La Parashat Ekev si apre con le parole “Vehayà ekev tishmeun”, “E avverrà, in conseguenza del fatto che ascolterete”. La parola ekev indica ciò che viene alla fine, la conseguenza, ma significa anche “tallone”. Rashi utilizza proprio questo significato e spiega che la Torah allude alle mitzvot considerate leggere, quelle che talvolta l’uomo tende a “calpestare con il proprio tallone”. Il tallone ci riporta inevitabilmente a Yaakov Avinu, che nasce con la mano che afferra il tallone di Esav. Il Kli Yakar legge in questo gesto qualcosa che va ben oltre l’episodio della nascita: Esav avrebbe disprezzato la primogenitura come una cosa che si calpesta con il tallone, mentre Yaakov afferra proprio ciò che Esav disprezza. E così, aggiunge il Kli Yakar, Yaakov afferra e osserva quelle mitzvot leggere che gli uomini tendono a calpestare. Esav rappresenta così l’uomo che guarda ciò che appare immediatamente grande; Yaakov sa trovare grandezza anche nelle piccole cose. Non a caso il Ben Ish Chai vede nel nome Yaakov la lettera yud unita alla parola ekev: la dimensione più elevata deve riuscire a raggiungere persino il tallone. Allo stesso tempo, il nome Yisrael richiama il rosh, la testa. Nei due nomi del Patriarca che darà il nome al popolo ebraico troviamo così un movimento spirituale completo: aspirare alle altezze della testa senza mai trascurare ciò che si trova all’altezza del tallone.
Ma proprio quando l’uomo raggiunge il rosh, quando cresce, costruisce e ottiene successo, nasce un nuovo pericolo. Moshe avverte Israele di non pensare: “La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno procurato questo successo”. La Torah, però, non risponde dicendo che l’uomo non possiede alcuna forza: “Ricorderai Hashem tuo D.o, perché è Lui che ti dà la forza per ottenere successo”. Il Ben Ish Chai definisce questa consapevolezza come ”il fondamento dell’esistenza del mondo”: l’uomo deve ricordare che ciò che riesce a realizzare non deriva da una forza autonoma, ma da una forza ricevuta. Il Nefesh HaChayim porta questo principio ancora più in profondità spiegando il Nome Elokim come “Ba’al hakochot kulam”, il Padrone di tutte le forze. Ogni forza esistente nel mondo riceve continuamente da Hashem la propria possibilità di esistere e di agire; se questa influenza cessasse anche per un istante, nulla potrebbe continuare ad esistere. Spiega il Nefesh HaChayim se HasVeShalom H” volesse distruggere il mondo non dovrebbe mandare forze distruttrici, basterebbe non fornire più quell’energia che mantiene il mondo e gli dà vita. La vera umiltà, quindi, non consiste nel negare le proprie capacità. Un uomo può essere intelligente, forte, ricco, capace e perfino consapevole di esserlo. La domanda è se considera sé stesso origine di quella forza oppure destinatario di quella forza. È precisamente qui che l’Orchot Tzaddikim individua la radice della gaavà-altezzosità.
Nel primo capitolo, dedicato proprio all’orgoglio, cita la sequenza della nostra Parashà: l’abbondanza conduce all’innalzamento del cuore; questo conduce a dimenticare Hashem; fino ad arrivare a “la forza e la potenza delle mie mani”. La gaavà non è soltanto sentirsi grandi: è dimenticare la Fonte della propria grandezza. Forse allora Ekev ci insegna quale debba essere il cammino dell’uomo. Dobbiamo aspirare al rosh: crescere nella Torah, nella conoscenza, nelle capacità e nelle responsabilità. Ma più saliamo, più dobbiamo conservare qualcosa di Yaakov, di quella yud capace di raggiungere fino all’ekev. Perché la vera grandezza non consiste nel rimanere piccoli, ma nel diventare grandi senza che la grandezza ci faccia dimenticare da dove veniamo. Essere Yisrael significa poter arrivare con la testa molto in alto, continuando a sapere che anche il più piccolo passo del nostro tallone è possibile soltanto grazie a Colui che ci dona la forza per compierlo. Forse è proprio questo il cammino che trasforma Yaakov in Yisrael e che ciascuno di noi è chiamato a percorrere: non abbandonare mai l’ekev mentre si aspira al rosh, non dimenticare le piccole cose mentre si cercano quelle grandi, non dimenticare la Fonte mentre cresce la nostra forza. Solo allora l’uomo può diventare quella scala che Yaakov vide nel suo sogno, piantata saldamente nella terra e con la testa che raggiunge il cielo: perché forse il compito dell’uomo non è fuggire dalla terra per raggiungere il Cielo, ma vivere così profondamente ciò che è in basso da riuscire, gradino dopo gradino, a congiungerlo con ciò che è in Alto.
