Le Parashot di questa settimana, Tazria e Metzora, ci introducono in un universo normativo apparentemente distante dalla nostra sensibilità moderna, dominato dalle leggi sulle piaghe, le Negaim, e sulla purificazione della casa, la trattazione di Ohalot. Eppure, dietro il rigore dei dettagli tecnici sulla Tzaraat, si nasconde un segreto profondo che lega queste complesse leggi rituali alla semplicità spirituale dei Salmi di Re David. Il Midrash riporta infatti una richiesta audace fatta dal Re David ad Hashem cioè che chiunque legga il libro dei Tehillim riceva un merito spirituale pari a colui che si immerge nello studio delle leggi di Negaim e Ohalot. Da un punto di vista halakhico e accademico, le trattazioni di Negaim e Ohalot sono considerate tra le più ardue dell’intero Talmud. Esse rappresentano il picco della complessità razionale, dell’intelletto, della comprensione. Re David, chiedendo che la semplice lettura dei suoi versi avesse lo stesso peso di uno studio così profondo, intendeva elevare l’atto della preghiera a una forma di studio della Torah di altissimo livello. Forse, questa richiesta del Re David ci insegna come sia fondamentale comprendere che attaccarsi ad Hashem ed entrare nel campo della purità non significa soltanto padroneggiare a livello intellettuale ogni minimo dettaglio tecnico, rischiando di dimenticare la semplicità del cuore.
Il legame con il Divino non è appannaggio esclusivo dei grandi eruditi; al contrario, la Torah è vicina a ogni anima, poiché “Rachamanà libba bae” – Il Misericordioso desidera il cuore. La vera purificazione non nasce solo dalla comprensione cerebrale della norma, ma dalla capacità dell’uomo semplice di aprirsi con umiltà e devozione. Il messaggio psicologico è dirompente: la nostra crescita non dipende solo da quanto siamo “esperti” o intelligenti, ma dalla capacità di trasformare la nostra voce in uno strumento di connessione autentica. La lettura dei Tehillim diventa così la cura suprema per la Tahara, la purificazione, agendo esattamente dove le piaghe della Tzaraat avevano creato una separazione. In un’introduzione al libro dei Salmi si legge che la lettura dei Tehillim “purifica l’aria che ci sta intorno”. La tradizione ci insegna che il peccato della maldicenza, è la causa principale della piaga; esso crea una sorta di “morte interiore” poiché interrompe il flusso vitale tra l’uomo e il suo prossimo, e tra l’uomo e Dio. Nel Likutey Moharan Rabbi Nachman rivela che la recitazione dei Tehillim ha il potere di riattivare questo flusso, operando una vera e propria Teshuvà. Questo è particolarmente evidente nel verso “Questi sono i nomi dei figli d’Israele che vengono in Egitto”, i cui acronimi danno le parole “Tehillim -Teshuvà”.
Chi è bloccato in uno stato d’animo depressivo o cinico, descritto dai saggi come una forma di morte spirituale, trova nei Salmi la forza di tornare in vita, poiché “non i morti loderanno Dio” (Salmi 115:17). Lodare significa dunque scegliere la vita e purificarsi dall’impurità della morte discussa in Ohalot. Un altro pilastro di questo processo risiede nella forza della dichiarazione verbale anche non consapevole. Nelle nostre Parashot, leggiamo che l’uomo rimaneva impuro finché il Cohen lo dichiarava tale. Spiegano i saggi che se un Cohen non era esperto di macchie, veniva affiancato da un Talmid Chacham che sapeva valutare l’entità della piaga, ma alla fine il Chacham diceva sempre al Cohen di dichiarare Puro o Impuro. Era quindi la parola, la dichiarazione del Cohen a sancire lo status dell’individuo, anche non comprendendolo. Questo sottolinea il concetto mistico della Brit HaLashon, l’alleanza, il patto della lingua: ciò che pronunciamo qui sotto ha il potere di decretare realtà nei mondi superiori.
Recitare i Tehillim, dunque, anche senza comprenderne ogni segreto cabalistico, agisce come la parola del Cohen. È una dichiarazione di santità che trasforma il nostro status spirituale in cielo e in terra, purificando la nostra parola dai residui del male e sostituendo il giudizio con la misericordia. Attraverso questa visione, e sapendo che il nostro popolo è chiamato Mamlechet Cohanim, un regno di Sacerdoti, la parashà ci invita a riscoprire la potenza del nostro parlato, ricordandoci che ogni verso di Tehillim che pronunciamo non è solo una lode, ma un atto di studio profondo e un potente rito di purificazione in cielo ed in terra.
Non a caso, i Tehillim sono divisi in cinque libri, come la Torah. E la Torah contiene in sé la parola Or, luce. Anche i Tehillim sono luce: luce che non passa necessariamente dall’intelletto, ma che illumina direttamente il cuore. E forse questo è il punto più profondo di tutta la parashà: quando l’uomo usa la parola per ferire, genera oscurità e impurità; quando usa la parola per lodare, pregare, cercare Hashem, crea luce e purificazione. Perché alla fine, tra le pieghe delle leggi più complesse e nei versi più semplici dei Tehillim, la Torah ci sta sussurrando un segreto antico e sempre nuovo è cioè quello di saper trasformare la voce in uno strumento di “Bene-Dizione”, allora anche noi come i Cohanim potremmo dichiarare su gli altri, ma in fondo su noi stessi: Tahor- Puro!!!
Shabbat Shalom e Hodesh Tov
