(da un articolo di Rav Ari Kahn)
La parashà di Nasò ci presente un nuovo tipo di individuo, una persona che non si accontenta della moltitudine di comandamenti e proibizioni imposti a ciascun ebreo, il Nazireo. Presentandolo la Torà (Num. 6,1-8) indica tre ordini di ulteriori restrizioni che prende su di sè, riguardo l’astinenza dal vino, la crescita dei capelli, e il contatto con i cadaveri.
Commentando questi versi Recanati osserva che il Nazireo ricorda un sacerdote, o persino un Cohen Gadol. L’astinenza dal vino è una delle caratteristiche del sacerdote in servizio nel Santuario. Circa il contatto con i cadaveri, il regime del Nazireo è persino più severo di quello dei sacerdoti ordinari, che sono autorizzati a contaminarsi per i propri familiari stretti. Questo suo regime lo assimila piuttosto al Kohen Gadol. I commentatori forniscono una spiegazione di ordine tecnico. I Kohanim raggiungono la santità per motivi di sangue. Non è dato avere un Kohen che non sia a sua volta figlio di un altro Kohen. Il Kohen Gadol invece acquisisce la sua santità per via di fattori esterni: viene scelto per questo incarico, non come un risultato della sua linea di sangue. Per questo non può contaminarsi per i suoi familiari. Lo status del Nazir dipende da un suo voto, e rimane staccato dalla sua famiglia, e non può rendersi quindi impuro neppure per i suoi genitori.
Il terzo aspetto, la prescrizione relativa al taglio dei capelli, è invece in netto contrasto con quanto avviene per i sacerdoti. Un Kohen non può tenere i capelli lunghi.
Perché troviamo questa opposizione? La parashà ci ha parlato poco prima di capelli, quando viene descritto quanto avviene alla sotà, una donna che si è appartata con un uomo diverso dal marito, contrariamente a quanto richiestole. Lei rivendica la propria innocenza, ma le prove sono contro di lei. Per stabilire la verità viene portata al Bet ha-miqdash, presso il sacerdote, e i suoi capelli scoperti.
Fra il brano del Nazir e quello della Sotà sono presenti significative analogie linguistiche. Il Talmud scava nella psicologia del Nazir e intende l’accostamento dei due brani come l’indicatore del fatto che la scelta del Nazir sia una conseguenza del trauma del rituale della Sotà. Chi assisteva ad una scena nel genere non poteva non rimanerne colpito, ed era necessario quindi in qualche modo porre rimedio. Rashì (su Num. 6,2) prende questa strada: l’episodio della sotà porta ad una riflessione sugli effetti negativi del vino, conducendo all’astensione da esso. Il vino compromette la capacità di giudizio. Chi assiste comprende che il delicato equilibrio fra fisico e spirituale sia turbato al desiderio, e per prendere le distanze imbocca la strada opposta.
La scelta del Nazir è una scelta necessaria, drastica, per acquisire nuovamente il proprio equilibrio, anche se la Torà condannerà in qualche modo questo approccio, dal momento che, al termine del periodo di astensione, il Nazir dovrà portare un sacrificio espiatorio per il piacere legittimo che si è precluso.
La complessità della figura del Nazir può aiutare a spiegare una relazione molto complicata descritta nei libri dei Profeti. Alcuni capitoli molto concitati descrivono il quadro che si profilava riguardo la successione del re David. Come è noto, quando quest’ultimo era ancora in vita, suo figlio Avshalom si autoproclamò re. Tutto ebbe inizio quando Amnon, suo fratellastro, sviluppò un’ossessione per la sua sorellastra Tamar, sino a prenderla con la forza.
Secondo la tradizione talmudica Avshalom e Tamar erano figli di una relazione con una prigioniera di guerra, una Yefat Toar. Questa legislazione è considerata una concessione alla fragile natura dell’uomo, un compromesso con lo Yetzer ha-rà. Avshalom può aver tracciato una linea mentale che collega il comportamento spregevole di Amnon a quello di suo padre David. Non potremo averne la certezza, ma quello che sappiamo è che l’episodio di Amnon scatenò qualcosa in Avshalom, che lo portò a volersi appropriare del regno. Lo portò a considerarsi più degno del padre. Il Talmud però va oltre, e ci insegna che Avshalom era un Nazir. Questa era la sua risposta personale al mondo corrotto che lo circondava. Si era forse convinto del fatto che l’ascetismo lo avrebbe preservato dal peccato, ma questa battaglia è molto complicata. L’istinto malvagio assume infinite maschere. L’impressione di aver vinto è solo il preambolo della sconfitta. Ironia della sorte, saranno proprio i capelli a portare la morte ad Avshalom, che, a cavallo di un mulo, rimase con i capelli impigliati in alcuni rami di una quercia. I capelli non gli portarono solo la morte, ma erano la causa della sua ribellione. Avshalom era bellissimo, e i suoi capelli, che tagliava ogni anno, pesavano duecento sheqalim secondo il peso del re. Secondo Avshalom i suoi capelli pesavano più di suo padre. Riteneva che la sua castità e astinenza avrebbero avuto la meglio sul padre. Lui non avrebbe ceduto alla lussuria. Ma il suo istinto malvagio avrebbe semplicemente assunto un’altra forma, quello della ricerca ossessiva del potere, conducendolo persino a commettere atti che in precedenza avrebbe condannato, unendosi alle concubine di suo padre di fronte a tutto Israele. Non tradì così solo suo padre, ma anche la sua nuova visione del mondo.
La prima volta che incontriamo la radice da cui deriva il termine Nazir è nella benedizione che Ya’aqov impartisce in punto di morte a Yosef. In quel passo il senso del termine non è chiaro. Alcuni, ad esempio il Rashbam, lo riferiscono alla corona (nezer), poiché Yosef dominava sui fratelli. Il Talmud tuttavia legge il termine più letteralmente: secondo la ghemarà in massekhet Shabbat (139a) Yosef era un nazir. Yosef come Avshalom era di bell’aspetto, ma quando si trovò di fronte la moglie di Potifar riuscì a dominre il proprio istinto. Non ha preteso la grandezza, e per questo è stato premiato, passando alla storia come Yosef ha-tzadiq. Nel trattato di Berakhot Shimon ha-tzadiq racconta il suo incontro con un Nazir proveniente dal sud, di bell’aspetto e con dei bei capelli. Perché rovinare tanta bellezza? Il Nazir disse di aver visto la propria immagina riflessa nell’acqua e il suo istinto cercò di portarlo fuori dal mondo per mezzo del peccato. Magari tutti i nazirei fossero così: questo Nazir per vincere la propria battaglia personale contro l’istinto era pronto a rinunciare all’oggetto del porprio orgoglio. Rompendo il suo voto di Nazir, è diventato un vero Nazir. In questo modo, nota Menachem ‘Azariah da Fano, questo Nazir ha riparato il difetto di Avshalom, ha usato i suoi capelli al servizio di D. Questo è il vero servitore di D.: chi si è fatto un esame di coscienza, ha individuato il proprio istinto malvagio e lo ha combattuto, senza aspettarsi una ricompensa, ma abbattendo semplicemente le barriere che ostacolano il percorso di avvicinamento. Ciascuno di noi dovrebbe a sua volta intraprendere questa guerra.
