1) Shavu’ot è l’unica festa a non avere una data esplicita nella Torah. L’unico modo per calcolarla è attraverso la Sefirat ha-’Omer. Perché? 2) Shavu’ot è l’unico dei Shalosh Regalim a durare un giorno solo secondo la Torah. Perché? 3) Shavu’ot è l’unica festa a non avere una Mitzwah pratica specifica che la contraddistingua. Perché? 4) Shavu’ot è l’unica occasione annuale in cui nel Bet ha-Miqdash si portava un’offerta farinacea di Chametz (gli Shtè ha-Lechem), mentre tutte le altre erano di Matzah. Perché?
L’unica indicazione temporale che la Torah assegna al Mattan Torah è quanto abbiamo letto all’inizio della Parashah odierna: “All’inizio del terzo mese dall’Uscita dei Figli d’Israel dall’Egitto, in questo giorno giunsero nel Deserto del Sinai”. La Torah fu data nel terzo mese. Perché? Lo sviluppo di un bambino che nasce si svolge in tre fasi. La prima fase è quella del ‘ibbur (gravidanza), in cui il bambino impara a muovere il suo corpo nel ventre materno e ad agire (ma’asseh). La seconda è quella della yeniqah (allattamento) che segue immediatamente al parto, in cui il bambino impara a usare la sua bocca e a parlare (dibbur). La terza fase è quella della sua maturazione intellettuale (mochin), in cui il bambino, ormai svezzato, apprende a pensare e a ragionare (machshavah).
Il popolo d’Israele attraversò tutte tre le fasi. Pessach, nel mese di Nissan, è la fase del concepimento. E’ la fase delle “grandi manovre”, in cui si sviluppa il ma’asseh. Segue il mese di Iyar, segnato da una sola grande mitzwah, la Sefirat ha-’Omer, che è un precetto di dibbur. Solo nel mese di Siwan, il terzo mese appunto, quello di Shavu’ot, il popolo ebraico riceve la Torah di cui è detto wehaghita bo yomam wa-laylah, “la mediterai giorno e notte” (Yehoshua’ 1,8).
Il processo che abbiamo descritto passa attraverso il concetto di tempo. La prima fase dello sviluppo consiste nell’appropriarsi del tempo, condizione necessaria per portare avanti qualsiasi progetto costruttivo. L’azione (ma’asseh) è determinata dal tempo. Pessach è la festa del tempo: il divieto del Chametz e la prescrizione della Matzah servono a renderci famigliari con la necessità di adoperare il nostro tempo al meglio. Lo stesso dicasi per la parola (dibbur) nella seconda fase, rappresentata dalla Sefirat ha-’Omer nel mese di Iyar. Ma la Torah che ci viene data a Shavu’ot non ha alcun tempo fisso per lo studio. Di più. Essa deve essere meditata non notte e giorno, bensì “giorno e notte”: significativamente, l’ordine dei termini è inverso rispetto a quello cui siamo abituati, per cui la notte precede il giorno, per insegnarci che la Torah non rispetta le regole del tempo. Il pensiero (machshavah) non conosce tempo, è al di sopra del tempo.
Questo risponde a tutte le nostre domande. Ci spiega perché Shavu’ot, il giorno in cui la Torah ci è stata donata, non ha una data specifica nel calendario. Ci spiega perché sia l’unico dei Shalosh Regalim a durare un giorno solo, mentre Pessach e Sukkot durano una settimana ciascuna: la settimana, infatti, è l’unità di tempo produttivo stabilita da H. con la creazione del mondo e Shavu’ot si colloca al di fuori di essa. Shavu’ot non è distinta da alcuna Mitzwah legata all’azione (ma’asseh) o alla parola (dibbur) perché lo studio della Torah è pensiero (machshavah). Infine la presenza del Chametz, unica nel suo genere, fra le offerte farinacee di Shavu’ot costituisce lo spartiacque fra una disciplina basata sull’azione (ma’asseh) e sulla parola (dibbur) che ci spinge a risparmiare tempo, quella di Pessach in cui il Chametz è proibito e una disciplina diversa, il cui motto è: fermati a pensare, prenditi il tempo di cui hai bisogno. Questo è il senso di Shavu’ot per l’uomo moderno. Non si può sempre correre, concorrere, realizzare, produrre. Occorre saper riflettere e la riflessione non può essere soggetta al tempo, perché pensare è al di sopra del tempo. Shavu’ot cade il cinquantesimo giorno dopo l’uscita dall’Egitto. Il numero cinquanta è adoperato nella Torah un’altra volta a proposito dell’anno del Yovèl, il cinquantesimo anno in cui tutti gli schiavi venivano liberati: anche quelli che dopo aver lavorato per sette anni decidevano di prolungare la loro ferma presso il padrone. La Torah dice di questi che dovevano marcare il proprio orecchio e poi wa-’avadò le-’olam, “avrebbero servito lui (il padrone) in eterno” (Shemot 21,6). Interviene l’interpretazione orale e dice: “fino al Yovèl” (Rashì ad loc., Qiddushin 15a). Il cinquantesimo anno è chiamato “eternità”, perché il numero cinquanta (7×7+1) è al di sopra del tempo. La nozione di tempo è fondamentale, ma abituiamoci a dominarlo senza esserne dominati.
