(Rav Somekh – intervento a ToSpi 2019 – 27.09.2019)
Talmud Bab. Chullin 60b: La Luna si rivolse al S.B. ed obiettò: “Padrone del Mondo, è mai possibile che due re condividano la stessa corona?” “Se la pensi così – disse il Creatore alla luna – diventa più piccola!” La Luna perdette la propria luminosità e dovette dipendere da quella del Sole. La Luna rimase sconvolta. “Padrone del Mondo, per il solo fatto di aver detto una cosa sensata devo rimpicciolirmi?” “Se è come dici, ti dò la facoltà di estendere il tuo dominio di giorno come di notte”. La Luna non fu soddisfatta: “Che senso ha una candela accesa a mezzogiorno? Se di giorno già splende il Sole, a cosa serve la mia fioca luce?”
Una delle acquisizioni spirituali fondamentali del monoteismo biblico rispetto alle culture politeiste circostanti è l’idea che il buio e la luce, ovvero il male e il bene non sono due principi indipendenti l’uno dall’altro, bensì due diverse facce della stessa medaglia. Ancora il dualismo manicheo, che gli Ebrei conobbero in Babilonia, credeva nella “separazione fra i due poteri” del male e del bene. Ciò pone il problema di come l’interazione fra i due principi si conciliasse con la rispettiva onnipotenza che li caratterizza in quanto divinità. Per questo il Deutero-Isaia affermò (Yesha’yah 45,7) che D. “plasma la luce e crea il buio”. Esiste in realtà un’unica Divinità onnipotente che guida le umane vicende, e più in generale le sorti dell’universo, nel bene e nel male, nella luce e nel buio, nella misericordia come nella giustizia. L’evento biblico centrale che ci trasmette questo insegnamento è l’Uscita dall’Egitto. Non esiste un D. punitore accanto a un altro D. salvatore. Lo stesso D. punisce i malvagi e premia i giusti in un unico disegno. Questa visione trovò nel tempo una conferma a livello cosmico: quando si scoprì che la Terra è rotonda anziché piatta, ci si rese conto che mentre un emisfero è illuminato dal Sole, l’altro non è raggiunto dalla sua luce. Ecco che luce e buio non sono principi contrapposti e in perenne lite fra loro, ma aspetti compresenti e alternanti di un’unica realtà.
Il buio è essenzialmente mancanza di luce o è esso stesso un’entità a sé? La tradizione ebraica posteriore ne discute a sua volta Per i razionalisti non si può affermare che D. sia la causa diretta del male, perché Egli è bene per definizione. Tutti i mali sono privazioni e la materia è per natura sempre associata alla privazione, il che la rende causa di ogni corruzione. La stragrande maggioranza dei mali è provocata dall’uomo. Non solo quelli che gli esseri umani si arrecano vicendevolmente, sostiene Maimonide, che nomina esplicitamente la tirannia, la violenza e la guerra, ma persino le malattie. Il medico del Sultano afferma che la maggior parte dei malanni fisici non vengono dall’Alto, ma sono la conseguenza di comportamenti viziosi, intemperanze ed eccessi cui l’uomo si lascerebbe andare nel suo vivere quotidiano. Diverso è l’approccio dei Cabalisti. Per essi la creazione del mondo è stata preceduta da una contrazione della Divinità (tzimtzum). Senza l’individuazione preliminare di uno spazio vuoto (buio) non si sarebbe poi potuto riempirlo con la luce. Anche il buio e il male sono dunque una creatura a tutti gli effetti. Ma c’è una differenza importante sul piano escatologico. Il buio è una creatura che non è destinata a durare per sempre. Perché D. l’ha creata? Per tre motivi: 1) Nessuno è nato perfetto. Il male che è in noi va combattuto e dobbiamo esser pronti a “perdere delle battaglie pur di vincere la guerra”. “Anche sette volte il Giusto potrà cadere, ma si rialza” (Mishlè 24, 16).
E’ proprio attraverso le cadute che la persona ha modo di innalzarsi e migliorare. 2) Chi riceve un dono senza aver fatto nulla per conquistarlo, in definitiva si vergogna. Per evitare ciò D. ci ha messo nella condizione di doverci meritare i beni che ci elargisce. Per questo alla luce si alterna il buio. Ma noi dobbiamo essere parimenti consapevoli che il buio è solo un mezzo e la luce è il vero fine. 3) L’uomo è stato creato ad immagine Divina: in quanto tale è chiamato a usare il suo libero arbitrio. Se vivessimo di sola luce, non ci sarebbe dato il modo di misurarci con dubbi e scelte, che sono invece il segno della nostra grandezza. Dobbiamo essere a questo punto consapevoli che il mondo è stato creato con un progetto unitario, in cui il rapporto fra giustizia e misericordia è un passo obbligato, inevitabile, ma non definitivo. Ognuno di noi ha una parte assegnata. Il successo o la sofferenza degli individui non vanno per forza considerati l’esatta retribuzione delle rispettive azioni, ma come il nostro contributo al perfezionamento del mondo. Alla fine scopriremo che anche il buio è, in realtà, “diversamente luce”.
