Intervento in “Frattura e ricomposizione: una lettura interconfessionale del principio di fraternità”
27/10/2019
Shalom. Mi sembra giusto salutare con questa espressione, ricordando che Shalom è un Nome divino.
Mi perdonerete se molte delle idee che presenterò quest’oggi sono tratte principalmente dal pensiero e dalle opere di Rav Jonathan Sacks, che considero, fra i rabbini ortodossi, quello che più e meglio si è speso per investigare, in modo tutt’altro che banale, con uno stile alto, ma al contempo comprensibile e coinvolgente, i temi che oggi vogliamo affrontare. Credo che i principali destinatari delle sue fondamentali opere, probabilmente un unicum nella riflessione religiosa contemporanea, siano i non ebrei.
Purtroppo, visto il tempo a disposizione, sarà possibile solamente accennare alcuni punti che considero più importanti. Per chi volesse approfondire rimando alle due opere di Rav Sacks tradotte in italiano, La dignità della differenza (Sacks 2004) e Non nel nome di D. (Sacks 2017), testi impegnativi e stimolanti.
Il mondo attuale
Viviamo in un’epoca rivoluzionaria. Internet ha imposto tanti cambiamenti, producendo notevoli vantaggi, ma al contempo modificando, in modo apparentemente incontrastabile, il nostro modo di vivere e vedere il mondo. Immagino che non serva spiegare come il mondo attuale sia sempre più concentrato sulla tecnica e che ciascuna disciplina tenda a fornire risposte sempre più specializzate ai vari problemi: “I sistemi economici creano dei problemi che non possono essere risolti tramite la sola economia. La politica solleva delle domande a cui non è possibile rispondere con il solo calcolo politico”. Il nostro modo di esprimerci è cambiato sensibilmente, con “la scomparsa dell’«io devo» a favore dell’«io voglio», «io scelgo», «io sento»” (Sacks 2004, 11).
E’ richiesto invece un approccio sempre più globale. Ciò vale sia per il singolo individuo, sia per la società. La tendenza è quella di parlare esclusivamente con interlocutori che condividono le nostre idee. I social network, che ci danno la falsa impressione di essere cittadini del mondo sempre connessi con terre sconosciute, ci mettono sempre in contatto con altri vicini a noi per idee politiche e orientamenti: “Troppo spesso nel mondo d’oggi i gruppi parlano al loro interno e non gli uni con gli altri: ebrei con ebrei, cristiani con cristiani, musulmani con musulmani, business leader, economisti e contestatori globali con i loro rispettivi sostenitori” (Sacks 2004, 10).
Sempre di più è necessario cercare di creare i presupposti per la rinascita della piazza come luogo di incontro: “La conversazione, il cuore pulsante della politica democratica, sta morendo e con essa la possibilità di una pace civile” (Sacks 2004, 11).
Il fatto che oggi assistiamo al ritorno di ideologie che immaginavamo sepolte è tutt’altro che casuale: “La politica contemporanea ha poco da dire sulla condizione umana” (Sacks 2004, 21).
Sempre più entriamo in contatto con chi è diverso e lontano da noi, e forse non siamo adeguatamente preparati all’incontro: “Da una parte la globalizzazione ci avvicina come non era mai accaduto in passato e intreccia le nostre vite – a livello nazionale e internazionale- in modi complessi e inestricabili. Dall’altro, un nuovo tribalismo – una regressione a lealtà più antiche e contrastanti- ci sta allontanando in modo sempre più rabbioso (Sacks 2004, 15-16).
Entrare in contatto con il diverso è una sfida e un’opportunità per la quale dobbiamo farci trovare adeguatamente preparati: “Nel nostro mondo, dove tutto è connesso, dobbiamo imparare a sentirci arricchiti, e non minacciati, dalla differenza” (Sacks 2004, 5). Dobbiamo essere consci di avere una radice comune: il Talmud (Sanhedrin 37a) considera la creazione di un unico uomo uno sprone alla ricerca della pace. Nessuno di noi è autorizzato a dire “mio padre è più grande del tuo”. Al contempo però dobbiamo mostrarci capaci di apprezzare la diversità, e non essere impauriti da essa: “La diversità è ciò che dà colore e consistenza alla nostra vita sulla terra. L’arte, l’architettura, la musica, le storie, le celebrazioni, il cibo, le bevande, la danza: tutte queste sono cose particolari. Nessuna di esse è un universale astratto… Non puoi avere un’identità che dice: Sono semplicemente un essere umano… L’identità è plurale” (Sacks 2017, 208). In un testo intitolato Pace mondiale?, scritto in piena prima guerra mondiale, Thomas Mann cita un dramma di Dehmel, dove a mio parere viene indicato un punto molto importante: “persino il sentimento più grande diviene piccolo se fa sfoggio di grandi principi; un po’ di bene da uomo ad uomo è meglio di tutto l’amore per l’umanità”. Giustamente Thomas Mann ritiene che “L’amore per l’umanità retorico, politico, è un tipo di amore abbastanza periferico ed è solito essere comunicato nella maniera più struggente, lì dove manca di centralità. Divieni migliore tu stesso, meno duro, meno autoritario e borioso, meno aggressivo e presuntuoso, prima di giocare al filantropo…” (Mann 2001, 18).
