Per Heschel, il profeta non è un semplice portavoce, ma un protagonista del dramma divino. La profezia non consiste nel predire il futuro, bensì nel guardare il presente con gli occhi di Dio e chiamare gli uomini a battersi per la giustizia
Rav Benjamin Lau – Makor Rishon – 16 aprile 2026
Heschel (a destra) durante una marcia a sostegno dei diritti dei lavoratori dei servizi igienico-sanitari a Memphis, pochi giorni dopo l’assassinio di Martin Luther King. La marcia fu guidata dalla vedova, Coretta Scott King | Foto: Getty Images

C’è un’immagine che porto dentro di me da quasi vent’anni. Era un sabato mattina, durante una predica nella sinagoga Ramban. Avevo citato un passo di un saggio di Abraham Joshua Heschel sulla figura del profeta. All’improvviso, con la coda dell’occhio, vidi uno dei fedeli più anziani, rav Yosef Green, di benedetta memoria, scoppiare a piangere.
Terminai la predica e mi avvicinai per chiedergli che cosa fosse successo.
«Sono passati anni da quando sono venuto in Israele», mi disse, «ed è la prima volta che sento pronunciare il nome del mio rabbino e maestro durante una predica in sinagoga».
Noi lettori di lingua ebraica dobbiamo molto al dottor Dror Bondi, che da ormai vent’anni si dedica a riportare il pensiero di Heschel in Israele e a farlo penetrare nelle vene della società israeliana. Ora possiamo finalmente accogliere la traduzione de I profeti, il primo di due volumi dedicati ai profeti e alla profezia.
Come ha scritto Evyatar Banai sulla quarta di copertina: «Mi sembra che anche Heschel sia contento di queste traduzioni».
La traduzione è un vero lavoro d’autore, tanto da meritare un articolo a sé. Qui, però, vorrei concentrarmi sui contenuti del libro.
Il volume, nella sua forma originale, ha attraversato diverse fasi, descritte con grande chiarezza nell’introduzione di Bondi. Si parte dal nucleo originario, scritto come tesi di dottorato a Berlino prima dell’ascesa al potere dei nazisti, per arrivare alla successiva rielaborazione in inglese e alla pubblicazione, alla fine degli anni Sessanta.
Lo stesso Heschel avrebbe voluto tradurre il libro in ebraico, ma diversi ostacoli glielo impedirono. È stato infine Dror Bondi a realizzare quel progetto.
Nella sua introduzione, Bondi riporta una lettera che Bialik scrisse a Heschel nel 1933, incoraggiandolo a tradurre in ebraico la sua tesi sui profeti:
«Sono stato davvero felice di sapere che hai finalmente concluso i tuoi studi universitari. Valeva davvero la pena pubblicare in ebraico anche le tue idee sui profeti».
Oggi Bondi ha potuto dare compimento a quel suggerimento di Bialik.
Il duplice ruolo del profeta
Per comprendere la portata della rivoluzione introdotta da Heschel in quest’opera fondamentale, dobbiamo partire da due concezioni che lo avevano preceduto.
Da una parte, la filosofia greca e, sotto la sua influenza, anche la teologia medievale, tendevano a concepire Dio come un essere perfetto, razionale, freddo e distante, del tutto estraneo alle piccole vicende della nostra esistenza.
Dall’altra, la concezione tradizionale e popolare vedeva nel profeta una sorta di ricettacolo passivo: una «tromba», o un altoparlante attraverso il quale Dio parlava al popolo. La personalità del profeta, in questa prospettiva, scompariva dietro la parola divina.
Per Heschel, invece, la profezia è un’esperienza profondamente dialogica, nella quale la coscienza dell’uomo entra in relazione con la coscienza di Dio.
«Il profeta non è un microfono», afferma Heschel. «È qualcuno… ha un temperamento, una sensibilità, un carattere e un’individualità».
Il profeta non si limita a registrare un messaggio. Vive un evento. «Non si limita a trasmettere: solleva il velo».
Nel mio libro Geremia: il destino di un profeta ho cercato di riportare la figura del profeta nella realtà sociale in cui viviamo, proponendo di considerarlo una sorta di editorialista o, meglio ancora, una «sveglia» della società.
È l’uomo che si colloca al di fuori del sistema istituzionale, mette in discussione le concezioni del potere e grida alla porta della città contro le ingiustizie sociali che nessuno vuole vedere.
