Cacciati e impossibilitati a lavorare anche coloro che avevano benemerenze fasciste. Alcuni tra i tanti casi. Rari coloro che sono riusciti a ottenere la cosiddetta “discriminazione”
Ciro Dovizio – PreText 28
Il varo delle leggi antisemite nel 1938 aprì una nuova fase del totalitarismo fascista, sancendo la discriminazione e persecuzione degli ebrei italiani e ridefinendo l’identità nazionale su base etnica. Obbedivano a un duplice scopo: da un lato, consolidare l’alleanza con la Germania nazista; dall’altro, rafforzare il controllo ideologico sul versante interno scongiurando ogni minaccia alla coesione e alla purezza della nazione fascista.
Più in generale, il distinguo antisemita fornì al fascismo una rinnovata tensione ideologica e un nuovo criterio di definizione dei gruppi al suo interno. Gli ebrei vennero fatti oggetto di divieti e restrizioni, espulsi dalle scuole, dagli impieghi pubblici e dalle professioni, ivi compresa quella giornalistica. Questo, nonostante molti di loro fossero stati fascisti, e alcuni anche di alto grado.
A Milano, seconda città italiana per numero di ebrei dopo Roma, la persecuzione assunse alcuni tratti specifici. Il capoluogo lombardo era un centro editoriale di grande rilevanza nonché sede di importanti testate come Il Popolo d’Italia, fondato da Benito Mussolini nel 1914 e diretto in seguito dal fratello Arnaldo e dal nipote Vito. Non casualmente, già prima delle leggi razziali, il quotidiano del duce aveva cominciato ad allontanare i collaboratori “ebrei”. Le leggi poi arrivarono implicando l’esclusione dei cronisti di “razza israelitica” dall’albo e dalle redazioni, oltre che l’abolizione della stampa ebraica. Anche chi aveva avuto un ruolo speciale nella macchina propagandistica del regime venne generalmente congedato. I giornalisti ebrei persero non solo il lavoro, ma anche la possibilità di pubblicare, partecipare al dibattito culturale e persino firmare articoli sotto pseudonimo.
La persecuzione colpì figure diverse: fascisti convinti o comunque integrati nella stampa di regime; sospetti antifascisti; individui ritenuti irreprensibili ma poco impegnati nella vita del partito e delle sue organizzazioni; personaggi prossimi, connessi, estranei o anche ostili all’ebraismo, sposati o meno con ebrei, ma che allo stesso modo subirono la persecuzione. Un’esenzione parziale dalle misure antiebraiche, la cosiddetta “discriminazione”, era prevista per quegli ebrei che fossero in grado di attestare particolari meriti nei confronti del regime o della nazione (aver combattuto nella Prima guerra mondiale o in altre guerre italiane, essere stati insigniti di decorazioni militari, essere stati membri del Partito nazionale fascista da molto tempo, aver dato contributi significativi alla cultura, all’industria o all’economia del Paese). Chi otteneva la discriminazione poteva, ad esempio, evitare l’espropriazione totale dei beni o l’espulsione immediata da alcune professioni, ma non riacquisiva i diritti civili persi con le leggi razziali. Peraltro, la concessione della discriminazione poteva essere revocata in qualsiasi momento e non impedì l’aggravarsi della persecuzione, soprattutto dopo l’occupazione nazista del 1943. Insomma, la discriminazione fu una tutela assai parziale che il regime usò arbitrariamente, colpendo comunque la stragrande maggioranza degli ebrei italiani.
Prendiamo il caso di Federico Ottolenghi (Roma, 1908), figlio di un magistrato della Corte d’Appello, iscritto al Partito nazionale fascista sin dal 1921. Attivo conferenziere, nel 1934 giunse a Milano dove si iscrisse all’albo quale corrispondente di vari quotidiani (L’Impero, L’Ora, Gioventù fascista, Il Cittadino, Il Monferrato). Dirigeva peraltro il periodico Davar ed era ritenuto esponente di rilievo del movimento ebraico antisionista. Era stato, tra l’altro, propagandista dei fasci giovanili di combattimento dalla fondazione, capoufficio culturale del gruppo rionale fascista Francesco Baracca di Milano, collaboratore delle sezioni dell’Istituto nazionale di cultura fascista e non aveva mai fatto parte di comunità ebraiche. Sembrerebbe il profilo di un perfetto “ebreo fascista”, destinato perciò a un trattamento di favore, e invece venne comunque perseguitato: trasferitosi a Roma nel 1938, venne attentamente sorvegliato dopo lo scoppio della guerra, in quanto sospetto di sentimenti antifascisti. Interrogato dalla polizia, egli negò ogni addebito, ma ciò non lo salvò da un ordine di internamento (revocato poi nel 1942). Dopo l’8 settembre 1943 si nascose per sfuggire all’arresto e alla probabile deportazione. Sopravvissuto all’occupazione nazista, nel dopoguerra Ottolenghi diresse il periodico satirico e anticomunista L’On. Palmilio, concentrandosi alla fine degli anni Cinquanta anche sulla critica della classe dirigente democristiana.
