E’ triste pensare a quanto scrive Toledano nella sua introduzione al suo volume sulla storia degli ebrei in Maghreb: non si è mai parlato di ebraismo maghrebino come… da quando ha cessato di esistere (Toledano 1996, p. 9).
La storia degli ebrei marocchini è oggetto di studi sempre più approfonditi e innovativi. Questo interesse è determinato da vari fattori:
a) l’aspetto demografico;
b) la presenza continua degli ebrei marocchini nel mondo arabo;
c) la posizione politica e sociale degli ebrei marocchini;
d) l’accessibilità delle fonti;
e) l’interesse degli studiosi musulmani a questo campo (Boum, Marglin, Ben-Srhir, Kenbib 2016, p. 10).
Un aspetto che si è sviluppato in modo significativo nelle ultime decadi, anche se non ancora in modo esaustivo, è legato all’uso di fonti arabe per scrivere la storia degli ebrei marocchini (Marglin 2016, pp. 181-182). Questo cambiamento infatti ha portato difatti a una nuova comprensione di questa storia, concentrandosi su aspetti che in precedenza erano rimasti in secondo piano, come il contesto economico, politico e sociale generale (Marglin 2016, p. 181).
Una storia lunghissima
La storia dell’insediamento ebraico in Marocco è estremamente lunga, al pari di quella in vari altri paesi nordafricani.
E’ possibile dividere questa lunga storia in tre periodi principali, quella pre-Islamica, sino al 698, quella islamica, sino al 1830, e quella del colonialismo francese, sino al 1962 (Taieb Carlen e Carlen 2010, p. XII).
Sebbene non vi siano dei documenti in merito, si fa risalire la presenza in Marocco ai tempi del re Salomone (La Rosa 1973, p. 10).
I primi grandi insediamenti ebraici furono in Egitto, ma le comunità ebraiche con il tempo fiorirono in tutto il nord Africa, tanto che Filone d’Alessandria affermò che gli ebrei africani (comprendendo l’Egitto e l’Africa sub-sahariana, ed escludendo la Libia) ammontavano a circa un milione (Levy 2001, p. 250). Importanti centri ebraici sorsero in Marocco ai tempi dei cartaginesi (Taieb Carlen e Carlen, p. 11). In Marocco, a Volubilis, è stata rinvenuta la più antica iscrizione ebraica della diaspora (Taieb-Carlen e Carlen 2010, p.12).
Ai tempi della penetrazione islamica nella zona, nel VII sec., erano già presenti in Marocco delle comunità organizzate. Gli ebrei in Marocco raramente furono pienamente integrati, sebbene in una prima fase ebrei e musulmani vivessero assieme nelle medesime aree. Successivamente in molte località vennero istituiti dei quartieri separati (Tessler e Hawkins 1980, p. 60).
Una storia tormentata
In generale, come in altre aree, la storia dei rapporti fra ebrei e musulmani in Marocco è segnata dall’alternanza fra periodi di stabilità e buoni rapporti, ed altri di tensioni e violenze (Tessler e Hawkins 1980, p. 60). In alcuni frangenti il Marocco ha costituito un rifugio per ebrei perseguitati provenienti da altre terre, mentre in altri molti ebrei sono fuggiti dal Marocco (Stahl 1979, p. 11).
Come è noto, la presenza ebraica nei paesi islamici era resa possibile dalla condizione di dhimmi, applicata a ebrei e cristiani in quanto membri di Ahl al-kitab (popoli del libro), a fronte del riconoscimento del dominio islamico e del pagamento di una ingente tassa (jizya), versata in una cerimonia molto umiliante, nella quale il dhimmi riconosceva la propria sottomissione.
D’altra parte questo status consentiva agli ebrei di mantenere una certa autonomia dal punto di vista giudiziario, per questioni civili e anche penali fra ebrei; le cause che coinvolgevano dei musulmani venivano invece giudicate presso tribunali islamici (Marglin 2016, p. 183).
I materiali delle corti islamiche costituiscono una fonte di informazioni su numerosi aspetti della vita ebraica e non (Marglin 2016, p. 185).
E’ possibile ricavare molte informazioni sulla condizione ebraica in Marocco anche dai responsa rabbinici e dalle cronache ebraiche (Fenton e Littman 2016, p. 14).
