La parashà inizia con queste parole: “Vedi, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, e se vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuto (Devarìm, 11:26-28).
R. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) nel suo commento alla Torà scrive che iI destino delle altre nazioni non è segnato né da una prosperità assoluta né da una totale devastazione; la loro condizione non è fatta di estremi, di benedizione o di maledizione. Moshè avverte Israele che, tuttavia, esso è diverso dagli altri popoli. La loro sorte, in quanto popolo di Dio, è destinata a essere del tutto singolare: non vi sarà una via di mezzo, poiché saranno o benedetti o maledetti. […]. Lo Sforno spiega che Moshè avvertì il popolo d’Israele che questo destino unico loro riservato — di estrema fortuna o di totale decadenza — dipende dalla loro scelta: se decidere o meno di ascoltare i comandamenti di Dio. Secondo lo Sforno, per il popolo d’Israele non è possibile alcuna posizione intermedia, poiché la Torà non ammette compromessi. Dio esige un impegno totale e offre due opzioni estreme: una benedizione o una maledizione (riassunto di r. Raphael Pelcovitz, curatore della traduzione inglese).
R. Yosef Albo (Monreal del Campo?, 1380-1444, Soria?) uno dei più autorevoli chakhamìm spagnoli, nella sua opera Sefer ha-‘Ikkarim (II, cap. 26) amplia il discorso sul significato della parola berakhà (benedizione). Egli scrive: “Il termine “benedizione” indica l’aggiunta e l’accrescimento di benefici e favori. Pertanto, quando la parola ”barùkh” è riferita al destinatario, funge da participio passato. […]. Quando invece è riferita a chi elargisce, funge da aggettivo, al pari di “misericordioso” e “benevolo”, che sono aggettivi riferiti a Dio, i quali indicano che l’atto che da Lui scaturisce è una benedizione, ovvero un accrescimento di influenza e di bene. Proprio come la maledizione significa assenza di bene – come concordano tutti i commentatori – così la benedizione significa un accrescimento di bene. Il termine “barùkh”, pertanto, è un attributo che descrive Colui che elargisce un’abbondanza di bene.
Il termine benedizione (berakhà) si riferisce a un’abbondanza di prosperità e successo di varia natura. Lo troviamo usato per indicare ricchezze di diverso genere […]. Di norma, una ricchezza ingente è fonte di grandi pene e preoccupazioni, come ci viene detto: “Chi accresce i propri beni, accresce le preoccupazioni” (Mishnà, Avòt, 2:7). Per questo Salomone afferma nei Proverbi (Mishlè, 10:22) che la ricchezza derivante dalla benedizione di Dio — anche quando provenga da molteplici fonti — non porta con sé quell’aumento di preoccupazioni che solitamente l’accompagna.
Il termine “benedizione” si riferisce anche alla buona sorte riguardo ai figli, come nelle espressioni: “Benedetto sarà il frutto del tuo grembo” (Devarìm, 24:4). […]. Si applica anche alla buona salute: “Egli benedirà il tuo pane e la tua acqua; e io allontanerò la malattia da te” (Shemòt, 23:25). Infatti, quando la benedizione del Signore è sul cibo, la persona non viene colpita nemmeno da quelle malattie a cui è naturalmente soggetta.Questo è il significato dell’espressione “Allontanerò la malattia di mezzo a te” (ivi). A maggior ragione, egli non soffrirà di malattie innaturali; per questo è detto: “Non vi sarà chi abortisca né chi sia sterile nella tua terra” (ivi, 16), e nessuno morirà prematuramente; per questo è detto: “Compirò il numero dei tuoi giorni” (ivi).