Tra gli ebrei che ottennero il beneficio della discriminazione vi fu Guido Alberto Levi (Milano, 1911). Queste le sue benemerenze: Croce al merito di guerra per la Campagna dell’Africa Orientale, borsa di studi del ministero degli Affari Esteri nel 1934-1935, quando studiò a New York laureandosi in Master of Arts. Non gli fu consentito però di estendere la discriminazione ai genitori, a quanto pare, per via di alcune vicende del padre, Arturo Levi: stando alle autorità, nel 1929 la tessera del Pnf non gli era stata rinnovata perché sospetto di avvalersene per affarismo e spionaggio. Comunque, Guido Alberto fu internato nel campo di Urbisaglia nel giugno 1940 in quanto ritenuto di sentimenti contrari al regime, provvedimento in seguito revocato.
Altro caso interessante è quello di Giacobbe Levi (Saviglano, 1908), giornalista de La Gazzetta dello Sport, la cui richiesta di discriminazione venne respinta. Componente dei Gruppi universitari fascisti nel 1926-1927, collaboratore di Libro e Moschetto, al partito si iscrisse nel 1928. Laureato in Legge con una tesi di Diritto corporativo (relatore Paolo Orano) su Briand e l’opinione pubblica francese, ebbe, fra l’altro, un ruolo ai Littoriali di Torino e Milano, nella Mostra nazionale dello sport e in altre attività e manifestazioni. Tali meriti non bastarono però a evitargli la persecuzione, tanto che a un certo punto riparò in Svizzera.
Vediamo però il caso di una donna, Nella De Angeli (Bologna, 1897). Ebrea «di razza e di religione», nubile, Nella apparteneva a una famiglia di patrioti, visto che il padre Augusto era stato volontario garibaldino e il fratello Alberto milite nella Grande guerra. Iscritta al fascio femminile di Milano dal 1937 e ai sindacati dei giornalisti dal 1932, era stata segretaria dell’Alleanza nazionale del libro, direttrice e proprietaria del settimanale Italia enigmatica. Dopo un primo rifiuto, la discriminazione le venne concessa.
Assai particolare la vicenda di Giuseppe Blinderman (Odessa, 1883), figura eclettica di ingegnere, drammaturgo e scrittore, meglio noto come Ossip Felyne, nato da padre ebreo e madre ortodossa, di origini russe. Era sposato con l’ebrea Fanny Felia Rosemberg, scrittrice e collaboratrice di molte riviste, tra cui Nuova Antologia, nota come Lia Neanova. Autore di vari romanzi, alcuni dei quali recensiti e apprezzati dal ministero degli Esteri e genero del duce, Galeazzo Ciano, Blinderman cercò il suo aiuto dopo che lui e la moglie vennero arrestati in Toscana in quanto ritenuti ebrei tedeschi, non sappiamo però con quale fortuna.
Degno di citazione è anche il caso di Gino Norsa (Mantova, 1885). Non si trattava di un vero e proprio giornalista, avendo egli pubblicato molti scritti tecnici e divulgativi inerenti al suo ruolo d’ingegnere e imprenditore edile. Nato da genitori italiani e con ascendenti italiani, aveva sposato una cattolica e avuto due figlie. Iscritto al Pnf dal 1926, aveva però partecipato sin dal 1921 alle schermaglie contro i “rossi”. Era stato presidente dell’Associazione degli industriali e dei commercianti della provincia di Mantova, presidente dell’Unione fascista degli industriali della stessa provincia, presidente della sezione industriale del Consiglio provinciale dell’economia corporativa. Tra l’altro, aveva contribuito a creare l’industria italiana in Africa Orientale e a restaurare il Palazzo Ducale di Mantova. Non sappiamo se il beneficio della discriminazione gli venne concesso. Certo è che il duce in persona si interessò della sua sorte dopo che nel febbraio 1943 venne arrestato dal controspionaggio per «attività a favore del nemico in Africa Orientale». I familiari protestarono, non sappiamo con quale effetto perché le tracce sul suo conto si fermano qui.
Per non dire del caso di Rina Pincherle (Milano, 1908, in arte Rita Simonetta). Alle autorità risultava che la Pincherle continuasse a percepire un assegno mensile come collaboratrice esterna dell’Ente nazionale della moda. Quest’ultimo le chiese dunque il certificato anagrafico, considerata la sicura appartenenza del padre alla razza ebraica. Era l’inizio di una lunga e complicata serie di indagini volta a definirne la condizione razziale. Le autorità, infatti, si mostrarono disposte a impiegare ogni mezzo pur di stanare il «nemico interno» e di difendere la «razza italiana».
Insomma, a Milano e in Lombardia come altrove dopo le leggi razziali del 1938, il destino dei cronisti ebrei fu segnato dall’emarginazione, dal peggioramento delle condizioni di vita e, nei casi peggiori, dalla deportazione. Com’è noto, la persecuzione fascista si sviluppò in modo indiscriminato ovvero prescindendo il più delle volte dal posizionamento politico-sociale. D’altra parte, ciò che contava nella politica razziale era il «tratto somatico», assurto a unico criterio d’identificazione oggettiva del «giudeo». Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’occupazione nazista della penisola la situazione precipitò. Vennero i primi eccidi perpetrati dai tedeschi e dai repubblichini. In molti provarono a nascondersi o a espatriare, spesso con documenti falsi o grazie all’aiuto di amici e conoscenti. Fu una pagina oscura del Novecento italiano.
