Sicuramente l’episodio della ‘aqedàt Yitzchàq è fra i più brani più famosi nella Torà, ma anche fra quelli più moralmente problematici, in particolare rispetto alla relazione fra la religiosità e la morale. La religiosità è al di sopra della morale e può metterla a tacere? Il Signore ha la facoltà di chiedere qualcosa di assurdo e contrario alla nostra ragione e al nostro sentimento?
Lo spazio tradizionalmente riservato alla ‘aqedà è importante, essendo oggetto della lettura della Torà del secondo giorno di Rosh ha-Shanà, ed essendo inserito in vari riti nella tefillà quotidiana. Il Maharìl fa esplicitamente riferimento, sottolineandone quindi la centralità, ad un ta’am speciale per la lettura della ‘aqedà.
Questo episodio è servito sia da appello per via della sua funzione riscattatrice, affinché venissero perdonati i discendenti del patriarca, sia come modello che il popolo ebraico martoriato avrebbe dovuto nei secoli imitare.
Per questo, non solo all’interno del mondo ebraico, sono emersi diversi indirizzi per rispondere ai diversi dilemmi che l’episodio suscita. In questa sede ne riporterò solo alcuni.
Il comportamento di Avrahàm, in modo particolare negli ultimi due secoli, appare non giustificabile moralmente. Già nei secoli precedenti troviamo numerose testimonianze di atteggiamenti critici, nel Midrash, e, cosa che non ci aspetteremmo, dal momento che i patriarchi sono da essi considerati la base sulla quale il popolo ebraico viene edificato, dai poeti. In questo ultimo caso la logica è chiara: se i nostri modelli di riferimento ricevono delle punizioni per via di difetti che a noi paiono di poco conto, come faremo noi a confrontarci con il giudizio divino?
Nella partita a scacchi fra D. e Avrahàm, entrambe le parti sembrano convinte di sapere quale sarà l’esito della prova: D. non ha necessità di vedere Avrahàm all’opera per sapere che avrebbe obbedito, Avrahàm, da parte sua, era convinto che non si sarebbe dovuto consumare il sacrificio. La ‘aqedah nonèunepisodio immaginario o un sogno, ma un dramma vissuto con serena ansia da Avrahàm con il suo cuore di padre e il suo spirito di credente.
Dal testo, il gesto di Avrahàm sembra aver ricevuto l’approvazione e la benedizione divine (Gen. 22,12; 16-18). L’aspetto che viene messo in risalto è quello del timore di D. di Avrahàm.
Convenzionalmente la risposta che viene data alle difficoltà è che fu chiesto ad Avrahàm di mostrare la forza del suo amore per D., dimostrando di essere disposto a sacrificare il figlio atteso per una vita.
Il significato della prova: Maimonide
La risposta convenzionale non risolve però tutti i problemi. E’ evidente infatti che il Signore conosca perfettamente il cuore degli uomini. Se è così però non si comprende quale sia la necessità di mettere alla prova Avrahàm.
Maimonide affronta la questione nel Morè Nevukhìm (III, 24): quello della prova (nisayòn) è uno dei problemi fondamentali della Torà.
Comunemente la gente crede che il Signore mandi delle disgrazie a un individuo senza che questo abbia una colpa, per accrescerne la ricompensa, ma questa idea non è esplicitamente individuabile nella Torà, e si oppone anzi a quella secondo cui D. è “Un D. di fedeltà, senza ingiustizia”. Gli stessi chakhamìm contrastano questa idea, quando dicono che “Non c’è morte senza peccato, e non ci sono torture senza crimine”.
A dispetto delle parole di Maimonide, l’idea che la prova del sacrificio sia legata a una ricompensa, per Avrahàm o per la sua discendenza, ha avuto molto successo nei commenti classici, essendo ricordata da Sa’adià, Rashì, Nissim Gerondi, Yosef Albo, Yonah Gerondi, Crescas, Arama, Sforno. Secondo Crescas ed Albo è presente persino un elemento di issurè ahavà – sofferenze (del giusto) d’amore (da parte di D.).
Nella visione maimonidea la ‘aqedat Yitzchàq in modo particolare è problematica, dal momento che non era nota ad altri che a D. e una o due persone.
Secondo Maimonide, che riprende un elemento presente nel pensiero di Sa’adià Gaon, lo scopo della prova è quello di far sapere agli uomini che cosa devono fare o credere, per dare un esempio da emulare e seguire.
