(basato su un articolo di Rav Lichtenstein)
(I giorno Rosh haShanah 5780)
La condizione fisica e spirituale dell’uomo rende il peccato un elemento non eliminabile all’interno della sua esistenza. Secondo Qohelet (7,20) non c’è alcuno che possa considerarsi al riparo senza peccare. Al contrario di quanto si possa pensare l’idea di peccato originale, o quantomeno che il peccato sia un elemento costitutivo nel nostro panorama spirituale, non è un’idea cristiana. L’affermazione secondo la quale “l’istinto dell’uomo è malvagio sin dalla sua giovinezza” è un versetto biblico (Gn 8,21).
I Maestri del Midrash (Bereshit Rabbà 34,10) considerano l’istinto malvagio come connaturato all’uomo. Compare con la nascita, mentre lo Yetzer ha-tov si affaccerà solamente anni dopo, quando il ragazzo sarà sottoposto alle mitzwot. Uno scontro impari, che parte in svantaggio, con un nemico che si rafforza continuamente (vedi Sukkà 52b, Qiddushìn 30b).
E’ assolutamente naturale che l’uomo tenda alla teshuvà, in una dimensione costitutiva che trascende il tempo, ma vi è anche una dimensione, quella normativa, che si presenta come profondamente temporale. La ghemarà in massekhet Yevamòt (49b) ci insegna che il Signore è vicino a noi, ogniqualvolta lo chiamiamo, ma c’è un momento particolare, nei dieci giorni fra Rosh ha-shanà e Kippùr, in cui il Signore è più vicino a noi. Quella che la ghemarà considerava una finestra trova poi il suo spazio nella halakhà, come un obbligo e una mitzwà (Rambam, Hilkhot Teshuvà 2,6-7).
Il peccato investe varie differenti dimensioni, che riguardano colui che ha peccato, che ha deviato dalla retta via, risulta toccato nella propria anima, macchiata, e che si aspetta una punizione, e al contempo la sua relazione con il Signore, con un senso di vergogna ed un’offesa recata al Cielo.
Nella teshuvà convivono due dimensioni, quella puramente normativa, che Rambàm sviluppa nei primi sei capitoli delle hilkhot teshuvà, e quella in risposta a una crisi, che viene sviluppata dal settimo capitolo in poi. Troviamo un approccio simile rispetto al tema della preghiera: Rambam per esempio ritiene che la tefillà sia un obbligo derivante dalla Torà; Ramban ritiene che sussista un aspetto ulteriore, che è quello della preghiera nel momento di crisi. La teshuvà nella crisi è quella di cui parlano tutti i profeti,e che condurrà Israele alla redenzione finale (Hilkhòt Teshuvà 7,5). Questo tipo di Teshuvà si interessa poco degli aspetti tecnici propri della teshuvà normativa, quanto piuttosto della relazione del peccatore con il Signore. Si tratta di un ritorno incentrato su elementi teologici piuttosto che etici. Non è una teshuvà me…, un allontanarsi da un determinato modo di comportarsi, quanto una shivà le… un ritorno a qualcosa, l’abbattimento di un muro, che non permetteva la comunicazione, tanto che le preghiere non erano ascoltate.
Sebbene i chakhamim tornino sovente sul concetto della teshuvà, sostenendone la centralità, non indicano una fonte testuale, chiara e univoca, che lo fondi. In tal senso è significativo vedere come Rambam e Ramban percepiscano la cosa in modo molto diverso, visto che Rambam, introducendo le hilkhot teshuvà, individua la fonte della teshuvà nel widdui, nella confessione delle colpe, mentre Ramban nel suo commento alla Torà (Devarim 30,11) si richiama ai celeberrimi versi nella parashà di Nitzawìm sul ritorno a D.
Ramban descrive un essere umano più maturo, che ha sbagliato sì, ma non è stato scosso nei suoi valori e nella sua visione della vita, che ha una macchia nera sull’anima, ma conosce la strada per ritornare a casa.
E’ possibile che la teshuvà debba intervenire in un ambito limitato nelle nostre esistenze, ma molto spesso essa stessa opera una crisi al nostro interno. Il peccato è come un veleno che si espande se non contrastato, e sovente è richiesto mettere in discussione il nostro io, la nostra auto-percezione.
Nessuno è felice di riconoscere le proprie colpe. Il nostro orgoglio è ferito. L’incontro con il divino provoca vergogna e paura, ci sentiamo privi di capacità per affrontare questa prova. In tale frangente la teshuvà normativa sembra avere un valore principalmente estetico, ma alcuna efficacia pratica. E’ possibile operare piccoli interventi qua e là, ma serve un cambiamento più radicale, una nuova nascita, per la quale sono necessarie nuove forze spirituali. Come fare, dal momento che è proprio ciò che ci manca? I Maestri in massekhet Berakhot (5b) sostengono che una persona imprigionata non può liberarsi da sola, ma ciò è esattamente quanto si richiede in questo caso.
Ma quella di essere soli in questa impresa è un’impressione, la Presenza divina ci è accanto in questo percorso, nelle parole del profeta Malakhì “tornate a me e Io tornerò a voi”. In questo percorso la Torà e lo studio possono aiutare, ma l’aspetto principale è di natura esistenziale, e consiste nell’acquisizione della predisposizione al pianto e alla supplica.
I Maestri in massekhet Berakhot (29b) distinguono fra una tefillà vissuta come un peso (qeva’) e una vera supplica. E’ possibile pregare e non riconoscersi nelle parole che si pronunciano, non percepire la tefillà come una priorità o un valore, non considerarla come un elemento importante nel nostro universo spirituale. Esattamente lo stesso può valere per la teshuvà: ci hanno insegnato da bambini che questo è il tempo migliore, tanto da tramutare la nostra teshuvà in qualcosa di meccanico. La ghemarà spiega che la supplica ha un suo linguaggio, e non si tratta necessariamente di un linguaggio fatto di parole. La chassidut ritiene che vi siano melodie talmente tanto interne da non avere parole e musica. Sforziamoci quindi di trovare al nostro interno le forze per operare questa rinascita spirituale ed esprimiamoci come ci riesce meglio. Shanà Tovà e Ghemar Chatimà Tovà a tutti voi e ai vostri cari.
