Traduzione editoriale ChatGPT

Con l’inizio dell’anno, nel cuore dei Dieci Giorni di Teshuvà, entreremo oggi, con l’aiuto di Dio, nel tema del ritorno a Dio e ci avvicineremo a Yom Kippur, forse con qualche accenno anche alla parashà di Ha’azinu. Ci troviamo tra Rosh Hashanà e Yom Kippur, e inizieremo il nostro studio da qualcosa che potrebbe sembrare un po’ fuori stagione, quasi come «un etrog dopo Sukkot»: il digiuno di Ghedalia e il suo significato. Ma, entrando più in profondità, vedremo che proprio questo episodio costituisce in realtà il cuore stesso dei Dieci Giorni di Teshuvà.
Qualcuno mi ha raccontato questa settimana di aver sentito una persona dire, in qualche mezzo di comunicazione, probabilmente senza troppa saggezza, che a proposito del digiuno di Ghedalia conosce Ghedalia soltanto dal film Charlie e mezzo. Chi conosce quella vecchia commedia israeliana probabilmente sta sorridendo e ricorda la battuta: «È finito il digiuno, Ghedalia». Eppure dietro questa battuta c’è una storia che, con l’aiuto di Dio, riprenderemo più avanti; e da essa impareremo quanto sia grande e santa la storia del popolo d’Israele, per quanto possa sembrare strano dirlo a proposito di una vicenda tanto terribile.
La storia di Ghedalia ben Achikam si svolse a Rosh Hashanà. In realtà è un avvenimento di importanza enorme, un episodio fondativo che non abbiamo studiato abbastanza e che è essenziale per comprendere il concetto stesso di teshuvà.
Come sappiamo, nel corso dell’anno vi sono quattro digiuni legati alla distruzione del Primo Tempio. In Tevet, il decimo mese, ebbe inizio l’assedio di Gerusalemme; proprio quel giorno, il 10 di Tevet, è ricordato esplicitamente dal profeta Yechezkel. L’assedio durò circa due anni e mezzo, fino al 17 di Tammuz, quando furono aperte le brecce nelle mura. Durante le tre settimane successive i babilonesi incendiarono e distrussero la presenza ebraica nella città, fino al 9 di Av, quando incendiarono il Tempio e il popolo d’Israele fu esiliato a Babilonia, dopo centinaia di anni trascorsi nella Terra d’Israele, da quando vi eravamo entrati dall’Egitto, con il Mishkan che vi rimase per 450 anni e il Tempio per 410. Questi tre digiuni delineano le tappe della distruzione e ce la ricordano. Nel Libro dei Re il racconto è breve e conciso; il profeta Geremia, invece, dedica alla distruzione più di quattro capitoli interi.
Eppure, pochissimo tempo dopo, secondo Chazal nel Seder Olam Rabbah appena due mesi dopo — oppure, secondo un’altra possibilità, circa un anno dopo — accade qualcosa che dobbiamo comprendere.
Lo stesso Nabucodonosor che voleva bruciare Gerusalemme e deportare Israele aveva anche un altro grande interesse: lasciare nella Terra d’Israele una comunità ebraica.
וּמִן-הָעָ֣ם הַדַּלִּ֗ים אֲשֶׁ֤ר אֵין-לָהֶם֙ מְא֔וּמָה הִשְׁאִ֛יר נְבוּזַרְאֲדָ֥ן רַב-טַבָּחִ֖ים בְּאֶ֣רֶץ יְהוּדָ֑ה וַיִּתֵּ֥ן לָהֶ֛ם כְּרָמִ֥ים וִֽיגֵבִ֖ים בַּיּ֥וֹם הַהֽוּא.
(Geremia 39,10)
Non lo faceva certo per amore d’Israele, ma per amore del proprio impero. In cuor suo sapeva — e oggi ci è facile comprenderlo — che quando si è collegati alle scintille della santità presenti nel popolo ebraico si acquisisce forza. Si desidera distruggerle, ma si sa che la propria forza non deriva dal sangue versato e dall’impurità: deriva dal fatto che si attinge alle scintille di santità del popolo d’Israele e le si tiene sotto il proprio controllo.
Lo stesso era accaduto con Eliezer, servo di Avraham, che era stato mandato a prendere Rivkà dalla casa di Lavan, a portare la rosa fuori dai rovi. Anche lì avevano cercato di trattenerlo. E lo stesso principio lo abbiamo già incontrato diverse volte: nella parashà di Noach, Onkelos traduce la parola chamas con chatufin, «rapiti». Il chamas tiene con sé dei prigionieri perché sa che da loro trae la propria forza.
Per questo Nabucodonosor lascia in Israele un resto, una she’erit peletà. C’era anche un interesse politico molto concreto: a quei tempi Babilonia, che si trovava a nord ed era lontana dalla Terra d’Israele, e l’Egitto, a sud, guardavano entrambi con interesse alla regione. E non erano gli unici: anche il re degli ammoniti, Baalis, aveva i propri interessi da perseguire.
Così, insieme alla distruzione, Nabucodonosor lascia nella Terra d’Israele un gruppo di ebrei, che rimarranno sotto la sua protezione. Convoca Geremia e gli ordina di chiamare Ghedalia e affidargli il governo di quel resto del popolo.
L’assassinio tra cugini
Ghedalia ben Achikam ben Shafan, della stirpe della casa di David e cugino degli ultimi re di Giuda, viene dunque nominato governatore. Comincia a formarsi una she’erit peletà, un resto del popolo, costituito dalla parte più povera della terra, da coloro che non erano stati deportati.