La ‘aqedà racchiude due concetti che sono fra i fondamenti della fede:
- Fa conoscere i limiti per l’amore per D. e fino a dove arrivi il timore. Avrahàm è coinvolto nella cosa più incredibile che possa avvenire al mondo, della quale l’uomo non si può immaginare capace. E’ ancora più notevole che Avrahàm non abbia accettato il comandamento d’impeto, ma dopo alcuni giorni di viaggio e una ponderata riflessione.
- Inoltre ci fa sapere che i profeti considerano vero ciò che giunge loro, senza mostrare alcun dubbio. Infatti se la visione ricevuta da Avrahàm fosse stata oscura, o se avesse mostrato qualche dubbio non si sarebbe affrettato a fare qualcosa che la natura rifiuta.
La prova non ha pertanto lo scopo di far conoscere a D. qualcosa che non sapesse precedentemente, perché è molto al di sopra di questi pensieri.
Kant: Abramo ha sbagliato
Immanuel Kant, che affrontò la questione in Il conflitto delle facoltà, rimase decisamente turbato dalla morale della ‘aqedà: infatti, contrariamente a quanto sosteneva Maimonide, nessuno può essere certo di avere ricevuto un messaggio profetico, in quanto è impossibile che l’uomo con i suoi sensi possa afferrare l’infinito, distinguerlo dagli enti sensibili e conoscerlo, mentre tutti sanno con certezza che l’omicidio è immorale. Per questo Avrahàm, accettando di sacrificare Yitzchàq, fallì nella prova.
Timore e tremore: Kierkegaard
L’episodio della ‘aqedàt Yitzchàq ha avuto la particolarità di entrare a pieno titolo nella storia della filosofia per via dell’opera Timore e tremore di Soren Kierkegaard. Timore e amore di D. sono al centro della sua riflessione. Il suo presupposto è che vi sia un’etica universale, con le sue regole generali. L’amore di D. tuttavia è particolare, è una relazione personale Io-Tu.
Secondo Kierkegaard quello che Avrahàm ha subito nel corso di questo processo è una “sospensione teleologica dell’etica”, dettata dalla volontà che l’amore di D. annulli i principi universali che legano gli esseri umani gli uni agli altri. Per questo Avrahàm viene considerato da Kierkegaard un “cavaliere della fede”.
La posizione di Kierkegaard rimanda a una disputa medievale, quando Sa’adià Gaòn, che considerava i comandamenti divini come necessariamente morali, contestava la scuola islamica asharita, che considerava per definizione ogni comandamento divino come buono, indipendentemente dalla sua natura.
Rav Soloveitchik: paradigma della vita religiosa
Rav Soloveitchik ha inquadrato l’episodio della ‘aqedà all’interno della sua caratterizzazione della vita religiosa, che è intesa come una dialettica fra vittoria e sconfitta, fra maestà e umiltà, fra l’uomo-padrone creativo e l’uomo-servo obbediente.
Alcune volte D. impone agli uomini di staccarsi da quanto si ha di più caro. L’uomo deve sperimentare la sconfitta e la vittoria. In tale ottica la ‘aqedà non è un episodio isolato, ma un paradigma della vita religiosa nel suo insieme. Quando abbiamo un desiderio appassionato, la Torà pone dei limiti alla soddisfazione del desiderio. Proprio perché siamo orgogliosi del potere della ragione, la Torà stabilisce dei chuqqìm, delle norme impenetrabili per la ragione umana.
Nello specifico ad Avrahàm, catapultato in un mondo paradossale, non comprensibile ad altri, viene chiesto di offrire il sacrificio più grande. Secondo Rav Soloveitchik l’esperienza religiosa è anzitutto dolorosa: Avrahàm deve essere consapevole del fatto che non ci sarà un altro Yitzchàq, e il rimorso per quanto avrà fatto lo perseguiterà per tutta la vita. Attraverso il sacrificio di se stesso, mostrandosi pronto a offrire quanto ha di più caro, l’uomo trova se stesso. E’ importante sottolineare che D. non chiede all’uomo il suo mondo, ma chiede solo che sia pronto a rinunciarvi.
Rav Kuk: la voce della coscienza
L’episodio della ‘aqedà è stato rappresentato molte volte nella storia dell’arte e vi sono persino degli studi specifici sull’argomento, in particolare nel contrasto fra la rappresentazione di Caravaggio nel suo Sacrificio d’Isacco del 1603 e quella del quadro di Rembrandt del 1635. Nel quadro di Rembrandt c’è un particolare non presente all’interno della narrazione biblica. L’angelo infatti ferma la mano di Avrahàm, intenzionato a colpire Yitzchàq.