Il profeta ha dunque una duplice direzione. Da una parte agisce con coraggio come messaggero di Dio, portando la parola divina sulla terra; dall’altra si fa portavoce del popolo e porta il grido degli uomini fino al cielo: «Desisti dalla tua ira».
Nella mia lettura dei testi profetici, il profeta è quindi un combattente che può arrivare a lottare perfino contro Dio per difendere il proprio popolo, e non soltanto un messaggero incaricato di portare sulla terra la parola divina.
Con Heschel, però, saliamo ancora di un gradino e arriviamo alla dimensione spirituale e dialogica della profezia.
Heschel sfida tanto la filosofia occidentale quanto le antiche concezioni tradizionali e ridisegna la figura del profeta: non soltanto un messaggero, ma un essere umano vivo, partecipe del dramma stesso di Dio.
Il profeta di Heschel è un uomo che ha avuto il privilegio — o forse la condanna — di identificarsi nel profondo con i sentimenti di Dio.
«Il profeta considera se stesso come colui che cammina mano nella mano con Dio. Tra loro esiste un accordo».
Ma questa identificazione ha un prezzo: lacera l’anima del profeta.
Heschel condensa così l’abisso della sua sofferenza:
«Questo è il giogo posto sulle spalle del profeta: empatia, o compassione, verso l’uomo e simpatia, o identificazione, verso Dio».
Il profeta vive così in un dialogo incessante. Quando si trova davanti al popolo, avverte il dolore e la delusione di Dio; quando si trova davanti a Dio, piange le lacrime del popolo.
Heschel ci invita a entrare nella profondità dell’anima di ciascun profeta:
«Non è sufficiente che i profeti siano presenti nella nostra coscienza; dobbiamo pensare come se fossimo noi stessi dentro la loro coscienza. Perché possano vivere ed essere presenti davanti a noi, dobbiamo pensare non ai profeti, ma dentro i profeti, con il loro cuore, con la loro sensibilità. La loro esistenza ci coinvolge: se la loro sensibilità non ci colpisce, non ci ferisce, non ci eleva, allora non la percepiamo davvero».
Il ritorno al pensiero chassidico
Bondi sottolinea il percorso personale compiuto da Heschel dopo il suo arrivo in America, quando tornò al pensiero chassidico, anche se non necessariamente al suo stile di vita.
La sua rilettura dei profeti — diversa da quella della sua tesi di dottorato — si sviluppa attraverso gli strumenti della tradizione chassidica, che cerca di conoscere una persona attraverso la sua stessa personalità, andando oltre ciò che è scritto nei libri.
Lo stesso Heschel, nel suo libro su Kotzk, descrive così lo studio della Torah:
«Quando una persona studia “disse Abaye”, “disse Rava”, non deve accontentarsi di comprendere il contenuto delle parole degli amoraim; deve anche raffigurarsi davanti agli occhi Abaye e Rava. Deve vivere insieme a loro, entrare nella loro interiorità e non limitarsi a cogliere i loro ragionamenti… “Chiunque riferisca un insegnamento a nome di colui che lo ha pronunciato deve considerare se stesso come se l’autore dell’insegnamento fosse davanti a lui”».
Quando ho letto questo passo, ho compreso fino in fondo quanto sia profondo il legame di Bondi con il pensiero di Heschel.
Sia lui sia io abbiamo avuto il privilegio di essere vicini all’Admor rav Israel Shalom Yosef Friedman (Ben Shalom), il cui insegnamento — soprattutto sul Talmud Yerushalmi e sulla chassidut, ma anche attraverso le sue ricerche accademiche sul periodo del Secondo Tempio — ruotava attorno al principio di avere «l’autore dell’insegnamento davanti ai propri occhi».
Una raccolta di saggi in sua memoria è stata persino intitolata L’autore dell’insegnamento.
In quella raccolta, Dror Bondi dedica un saggio al rapporto tra queste due figure. Non si conobbero mai, ma erano parenti ed entrambi appartenevano alla dinastia chassidica di Ruzhin.
Entrambi gli Admorim fondarono il loro insegnamento sul principio di avere «l’autore dell’insegnamento davanti ai propri occhi». Mi è chiaro che questo costituisce un punto essenziale per entrare in relazione con il loro pensiero e con il loro mondo spirituale.
Nei sette capitoli del libro, Heschel traccia il ritratto di sette profeti, ciascuno attraverso la propria personalità e i propri strumenti.
