo ebraico. La Torà, che è chiamata nel Talmùd Rachamanà, parole del D. misericordioso, a noi sembra un espressione del din, del giudizio rigoroso. R. Bechayè risolve questa apparente contraddizione riferendosi al rapporto fra padre e figlio: anche se il padre parla amorevolmente, il figlio è portato a vedere delle asperità nelle sue parole. La Torà parla il linguaggio degli uomini, e riflette pertanto la prospettiva umana.
Queste dimensioni si possono individuare anche nel comandamento dello Shabbàt, Zakhòr, ricorda, la prospettiva divina che tende a creare un clima di spiritualità nello Shabbàt, e Shamòr, la prospettiva di Moshè, animata principalmente dal desiderio di non profanarne la santità. Il Rambàn spiega che il ricordo dello Shabbàt nei giorni della settimana ha lo scopo di affrontare la vita di tutti i giorni con un’aspettativa di santità, mentre l’osservanza vuole preservarne la santità. Preparare senza osservare sarebbe assurdo, osservare senza preparare sarebbe inconcepibile. Il comandamento dello Shabbàt intende ristabilire un equilibrio, che l’uomo aveva già messo in crisi nel giardino dell’Eden. Il compito di Adàm era le’ovdà ulshomrà, lavorare e sorvegliare, in un’atmosfera in cui lavoro e sorveglianza convivevano senza alcuna frattura. Dopo il peccato, all’uomo rimane solo il lavoro, mentre la sorveglianza del giardino dell’Eden viene affidata ai keruvìm. In questo nuovo contesto le forze in campo vengono modificate. Dopo il matàn Torà gli ebrei, con i keruvìm come alleati, devono proteggere la Torà e l’arca, e così per mezzo dello Shabbàt hanno l’opportunità di ricreare il proprio Gan ‘Eden spirituale.