וַיָּשֻׁ֣בוּ כָל-הַיְּהוּדִ֗ים מִכָּל-הַמְּקֹמוֹת֙ אֲשֶׁ֣ר נִדְּחוּ-שָׁ֔ם וַיָּבֹ֧אוּ אֶֽרֶץ-יְהוּדָ֛ה אֶל-גְּדַלְיָ֖הוּ הַמִּצְפָּ֑תָה וַיַּאַסְפ֛וּ יַ֥יִן וָקַ֖יִץ הַרְבֵּ֥ה מְאֹֽד.
(Geremia 40,12)
Secondo alcuni commentatori erano persone talmente povere e disperate da non essere neppure riuscite a lasciare il paese. Erano come quelli che salirono in Terra d’Israele con Nechemia: la parte più povera della popolazione, gente che non sarebbe riuscita nemmeno a ricevere un sussidio dall’INPS.
E poi accade un miracolo straordinario. In pochissimo tempo, quella she’erit peletà crea una comunità fiorente. Accanto a loro rimangono alcuni caldei, e questo induce Baalis, re di Ammon, a capire che, lentamente, da tutta quella realtà terribile, dopo la distruzione, gli ebrei potrebbero tornare nella loro terra. E proprio questo lo preoccupa.
La comunità cresce. È passato pochissimo tempo: è come se un gruppo di ebrei fosse arrivato nel Gush Katif e, in breve tempo, avesse fatto rifiorire tutto.
Un giorno arriva da Ammon Yishma’el ben Netanyà, cugino di Ghedalia, anch’egli discendente della casa di David. Arriva per fargli visita, tra saluti, pacche sulle spalle e convenevoli. Presso Ghedalia, però, c’è un uomo importante, Yochanan ben Kareach, al quale obbediscono tutti i soldati e che svolge una sorta di ruolo di capo dell’intelligence. Yochanan viene ad avvertire Ghedalia: Yishma’el è stato mandato in realtà da Baalis, re di Ammon, per assassinarlo.
Tutto questo non ce lo raccontavano all’asilo, forse perché è più piacevole conservare nella memoria l’idea che sia stato Nabucodonosor a distruggerci, piuttosto che ammettere che siamo stati noi a distruggerci da soli.
Ghedalia, che è un uomo giusto, minaccia Yochanan e si rifiuta di credere alle sue parole:
וַיֹּ֨אמֶר גְּדַלְיָ֤הוּ בֶן-אֲחִיקָם֙ אֶל-יוֹחָנָ֣ן בֶּן-קָרֵ֔חַ אַֽל-תַּעֲשֵׂ֖ה אֶת-הַדָּבָ֣ר הַזֶּ֑ה כִּֽי-שֶׁ֛קֶר אַתָּ֥ה דֹבֵ֖ר אֶל-יִשְׁמָעֵֽאל.
(Geremia 40,16)
E poi, a Rosh Hashanà, accade quanto segue:
וַיְהִ֣י בַּחֹ֣דֶשׁ הַשְּׁבִיעִ֗י בָּ֣א יִשְׁמָעֵ֣אל בֶּן-נְתַנְיָ֣ה בֶן-אֱלִישָׁמָ֣ע מִזֶּ֣רַע הַ֠מְּלוּכָה וְרַבֵּ֨י הַמֶּ֜לֶךְ וַעֲשָׂרָ֨ה אֲנָשִׁ֥ים אִתּ֛וֹ אֶל-גְּדַלְיָ֥הוּ בֶן-אֲחִיקָ֖ם הַמִּצְפָּ֑תָה וַיֹּ֨אכְלוּ שָׁ֥ם לֶ֛חֶם יַחְדָּ֖ו בַּמִּצְפָּֽה. וַיָּקָם֩ יִשְׁמָעֵ֨אל בֶּן-נְתַנְיָ֜ה וַעֲשֶׂ֥רֶת הָאֲנָשִׁ֣ים אֲשֶׁר-הָי֣וּ אִתּ֗וֹ וַ֠יַּכּוּ אֶת-גְּדַלְיָ֨הוּ בֶן-אֲחִיקָ֧ם בֶּן-שָׁפָ֛ן בַּחֶ֖רֶב וַיָּ֣מֶת אֹת֑וֹ אֲשֶׁר הִפְקִ֥יד מֶֽלֶךְ-בָּבֶ֖ל בָּאָֽרֶץ. וְאֵ֣ת כָּל-הַיְּהוּדִ֗ים אֲשֶׁר-הָי֨וּ אִתּ֤וֹ אֶת-גְּדַלְיָ֙הוּ֙ בַּמִּצְפָּ֔ה וְאֶת-הַכַּשְׂדִּ֖ים אֲשֶׁ֣ר נִמְצְאוּ-שָׁ֑ם אֵ֚ת אַנְשֵׁ֣י הַמִּלְחָמָ֔ה הִכָּ֖ה יִשְׁמָעֵֽאל.
(Geremia 41,1-3)
Rashi insegna che si trattava del banchetto di Rosh Hashanà, il primo di Tishrì. Yishma’el arriva con i suoi uomini; inizialmente si comportano amichevolmente e comincia il banchetto. Poi, nel bel mezzo della cena, si alza e massacra tutti i presenti: Ghedalia, i caldei e gli uomini dell’esercito. Tutto viene tenuto nascosto fino al giorno successivo.