In Amos emerge soprattutto l’ira divina di fronte alla perdita della giustizia.
In Osea l’esperienza dialogica raggiunge la sua massima intensità, soprattutto nel comando di prendere in moglie una donna dedita alla prostituzione.
A differenza di Maimonide e dei commentatori medievali, che consideravano questo episodio una semplice allegoria, Heschel — e il mio maestro rav Yoel Ben-Nun segue una strada analoga nelle sue lezioni — insiste sul carattere realistico del racconto.
Per poter dialogare realmente con Dio e parlare in suo nome, Osea doveva vivere personalmente quel dramma.
«Solo vivendo nella propria vita ciò che lo Sposo divino aveva vissuto con Israele, la sua sposa, il profeta poteva arrivare a una vera identificazione con la situazione divina», scrive Heschel.
Osea doveva sperimentare nel proprio corpo il modo in cui la compassione può prevalere sul tradimento, per comprendere che anche in Dio l’amore per il popolo è più forte dell’ira.
Per Osea, la «conoscenza di Dio» non è dunque una conoscenza intellettuale, ma «il coinvolgimento dell’intera persona… simpatia in azione».
In Geremia vediamo invece la solitudine del dialogo portata al suo estremo.
Geremia è «un uomo sopraffatto dalla simpatia per Dio e dalla simpatia per l’uomo. Quando si trova davanti al popolo, si rivolge supplicando a Dio; quando si trova davanti a Dio, supplica per il suo popolo» (p. 239).
Heschel mostra come i versetti nei quali Geremia sembra piangere sulla propria condizione siano spesso il riflesso di un Dio che, per così dire, piange se stesso attraverso la bocca del profeta:
«È la voce di Dio a sentirsi respinta, tormentata e ferita» (p. 226).
Il profeta non è una tromba. È il cuore pulsante di Dio che percorre le strade di Gerusalemme.
Un appello all’azione
Uno dei capitoli che Heschel aggiunse in un secondo momento, al di fuori dell’impianto originario della sua ricerca accademica, è dedicato al profeta Abacuc.
Il capitolo nacque dopo la Shoah e presenta Abacuc come «il profeta della protesta contro Dio».
A differenza degli altri profeti, che si identificano con il pathos e il dolore divini, Abacuc si presenta coraggiosamente davanti a Dio e gli rivolge un’accusa diretta: perché tollera il male? Perché tace di fronte alla sofferenza?
Abacuc rifiuta anche una risposta puramente razionale fondata sulla «giustificazione del giudizio divino».
La risposta che alla fine riceve è:
«Ma il giusto vivrà per la sua fede».
Non è una soluzione filosofica, ma una risposta esistenziale: la richiesta di una fiducia profonda in Dio e l’accettazione del suo silenzio come mistero.
È una fede che dà la forza di attendere la redenzione nell’oscurità della storia e di trovare sostegno nella vicinanza a Dio anche quando il mondo intorno a noi sembra crollare.
La lettura che Heschel diede dei libri dei profeti lo accompagnò per tutta la vita. Ma certamente assunse un’importanza ancora più radicale quando egli cercò di tradurre nella propria esistenza il loro appello a un’azione concreta nella realtà sociale.
Lo scandaloso divario tra coloro che aspettano la fine dello Shabbat per tornare a sfruttare e derubare, come denuncia il profeta Amos, e coloro che versano sangue per poi correre immediatamente al Tempio, sconvolgeva anche il mondo spirituale ed ebraico di Heschel.
Di fronte a tutto questo, Heschel afferma, attraverso le parole di Isaia:
«Il culto di Dio… quando regna l’immoralità, è un abominio».
Heschel ci insegna così che la profezia non è una previsione cieca del futuro. È piuttosto un modo di interpretare l’esistenza da una prospettiva divina.
Ed è proprio quella prospettiva che siamo chiamati ad assumere.
Essere oggi «figli dei profeti» — come li definiva Heschel — significa sviluppare quella stessa sensibilità: smettere di essere indifferenti al dolore degli oppressi e comprendere che ogni ferita inflitta all’immagine divina presente nell’essere umano è una ribellione contro il Creatore stesso.
Il libro che abbiamo davanti non è un libro da leggere per passatempo.
Chiede a ogni ebreo di uscire dall’indifferenza e di provare a costruire una società nella quale giustizia e diritto non siano slogan vuoti, ma la testimonianza viva della presenza di Dio in mezzo a noi.
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