In maniera abbastanza sorprendente, troviamo lo stesso negli affreschi, miracolosamente pervenuti a noi, delle sinagoghe di Dura Europos (III secolo) e Bet-Alfa (VI secolo).
Perché Rembrandt inserisce questo elemento? Rembrandt era evidentemente turbato dall’idea che Avrahàm possa dato avere ascolto alla voce di un angelo, desistendo da quanto D. gli aveva ordinato. Per questo arriva alla conclusione che l’angelo abbia impedito ad Avrahàm di agire.
Rav Kuk dà una spiegazione sorprendente di questo fatto: la voce angelica che stava parlando non era una voce esterna, ma la voce della coscienza di Avrahàm, quella porzione superiore dell’anima creata a immagine divina.
Yeshayàhu Leibowitz: Avrahàm come Yiòv
Secondo Yeshàyahu Leibowitz Avrahàm fu sottoposto a una prova simile a quella di Yiòv. Il motivo per cui servono D. è che soddisfa tutti i loro bisogni, o sono disposti a servirLo in ogni condizione? Entrambi prima della prova sono timorati di D., ma attraverso di esse danno dimostrazione di un impegno incrollabile.
Shelomò Aviner: il vertice della scala
Secondo Rav Aviner l’aspetto maggiormente caratterizzante della ‘aqedà è la rinuncia ai sentimenti e alla comprensione umani, di fronte al comandamento divino, per insegnarci nel modo più drastico possibile che non mettiamo in pratica quanto comandato perché è bene per noi, o perché lo comprendiamo, ma solo perché ci è stato comandato. L’uomo per seguire la volontà divina sacrifica l’etica umana. Attraverso la ‘aqedà viene fissata in maniera inequivocabile una scala di valori, al cui vertice si trova il servizio divino, che distrugge l’etica umana e le attribuisce un nuovo fondamento.
Moshè Halbertal: vero amore
Moshè Halbertal ha dedicato un volume al tema del sacrificio, e chiaramente quello della legatura di Yitzchàq è un tema privilegiato.
Tutti noi sappiamo che vi è un imperativo di amare D., ma la sua realizzazione è molto difficile, dal momento che dipendiamo da Lui per tutti i nostri bisogni. Sullo sfondo rimarrà sempre la tentazione di formare una relazione strumentale.
Il nostro modo principale di amare è espresso tramite il dono, ma quando offriamo un sacrificio a D. possiamo sperare in cuor nostro che D. ci dia di più in cambio. Caino e Abele offrirono sacrifici, ma parzialmente erano motivati dall’aspettativa di ricevere raccolti e greggi migliori di quelli che avevano. Con la ‘aqedà D. offre ad Avrahàm l’opportunità di uscire dal regno dello scambio. Nulla infatti può per Avrahàm sostituire Yitzchàq, dal momento che aveva un valore assoluto. Attraverso la sua offerta Avrahàm mostra che il suo amore è totale e incondizionato.
In un passo della sua opera Halbertal si confronta con la posizione di Kierkegaard ed evidenzia un punto importante, che ad alcuni potrà sembrare ovvio, ma nel mondo di oggi è centrale, poiché nella logica dell’attentatore suicida violenza e sacrificio di sé sono intrecciati: nel “sacrificio” della coscienza morale da parte di Avrahàm colui che di fatto sacrificato è un altro essere umano. La vera vittima della storia è Yitzchàq, non Avrahàm. In generale, quando la moralità è descritta come una tentazione da superare in nome di un ideale più alto, è sempre qualcun altro a pagarne il prezzo. Vedere la vittima come colui che ha sacrificato i suoi principi morali è un momento alquanto iniquo presente in alcune tradizioni religiose.
Rav Sacks: i nostri figli non sono “nostri”
Rav Sacks, per vari motivi, non è soddisfatto della lettura tradizionale:
- Il Tanàkh infatti in varie circostanze mostra che il sacrificio umano, e in particolare il sacrificio dei figli, era un fenomeno tutt’altro che raro nel mondo antico; molte prove archeologiche assecondano questa idea;
- La pratica del sacrificio dei figli, che secondo la lettura di Ibn Kaspi è l’obiettivo polemico di tutto l’episodio, è vista con orrore in tutto il Tanàkh. Com’è possibile che la figura di Avrahàm sia poi stata considerata un modello, se era disposto a fare ciò che poi sarebbe stato vigorosamente vietato ai suoi discendenti?