L’assassinio degli uomini di Shomron
Il secondo giorno, mentre i corpi delle vittime sono ancora lì, arrivano da Shechem, Shiloh e Shomron ottanta uomini:
וַיְהִ֛י בַּיּ֥וֹם הַשֵּׁנִ֖י לְהָמִ֣ית אֶת-גְּדַלְיָ֑הוּ וְאִ֖ישׁ לֹ֥א יָדָֽע. וַיָּבֹ֣אוּ אֲ֠נָשִׁים מִשְּׁכֶ֞ם מִשִּׁל֤וֹ וּמִשֹּֽׁמְרוֹן֙ שְׁמֹנִ֣ים אִ֔ישׁ מְגֻלְּחֵ֥י זָקָ֛ן וּקְרֻעֵ֥י בְגָדִ֖ים וּמִתְגֹּֽדְדִ֑ים וּמִנְחָ֤ה וּלְבוֹנָה֙ בְּיָדָ֔ם לְהָבִ֖יא בֵּ֥ית ה’.
(Geremia 41,4-5)
Probabilmente erano venuti a piangere sulla distruzione, avvenuta appena poche settimane prima. Forse stavano andando in pellegrinaggio per Sukkot. Non c’erano internet né WhatsApp; forse avevano saputo della distruzione soltanto quando si erano avvicinati a Gerusalemme.
Yishma’el ben Netanyà esce loro incontro, fingendo di piangere. È un bugiardo e un impostore; Rav Saadià Gaon, nel suo piyyut per le selichot del digiuno di Ghedalia, lo chiama «radice di vipera». Li invita nella casa di Ghedalia e lì li massacra, risparmiando soltanto dieci di loro, che riescono a convincerlo a non ucciderli offrendogli denaro e rivelandogli l’esistenza di depositi di grano, orzo, olio e miele nascosti nei campi.
È una fossa enorme piena di cadaveri. Yochanan ben Kareach insegue Yishma’el fino ad Ammon, ma la Scrittura non racconta come si concluse la sua vita: sappiamo soltanto che riuscì a fuggire e a tornare dal re degli ammoniti.
וְיִשְׁמָעֵ֣אל בֶּן-נְתַנְיָ֗ה נִמְלַט֙ בִּשְׁמֹנָ֣ה אֲנָשִׁ֔ים מִפְּנֵ֖י יוֹחָנָ֑ן וַיֵּ֖לֶךְ אֶל-בְּנֵ֥י עַמּֽוֹן.
(Geremia 41,15)
Fin qui, la storia terribile.
Siamo stati noi a distruggerci
Chi si fermasse qui avrebbe già motivo di vedere cambiare la propria vita. Ma noi non abbiamo ancora cominciato: siamo soltanto all’inizio del film.
Quando Yishma’el cattura la gente che si trovava con Ghedalia, cattura in realtà tutto il resto del popolo che era a Mizpà:
וַיִּ֣שְׁבְּ | יִ֠שְׁמָעֵאל אֶת-כָּל-שְׁאֵרִ֨ית הָעָ֜ם אֲשֶׁ֣ר בַּמִּצְפָּ֗ה אֶת-בְּנ֤וֹת הַמֶּ֙לֶךְ֙ וְאֶת-כָּל-הָעָם֙ הַנִּשְׁאָרִ֣ים בַּמִּצְפָּ֔ה אֲשֶׁר הִפְקִ֗יד נְבֽוּזַרְאֲדָן֙ רַב-טַבָּחִ֔ים אֶת-גְּדַלְיָ֖הוּ בֶּן-אֲחִיקָ֑ם וַיִּשְׁבֵּם֙ יִשְׁמָעֵ֣אל בֶּן-נְתַנְיָ֔ה וַיֵּ֕לֶךְ לַעֲבֹ֖ר אֶל-בְּנֵ֥י עַמּֽוֹן.
(Geremia 41,10)
Nabuzaradan è ancora qui e la guerra incombe. Questo è il primo punto.
Chi comprende questo passaggio capisce che la distruzione del Tempio non si concluse definitivamente il 9 di Av. Dopo il 9 di Av esisteva ancora una she’erit peletà, un resto del popolo, e da quel resto, se fossimo stati capaci di farlo, avrebbe potuto iniziare la redenzione.
Rav Saadià Gaon, nella selichà che compose per il digiuno di Ghedalia e che viene recitata in tutti i riti, scrive:
אָבְלָה נַפְשִׁי וְחָשַׁךְ תָּאֳרִי / בֵּית תִפְאַרְתִּי כְּנָשַׁף בּוֹ הָאֲרִי / גַּם פְּלֵיטָתִי אֲשֶׁר עָזְבוּ וּשְׁאֵרִי / דֹּעֲכוּ כְּהַיּוֹם בִּשְׁלָשָׁה בְּתִשְׁרִי.
Egli descrive la distruzione del Tempio come un evento avvenuto, in definitiva, il 3 di Tishrì.
טֹרְפוּ דַלַּת עַם הָאָרֶץ / יֶתֶר הַגָּזָם אָכַל הָאַרְבֶּה בְּמֶרֶץ / כּוֹרְמִים וְיוֹגְבִים פְּקֻדַּת מַרְגִּיז הָאָרֶץ / לֹהֲטוּ וְלֹא הָיָה בָם גּוֹדֵר גָּדֵר וְעוֹמֵד בַּפֶּרֶץ.
