(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Secondo la tradizione il 9 di Av, giorno in cui vennero distrutti entrambi i Templi, ha un antecedente biblico nell’episodio degli esploratori. Il loro resoconto condusse il popolo ebraico alle lacrime. A nome di R. Yochanan (Ta’anit 29a) viene insegnato che da quel pianto immotivato sarebbe derivato un pianto per le generazioni a venire. D. risponde alle lacrime ingiustificate come farebbe un genitore che vede il figlioletto piangere senza motivo, dandogli un motivo per piangere.
Tuttavia, quanto sostenuto da R. Yochanan è tutt’altro che immediato. Perché le generazioni future avrebbero dovuto pagare per questo peccato? E qual è il legame con la distruzione del Tempio? Sicuramente si tratta di un evento tragico, ma sembra avere poco a che fare con la generazione del secondo Tempio. Il Ramban, per rispondere a queste domande, cita il Salmo 106, che vede nel comportamento del popolo ebraico la causa della sua successiva dispersione fra i popoli. Perché però questo peccato, fra gli altri, deve avere un’influenza tanto duratura?
In un altro passo il Talmud (Yomà 9b) insegna che il primo Tempio fu distrutto a causa di tre peccati (idolatria, incesto, omicidio), mentre il secondo per l’odio gratuito, e queste colpe, apparentemente molto distanti, vengono paragonate fra di loro. Il Bet ha-Levi collega la prima distruzione al peccato del vitello d’oro, il secondo a quello degli esploratori. Nel primo caso il paragone è più immediato, nell’episodio del vitello d’oro troviamo sicuramente idolatria, ma anche, secondo la tradizione rabbinica, peccati di natura sessuale ed omicidio. Il secondo passaggio è meno comprensibile. I commenti del Maharal e del Chafetz Chayim, che pongono al centro dell’episodio degli esploratori la calunnia, possono colmare il divario. La calunnia è un ottimo modo per diffondere l’odio infondato. Ma il legame non risulta ancora chiaro, nella storia degli esploratori non sembra esserci odio infondato. Questo aspetto, quantomeno, non può essere rilevato nella narrazione nel libro di Bemidbar, mentre emerge con forza nella parashà di Devarim: il popolo, dopo avere ascoltato il resoconto, attribuisce l’uscita dall’Egitto all’odio che il Signore nutriva nei loro confronti. Questo odio non è reale, è il prodotto dell’immaginazione collettiva del popolo ebraico. Rashì nel suo commento vede in questo atteggiamento un rovesciamento. D. in realtà ama il popolo, mentre non è vero il contrario. Proiettiamo sugli altri i sentimenti che noi proviamo nei loro confronti. Gli ebrei sono insicuri, credono che la terra sia irraggiungibile, e sono certi del fatto che li abbia fatti uscire dall’Egitto per morire nel deserto. Era esattamente l’opposto, e il loro odio è assolutamente ingiustificato. Anche nelle parole degli esploratori troviamo una proiezione. Il loro resoconto sulla terra poteva essere fedele o meno a quanto avevano visto, potevano anche sentirsi delle cavallette rispetto agli abitanti della terra, ma non potevano in alcun modo sapere cosa gli abitanti pensassero di loro. Ironicamente le descrizioni dell’accampamento del popolo ebraico erano di ben altra portata: Balaq lo paragonava a un bue che mangiava l’erba.
