In questa parashà è scritto che quando una donna darà luce ad un figlio maschio “Nell’ottavo giorno verrà circoncisa la carne del suo prepuzio” (Vaykrà, 12:3).
R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav commenta che l’atto della circoncisione (milà) è concettualmente simile a molte altre mitzvòt: vi è questa mitzvà di circoncidere il figlio nello stesso modo che vi è la mitzvà di prendere il lulav (il ramo di palme) durante la festa di Sukkòt. La differenza è che nel fare la circoncisione qualcosa cambia. Chi prende in mano il lulav rimane la stessa persona dopo aver compiuto la mitzvà. Il suo stato non è cambiato. Invece dopo la circoncisione il bambino diventa un “figlio del patto” sancito tra l’Onnipotente e il patriarca Avraham quando Avraham aveva novantanove anni (Bereshìt, 17: 1-14).
La circoncisione è anche parte integrale della conversione all’ebraismo per cui dopo la conversione lo status dell’individuo è fondamentalmente cambiato. Questi due aspetti della mitzvà della milà sono riflessi nelle due berakhòt (benedizioni) che vengono recitate quando si fa la circoncisione. La prima, “…che ci ha comandato riguardo alla circoncisione” si riferisce all’atto della milà. La seconda, “…che ci ha comandato di farlo entrare nel patto del nostro patriarca Avraham” si riferisce al cambiamento nello status del bambino.
Nel Midràsh Tanchumà (Tazria’, 5) è raccontato che il malvagio Quintus Tineius Rufus, che diventò governatore della Terra d’Israele circa nell’anno 130 E.V., chiese a rabbi Akivà: “Qual è l’opera più bella: quella di Dio o quella dell’uomo?. Rabbi Akivà rispose: «Indubbiamente è migliore l’opera dell’uomo” (poiché, mentre la natura, per comando divino, ci fornisce soltanto la materia prima, l’abilità umana ci consente di elaborarla secondo le esigenze).
“Il malvagio Tineius Rufus controbattè: «Guarda i cieli e la terra. Sei forse in grado di creare qualcosa di simile?» Rabbi Akivà gli rispose: «Non parlarmi di ciò che è alto, al di sopra dei mortali, cose sulle quali essi non hanno alcun controllo, ma parlami di ciò che è consueto tra gli uomini». Egli gli chiese: «Perché praticate la circoncisione?»”.
“Rabbi Akivà gli rispose: «Sapevo già che mi avresti detto questo. Perciò ho anticipato [la tua domanda] quando ti ho detto: “Un’opera di umana è più bella di un’opera del Santo, benedetto Egli sia”. Portami delle spighe di grano e del pane bianco». Egli gli disse: «Le prime sono opera del Santo, benedetto Egli sia, mentre il secondo è opera umana. Non è forse quest’ultimo il più bello?» (Tineius Rufus aveva sperato di mettere r. Akivà alle strette con la sua singolare domanda; si aspettava infatti una risposta ben diversa e intendeva costringere r.Akivà ad ammettere l’empietà della circoncisione).
R. Joseph Pacifici (Firenze, 1928-2021, Modiin Illit) in Hearòt ve-He’aròt (p. 122) spiega che la milà non deve essere fatta prima dell’ottavo giorno. E se per qualche motivo non è stata fatta nell’ottavo giorno, il bambino, diventato maggiorenne dopo il bar mitzvà, è responsabile di farsi fare la milà. E perché proprio nell’ottavo giorno? Infatti il Signore ha creato il mondo in sette giorni. Per questo la settimana ha sette giorni e non otto giorni. R Pacifici spiega che gli uomini sono naturalmente portati a desiderare onore, ricchezza e cibo. Ma l’istinto più forte è quello sessuale. Per resistere a questo istinto è necessaria una forza sovranaturale. Per questo la Torà ci insegna che se si ha osservato la mitzvà di fare la milà ci si è elevati a un livello al di là dei sette giorni della natura e si è in grado di resistere alle tentazioni. Questo è uno dei principi che guidano il popolo d’Israele la cui esistenza è al di là della legge naturale.
