(tratto da un articolo di Rav Ari Kahn)
Mentre il discorso di Moshè volge al suo termine, vengono affrontate delle questioni di ordine pratico. Un problema fondamentale che si stava per porre era quello della sua successione. Il discorso che Moshè rivolge a Yehoshua, pronunciato di fronte a tutto Israele, persegue l’obiettivo di legittimare la sua autorità: gli chiede di avere forza e coraggio; il Signore sarà con lui. Il messaggio, pochi versi dopo, sarà confermato da D. in persona, che per la prima volta nel libro interviene direttamente. La narrazione sembra seguire un flusso naturale. La vita e la missione di Moshè si stanno avvicinando alla fine, e il Signore acconsente finalmente a dare seguito alla richiesta di Moshè di nominare un successore, affinché il popolo ebraico non fosse un gregge senza pastore. Ma la narrazione viene interrotta, per trasmettere un’ultima norma, quella dell’haqhel.
Il libro di Devarim è tutt’altro che estraneo all’idea di legge. Varie mitzwòt vengono insegnate qui per la prima volta; altre, riportate in precedenza in altre sezioni della Torà, vengono ripetute, e da qui il nome Deuteronomio, Mishnè Torà, la ripetizione della Torà. Oltre a leggi nuove e ripetute tuttavia c’è una terza categoria di norme, quelle presenti nei libri precedenti, ma che vengono arricchite di nuovi elementi.
Questo è il caso dell’haqhel. La narrazione che lo precede riguarda gli ultimi giorni di vita di Moshè. Proprio per questo motivo gli viene assegnato il compito di mettere per iscritto la Torà, che sino a quel momento era trasmessa oralmente, e trasmetterla ai sacerdoti e agli anziani, che da quel momento assumono il compito di educare la nazione. Il verso successivo, che interrompe la narrazione, ci parla di un aspetto della shemittà che non ci era familiare. Sebbene le norme dell’anno sabbatico siano descritte con dovizia di particolari nella parashà di Behar Sinai, ai piedi del monte, qui, nel discorso di Moshè, pronunciato 38 anni dopo, troviamo un nuovo aspetto della shemittà, l’haqhel: arrivati in Israele, durante la festa di Sukkot, alla fine dei sette anni, la legge verrà letta di fronte a tutto Israele, uomini, donne, bambini, stranieri, affinché possano imparare e temere l’Onnipotente. In questo modo i loro figli, che non hanno saputo, avranno modo di fare altrettanto vivendo in terra di Israele.
In questo grande raduno il momento clou era costituito dalla lettura della Torà da parte del re. Non è difficile immaginare dei contesti, forse più naturali, nei quali questa norma sarebbe potuta comparire: ad esempio nella sezione relativa all’anno sabbatico, o nel brano sulle norme del re. Perché interrompere la narrazione riguardante l’eredità spirituale di Moshè e della sua successione.
Sicuramente c’è una logica sottostante collegata alla natura dell’anno sabbatico, la legge di Israele per eccellenza, che riguarda una società agricola che si stabilirà nella terra promessa, e che viene applicata solo in terra di Israele. Si può ritenere che sia naturale che questa norma sia insegnata proprio ora, dal momento che il popolo ebraico sta per entrare nella terra, specialmente se pensiamo che dal rispetto di queste regole dipenderà la possibilità di avere una presenza continua in Israele. Se così fosse però, tutte le norme relative all’anno sabbatico sarebbero dovute essere insegnate qui.
Vi è un altro elemento importante però, che è collegato al flusso narrativo: Moshè come capo del popolo ebraico indossava molti cappelli, quello del diplomatico che negoziava con il Faraone, del combattente per la libertà, il liberatore, colui che aveva dato la legge, e si preoccupava affinché venisse seguita. Giudicava il popolo, ma fu colui che lo difese quando questo trasgredì.
La sua sostituzione doveva essere d certo non semplice. Il sostituirlo in un ruolo avrebbe creato dei buchi sotto altri aspetti. Yehoshua sarà sicuramente un capo militare capace. Era un incarico che aveva già ricoperto; probabilmente avrebbe condotto il popolo ebraico in Israele con successo. Tuttavia come leader a livello spirituale era destinato a fallire. La Torà, quando Moshè muore, sottolinea questo fatto da subito. Non ci sarà alcun profeta come Moshè.
L’haqel in questo senso ha un significato molto profondo a livello esperienziale. Il Rambam spiega che quando il popolo si riunisce per ascoltare il leader leggere la Torà ripete in qualche modo l’esperienza del Sinai. La generazione di Yehoshua e tutte quelle successive non avranno un Moshè, si sentiranno vuote e distanti da quegli eventi grandiosi di cui hanno sentito parlare e che li hanno resi una nazione. Anche loro sentono il bisogno di avere una rivelazione o una quasi rivelazione, e questa è la funzione dell’haqhel.
La morte di Moshè rischiava di far sentire le persone orfane, e per questo Moshè ha previsto la crisi agendo su due fronti: scrivere la Torà, per garantirne lo studio anche dopo la sua morte; insegnare la legge dell’haqhel, per replicare la sensazione della rivelazione. Certamente l’esperienza doveva essere di un livello inferiore rispetto alla teofania del Sinai, ma la riunione di tutto il popolo ricreava l’unità propria del Sinai. In questo modo venivano forniti a Yehoshua e al popolo gli strumenti per superare questo difficile momento.
