Emergencycanavese – Centro Gandhi – MIR di Ivrea
Saluto introduttivo di Rav Ariel Di Porto – 7/11
Saluto tutti i presenti. Sono dispiaciuto per non potere essere con voi oggi a questo incontro, ma altri impegni istituzionali mi hanno trattenuto a Torino. Tuttavia, ho il piacere di farvi pervenire una breve riflessione sull’importante tema scelto per l’appuntamento odierno.
Cento anni dalla fine della prima guerra mondiale. Prima guerra mondiale che per gli ebrei italiani fu la grande occasione per dimostrare la propria fedeltà alla nazione in seguito all’emancipazione. Prima guerra mondiale che, a posteriori, dopo la promulgazione delle leggi razziali, fu vissuta dagli ebrei italiani come un bruciante tradimento.
Anzitutto un’amara constatazione: gli orrori di due guerre mondiali non sono, nostro malgrado, riusciti a debellare la tendenza degli uomini di impugnare le armi per perseguire i propri scopi.
Il termine dell’ultimo conflitto mondiale, la conta dei morti, la desolazione e la imperante distruzione, hanno inaugurato il più lungo periodo di pace che la storia europea abbia mai conosciuto. Ma tante altre aree del mondo sono scosse da sanguinosi conflitti. Molti di essi sono determinati, almeno parzialmente, da ragioni di ordine religioso.
Ciononostante, la dolorosa domanda che coinvolge tutti, anche noi, è se ormai siamo immunizzati rispetto a certi pericoli, o se rischiamo di cadere, secondo altra modalità, nei medesimi errori.
Uno dei grandi protagonisti del mondo ebraico contemporaneo è sicuramente Rav Jonathan Sacks che ha dedicato a questi temi, sullo spunto del fortunato volume di Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, due volumi, tradotti in molte lingue, fra cui l’italiano: il primo, dal titolo delizioso, La dignità della differenza: Come evitare lo scontro delle civiltà; il secondo, pubblicato di recente, dal titolo Non nel nome di D.: Confrontarsi con la violenza religiosa. Entrambi sono considerati fra i testi più ispirati scritti da un leader religioso negli ultimi decenni, e ne consiglio senz’altro la lettura. Le idee che riporterò, non potendomi dilungare eccessivamente, sono per lo più riprese dalla sua riflessione.
Democrazia e libertà, gli stendardi della nostra civilizzazione, non sono universalmente apprezzati.
Nel mondo nel quale viviamo, in base alle previsioni, si assisterà a un pronunciato processo di desecolarizzazione. I tassi di natalità dei gruppi religiosi sono molto alti, e la composizione religiosa dell’Europa si modificherà nei prossimi decenni in modo sensibile. In molti paesi del mondo gli estremisti religiosi stanno assumendo il potere. In tanti altri si stanno affermando interpretazioni quantomeno muscolari del potere. Queste circostanze ci impongono una riflessione sull’uso della violenza, sulla guerra, e in modo particolare sulla guerra di religione. Ciascuna tradizione religiosa ha i suoi testi duri, difficili da digerire in base alla nostra sensibilità. Il più formidabile nemico della nostra civiltà, così come è concepita, è la lettura letterale dei testi religiosi, senza una adeguata interpretazione.
Nella tradizione ebraica troviamo un’evoluzione notevole in questo senso, dettata certo da ragioni di ordine storico, ma anche considerazioni di carattere più generale sul destino e il compito dell’umanità.
I profeti sono i primi ad aspirare ad una pace universale. Il secondo capitolo del libro di Isaia presenta delle immagini meravigliose, la trasformazione delle lance in vomeri, i popoli che non si aggrediranno reciprocamente, ma rimanda ad una dimensione propria della fine dei tempi. La costruzione della pace nel contesto attuale è un’aspirazione ben meno ambiziosa, ma che richiede notevoli sforzi da parte nostra.
La Bibbia si oppone con forza alla confusione fra religione e potere. Uno dei suoi grandi obiettivi polemici è la concezione del potere dei Babilonesi e degli Egiziani, che è ben rappresentata dai suoi edifici più imponenti, le ziggurat e le piramidi.
L’uso della forza, indipendentemente dagli esiti incerti che caratterizzano le guerre asimmetriche di oggi, che vedono sempre più spesso il più forte militarmente soccombere, non è sufficiente per fermare la guerra. Per vincere una guerra possono rivelarsi utili le armi, ma per vincere la pace servono idee.
I credenti di ogni fede devono porsi delle domande estremamente scomode. Il Signore gradisce i nostri sacrifici umani? Quando scegliamo la guerra santa D. si rallegra? Vuole che odiamo i nostri nemici, e terrorizziamo coloro che consideriamo dei miscredenti?
E ancora, quando assumiamo queste decisioni, possiamo dirci certi di avere interpretato correttamente i testi della nostra tradizione religiosa?
Le religioni, oggi più che mai, devono fare quadrato per promuovere alcuni valori, quali quello della sacralità della vita, della libertà di professare la propria religione, dell’importanza della salvaguardia dell’onore di D. stesso. Nel nostro mondo non può e non deve trovare posto, dopo tutto quello che è accaduto, la predicazione dell’odio.
