(da un articolo di Rav ari Kahn)
Il tema dominante all’interno della parashà di Reeh è quello dell’obbligo di istituire un luogo di culto centralizzato, un luogo destinato all’adorazione di D. Tutte le pratiche idolatriche sono di conseguenza proibite. Le numerose mitzwot che compaiono nella parashà sotto diverse forme sono legate a questo tema centrale, o declinate secondo questa prospettiva. Molte sono rivolte alla sostanza della pratica pagana, altre, come quelle relative al falso profeta, che travia il popolo conducendolo all’idolatria, sono più sottili.
Le norme della kasherut secondo alcune idee sono naturale conseguenza di tale contestualizzazione. Nel santuario è permesso offrire solo determinati animali. Fuori dal Tempio vale altrettanto. Rambam suggerisce persino che alcune delle norme della kasherut nascano in polemica con delle pratiche pagane.
Anche il tema dei mo’adim è qui affrontato in una chiave santuariocentrica. Si parla solo delle feste di pellegrinaggio, e non di Rosh ha-shanà e Kippur.
Nel bel mezzo di queste norme troviamo un’espressione (Dt. 12,28) secondo la quale dobbiamo compiere ha–tov weha-yashar be’enè H. Eloqekha, ciò che è buono e retto agli occhi del Signore tuo D.
Rashì spiega il senso dei termini tov e yashar: tov è agli occhi di D., yashar è agli occhi dell’uomo. Il commento di Rashì è quantomeno strano, dal momento che il verso della Torà non si riferisce in alcun modo all’uomo, ma solo a D. Perché inserire l’uomo nell’equazione? Qui si parla del nostro rapporto con D., non delle nostre relazioni interpersonali.
Come spesso avviene le parole di Rashì derivano da una tradizione rabbinica precedente, ma questo non fa che spostare indietro il problema: perché i chakhamim hanno letto così il verso?
I due termini effettivamente rappresentano due aspetti differenti, tov è un termine dotato di una valenza assoluta, una dichiarazione di valore intrinseco, per la quale è necessaria una prospettiva obiettiva e indipendente, yashar è un termine molto più sfumato, un certo comportamento adatto ad una determinata situazione può essere inadeguato per un’altra. Secondo il Maharal solo D. e nessun altro è in grado di stabilire cosa sia assolutamente buono e cosa no. L’uomo nella migliore delle ipotesi può intendere cosa sia retto.
Ramban da questa espressione e dal suo parallelo nella parashah di Waetchanan ricava un obbligo generale di essere onesti. La Torà stabilisce in maniera puntuale come dobbiamo comportarci in certe situazioni specifiche, ma non esaurisce in questo modo tutti i casi possibili e immaginabili: questa norma di ordine generale serve a inquadrare e indirizzare i nostri comportamenti in tutte le situazioni.
Chiaramente non abbiamo nessuna obiezione rispetto al fatto che la Torà esiga onestà, ciò che è meno chiaro è però perché la Torà inserisca questo comandamento proprio qui. Qual è il legame con il Santuario? Per comprendere meglio la questione è necessario interrogarsi sulla natura di Yerushalaim e del Bet ha-Miqdash. La terra di Israele fornisce delle alternative circa il servizio, una, molto immediata, costituita dall’idolatria, e l’altra, più ardua, costituita dal Santuario. L’idolatria viene descritta come il culto di montagne, colline, alberi verdeggianti, tutti immediatamente disponibili in Israele. Gerusalemme viene invece rappresentata dal Salmista (125,2) come circondata da montagne. Per raggiungerla è indispensabile affrontare una salita. La crescita spirituale richiede uno sforzo. L’idolatria è una soluzione rapida e apparentemente indolore, ma è espressione di narcisismo, mentre il vero servizio è un atto di sottomissione. L’uomo deve mettere da parte se stesso per far posto al Creatore. La dimensione del Bet ha-miqdash non è fondamentale solo a livello geografico o sociale, ma si tratta di un’esperienza trasformativa. Salire a Gerusalemme è l’esatto opposto dell’idolatria, ma questo non significa ancora che l’idolatria è stata sradicata. Può infatti persistere nei comportamenti e nelle credenze delle persone. In questo caso l’uomo rischia di vivere una doppia vita, una a Gerusalemme, dove si serve D., una al di fuori, non ispirata da un certo comportamento nei confronti dei propri simili. In questo caso, sebbene se coperta, l’idolatria è ancora lì. Il servizio divino permane a un livello superficiale se non viene poi riflesso nella vita di ogni giorno e delle relazioni interpersonali. Per questo serve fare anche ciò che è retto agli occhi degli uomini. Le due dimensioni vanno di pari passo. Solo così sarà possibile avere al contempo l’armonia fra uomo e D. e quella fra esseri umani. L’importante è fare il primo passo in questa salita, e quelli successivi verranno naturali.
