“Il Sacerdote ordinerà di prendere per la persona da purificare due volatili vivi e puri, un ramo di cedro, un filo di lana scarlatta e dell’issopo. Il Sacerdote ordinerà di scannare uno dei o due volatili sopra un recipiente di terracotta pieno di acqua corrente. Il volatile vivo insieme con il ramo di cedro, il filo di lana scarlatta e l’issopo, sarà immerso nel sangue del volatile scannato sull’acqua corrente. Il sacerdote ne aspergerà sulla persona da purificare sette volte…e libererà il volatile vivo“. (Levitico 14:4-7) I due brani della Torà che leggeremo questo shabbat, parlano dell’impurità portata da una particolare malattia (apparentemente esantematica) chiamata Tzara’at.
Secondo una tradizione, questa malattia costituirebbe l’afflizione fisica destinata a coloro che si macchiano della grave colpa della “lashon ha’ra”, la maldicenza. Il rabbino filosofo Bahya ben Joseph ibn Paquda (XI secolo) nella sua opera Chovot Halevavot (I doveri del cuore) afferma che quando una persona lascia questo mondo, gli verrà presentato un elenco di tutte le colpe commesse durante la sua vita terrena. Una parte dell’elenco gli sarà molto familiare perché vedrà tutti gli errori che ricorderà di aver fatto. Ci sarà poi un’altra sezione, composta da una serie di peccati che non ricorderà di aver commesso e per i quali chiederà il perché sia ritenuto imputabile di questi torti. Gli verrà spiegato allora che si tratta di peccati commessi da altre persone delle quali lui ha sparlato. Dal momento che ha fatto maldicenza, quelle colpe vengono trasferite sul suo “conto” e lui ne è ritenuto responsabile. Comprendere appieno questo concetto – che una persona sia ritenuta responsabile per i peccati di altre persone di cui ha sparlato e fatto maldicenza – non è facile. Tuttavia, quello che forse possiamo intendere, è che Rabbì Bahya ci stia insegnando quale sia il motivo per cui la maldicenza sia una cosa grave e perché sia così importante per noi non cadere in questa negativa abitudine.
Quando si parla degli errori e dei difetti degli altri, non facciamo altro che portare quegli errori e quei difetti nella nostra vita. Praticare la maldicenza ha come effetto essere permeato di negatività/impurità, che attecchisce in profondità nei nostri cuori e nelle nostre menti. Seguire il pettegolezzo, parlare di ciò che gli altri fanno di sbagliato, fa si che portiamo dentro di noi questi errori e tutta questa negatività diventa parte della nostra vita. La negatività ci appesantisce, ci toglie energia, spegne la nostra vitalità. Questo è il motivo per cui nel Talmud si insegna che la lashon hara/la maldicenza “uccide” tre persone: la persona di cui si parla, chi parla e chi ascolta. La persona di cui si parla, ovviamente, può vedere rovinata la propria vita a causa della sua reputazione offuscata, ma anche chi parla e di chi ascolta si rovina la vita, perché questa negatività ora fa parte di loro. Un famoso versetto nel Libro dei Proverbi (18:21) dice: “La morte e la vita sono nelle mani della lingua”. Le nostre parole possono sia edificare e dare vita, sia distruggere e uccidere. Se usiamo la nostra facoltà di parola per diffondere positività, per dare incoraggiamento, per esprimere lodi, per complimentarci, per sottolineare tutto il bene nelle altre persone e nel mondo, allora costruiamo e sosteniamo la vita. Ma se usiamo la nostra lingua per malignare, criticare, abbattere, denigrare, scoraggiare, insultare e calunniare, allora diffondiamo negatività, distruggendo noi stessi e tutto ciò che ci circonda.
Questo è il motivo per cui il processo di purificazione per una persona che è stata curata da questa malattia, coinvolge due uccelli, uno macellato e l’altro liberato dopo essere stato immerso nel sangue del primo uccello.
Secondo Rabbì Chayym Yosef David Azulay (1724-1806), il motivo per cui dovevano essere presi due volatili è perché nella persona ci sono due tipologie di linguaggio: uno proibito e l’altro comandato. L’uso improprio della “lingua” è ovviamente quello proibito, la cui raffigurazione sta nel volatile sacrificato il cui sangue è versato in un recipiente di terracotta che non potrà poi più essere più “kasherizzato”. Tutto ciò simboleggia che se il purificato non guarisce anche nel profondo del proprio animo, avrà il suo spirito infranto come il recipiente di terracotta, al contrario, grazie allo studio della Torà potrà ricomporlo e riportarlo a nuova vita.
Questo è il significato del “maym chayym”, l’acqua di vita che accoglie il sangue del sacrificio e del volatile liberato a “nuova vita”. Il messaggio per colui che è colpito da questa piaga è che deve “uccidere” solo una parte del suo modo di parlare e lasciare che l’altra “voli” e si elevi a grandi altezze. Deve lavorare per eliminare la negatività della maldicenza e concentrarsi invece sul comunicare parole positive.
Usiamo le nostre bocche per creare positività, per rendere il nostro mondo più felice e più energico, e cerchiamo di evitare tutta la negatività che ci prosciuga della nostra energia e mina la nostra capacità di godere appieno della vita e raggiungere il nostro pieno potenziale, Shabbat Shalom weChodesh Tov.