«Il resto della locusta» è un’immagine che rappresenta tutti coloro che erano rimasti tra i prigionieri e i profughi e che vennero divorati. E poi continua a piangere:
שֻׁדַּדְנוּ מִדּוֹר לְדוֹר וּמִקֵּץ לְקֵץ / שֹׁרֶשׁ צֶפַע מְעוֹפֵף אוֹתָנוּ עוֹקֵץ / תַּקִּיף לְמִשְׁפָּטֵנוּ הָעֵר וְהָקֵץ / תְּכַפֵּר לַעֲוֹנוֹתֵינוּ וְתֹאמַר קֵץ.
Chi non vede l’assassinio di Ghedalia come la conclusione della distruzione, chi non coglie questo punto, non ha compreso nulla.
E questo comprende anche una verità dolorosa: siamo stati noi a uccidere noi stessi.
È evidente che, sul piano politico, il re di Ammon aveva interesse a mandare Yishma’el. Ma che cosa fosse successo tra Yishma’el e Ghedalia, non lo sappiamo. La Bibbia non dice per quale motivo litigassero. Del resto, neppure nella storia del Secondo Tempio, nel caso di Kamtza e Bar Kamtza, ci viene detto per quale motivo avessero litigato. E anche oggi, a dire il vero, non ricordiamo sempre esattamente per che cosa litighiamo…
Una fede immensa in Dio
Ma tutto questo è soltanto un’introduzione. Ricordate che abbiamo detto che il digiuno di Ghedalia rappresenta il cuore stesso dei Dieci Giorni di Teshuvà? Ecco, adesso ci arriviamo.
Geremia continua a raccontare ciò che accadde dopo la fuga di Yishma’el ben Netanyà presso il re degli ammoniti. Yochanan ben Kareach e tutti i comandanti dell’esercito prendono con sé tutto il resto del popolo che era stato liberato dalle mani di Yishma’el:
וַיִּקַּח֩ יוֹחָנָ֨ן בֶּן-קָרֵ֜חַ וְכָל-שָׂרֵ֧י הַחֲיָלִ֣ים אֲשֶׁר-אִתּ֗וֹ אֵ֣ת כָּל-שְׁאֵרִ֤ית הָעָם֙ אֲשֶׁ֣ר הֵ֠שִׁיב מֵאֵ֨ת יִשְׁמָעֵ֤אל בֶּן-נְתַנְיָה֙ מִן-הַמִּצְפָּ֔ה… וַיֵּלְכ֗וּ וַיֵּֽשְׁבוּ֙ בְּגֵר֣וּת כִּמְהָ֔ם אֲשֶׁר-אֵ֖צֶל בֵּ֣ית לָ֑חֶם לָלֶ֖כֶת לָב֥וֹא מִצְרָֽיִם.
(Geremia 41,16-17)
Questi sono i sopravvissuti. Pensiamo a ciò che hanno attraversato: l’assedio di Gerusalemme, la distruzione del Primo Tempio. Eppure avevano una speranza. Anzi, scopriremo tra poco che quella speranza era la speranza di tutti noi: che proprio dal punto più basso potesse rinascere qualcosa. E quella speranza viene recisa.
Yochanan ben Kareach conduce tutti in un luogo chiamato Gerut Kimham, forse una sorta di ritiro per curare il trauma di coloro che avevano assistito a quell’orribile massacro. Il nome è significativo: la qerì, la lettura tradizionale, è Kimham, nome di una persona, mentre il ketiv, il testo scritto, è kemohem, «come loro».
Ricordiamo brevemente che David, quando fuggiva, incontrò Barzillai il Gileadita, che lo aveva aiutato e al quale David non era riuscito a ricambiare il favore. Alla fine della sua vita ordinò a Shelomò di farlo. Chazal dicono che Kimham era figlio di Barzillai e che David gli aveva dato questo luogo, chiamato Gerut.
Il loro scopo, arrivando a Gerut Kimham, è proseguire da lì verso l’Egitto. Questi poveri sopravvissuti arrivano dunque in quel luogo per continuare il viaggio verso l’Egitto.
Questo mi ricorda un po’ Yitzchak Avinu: era arrivato a Be’er Sheva con l’intenzione di scendere in Egitto, quando Dio gli apparve durante la notte e gli disse di rimanere nella terra.
Perché vogliono scendere in Egitto?
מִפְּנֵי֙ הַכַּשְׂדִּ֔ים כִּ֥י יָרְא֖וּ מִפְּנֵיהֶ֑ם כִּֽי-הִכָּ֞ה יִשְׁמָעֵ֣אל בֶּן-נְתַנְיָ֗ה אֶת-גְּדַלְיָ֙הוּ֙ בֶּן-אֲחִיקָ֔ם אֲשֶׁר-הִפְקִ֥יד מֶֽלֶךְ-בָּבֶ֖ל בָּאָֽרֶץ.
