Moked.it – 28 luglio 2026
C’è una frase della Mishnah che, letta per la prima volta, sembra quasi un paradosso. «Non vi furono giorni di festa per Israele come il 15 di Av e come Yom Kippur» (Ta’anit 4,8). Che Kippur sia una festa, lo si capisce: è il giorno del perdono, della riconciliazione, del ritorno. Ma il 15 di Av? Non ha aspetti rituali speciali che lo caratterizzino, se non la mancata recitazione del tachanun. Eppure i Maestri lo pongono sullo stesso piano di Yom Kippur, anzi – secondo alcuni – persino al di sopra.
Tisha BeAv è il giorno della distruzione: del Primo Tempio, del Secondo, e di innumerevoli altre catastrofi che la storia ha sovrapposto a quella data. È un giorno di digiuno, di lutto, di lamentazioni. E poi, appena sette giorni dopo, esattamente la durata della shivà, arriva Tu BeAv. Il momento in cui ci si rialza dal lutto. Il lutto ha una durata. La vita richiede di essere ripresa.
Il Talmud (Ta’anit 30b) elenca sei ragioni per cui il quindici di Av è un giorno di festa. Percorrerle vale la pena, perché insieme costruiscono un’immagine coerente.
La prima è legata alla generazione del deserto. Dopo il peccato degli esploratori, fu decretato che nessuno di quella generazione avrebbe visto la terra promessa. Per quarant’anni, ogni vigilia del 9 di Av, gli uomini scavavano la propria tomba e vi dormivano dentro; al mattino, chi era sopravvissuto usciva. Nell’ultimo anno tutti si svegliarono vivi. Pensando a un errore di calcolo, tornarono a dormire nelle tombe le notti successive, finché il quindici del mese la luna piena dissipò ogni dubbio: il decreto era compiuto, D-o aveva perdonato.
Le altre cinque ragioni attraversano secoli diversi e contesti diversi, ma raccontano tutte lo stesso tipo di evento. Nell’epoca di Giosuè decadde il divieto per le donne ereditiere di sposarsi fuori dalla propria tribù, aprendo la strada ai matrimoni intertribali. Nell’epoca dei Giudici venne sciolto il giuramento che condannava la tribù di Beniamino all’estinzione dopo la guerra civile. Nell’epoca dei Re, Osea figlio di Ela rimosse i posti di blocco che Geroboamo aveva eretto per impedire agli ebrei del nord di salire al Tempio.
Dopo la rivolta di Bar Kokhba, un nuovo imperatore consentì finalmente la sepoltura dei caduti di Betar – corpi che, miracolosamente, non si erano decomposti in tre anni – e i Maestri istituirono per quell’occasione la quarta benedizione del Birkat Hamazon, Hatov veHametiv, «Colui che è buono e fa il bene».
Infine, in questo giorno cessava il taglio della legna per l’altare: le notti si allungavano, e con esse il tempo disponibile per lo studio. Sei ragioni, dunque, ma con un filo comune: sono tutte storie di barriere abbattute, di decreti sciolti, di separazioni ricomposte.
Il rabbino Yaakov Medan della Yeshivat Har Etzion ha chiarito che questo è anche il legame più profondo con Yom Kippur. In entrambi i giorni si scioglie qualcosa: a Kippur viene riammesso nella comunità chi portava su di sé il peso di un bando; a Tu BeAv fu sciolto il bando contro la tribù di Beniamino. Ciò che rende possibile la festa, in entrambi i casi, è la rimozione dell’esclusione.
C’è un’immagine al centro di questa festa che ha qualcosa di commovente nella sua semplicità. La Mishnah descrive le ragazze di Gerusalemme che uscivano a danzare nei vigneti, vestite di bianco, per incontrare i giovani che cercavano moglie. Ma gli abiti bianchi erano presi in prestito. Nessuna li possedeva propri. Persino la figlia del re e la figlia del sommo sacerdote indossavano vesti altrui, perché nessuna potesse vergognarsi di non poterselo permettere. E le ragazze che danzavano, cosa dicevano ai giovani? «Non guardare alla bellezza – guarda alla famiglia. La grazia è ingannevole e vano è il bell’aspetto; la donna che teme D-o è quella che sarà lodata» (Proverbi 31,30).
Il Secondo Tempio, insegna il Talmud (Yoma 9b), fu distrutto a causa della sinat chinam,l’odio gratuito, l’ostilità senza causa tra ebrei. Tu BeAv è, specularmente, il giorno dell’ahavat chinam, l’amore gratuito, la riconciliazione senza condizioni. Non una festa dell’oblio, ma una festa del ritorno: alla vita, all’altro, alla possibilità di ricominciare.
https://moked.it/2026/07/28/tu-beav-il-giorno-in-cui-israele-impara-a-ricominciare/