Nella vita quotidiana questo status ambiguo creava alla popolazione ebraica non pochi disagi e umiliazioni, che in determinate circostanze potevano sfociare in persecuzioni e violenti attacchi (Chetrit 2015, p. 68). La comunità di Fez venne colpita ripetutamente: ad esempio, da una lettera consolatoria, inviata da Shemuel ben Hofnì Gaon, capo dell’accademia di Sura, sappiamo che al termine del X secolo la comunità di Fez fu colpita da un terribile massacro, che venne reiterato nel 1032, quando vennero assassinati 6.000 ebrei (Fenton e Littman 2016, p. 2).
Le limitazioni per gli ebrei riguardavano principalmente gli ambiti politico e militare, mentre i contatti nella vita quotidiana fra la popolazione ebraica e quella islamica erano frequenti.
In vari periodi fu imposto agli ebrei di indossare degli abiti distintivi (Fenton e Littman 2016, p. 2), una cintura e un panno giallo sulle spalle e sul petto (La Rosa 1973, p. 13). Inoltre valeva il divieto di montare a cavallo, ma solo a dorso di un mulo o di un asino, e comunque mai in città, e l’obbligo di cedere il passo ai musulmani e salutare per primi (La Rosa 1973, p. 13).
Il medioevo
Il periodo più spaventoso per gli ebrei marocchini fu quello del regno della dinastia Al-Muwahidun, fra il XII e il XIII sec., quando, sotto minaccia di morte, venne imposto loro di abbracciare la fede islamica. Per poter sopravvivere gli ebrei studiarono i testi islamici e adottarono pubblicamente le loro pratiche, pur continuando a praticare in segreto una qualche forma di vita ebraica, così come avrebbero fatto, alcuni secoli dopo, i marrani in Spagna e Portogallo (Chetrit 2015, p. 71).
La dinastia successiva, Banu Marin, si mostrò molto più tollerante nei confronti degli ebrei, e sorsero nuovamente delle comunità ebraiche a Fez e in altre località, urbane e rurali (Chetrit 2015, p. 72). Sotto Banu Marin nacque il quartiere ebraico, mellah (luogo salato), nome utilizzato poi per tutti i quartieri ebraici in Marocco (Corsi 2015, p. 59). Fra il 1464 e il 1465 ripetuti attacchi misero a dura prova la comunità di Fez, che subì ingenti perdite (Taieb Carlen e Carlen, p. 37).
Dall’arrivo degli spagnoli e dei portoghesi al protettorato francese
Nel XIV e XV l’arrivo di un numero considerevole di ebrei spagnoli in Nord Africa, in particolare a Fez e Marrakesh, che si aggiungevano agli ebrei berberi e arabi già presenti sul territorio, modificò le caratteristiche delle comunità ebraiche, conferendo un carattere maggiormente europeo alla presenza ebraica nei centri urbani, quantomeno se rapportata alla popolazione circostante, aumentando la distanza sociale e culturale fra ebrei e musulmani, destinata ad allargarsi ancora drammaticamente nel XIX sec. con l’affermarsi del colonialismo e del moderno nazionalismo.
L’arrivo di conversos e convertidos dalla Spagna e dal Portogallo vide gli ebrei cimentarsi in attività che non avevano sperimentato in precedenza. Ed esempio gli ebrei introdussero in Marocco delle nuove tecniche per l’estrazione dello zucchero, fatto che accrebbe la fama dello zucchero marocchino, considerato il migliore al mondo (Taieb Carlen e Carlen, p. 52). Il successo nel commercio per gli ebrei sefarditi era favorito dall’uso del giudeo-spagnolo, molto diffuso nelle città portuali, che permetteva loro di comunicare agevolmente.
La politica francese offrì privilegi alla popolazione ebraica, sino ad allora in una condizione di marginalità (Tessler e Hawkins 1980, p. 60).
Ciò non fermò tuttavia la periodica esplosione della violenza riversata sugli ebrei, sino agli spaventosi pogrom del 1907-1908, dove vennero uccise decine di persone, vennero oltraggiate centinaia di ragazze e di donne, e i quartieri ebraici vennero quasi totalmente rasi al suolo e del 1912, quando il mellah di Fez venne quasi completamente distrutto (Fenton e Littman 2016, p. 34-37).
Una cultura duplice
La cultura degli ebrei marocchini mostra degli aspetti molto interessanti, potendo essere considerata fondamentalmente duplice, con la presenza di elementi sincretistici (Chetrit 2015, p. 65) in vari ambiti, da quello linguistico a quello folclorico.