(Geremia 41,18)
Hanno paura dei caldei, soprattutto perché ora si verrà a sapere che Yishma’el ha ucciso Ghedalia, che era stato nominato da Nabucodonosor. Perciò vanno da Geremia a chiedere consiglio:
וַֽיִּגְּשׁוּ֙ כָּל-שָׂרֵ֣י הַחֲיָלִ֔ים וְיֽוֹחָנָן֙ בֶּן-קָרֵ֔חַ וִֽיזַנְיָ֖ה בֶּן-הוֹשַֽׁעְיָ֑ה וְכָל-הָעָ֖ם מִקָּטֹ֥ן וְעַד-גָּדֽוֹל. וַיֹּאמְר֞וּ אֶֽל-יִרְמְיָ֣הוּ הַנָּבִ֗יא תִּפָּל-נָ֤א תְחִנָּתֵ֙נוּ֙ לְפָנֶ֔יךָ וְהִתְפַּלֵּ֤ל בַּעֲדֵ֙נוּ֙ אֶל-ה’ אֱלֹהֶ֔יךָ בְּעַ֖ד כָּל-הַשְּׁאֵרִ֣ית הַזֹּ֑את כִּֽי-נִשְׁאַ֤רְנוּ מְעַט֙ מֵֽהַרְבֵּ֔ה… וְיַגֶּד-לָ֙נוּ֙ ה’ אֱלֹהֶ֔יךָ אֶת-הַדֶּ֖רֶךְ אֲשֶׁ֣ר נֵֽלֶךְ-בָּ֑הּ וְאֶת-הַדָּבָ֖ר אֲשֶׁ֥ר נַעֲשֶֽׂה.
(Geremia 42,1-2)
Secondo i commentatori siamo ora al 3 o, al massimo, al 4 di Tishrì.
Che uomini giusti! Dopo tutto ciò che hanno attraversato, vanno da Geremia. Vogliono ascoltare ciò che Dio dice prima di scendere definitivamente dall’Egitto. Ricordiamo tutti ciò che Geremia aveva passato a Gerusalemme, e questi uomini gli dicono, in sostanza: «Tu sei il vero profeta e noi vogliamo fare ciò che Dio ci dirà».
Geremia risponde:
וַיֹּ֨אמֶר אֲלֵיהֶ֜ם יִרְמְיָ֤הוּ הַנָּבִיא֙ שָׁמַ֔עְתִּי הִנְנִ֧י מִתְפַּלֵּ֛ל אֶל-ה’ אֱלֹהֵיכֶ֖ם כְּדִבְרֵיכֶ֑ם וְֽהָיָ֡ה כָּֽל-הַדָּבָר֩ אֲשֶׁר-יַעֲנֶ֨ה ה’ אֶתְכֶם֙ אַגִּ֣יד לָכֶ֔ם לֹֽא-אֶמְנַ֥ע מִכֶּ֖ם דָּבָֽר.
Siamo nei Dieci Giorni di Teshuvà, ricordate?
E loro gli rispondono:
וְהֵ֙מָּה֙ אָמְר֣וּ אֶֽל-יִרְמְיָ֔הוּ יְהִ֤י ה֙’ בָּ֔נוּ לְעֵ֖ד אֱמֶ֣ת וְנֶאֱמָ֑ן אִם-לֹ֡א כְּֽכָל-הַ֠דָּבָר אֲשֶׁ֨ר יִֽשְׁלָחֲךָ֜ ה’ אֱלֹהֶ֛יךָ אֵלֵ֖ינוּ כֵּ֥ן נַעֲשֶׂה. אִם-ט֣וֹב וְאִם-רָ֔ע בְּק֣וֹל ה’ אֱלֹהֵ֗ינוּ… נִשְׁמָ֑ע לְמַ֙עַן֙ אֲשֶׁ֣ר יִֽיטַב-לָ֔נוּ כִּ֣י נִשְׁמַ֔ע בְּק֖וֹל ה’ אֱלֹהֵֽינוּ.
Che livello straordinario! Ebrei giunti al punto più basso possibile, dopo il massacro di Yishma’el ben Netanyà, dopo la distruzione compiuta da Nabucodonosor e la Gerusalemme bruciata. Proviamo a immaginare ciò che avevano vissuto. Sono trascorsi appena due mesi dal 9 di Av e tre giorni da Rosh Hashanà, eppure possiedono una fede immensa.
La promessa della redenzione
וַיְהִ֕י מִקֵּ֖ץ עֲשֶׂ֣רֶת יָמִ֑ים וַיְהִ֥י דְבַר-ה’ אֶֽל-יִרְמְיָֽהוּ.
«Al termine di dieci giorni, la parola del Signore fu rivolta a Geremia».
Perché bisogna specificare che ciò avvenne dopo dieci giorni? E perché Dio attese dieci giorni prima di dare a Geremia la risposta?
Geremia convoca Yochanan ben Kareach, tutti i comandanti e tutto il popolo e dice loro:
וַיֹּ֣אמֶר אֲלֵיהֶ֔ם כֹּֽה-אָמַ֥ר ה’ אֱלֹהֵ֣י יִשְׂרָאֵ֑ל אֲשֶׁ֨ר שְׁלַחְתֶּ֤ם אֹתִי֙ אֵלָ֔יו לְהַפִּ֥יל תְּחִנַּתְכֶ֖ם לְפָנָֽיו. אִם-שׁ֤וֹב תֵּֽשְׁבוּ֙ בָּאָ֣רֶץ הַזֹּ֔את וּבָנִ֤יתִי אֶתְכֶם֙ וְלֹ֣א אֶהֱרֹ֔ס וְנָטַעְתִּ֥י אֶתְכֶ֖ם וְלֹ֣א אֶתּ֑וֹשׁ כִּ֤י נִחַ֙מְתִּי֙ אֶל-הָ֣רָעָ֔ה אֲשֶׁ֥ר עָשִׂ֖יתִי לָכֶֽם.
Avete sentito che cosa sta dicendo? Sono passati appena due mesi dalla distruzione e Dio promette loro che non li abbandonerà. «Voi sarete il punto da cui ricomincerà la redenzione. Voi, i profughi, sarete l’inizio».
E loro rimangono perplessi: «Come? Non dobbiamo scendere in Egitto? Ma la logica ci dice che i caldei verranno a massacrarci!».
