Uno sport abbastanza diffuso. Se smettessimo di paragonare Israele a dittature reali o immaginarie, e ci concentrassimo su argomenti concreti su ciò che accade qui e ora – dove ci porterebbe questo approccio? Cosa soddisferebbe l’istinto di provocazione degli amanti dello shock?
Nella foto: Yair Golan, attuale segretario del partito “I democratici”, quando (da Vice Capo di Stato Maggiore) sosteneva di poter riconoscere dei “processi simili a quelli della Germania degli anni 30”.
Rav Chaim Navon – Makor Rishon – 15.4.2026
Paragonare Israele alla Germania nazista è uno sport abbastanza diffuso nel mondo, e anche in Israele stesso non mancano i suoi numerosi appassionati. Aharon Barak è solito alludere di tanto in tanto a questo paragone con delicatezza, osservando che ciò che accadde nello Stato di Beethoven e Bach potrebbe accadere anche da noi.
È un po’ sorprendente che un uomo noto per la sua razionalità insista ripetutamente su questo strano sillogismo tra talento musicale e sensibilità morale, ma ai nostri fini ci basterà la sola allusione ostinata: se i nipoti di Bach sono diventati nazisti, a maggior ragione i nipoti di Shoshana Damari. E ciò che Barak lascia intendere, altri lo dicono esplicitamente, ancora e ancora – dai tristemente noti “judeo-nazisti” del prof. Leibowitz fino ai “processi che si sono verificati in Germania” che Yair Golan ha identificato in Israele (questa settimana Golan ha dichiarato: “Oggi questi processi sono sotto steroidi”).
Molti dei miei amici si chiedono perché i critici ricorrano proprio al paragone con la Germania nazista, che ai miei amici sembra un po’ eccessivo. Ebbene, bisogna ammettere che i dati di base sono effettivamente molto simili: anche la Germania era un piccolo Stato, con circa sette milioni di tedeschi, circondati da un miliardo di ebrei che ne volevano la rovina. Gli ebrei combattevano incessantemente contro i tedeschi, si rifiutavano di riconoscere il loro diritto sulla Germania e li massacravano di tanto in tanto. I tedeschi si difendevano con aggressività e non esitavano a ricorrere persino ai bulldozer D-9. Aggiungendo a ciò il tentativo tedesco di abolire il criterio di ragionevolezza, è chiaro a chiunque perché la Germania nazista sia diventata il simbolo dell’abominio e della bassezza – e perché il suo ricordo rappresenti un lampeggiante cartello d’avvertimento di fronte alla società israeliana.
Forse la Corea del Nord?
Eppure esistono alcuni piccoli dettagli che rendono difficile un paragone preciso tra l’Israele del ventunesimo secolo e la Germania degli anni Trenta e Quaranta. Per questo alcuni preferiscono paragonare Israele alla Corea del Nord: entrambi i Paesi hanno un dittatore; entrambi posseggono, a quanto si dice, armamenti nucleari; e se ci si concentra sul nord di Israele, entrambi hanno anche un nord. Questo paragone è istruttivo, ma il fatto che in Israele il “dittatore” venga deposto di tanto in tanto mediante elezioni democratiche offusca un po’ la somiglianza tra i due Paesi, almeno agli occhi di coloro che non sono sufficientemente risoluti dal punto di vista ideologico.
Fino a tempi recentissimi, c’era chi cercava di compensare questa lacuna con il paragone a un ulteriore Paese: l’Ungheria di Viktor Orbán. Anche Orbán fu deposto nel 2002 mediante elezioni democratiche, ma dopo essere tornato al potere lo stringe con dita di ferro, ed è chiaro che non lo lascerà mai. Questo paragone ha effettivamente svolto il suo compito fedelmente per un certo periodo, ma per ragioni legate al corso degli eventi sembra essere diventato meno efficace.
Un altro paragone affascinante è quello con l’Iran degli ayatollah: il rafforzamento degli ultraortodossi rende questa analogia sempre più allettante agli occhi degli appassionati di tali paragoni. Ma anche questa comparazione presenta alcuni difetti. Alcuni critici attenti hanno fatto notare che il Primo Ministro israeliano non è ultraortodosso, non è religioso e nemmeno particolarmente tradizionalista; che gli ultraortodossi in Israele non vogliono imporre le leggi religiose, poiché hanno scarso interesse per ciò che avviene al di fuori dei loro quartieri; che i religiosi in Israele tendono in questo contesto a un pensiero liberale e non hanno alcuna intenzione di costringere nessuno a osservare le norme dell’halakhah se non lo desidera; e che i tradizionalisti la pensano certamente allo stesso modo su questo punto.
I più deboli potrebbero giungere a questo punto alla conclusione che non ci rimanga altro che rinunciare ai paragoni sciocchi con dittature reali o immaginarie, e vedere Israele per quello che è: uno Stato unico, che non assomiglia ad alcun altro Stato nel passato o nel presente, e che va giudicato sulla base dei suoi dati specifici. Contrariamente all’immagine diffusa, Israele è una delle democrazie più longeve al mondo, e la sua democrazia ha superato prove molto difficili, tra cui l’assassinio di un Primo Ministro, lo sradicamento di 10.000 cittadini dalle proprie case, guerre contro nemici esterni e aspri conflitti interni.
Essa riesce a mantenere un’economia moderna e prospera anche in tempo di guerra; a preservare l’unità sul campo di battaglia anche di fronte ad aspre dispute nelle piazze delle manifestazioni; e a conservare un carattere tradizionale, familiare e patriottico, in un’epoca in cui queste qualità vanno scomparendo dal mondo occidentale. E peraltro, chi critica la morale di guerra di Israele è invitato a confrontarla con la morale di guerra di altre nazioni nei periodi in cui la loro stessa esistenza era in pericolo di annientamento.
La conclusione che sembrerebbe imporsi da tutto ciò è in apparenza quella di cessare con i paragoni insensati a dittature reali o immaginarie, e di concentrarsi su argomenti concreti su ciò che accade qui e ora. Ma dove potrebbe portarci questo approccio? Dal punto di vista sostanziale sarebbe certamente molto più preciso, ma dal punto di vista emotivo sarebbe molto meno soddisfacente.
Chi ascolterebbe coloro che si limitano a una critica garbata e circostanziata? Come farebbero a inorridire, a scuotere, a ferire? E cosa soddisferebbe l’istinto di provocazione degli amanti dello shock? Così, siamo tornati al punto di partenza: nonostante tutto, non c’è alternativa al ritornare ai nazisti.