La storia dell’episodio che portò alla distruzione del Tempio presenta molte analogie con la storia degli esploratori. I fatti sono noti: Un uomo aveva un amico di nome Kamtza e un nemico di nome Bar Kamtza. Un giorno organizzò una festa e per errore, al posto di Kamtza un servitore condusse Bar Kamtza. Quando l’uomo lo vide alla festa lo cacciò. A costo di non essere umiliato, Bar Kamtza si offrì di pagare quanto avrebbe consumato, poi metà del costo della festa, poi tutto il costo, ottenendo sempre il rifiuto dell’uomo, che lo sbatté fuori. Bar Kamtza accusò i rabbini che erano alla festa, che non intervennero, pensando che fossero d’accordo con lui. Per questo Bar Kamtza decise di vendicarsi e si recò dall’imperatore, dicendo che gli ebrei tramavano contro di lui. Per provarlo Bar Kamtza disse all’imperatore di donare un’offerta e vedere se la avrebbero sacrificata. Bar Kamtza procurò un difetto all’animale. Nonostante ciò i rabbini erano propensi a presentare comunque l’offerta. R. Zekharià ben Avqulas disse che la gente avrebbe pensato che vengono offerti animali impuri. Venne loro in mente allora di uccidere Bar Kamtza, ma R. Zekharià disse che la gente avrebbe pensato che chi procura difetti agli animali viene messo a morte. L’atteggiamento di R. Zekharià fu ciò che condusse alla distruzione del Tempio.
Da qui vediamo quanto la vergogna possa portare a delle conseguenze distruttive. Sicuramente, dice il Maharshà, non dovette trattarsi di un caso isolato. Ma non si capisce la conclusione alla quale il Talmud giunge: piuttosto che accusare l’uomo per la sua ostinatezza nel cacciare Bar Kamtza, o Bar Kamtza per avere tradito il proprio popolo, la colpa viene attribuita, sempre da R. Yochanan, a R. Zekharià! In fondo poteva scegliere fra due opzioni non compatibili con la halakhà. Potremmo dire che in quel frangente il suo atteggiamento fu miope, perché c’erano questioni più importanti da affrontare.
In massekhet Bavà Metzià (30b) R. Yochanan attribuisce la distruzione di Yerushalaim al fatto che i rabbini si attenevano alla lettera della legge, senza andare oltre.
Nella storia di Kamtza e bar Kamtza troviamo sia l’odio gratuito, da parte di Bar Kamtza, sia l’attenersi alla lettera della legge da parte di R. Zekharià.
R. Zekharià, nota il Chatam Sofer, compare in un altro brano nella Toseftà (Shabbat 16,7), apparentemente slegato, riguardante lo smaltimento dei rifiuti di Shabbat. Su questo punto c’era, senza entrare nel merito, una discussione fra la scuola di Shammai e quella di Hillel, ma R. Zekharià non seguiva un’opinione né l’altra, e, conclude il brano, questo atteggiamento condusse alla distruzione del Tempio. Mentre la conclusione del Talmud era spiazzante, quella della Toseftà sembra essere totalmente fuori contesto, ma c’è un elemento che le accomuna, l’incapacità di decidere. R. Zekharià aveva paura di esprimere una sua opinione, temeva di pronunciarsi in questioni pratiche di diritto. Non si fidava di se stesso, e temeva il giudizio della gente. Si sentiva piccolo, inadeguato. E questo è ciò che accese l’ira di Bar Kamtza, la passività dei rabbini in quell’occasione. Giunse a pensare che i rabbini lo odiassero, e arrivò ad odiare l’intero popolo ebraico. Secondo un’altra della versione della storia (Ekhà Rabbà 4,3), R. Zekharià era presente alla festa, ma non fece nulla, non redarguì l’organizzatore, non se ne andò in segno di protesta, non cercò di chiarire l’equivoco o consolare Bar Kamtza. Si sentiva troppo piccolo, e proiettò sugli altri i suoi sentimenti, preoccupandosi che lo avrebbero considerato incapace di decidere. Ironicamente, Bar Kamtza lo considerò il rappresentante di tutta la categoria, anzi di tutta la nazione. Cosa possiamo imparare? Che il popolo ebraico non deve mai sentirsi piccolo, né nel deserto, né ai tempi del secondo Tempio. E questo, con tutte le sfide che ci aspettano, vale anche oggi. Non siamo piccoli né individualmente, né come nazione. Dobbiamo sempre tenere a mente che siamo il popolo che D. ha scelto, e che Lui è sempre con noi.