Geremia continua:
אַל-תִּֽירְא֗וּ מִפְּנֵי֙ מֶ֣לֶךְ בָּבֶ֔ל אֲשֶׁר-אַתֶּ֥ם יְרֵאִ֖ים מִפָּנָ֑יו אַל-תִּֽירְא֤וּ מִמֶּ֙נּוּ֙ נְאֻם-ה’ כִּֽי-אִתְּכֶ֣ם אָ֔נִי לְהוֹשִׁ֧יעַ אֶתְכֶ֛ם וּלְהַצִּ֥יל אֶתְכֶ֖ם מִיָּדֽוֹ. וְאֶתֵּ֥ן לָכֶ֛ם רַחֲמִ֖ים וְרִחַ֣ם אֶתְכֶ֑ם וְהֵשִׁ֥יב אֶתְכֶ֖ם אֶל-אַדְמַתְכֶֽם.
«Non abbiate paura del re di Babilonia, che temete. Non abbiate paura di lui, dice il Signore, perché io sono con voi per salvarvi e liberarvi dalle sue mani. Vi concederò misericordia, egli avrà misericordia di voi e vi farà tornare nella vostra terra».
Eppure, se voi dite: «No, non rimarremo in questa terra, perché non vogliamo ascoltare la voce del Signore nostro Dio; andremo in Egitto, dove non vedremo guerra, non sentiremo il suono dello shofar e non soffriremo la fame; lì rimarremo», allora la risposta sarà diversa:
וְעַתָּ֕ה לָכֶ֛ן שִׁמְע֥וּ דְבַר-ה’ שְׁאֵרִ֣ית יְהוּדָ֑ה… אִם-אַ֠תֶּם שׂ֣וֹם תְּשִׂמ֤וּן פְּנֵיכֶם֙ לָבֹ֣א מִצְרַ֔יִם וּבָאתֶ֖ם לָג֥וּר שָֽׁם. וְהָיְתָ֣ה הַחֶ֗רֶב אֲשֶׁ֤ר אַתֶּם֙ יְרֵאִ֣ים מִמֶּ֔נָּה שָׁ֛ם תַּשִּׂ֥יג אֶתְכֶ֖ם בְּאֶ֣רֶץ מִצְרָ֑יִם וְהָרָעָ֞ב אֲשֶׁר-אַתֶּ֣ם דֹּאֲגִ֣ים מִמֶּ֗נּוּ שָׁ֣ם יִדְבַּ֧ק אַחֲרֵיכֶ֛ם מִצְרַ֖יִם וְשָׁ֥ם תָּמֽוּתוּ.
Pensate di andare a New York? In Egitto, nella «terra delle possibilità illimitate» di Zahran Mamdani, che Dio lo annienti? Là vi raggiungerà la spada e là morirete!
Loro pensano che Geremia sia impazzito, che sia completamente fuori dalla realtà. L’Egitto prospera, mentre qui esiste un pericolo concreto da parte del re di Ammon. Si può andare in Egitto, trovare un lavoro, magari guadagnare bene, fare fortuna e poi tornare con un bel po’ di soldi.
E invece Geremia trasforma improvvisamente quel piccolo e disperato resto del popolo nella possibile radice dell’intera grande redenzione. Appena due mesi dopo la distruzione, potrebbe essere l’inizio della ricostruzione dello Stato. Non il Secondo Tempio, non un’altra lunga fase di esilio: voi siete l’inizio di tutta la consolazione.
Qualcuno di noi lo ha mai studiato? Ne ha mai sentito parlare?
Ma se non farete così, Dio dice:
כִּי֩ כֹ֨ה אָמַ֜ר ה’ צְבָאוֹת֮ אֱלֹהֵ֣י יִשְׂרָאֵל֒ כַּאֲשֶׁר֩ נִתַּ֨ךְ אַפִּ֜י וַחֲמָתִ֗י עַל-יֹשְׁבֵי֙ יְר֣וּשָׁלִַ֔ם כֵּ֣ן תִּתַּ֤ךְ חֲמָתִי֙ עֲלֵיכֶ֔ם בְּבֹאֲכֶ֖ם מִצְרָ֑יִם…
(Geremia 42,18-22)
La caparbietà di chi scende in Egitto
E quale fu la loro risposta?
Avevano promesso di fare tutto ciò che Dio avrebbe detto, e Dio, attraverso Geremia, aveva ordinato loro di rimanere. Non è nemmeno che avessero un’offerta concreta per lavorare in Egitto per cinquemila dollari alla settimana. Vogliono semplicemente andarci e tentare la sorte. Forse qualcuno li accoglierà.
וַיְהִי֩ כְּכַלּ֨וֹת יִרְמְיָ֜הוּ לְדַבֵּ֣ר אֶל-כָּל-הָעָ֗ם אֶת-כָּל-דִּבְרֵי֙ ה’ אֱלֹהֵיהֶ֔ם… וַיֹּ֨אמֶר עֲזַרְיָ֤ה בֶן-הוֹשַֽׁעְיָה֙ וְיוֹחָנָ֣ן בֶּן-קָרֵ֔חַ וְכָל-הָאֲנָשִׁ֖ים הַזֵּדִ֑ים אֹמְרִ֣ים אֶֽל-יִרְמְיָ֗הוּ שֶׁ֚קֶר אַתָּ֣ה מְדַבֵּ֔ר לֹ֣א שְׁלָחֲךָ֞ ה’ אֱלֹהֵ֙ינוּ֙ לֵאמֹ֔ר לֹֽא-תָבֹ֥אוּ מִצְרַ֖יִם לָג֥וּר שָֽׁם. כִּ֗י בָּרוּךְ֙ בֶּן-נֵ֣רִיָּ֔ה מַסִּ֥ית אֹתְךָ֖ בָּ֑נוּ לְמַעַן֩ תֵּ֨ת אֹתָ֤נוּ בְיַֽד-הַכַּשְׂדִּים֙ לְהָמִ֣ית אֹתָ֔נוּ וּלְהַגְל֥וֹת אֹתָ֖נוּ בָּבֶֽל.
