(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Sebbene le parashot di Tazrìa e Metzorà si interessino in gran parte a questioni di fisiologia umana, la Torà non è un libro di medicina. Le situazioni descritte nel testo vanno affrontate da un punto di vista spirituale. Le malattie della pelle nello specifico dipendono da difetti spirituali. La tzara’at, resa comunemente come lebbra, è associata alla parola o al suo abuso, al fallimento dell’uomo di manifestare l’immagine divina che è impressa in lui.
Il mondo è stato creato con la parola. Per D. sarebbe stato sufficiente un atto di volontà, ma ha scelto la parola. L’uso corretto della parola è un’emulazione di D. Un discorso offensivo o distruttivo non solo contamina il mezzo divino di cui siamo stati dotati, ma comporta delle conseguenze di ben più ampio respiro.
Il primo essere ad abusare del linguaggio fu il serpente nel Gan ‘Eden. Il Talmùd (Arakhìn 15b) costruisce un’analogia fra il calunniatore e il serpente. Gli animali feroci, come il lupo o il leone, attaccano per sopravvivere. Solo l’uomo attacca per sport, emulando il serpente, che non traeva alcun vantaggio dalle proprie parole. Non c’era alcun beneficio imminente, nessun istinto di sopravvivenza in gioco. Solo il compiacimento del proprio ego.
Chi viene colpito con la tzara’at viene estromesso dalla comunità, posto in un luogo dal quale non potrà danneggiare con il suo veleno. L’isolamento totale è indicatore di uno stato di impurità che sotto certi aspetti è più profondo di quello dovuto al contatto con i morti, che è l’avì avòt ha-tumà, l’archetipo dell’impurità, e preclude solo l’accesso al luogo sacro, il Mishkan o il Miqdash, ma non comporta l’esclusione dalla società.
La parola può essere usata ovviamente in modo virtuoso, per pregare, studiare Torà, incoraggiare e aiutare chi è in difficoltà.
La parola rappresenta gli estremi dell’interazione fra gli uomini, può essere usata per gli scopi più elevati o più distruttivi.
Parlando per creare il mondo, D. creò anche le lettere, i mattoni della creazione. Il Sèfer Yetzirà presenta cripticamente questa idea: 22 lettere, 231 porte, e non c’è nulla di più alto dell’oneg e più basso del nega’.
Il termine nega’ compare spesso in relazione alla tzara’at, oneg è il piacere proprio dello Shabbat. Secondo la concezione mistica Shabbat e Tzara’at sono due poli opposti. Shabbat è il giorno in cui l’esistenza mondana viene elevata, in una dimensione in cui gli elementi più basilari dell’esistenza umana, come il riposo il cibo, vengono infusi di santità. All’estremo opposto troviamo il nega’, che colpisce l’uomo che utilizza un’entità spirituale, la parola di cui è stato dotato, e la svilisce per mezzo di un uso scorretto.
Concetti agli estremi opposti, ma con una somiglianza evidentissima. Stesse lettere, solo la loro sequenza differisce.
Non bisogna prendere alla leggera il potere della parola. Deve essere usata per costruire, esprimere lo spirito divino che è in noi, piuttosto che usarla per portare isolamento, impurità e distruzione.
Sefat Emet osserva che il termine tzara’at è composto dalle stesse lettere di ‘Atzeret, che nella tradizione rabbinica è il termine che viene usato per indicare Shavu’ot. Dopo sette settimane, il popolo ebraico giunge unito al Sinai per ricevere la Torà. L’unità è un prerequisito per meritare la Torà, quella Torà che è l’antidoto contro il veleno del serpente, così come viene detto in massekhet ‘Arakhin (15b), “qual è il rimedio per i calunniatori? Se è uno studioso, si occupi di Torà, come è detto ‘l’albero della vita è una guarigione per la lingua’ (Pr 15)”.
Il serpente è stato attratto dall’albero della conoscenza. Il rimedio è l’altro albero del giardino, l’albero della vita, che è la Torà.
Generalmente queste parashot vengono nelle settimane che intercorrono fra Pèsach e Shavu’òt. In questo periodo, narra il Talmùd in massekhet Yevamot (62b), morirono gli allievi di R. Aqiva, che non si trattavano reciprocamente con rispetto. La loro discordia non consentì loro di arrivare a Shavu’ot. Come morirono? Per via di una malattia chiamata Askarah, che, spiega Rashì, è un segno della maldicenza.
Gli allievi di R. Aqivà non erano in grado di riconoscere la grandezza dell’altro, non riuscivano a far spazio ad altri che al proprio ego.
Questo atteggiamento è un segno di insicurezza, chi è sicuro è pronto a riconoscere la grandezza altrui, senza sentirsi minacciato.
In questo modo fu possibile ricevere la Torà. Ciascun ebreo era consapevole di avere un ruolo unico e insostituibile nel destino del popolo. Nessuno avrebbe potuto ricevere la Torà da solo. Se vogliamo raggiungere la grandezza spirituale, dobbiamo lavorare per rompere l’isolamento del nostro ego, per vedere le differenze fra di noi non come un punto di divisione o conflitto, ma come i pezzi di un mosaico multicolore che formano un insieme armonioso.
R. Nachman di Breslav insegnava che tutti i grandi risultati spirituali, il ricevere la Torà, costruire il Mishkan, entrare in Israele, sono accomunati dal coinvolgimento delle masse. Chi abusa della parola e viene estromesso non contribuisce al raggiungimento di questi obiettivi. Dobbiamo individuare i segni della grandezza in noi e trovare la capacità di riconoscerli negli altri, per creare un mondo di ‘oneg, in una realtà che è piena di manifestazioni di nega’. Il modo più efficace per contrastare la tzara’at è la creazione dell’armonia, dell’atzeret.
