(da una lezione di Rav Ezra Bick)
Il divieto del chametz è differente da tutti gli altri divieti della Torà. L’aspetto più evidente è che è in vigore solo per un periodo limitato di tempo, sette giorni, in Diaspora otto. La domanda è semplice: se il chametz è “cattivo” perché non vietarlo tutto l’anno? Oppure, se non lo è, perché vietarlo a Pesach?
Ci sono altri tratti distintivi: i divieti si dividono in due grandi categorie, quelli di cui è vietata l’assunzione e quelli di cui è vietato godere. Qui ci troviamo in presenza di una novità, che è il bal yeraè, il divieto che si veda o si trovi chametz in nostro possesso nelle nostre proprietà. Di qui tutte le regole della vigilia di Pesach, volte all’alienazione e all’eliminazione del chametz e tutte le profonde pulizie di questi giorni. E’ permesso tenere un prosciutto intero in casa, ma non un’innocente pagnotta.
Questa “persecuzione” assume altri aspetti halakhici rilevanti: in presenza di determinate condizioni generalmente i divieti sono soggetti ad annullamento, il chametz no. E’ vietato in qualsiasi quantità e non può essere annullato. Per le caratteristiche della nostra industria alimentare praticamente qualsiasi alimento lavorato deve essere sottoposto a verifica.
Queste norme conducono alla cancellazione del chametz dalle nostre vite. Secondo il Ramban lo scopo è quello di eliminare il chametz dalle nostre menti, dovrebbe essere come polvere ai nostri occhi. Che c’è di male e soprattutto perché il nostro atteggiamento muta radicalmente una settimana dopo?
Tutti sappiamo che c’è un legame intimo e strutturale fra Pesach e Shavuot, uniti dalla sefirat ha-’omer. Questo per indicarci che c’è un processo che culmina in Shavu’ot. La libertà che si rivela il prerequisito indispensabile per la responsabilità. Fisicamente c’è un legame che abbiamo perso di vista perché non abbiamo più il Bet ha-miqdash, il passaggio dalla matzà ai pani che venivano offerti di Shavu’ot. Il chametz non è qualcosa di non desiderabile, dal quale non riusciremmo ad astenerci tutto l’anno, ma l’oggetto di un’offerta a D.
Il processo di lievitazione rappresenta lo sviluppo dei poteri insiti in qualcosa. La matzà è farina e acqua messa in forno. Lo stesso impasto, lasciato riposare, cresce magicamente, realizzando un potenziale nascosto. C’è qualcosa di male in questo? Tutt’altro! Potremmo dire anzi, che questo è lo scopo di una vita vissuta secondo la Torà. Ma dobbiamo stare attenti. Quando questo processo viene lasciato a se stesso, può produrre conseguenze catastrofiche. Le potenzialità grezze dell’essere umano sfociano nell’anarchia, perché traboccano di vitalità. Ottenuta la libertà, non si deve permettere alle inclinazioni e ai desideri repressi di emergere. Proprio allora si deve fare la massima attenzione. Dobbiamo capire quale, fra le infinite possibilità che ci si aprono davanti, sia quella giusta. Capisci prima qual è lo scopo della libertà, e solo allora approfitta del potere della crescita incontrollata.
Quello della libertà è un concetto dalla profonda valenza halakhica. In sua assenza non è possibile dedicarsi davvero al servizio divino. La libertà da sola è vuota. Per questo molti pensatori hanno pensato di concederla solo a chi aveva una prospettiva corretta. La Torà ha un’altra visione delle cose. Anche se non coincide a livello di tempistica agricola, Pesach è l’aratura, esperienza estrema di pura libertà. La terra è spoglia, ma per chi sa che piantarci è uno spettacolo bellissimo! Il chametz rappresenta l’orgoglio, che di per sé non costituisce un elemento negativo, ma in uno stomaco vuoto non è altro che aria. Serve ripetere questo processo ogni anno? Certo, per due motivi. Anzitutto dobbiamo liberarci dalla schiavizzazione che abbiamo subito ogni anno. C’è del vero nell’idea secondo la quale l’impegno può tramutarsi in una schiavitù. Tornare alla pura libertà per arrivare alla Torà, dopo avere sperimentato entrambe separatamente. Pesach notoriamente, nonostante gli sforzi, è povero di manicaretti. La libertà è un piatto povero, e così dovrebbe essere assaporato, perché il vero gusto è in qualcosa che ancora non c’è.