Guardate come gli ebrei possano cambiare completamente atteggiamento in un istante. «Sono tutti interessi politici! Avete interessi regionali, vuoi conservare il tuo potere!».
È, del resto, la tattica più sicura: trasformare il giusto in un malvagio, inventare contro di lui accuse e storie, e così ci si libera di ogni problema.
E infatti:
וְלֹֽא-שָׁמַע֩ יוֹחָנָ֨ן בֶּן-קָרֵ֜חַ וְכָל-שָׂרֵ֧י הַחֲיָלִ֛ים וְכָל-הָעָ֖ם בְּק֣וֹל ה’ לָשֶׁ֖בֶת בְּאֶ֥רֶץ יְהוּדָֽה… וַיָּבֹ֙אוּ֙ אֶ֣רֶץ מִצְרַ֔יִם כִּ֛י לֹ֥א שָׁמְע֖וּ בְּק֣וֹל ה’ וַיָּבֹ֖אוּ עַד-תַּחְפַּנְחֵֽס.
Prendono tutti con sé, anche quelli che non volevano partire. Persino Geremia e Baruch ben Neriah vengono trascinati con loro, rapiti e portati in Egitto.
Tra poco parleremo anche di ciò che accadde loro laggiù.
Gerut Kimham
All’inizio avevano chiesto a Geremia di pregare e di dare loro una risposta. Abarbanel pone la stessa domanda che ci siamo posti noi: perché bisogna sottolineare che la risposta arrivò dopo dieci giorni?
Egli risponde che non si trattò di dieci giorni trascorsi dalla preghiera di Geremia. L’assassinio avvenne a Rosh Hashanà; il 2 di Tishrì furono massacrati gli uomini provenienti da Shomron; il 3 ci fu la battaglia; il 4 andarono da Geremia e Geremia pregò per loro. Tutto ciò avvenne dunque nei giorni compresi tra Rosh Hashanà e Yom Kippur. E «al termine dei dieci giorni» significa precisamente al termine dei Dieci Giorni di Teshuvà.
Abarbanel scrive:
«Io penso che Ghedalia ben Achikam sia morto nel settimo mese, il secondo giorno di quel mese, poiché il primo giorno fu il giorno del suono dello shofar e il secondo giorno fu ucciso. Yochanan giunse durante quei Dieci Giorni di Teshuvà per combattere contro Yishma’el e liberò i prigionieri dalle sue mani. Subito dopo si rivolsero a Geremia perché pregasse Dio e chiedesse che cosa dovessero fare, poiché avevano una grandissima paura dei caldei: temevano che li avrebbero uccisi tutti per l’assassinio di Ghedalia e dei caldei che erano con lui, pensando che tutti i capi e il popolo si fossero ribellati insieme a Yishma’el. Geremia pregò per loro durante quei Dieci Giorni di Teshuvà, tra Rosh Hashanà e Yom Kippur, e Dio accolse la sua preghiera nel giorno del digiuno. Per questo è detto «al termine dei dieci giorni»: cioè alla fine dei Dieci Giorni di Teshuvà, il cui termine è Yom Kippur. Fu allora che la parola di Dio venne a Geremia. Non significa che la risposta sia stata ritardata di dieci giorni, ma che gli fu data alla fine dei dieci giorni che si stavano celebrando in quell’anno».
(Abarbanel, Geremia 42,7)
Forse Geremia diede loro la risposta proprio quel giorno, il giorno di Yom Kippur.
Forse quando disse loro: «Non vi darò immediatamente una risposta, aspettate», stava dicendo in realtà: «Amici, abbiamo appena attraversato il Rosh Hashanà più difficile della storia. Ci siamo massacrati a vicenda proprio nel giorno in cui eravamo riuniti a Mizpà». Quelle persone erano state presenti al banchetto. Erano i superstiti del massacro.
«Adesso pregate. Riflettete. Decidete se siete davvero convinti di ciò che state dicendo. A Rosh Hashanà abbiamo incoronato Dio come nostro Re; ora avete dieci giorni per riflettere, pregare e chiedere che quella proclamazione diventi autentica. Anche se l’Egitto sembra più attraente e la vostra logica politica vi suggerisce una direzione diversa, dovete decidere: “Ein od milvado”, non esiste altri all’infuori di Lui, oppure esiste? Non si può fare metà caffè e metà tè».
Quando non vuoi ascoltare Dio, dici che Geremia è politicamente condizionato, che ha i suoi interessi, e così puoi liberarti di ogni problema. È il mio intelletto deformato che non è disposto a lasciare che Dio regni.
Come dice il versetto:
לֹא יִהְיֶה בְךָ אֵל זָר וְלֹא תִשְׁתַּחֲוֶה לְאֵל נֵכָר.
(Tehillim 81,10)
Quando dentro di te c’è un dio estraneo, la paura diventa comprensibile. Ma voi eravate lì, a Bet Lechem, e lì siete venuti a porre la domanda.
