Shemot 19, 7: Moshe giunse, convocò gli anziani del popolo e mise dinanzi a loro tutte queste parole che H. gli aveva comandato.
Shulchan ‘Arukh, Orach Chayim 167, 18: Colui che spezza il pane ne consegna una fetta dinanzi a ciascun commensale e il commensale la prende con la propria mano. Colui che spezza il pane non lo consegna direttamente in mano al commensale a meno che questi non sia in lutto.
Alla tavola dello Shabbat il capofamiglia distribuisce i bocconi di pane del Ha-Motzì all’inizio del pasto: come li fa pervenire? La soluzione più pratica sarebbe che li consegnasse direttamente in mano a ciascuno dei commensali ma ciò è disapprovato, perché appare come un atto di elemosina nei confronti del ricevente: lo si tollera solo nei confronti di chi è in lutto e dipende dall’aiuto altrui. Escludendo l’idea di lanciare il pane, gesto irriguardoso sia verso il cibo (bizyon okhalin) che verso il precetto (bizyon Mitzwah, Orach Chayim 171), non resta che una soluzione: depositare il boccone davanti al commensale affinché si serva da solo.
Pal pane materiale al pane spirituale: una simile discussione troviamo fra i commentatori medievali riguardo al Mattan Torah. Cosa significa “mise davanti a loro (lifneyhem) tutte queste parole”? Secondo R. Sa’adyah Gaon (citato dall’Ibn ‘Ezrà) la parola lifneyhem va letta come se fosse lefihem (“nella loro bocca”) e il riferimento sarebbe alla Torah Orale (in ebraico Torah she-be-’al peh, lett. “la Torah che sta sulla bocca”). Peraltro entrambe le considerazioni costituiscono difficoltà: lifneyhem e lefihem sono due parole molto diverse fra loro, sebbene si distinguano graficamente solo per una nun in più o in meno. Inoltre, perché limitare il riferimento alla Torah Orale? Sul Monte Sinay, infatti, è stata rivelata anche la Torah Scritta! E’ pertanto molto più plausibile ciò che scrive Nachmanide, secondo cui non c’è ragione di assumere un senso diverso da quello letterale: Moshe mise le parole della Torah non direttamente nelle bocche del popolo, come si farebbe con i bimbi piccoli, ma dinanzi a loro, in modo che essi poi le prendessero in mano esattamente come gli adulti fanno con il loro cibo:
Nachmanide scrive che vi sono nella Torah almeno altri due versetti che adoperano la stessa espressione: “E queste sono le leggi che metterai dinanzi a loro” (Shemot 21, 1) e “E questa è la Torah che Moshe mise dinanzi ai Figli d’Israel” (Devarim 4, 44). Commentando il primo di questi due versetti, Rashì riprende il parallelismo con la tavola su cui si mangia:
“Disse il S.B. a Moshe: Non pensare che ti basti insegnare loro un capitolo o una norma per due o tre volte finché la conoscano bene a memoria (lett. “sulla bocca”) senza faticare per far loro intendere le motivazioni e i significati. Perciò è scritto: “…che metterai dinanzi a loro”, come una tavola apparecchiata (Shulchan ‘Arukh!) e pronta davanti agli uomini affinché ne possano mangiare”.
Non è evidentemente solo una questione di galateo domestico: si tratta di una diversa prospettiva in rapporto alla Torah. Essa non ci è stata imbeccata, come si farebbe con il cibo dei neonati e dei bisognosi, ma ci è stata messa davanti, come il boccone del Ha-Motzì. Ciò mira a tutelare e dare importanza a una serie di valori:
– La dignità (kavòd) dell’uomo che partecipa del dono, lungi dall’avere un ruolo puramente passivo. In una prospettiva ancora più ampia, il Talmud parla di nahamà de-kissufà (“pane della vergogna”) come metafora dei benefici che riceviamo da D. senza aver dato nulla in cambio.
– Il libero arbitrio (bechirah chofshit) dell’uomo, chiamato a scegliere se avvalersi di ciò che il S.B. gli ha messo dinanzi, cosa impossibile se la Torah fosse stata messa direttamente nelle nostre bocche.
– Infine lo sforzo (hishtaddelut) umano, cioè l’obbligo imposto all’uomo di intervenire per il miglioramento di sé stesso. Ecco quanto scrive Bachyà Ibn Paqudà, Chovot ha-Levavot, IV, 3 (cfr. Maimonide, Comm. Mishnah, Pessachim 4,10) a proposito del sostentamento materiale: “Quando osserviamo che l’uomo ha bisogno di adoperarsi a sforzarsi per conseguire i suoi scopi, riscontriamo evidentemente che chi ha bisogno di cibo, qualora gli si ponesse di fronte ciò che gli occorre, se non si darà la pena di sollevarlo alla bocca per masticarlo, non riuscirà a sfamarsi. Così per l’assetato bisognoso d’acqua… Il motivo per cui D. ha obbligato l’uomo ad operare per ottenere i mezzi che gli procurano il cibo e tutto ciò di cui abbisogna, è dovuto a queste due ragioni: la prima è che la divina sapienza ha costretto l’anima dell’individuo a provare se è disposta a servire o a ribellarsi a D…. Pertanto D. ha comandato all’uomo di procurarsi tali cose con mezzi già predisposti in maniere e modi determinati… La seconda ragione è che se l’uomo non fosse obbligato ad affannarsi e penare per procurarsi il sostentamento, egli sarebbe portato all’arroganza…” I medesimi criteri D. ha adottato anche nel Mattan Torah.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
