Mishnat haShavua’
Nella parashà di Waerà inizia nella Torà la descrizione delle dieci piaghe, che si concluderà nella parashà di Bò. Un tema che emerge nella Torà è quello della riproducibilità delle piaghe e dei prodigi che Moshè e Aharon producono in Egitto. E’ noto infatti che l’Egitto è considerato la patria della magia, e in qualche modo sino ad un certo step i maghi egiziani riescono a riproporre, secondo determinate modalità, quanto Moshè e Aharon fanno. Ad esempio il bastone che si tramuta in serpente non rappresenta per gli egiziani, almeno inizialmente, nulla di eccezionale (Es. 7,11): “E allora il Faraone chiamò gli esperti e i maghi, i quali mediante i loro sortilegi fecero altrettanto”. Questo verso, apparentemente semplice, presenta una serie di difficoltà, sia per la sua costruzione che per i termini che compaiono in esso. Anzitutto nel testo ebraico bisogna giustificare il gam all’inizio, e in seconda battuta spiegare quale sia la differenza fra chakhamim, mekhashefim e chartumim, e cosa sia il lahat con la he di cui parla la Torà, e quale sia la differenza con il lat senza he che compare in Es 7,22 per la piaga del sangue “Ma poiché i maghi egiziani fecero altrettanto con le loro stregonerie…” e in Es. 8,3 nella piaga delle rane “Altrettanto fecero i maghi con le loro stregonerie, producendo invasione di rane sull’Egitto”.
Sul gam iniziale vari commentatori sottolineano come la trasformazione del bastone in serpente è considerato per gli egiziani un trucco abbastanza banale: il Chizqunì ad esempio lo considera un trucco letteralmente da bambini, R. Bechayiè ritiene che anche la moglie del Faraone era in grado di riprodurlo.
Il termine lahat con la he, spiega Rashì, può essere accostato alla spada fiammeggiante del libro di Bereshit (3,24): “…collocò a oriente del giardino di Eden i Cherubini che roteavano la spada fiammeggiante, per custodire la via che portava all’albero dalla vita”. Secondo Rashì il termine lahat in entrambi i casi allude al sussurro; i maghi egiziani ottenevano degli effetti sussurrando qualcosa, e la spada si attivava sussurrando qualcosa.
Molti commentatori ritengono che vi sia una differenza fra lahat con la he e senza he. La ghemarà in massekhet Shanhedrin (67b) per esempio ritiene che il termine che con la he si riferisca a ma’asè keshafim e senza he ai ma’asè shedim. Shadal ritiene che non vi sia differenza ed entrambi i termini si riferiscano alle artes arcanae.
Ibn Ezrà si interessa della differenza fra i vari termini che compaiono: i chakhamim sono secondo lui gli esperti di astronomia, i mekhashefim i maghi, che cambiano l’apparenza delle cose, mentre i chartumim, termine quadrilittero di origine egiziana, sono gli illusionisti. Ramban sull’origine del termine concorda piuttosto con Rashì, che in Bereshit 41,8 spiega che si tratta di un termine composto: necharim-timè, che si eccitano con le ossa. Nel mondo antico varie forme di divinazione erano legate alla consultazione delle ossa di animali o umane.
La mishnà nel trattato di Sanhedrin dalla quarta mishnà del capitolo VII sino alla fine del capitolo VIII descrive le trasgressioni che vengono punite con la lapidazione. La mishnà elenca 18 trasgressioni. Per alcune di esse la pena della lapidazione è esplicitata nella Torà, per altre la pena si impara da un accostamento con il divieto di ov e ide’onì, per il quale la pena è esplicitata, così come riportato nella ghemarà (54b e 89b). Questi divieti rappresentano una forma di magia. La Torà nella parashà di Mishpatim (Es. 22,17) insegna che “la maga non vivrà”. La ghemarà ritiene che la Torà si esprima così per via di una maggiore predisposizione per la magia e che il divieto si estenda anche ai maghi. Nella mishnà 11 si insegna che non tutte le forme di magia sono perseguibili. Quando la magia infatti modifica la realtà, questa è punibile, ma se il mago opera un inganno, senza che vi siano degli effetti concreti, è esente. Secondo Rambam chi opera un inganno è esente da pena, ma comunque il suo atto rimane vietato.