Sebbene si possa identificare senza ombra di dubbio come una cultura rabbinica sefardita, con i propri testi, le proprie credenze, usanze e regole, l’uso imponente di dialetti locali, anche per scritti rabbinici e poetici, e determinate credenze popolari, anche magiche e superstiziose, provengono dal mondo arabo; spesso sono individuabili dei fenomeni di riadattamento, per attribuire un significato ebraico, a comportamenti propri del mondo arabo dotati di un significato specifico, differente da quello finale (Chetrit 2015, pp. 66-67).
Un uso caratteristico degli ebrei marocchini è quello della mimuna, che veniva celebrata all’uscita dell’ultimo giorno di Pesach, quando gli ebrei marocchini aprivano le proprie case ai vicini offrendo cibi tradizionali a base di miele, burro e pesce, e i vicini musulmani portavano il pane.
A dispetto di questo vivo quadro, caratterizzato da frequenti scambi, nel mondo ebraico era frequente un giudizio negativo sull’Islam e i musulmani e viceversa (Chetrit 2015, p. 67).
L’ebraismo marocchino ha prodotto nei secoli un sistema educativo estremamente valido. Ciascuna comunità aveva le sue yeshivot e i suoi rabbini. In modo particolare è emerso, nell’ambito della halakhah e dell’esegesi biblica, l’apporto di R. Yitzchaq Alfasi, e di Chayim ben Attar, autori di opere fondamentali in tali discipline (Abramovitch 1973, p. 23).
Nel suo commento alla Torah (Lev. 6,3), l’Or ha-Chayim, Chayim ben Attar definisce felice chi non ha sofferto l’esilio sotto i musulmani (Fenton e Littman 2016, p. 19).
Più in generale, quando si parla dell’ebraismo maghrebino, si deve tenere a mente quanto sostenuto da Bernard Lewis, che per gran parte del medioevo, sia a livello numerico che qualitativo, l’apporto principale allo sviluppo del popolo ebraico è arrivato dai paesi islamici. L’ebraismo europeo era una minoranza, neppure troppo importante, che dipendeva dal mondo islamico, dalla Spagna musulmana a occidente, sino all’Iraq e all’Iran a oriente (Lewis 1991, p. 70).
L’ebraismo maghrebino ha assunto nei secoli dei tratti molto distinti, con un interesse maggiormente rivolto alla halakhà rispetto alla aggadà, l’assenza pressoché totale di dispute teologiche, la tendenza ad abbracciare le dottrine mistiche, un pronunciato fervore messianico, l’aspirazione a tornare in Israele (vedi Toledano 1996, pp. 55-76).
La fine del protettorato
Gli ebrei marocchini, terminato il protettorato francese, si trovavano a confronto con la loro lunga storia locale in Marocco, con la sua cultura francese, e con la propria identità ebraica. L’esperienza francese aveva ampliato le loro prospettive, creando un gap non indifferente con l’ambiente circostante, che li spingeva verso nuovi orizzonti (Bin Nun 2014, p. 211). Il neonato stato di Israele costituiva per loro un’attrattiva non indifferente.
La fine dell’esperienza coloniale aveva portato gli ebrei marocchini a identificarsi con il nuovo stato e a nutrire la speranza di integrarsi, ma l’incertezza sul futuro del nuovo regime li spinse a optare per la soluzione di lasciare il Marocco (Bin Nun 2014, p. 197). Gli emissari israeliani e le organizzazioni ebraiche internazionali intervennero con decisione per realizzare il desiderio degli ebrei marocchini.
Alcuni storici hanno individuato delle differenze significative fra quanto nei secoli è avvenuto nell’occidente europeo, dove gli ebrei, per professare liberamente la propria fede e mantenere le proprie famiglie, si vedevano costretti ad abbandonare i paesi natii; in Marocco, sebbene fossero vive le preoccupazioni circa quanto sarebbe avvenuto con la fine del protettorato francese, non esistevano le condizioni per immaginare una minaccia imminente alla sopravvivenza della componente ebraica, come sarebbe stato dimostrato dallo sviluppo degli eventi nei decenni successivi (Bin Nun 2014, p. 197). Il nuovo stato indipendente infatti, a differenza di molte altre nazioni islamiche, tentò sin dall’inizio di tutelare la posizione degli ebrei.