- Più specificamente Avrahàm è stato scelto per essere un modello di padre. Questo emerge chiaramente dal suo nome e dal compito assegnatogli. Come potrebbe mai essere un padre modello, se è disposto a sacrificare i figli? Avrebbe dovuto mostrarsi piuttosto pronto a sacrificare la propria vita, per salvare quella di Yitzchàq!
- Come ebrei, ma più in generale come esseri umani, si deve respingere l’idea che vi sia una sospensione dell’etica, perché questa idea conferisce carta bianca a un qualsiasi fanatico religioso di commettere crimini in nome di D. E’ la logica dell’Inquisizione e dei kamikaze. D. non può chiedere di essere non etici. Potremmo tuttalpiù non comprendere l’etica divina nella Sua prospettiva, ma siamo convinti del fatto che tutte le Sue vie siano giuste (Deut. 32,4).
Secondo Rav Sacks il punto di partenza per comprendere correttamente l’inquadramento di questo episodio è che la Torà in generale, e in modo particolare il libro di Bereshìt, si prefiggono lo scopo di contestare le visioni del mondo che considera pagane, inumane e fondamentalmente errate.
Un obiettivo polemico privilegiato è l’antica concezione della famiglia. Nel mondo antico difatti esisteva una connessione intrinseca fra tre cose: la religione domestica, la famiglia e il diritto di proprietà.
Ogni famiglia aveva i propri dei, fra cui gli spiriti degli antenati morti, dai quali cercava protezione e offriva sacrifici. L’autorità del pater familias era infinita. Aveva il potere di vita e di morte sulla moglie e sui figli. Alla sua morte l’autorità veniva trasferita al primogenito. Sino a quel momento i figli rimanevano proprietà del padre.
La Torà si oppone con forza a questa visione del mondo. Nella narrazione del libro di Bereshìt la successione non privilegia mai i primogeniti. Tutta la storia di Yitzchàq vuole contrapporsi all’idea che il figlio sia proprietà del padre.
La nascita miracolosa di Yitzchàq è parallela a quella di Shemuèl, e l’esito di questa seconda storia può essere istruttiva per spiegarne l’esito: Shemuèl per tutta la sua vita sarà consegnato al Signore. Lo stesso potrebbe essere avvenuto per Yitzchàq.
D. non vuole il sacrificio del figlio, ma la sua consegna, per stabilire il principio non negoziabile che i figli non sono di proprietà dei genitori. La prova più evidente emerge dalla nascita del primo bambino umano, Qaìn. Alla sua nascita Hawwà afferma di avere acquisito un uomo assieme al Signore. Tutti sappiamo com’è andata a finire, con il primo omicidio della storia. Se pretendi di possedere i tuoi figli, questi potrebbero reagire con la violenza. In questo clima non si può sviluppare l’indipendenza.
Qui avviene un passaggio fondamentale, dal nucleo familiare all’emergere dell’individuo come figura centrale della moralità. Se tutti i figli sono figli di D., la paternità non è proprietà ma tutela.
Se Freud avesse tratto la sua psicologia non dalla mitologia greca, portando all’elaborazione del complesso di Edipo, ma dalla Torà, la sua considerazione della condizione umana sarebbe stata più fiduciosa.
Il Signore tuttavia espresse ad Avrahàm la sua richiesta, affinché non si dicesse che il popolo ebraico non aveva il coraggio di farlo. Non vuole però che venga portata a compimento, perché D. è il D. della vita e non della morte. Quanto emerge con forza, così come in tanti altri passi della Torà, è che la morte non è sacra.
Bibliografia
S. Aviner, Tal Chermon, pp. 50-51
S. Elizur, Ha-chatà Avrahàm avìnu be’oqdò et Yizchaq?, in I. Rozenson-B. Lau, ‘Aqedat Yitzchaq lezar’ò, Gerusalemme 5763, pp. 215-224
M. Halbertal, Sul sacrificio, Firenze 2014
I. Kant, Il conflitto delle facoltà, Brescia 1994
D. Lattes, Aspetti e problemi dell’ebraismo, cap. 5-6
Y. D. Soloveitchik, Divrè hashqafàh, Yerushalayim 1994, pp. 213-214
A. van der Heide, ‘Now I Know’: Five Centuries of Aqedah Exegesis, Amsterdam Studies in Jewish Philosophy 17, Springer 2017
Sitografia
etzion.org.il/he/שיעור-24-העקדה
jewishideas.org/article/binding-isaac-extremely-religious-without-religious-extremism-rabbi-hayyim-angel rabbisacks.org/binding-isaac-vayera-5775/
