(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Il libro di Devarim è conosciuto anche come Mishnè Torà, la ripetizione della Torà, tradotto come Deutoronomio. La spiegazione pratica di questo libro è che Moshè, prima di morire, intende istruire la generazione che sarebbe entrata in terra di Israele. Non è la generazione che è uscita dall’Egitto, né quella che ha assistito alla teofania del Sinai. Il popolo ebraico era costituito in quel momento da persone che quando i fatti si svolsero erano bambini o non erano neanche nate. Anche questa generazione doveva ascoltare la parola divina. Non dobbiamo pertanto stupirci di trovare in Devarim elementi presenti negli altri quattro libri della Torà.
Una ripetizione di particolare interesse è quella dei dieci comandamenti, contenuta nella parashà di Waetchanan. Non si tratta semplicemente di un ricordo, Moshè ripete, in maniera abbastanza pedissequa, le parole celesti. Tuttavia un lettore attento noterà che ci sono delle differenze più o meno grandi, fra le due formulazioni dei dieci comandamenti.
Per spiegare le differenze troviamo vari indirizzi fra i commentatori:
a) Ibn Ezrà, per esempio, registrando il fatto che i comandamenti furono ripetuti da Moshè poiché il popolo era terrorizzato, ritiene che i primi comandamenti siano la parola divina, e i secondi quanto fu pronunciato da Moshè;
b) il Penè Yehoshua ritiene che fu il Signore a pronunciare i comandamenti due volte, la prima simultaneamente, la seconda separatamente; i primi due comandamenti furono pronunciati da D., gli altri da Moshè; la prima versione è riflessa nel testo di Shemot, la seconda nel testo di Devarim;
c) un’altra variabile deriva dal fatto che c’erano due versioni delle tavole della legge;
d) è possibile poi che Moshè abbia introdotto nel testo dei commenti esplicativi: questa idea sfiora l’eresia, e se si vuole affermare qualcosa del genere bisogna fare estrema attenzione, dal momento che uno dei nostri principi di fede è che tutta la Torà è divina; d’altra parte Moshè aveva sicuramente la necessità di spiegare la legge in un modo che la rendesse comprensibile e accessibile.
Il problema è insomma quale sia la relazione fra le parole divine e quelle di Moshè. Ciascun differente approccio potrebbe spiegare le varie differenze fra le due versioni.
Concentrandosi però sulle differenze stesse, quella più sostanziale si trova nel comandamento sullo Shabbat. Le altre differenze possono essere considerate delle esplicazioni, che spiegano un concetto con parole differenti. Qui invece viene fornita una prospettiva totalmente nuova.
Come è noto nella prima versione è detto di ricordare il Sabato, nella seconda di osservarlo. Come motivazione della mitzwah nella prima versione viene ricordata la creazione del mondo, nella seconda la schiavitù egiziana. In modo particolare dalla seconda differenza emerge una riflessione filosofica sensibilmente diversa sulla natura dello Shabbat. I maestri del Talmud tuttavia in massekhet Shevu’ot (20b) si concentrano sulla prima differenza: Ricorda e osserva sono stati pronunciati simultaneamente, cosa che la bocca non può pronunciare e l’orecchio non può ascoltare. La domanda su quale sia la parola effettivamente pronunciata da D. è quindi fuori luogo. Le due azioni prescritte rappresentano due concetti differenti e potenzialmente contraddittori. Tecnicamente il ricordo è un’operazione cerebrale che può essere effettuata in qualsiasi momento della settimana, di Shabbat, prima o dopo di esso. Per queesto i chakhamim consideravano i preparativi per lo Shabbat come parte integrante della mitzwà di ricordare. Parimenti il qiddush è un’espressione del ricordo. Shamor è invece collegato alle azioni proibite.
Tuttavia, ad analisi completata possiamo dire che ciascuno di questi aspetti dello Shabbat è incompleto. Possiamo tranquillamente immaginare un periodo di 24 ore in cui non svolgiamo alcuna attività creativa, in cui abbiamo osservato lo Shabbat alla lettera, e tuttavia non abbiamo osservato lo Shabbat. Chiosano i chakhamim in massekhet ‘Avodà Zarà (3a): Chi si è affaticato alla vigilia di Shabbat mangerà durante Shabbat, chi non si è affaticato da dove mangerà? Allo stesso modo è possibile prepararsi per lo Shabbat, senza per questo rispettarlo, proseguendo nelle attività creative.
I due aspetti dello Shabbat sono due facce della stessa medaglia. Ogni aspetto è incompleto senza l’altro.
Questa risposta non sana però tutti i dubbi. Perché una determinata versione è stata registrata in Shemot e l’altra in Devarim? Rav Soloveitchik fornì in merito una profonda intuizione filosofica. I due motivi non si contraddicono a vicenda, anzi insegnano la stessa legge da due diverse prospettive. In Shemot ci si concentra su un aspetto in particolare, quello della creazione, ma manca un elemento: l’uomo. Perché l’uomo dovrebbe osservare lo Shabbat? E perché questa legge riguarda solamente il popolo ebraico? Dovrebbe essere universale! In Shemot abbiamo una prospettiva teocentrica. Il fatto che il Signore abbia benedetto il Sabato non influisce necessariamente sull’uomo. Non agendo l’uomo viene introdotto nella dimensione divina.
In Devarim troviamo una sfera completamente diversa, eravamo schiavi e D. ci ha salvati. Questa visione pone al centro l’uomo. Eravamo schiavi, ora siamo liberi. Siamo sempre liberi, ma il Signore chiede di destinare un settimo a Lui. Lo Shabbat è in questo senso un omaggio al nostro liberatore.
Non c’è contraddizione, ma completamento: senza la prima logica, l’uomo avrebbe potuto scegliere il proprio giorno di riposo. Solo con essa però l’uomo sarebbe rimasto fuori dal quadro.
Entrambe le visioni derivano da D., ma ciascuna fa riferimento a un momento differente della storia ebraica. Coloro che erano usciti dall’Egitto non avrebbero infatti avuto difficoltà a recepire la norma. Degli ex schiavi la avrebbero concepita come una norma sociale volta a proteggere i diritti dei lavoratori. Per questo la Torà in Shemot insiste sull’altro motivo, quello della creazione del mondo.
Chi stava per entrare in Israele invece non conosceva né il lavoro, né la schiavitù, e per questo doveva sentire l’aspetto umano dello Shabbat. Chi era stato sostenuto da continui miracoli nel deserto non avrebbe colto le implicazioni umane e sociali dello Shabbat. Noi, da parte nostra, possiamo apprezzare entrambi gli aspetti nei testi che abbiamo ricevuto. La nostra tradizione illumina il lato divino e quello umano dello Shabbat, e per mezzo di essa possiamo, durante la settimana e nello Shabbat, godere la nostra relazione con D.