Uno dei fattori determinanti, che influenzò il comportamento degli ebrei marocchini, era il maggiore senso di sicurezza a lungo termine e la più chiara percezione del proprio futuro che il neonato Stato di Israele forniva (Bin Nun 2014, p. 210). Vi erano poi altri elementi, che conferirono agli eventi la piega che assunsero: considerazioni di ordine economico o professionale, l’affermazione del sionismo, la complicazione dei rapporti ebraico-islamici in generale, la rapida contrazione delle comunità ebraiche, che comportò una crescente disorganizzazione (Tessler e Hawkins 1980, pp. 65-67). Il divieto di avere qualsiasi rapporto con Israele, dove ormai viveva la maggioranza della comunità, svolse poi un ruolo determinante (Toledano 1996, p. 49).
Il 3 marzo 1956 terminò il protettorato francese, e un mese dopo, il 7 aprile venne riconosciuta dalla Spagna franchista l’indipendenza del Marocco spagnolo.
La popolazione ebraica contava almeno 230.000 membri, su dieci milioni di abitanti complessivi. Ciò rendeva la presenza ebraica in Marocco la più numerosa nel mondo islamico, dal momento che il numero degli ebrei in Iraq e Algeria si attestava attorno alle 140.000 unità.
L’emigrazione verso Israele viene tradizionalmente suddivisa in tre ondate: la prima, chiamata Qadima, ebbe inizio dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948, e proseguì sino all’indipendenza nel 1956; la seconda fase fu quelle dell’emigrazione clandestina organizzata dal Misgheret, fra il 1957 e il 1961; la terza (1961-1966) fu nel periodo dell’operazione Yakhìn, quando l’emigrazione ebbe luogo in accordo con le autorità marocchine (Bin Nun 2014, p. 209).
L’integrazione dei marocchini in Israele fu tutt’altro che semplice, trovandosi ora a contatto con una società dominata da ebrei ashkenaziti di origine europea (Schroeter 2016, p. 83). Altre mete dell’emigrazione marocchina furono la Francia, il Canada, gli Stati Uniti. Circa il 10% della popolazione israeliana ha origini marocchine.
Un certo numero di ebrei marocchini tuttavia optò per rimanere, per via di una scarsa affinità con la cultura europea, dell’età avanzata, per il timore della perdita di prestigio all’interno della famiglia, per il prestigio sociale acquisito nel paese d’origine, per via dell’identificazione con la cultura francese (Tessler e Hawkins 1980, pp. 67-68). Molti anziani marocchini erano dell’idea che, nonostante la terra d’Israele avesse una sua sacralità intrinseca, la qualità della vita fosse più alta in Marocco (Levy 2001, p. 246).
La situazione attuale
In un documentario del 2011, Moroccan Judaism; a culture in danger, il regista Younes Abeddour ha posto ai passanti la domanda se ci fossero ancora ebrei in Marocco, ricevendo per lo più una risposta negativa. Il quadro tuttavia è più composito: a dispetto dell’incredibile impoverimento numerico dei decenni passati, dal momento che attualmente risiedono in Marocco solo circa 3.000 ebrei, l’ebraismo marocchino continua a essere vitale, anche per via di una diaspora marocchina che mantiene stretti contatti con la terra di origine, per mezzo di pellegrinaggi, celebrazioni familiari e turismo (A. Boum, J. Marglin, K. Ben-Srhir, M. Kenbib 2016, p. 11). Attualmente i nuclei principali sono a Casablanca e Rabat, i maggiori centri commerciali e politici dello stato. La popolazione ebraica è in continuo invecchiamento, dal momento che, per via dell’influenza della cultura francese, è pratica comune mandare i figli a studiare in Francia o in Canada.
Negli ultimissimi anni un piccolo gruppo di marocchini musulmani con ascendenze ebraiche ha iniziato a reintegrare delle parti dell’identità e delle pratiche ebraiche (Paloma Elbaz 2015, p. 41)
Il contributo dell’ebraismo marocchino alla formazione della nazione è stato riconosciuto esplicitamente nella costituzione del 2011. Un aspetto assolutamente unico, presente solo in Israele, è il riconoscimento da parte dello stato del valore del diritto familiare ebraico per gli ebrei (Paloma Elbaz 2015, p. 42).
Il Marocco ospita uno dei pochissimi musei dedicati agli ebrei nei paesi arabi, il Musèe du judaïsme marocain di Casablanca. Il fatto che le scolaresche visitino questo museo è sintomo del fatto che la centralità della presenza ebraica in Marocco sia formalmente riconosciuta.
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