Il ruolo delle religioni
Basta scorrere un qualsiasi manuale di filosofia per realizzare che nella storia del pensiero la pace non ha ricevuto la stessa attenzione che è stata riservata alla giustizia. Ciò può dipendere da vari motivi, si può considerare la pace come una conseguenza della giustizia, oppure si può ritenere che occupi una posizione subordinata in una scala di valori (Roth 2008, 155). Questo fatto risulta con tutta la sua evidenza nelle società democratiche: il perseguimento della pace a discapito della giustizia non è desiderabile in democrazia (Roth 2008, 156).
Nel nostro discorso è di fondamentale importanza distinguere fra due piani, quello proprio della società nel suo complesso e le relazioni interpersonali fra gli esseri umani.
Nelle tradizioni religiose in generale, e in quella ebraica in particolare, al tema della pace è stato dedicato uno spazio considerevole. Vari passi nel Talmud sono introdotti dall’adagio “Grande è la pace”. Il prototipo di chi persegue la pace è il Sacerdote Aharon che “ama la pace, persegue la pace, ama le creature e le avvicina alla Torà” (Avot I,12).
Le religioni hanno qualcosa da dire per contribuire alla creazione di questa pace? Tanti intellettuali sono fermamente convinti di no. La religione è anzi portatrice e promotrice di conflitto, e in questo senso superflua. Questo approccio era determinato dalla edificazione delle infrastrutture che avrebbero generato la società moderna come la conosciamo: “Se vi era una cosa su cui gli architetti della modernità occidentale concordavano, questa era il fatto che la religione organizzata aveva fatto il suo tempo. Tutta la sua infrastruttura di credenze e pratiche sarebbe stata sostituita a favore della fede nella razionalità” (Sacks 2004, 47).
Circa i religiosi dobbiamo essere franchi, spesso hanno schivato il problema. Le religioni presentano dei modelli forti, con spigolosità che possono creare dei conflitti. Una delle grandi novità dell’ultimo mezzo secolo è lo sviluppo del dialogo interreligioso, ma le modalità che ha assunto, pur garantendo dei risultati positivi, hanno mostrato in modo particolare una criticità: “Spesso, quando i leader religiosi si incontrano e parlano tra loro, l’enfasi viene posta sulle rassomiglianze e sui punti in comune, come se le differenze fra le fedi fossero superficiali e triviali (Sacks 2004 ,31). Evidentemente questo atteggiamento non paga: “La religione può essere una fonte di discordia. Ma può essere anche una forma di risoluzione dei conflitti. Il primo caso ci è familiare, il secondo molto meno” (Sacks 2004, 12). Il clima di dialogo spesso ha cercato di sottovalutare o offuscare le differenze dottrinali, più o meno manifeste, fra le varie religioni o all’interno dei medesimi gruppi religiosi, perdendo di efficacia e non confrontandosi con i veri problemi, che hanno dato luogo a conseguenze disastrose: “Non ha senso parlare della pace divina se si ignora che in nome di D. sono state condotte guerre sanguinose tra religioni differenti e all’interno delle stesse religioni. Questa non è solo storia passata… ma è anche una triste e terrificante realtà che agli inizi del XXI secolo riesplode con tutta la sua drammaticità” (Di Segni 2006).
E’ indispensabile essere fermi su un punto in modo particolare: “Un’idea è responsabile più di ogni altra (per citare le parole di Isaiah Berlin) del massacro di esseri umani sull’altare dei grandi ideali storici: l’idea che chi non condivide la mia stessa fede – o la mia stessa razza o la mia ideologia – non condivida neppure la mia umanità (Sacks 2004, 57).
Serve tanto coraggio, “La pace implica una profonda crisi d’identità. I confini tra il sé e l’altro, tra amico e nemico, devono essere ridefiniti” (Sacks 2004, 16). Al contempo tanta consapevolezza. Siamo portatori di profondi messaggi millenari, e evidentemente siamo convinti del valore delle nostre credenze, “Essendo tutti differenti, abbiamo tutti qualcosa di unico da dare” (Sacks 2004, 32). I nostri messaggi possono entusiasmare, ma anche produrre un’esplosione: “La fede è fuoco, e in quanto tale può riscaldare ma può anche bruciare. E noi siamo i guardiani di questo fuoco” (Sacks 2004, 20).
Conclusione
Indipendentemente dalle numerose e spesso sensibili differenze fra le varie dottrine religiose, un modello che spesso viene richiamato è quello dell’imitazione della divinità. Nelle fonti tradizionali e liturgiche D. è presentato come Colui che fa la pace (‘osè shalom) nell’alto dei Cieli.
Il termine Shalom deriva da una radice sh-l-m, rimanda alla dimensione della completezza.
Shalom ‘alekhem, che non significa “la pace sia con voi”, ma “la pace sia sopra di voi”, qualcosa che da sopra si diffonde verso il basso.
Bibliografia
Di Segni 2002
R. Di Segni, Pace e guerra nella storia e nel diritto di Israele, in P. Stefani-G. Menestrina (a cura di), Pace e Guerra nella Bibbia e nel Corano, Brescia 2002, pp. 29-40.
Di Segni 2006
R. Di Segni, Desiderio di D. domanda di pace, Assisi 4,9,2006, convegno del S. Egidio.
Mann 2001
T. Mann, Pace mondiale e altri scritti, Napoli 2001
Roth 2008
S. Roth, The Status of Peace as Moral Value, Tradition 41:2, pp. 155-163.
Sacks 2004
J. Sacks, La dignità della differenza, Milano 2004
Sacks 2017 J. Sacks, Non nel nome di D., Firenze 2017