E ora tenetevi forte.
«Gerut Kimham»: qerì, Gerut Kimham; ketiv, Gerut Kemohem. Abbiamo visto che era il luogo dal quale stavano per scendere in Egitto. E proprio prima che scendessero in Egitto, Dio si rivela a noi attraverso Geremia.
A Yitzchak Dio si era rivelato direttamente, attraverso la profezia. Noi non siamo a un livello così elevato. Ma comunque siete venuti a interrogare Geremia e, nel frattempo, non è emerso alcun nuovo dato, se non la vostra incapacità di accettare la parola di Dio.
La parola Kimham, secondo la qerì, richiama la parola kemià, il desiderio ardente, la brama: «La mia anima ha sete di Te, il mio corpo anela a Te». Kemohem, invece, significa «come loro», come tutti quegli altri che gettarono Geremia nella cisterna e lo accusarono di avere interessi personali: «Tu e il tuo amico Baruch ben Neriah, il tuo rabbino, avete i vostri interessi».
Essi si trovano in un luogo chiamato Gerut: sono gerim, stranieri, temporanei; sono lì provvisoriamente. Si trovano in «Gerut Kimham, presso Bet Lechem», e Geremia, che viene da Anatot, dice a quelle persone, proprio a Bet Lechem, la città di David e di Yishai, il Bet-Lechemita:
«Da qui può nascere la redenzione. È vero, ora c’è carestia. Ma una volta c’era già stata una carestia a Bet Lechem, ricordate? C’erano Elimelech e Naomì, con i loro figli, e anche allora c’erano persone importanti che erano scese nei campi di Moav. E noi, oggi, siamo tutti discendenti di quella donna che tornò qui, la bisnonna del re David.
E ora, proprio in questo luogo che David aveva dato al figlio di Barzillai il Gileadita, dovete decidere se siete kemohem, “come loro”, oppure Kimham, se siete capaci di desiderare e di anelare».
Questo è ciò che accade a me durante i Dieci Giorni di Teshuvà.
Tutto questo avviene a partire dal digiuno di Ghedalia e nei Dieci Giorni di Teshuvà che da esso proseguono, fino al culmine di Yom Kippur. I dieci giorni giungono al termine non semplicemente perché sono trascorsi dieci giorni, ma perché arriviamo a Yom Kippur, quando Dio si rivela a Geremia e gli trasmette queste parole.
E che cosa accade a Yom Kippur, ricordate? È il giorno in cui tutti escono in libertà: tutti gli schiavi, dopo cinquant’anni di servitù, al suono dello shofar del Giubileo, escono dalla casa di prigionia.
È il giorno in cui si conclude l’incoronazione di Dio come Re.
È Yom Kippur.
La nuova alleanza
E arriviamo così alla parte conclusiva della storia. Essi scendono in Egitto e arrivano a Tachpanches, la città principale ai margini del Delta, dove si trovava un palazzo. Lì Dio parla a Geremia e gli ordina:
וַיְהִ֤י דְבַר-ה’ אֶֽל-יִרְמְיָ֔הוּ בְּתַחְפַּנְחֵ֖ס לֵאמֹֽר. קַ֣ח בְּיָדְךָ֞ אֲבָנִ֣ים גְּדֹל֗וֹת וּטְמַנְתָּ֤ם בַּמֶּ֙לֶט֙ בַּמַּלְבֵּ֔ן אֲשֶׁ֛ר בְּפֶ֥תַח בֵּית-פַּרְעֹ֖ה בְּתַחְפַּנְחֵ֑ס לְעֵינֵ֖י אֲנָשִׁ֥ים יְהוּדִֽים…
Dio annuncia che Nabucodonosor, re di Babilonia, verrà in Egitto, conquisterà il paese e vi porterà distruzione. Geremia profetizza dunque che Babilonia conquisterà l’Egitto e, nel corso di questa campagna, distruggerà anche Ammon. Forse anche Yishma’el e i suoi uomini.
E che cosa accadrà agli ebrei che sono scesi in Egitto?
Geremia riceve un’ulteriore profezia:
הַדָּבָר אֲשֶׁר הָיָה אֶל-יִרְמְיָהוּ אֶל כָּל-הַיְּהוּדִים הַיֹּשְׁבִים בְּאֶרֶץ מִצְרָיִם…
(Geremia 44)
«Avete visto tutto il male che ho fatto venire su Gerusalemme e su tutte le città di Giuda, che oggi sono distrutte e senza abitanti. È accaduto a causa del loro male, perché mi provocarono andando a offrire incenso e a servire altri dèi che non avevano conosciuto, né essi né i loro padri.
Ho mandato a voi tutti i miei servi, i profeti, alzandomi presto e mandandoli a dire: “Non fate questa cosa abominevole che io odio”. Ma non hanno ascoltato e non hanno prestato orecchio per tornare dalla loro malvagità.
Perciò la mia ira si è riversata sulle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme, che sono diventate una desolazione e una rovina, come sono oggi.
E ora, dice il Signore, Dio delle schiere, Dio d’Israele: perché fate un male così grande a voi stessi, sterminando da Giuda uomini e donne, bambini e lattanti, fino a non lasciarvi alcun resto? Mi provocate con le opere delle vostre mani, offrendo incenso ad altri dèi nella terra d’Egitto, dove siete venuti per soggiornare, fino a sterminarvi e a diventare una maledizione e un obbrobrio fra tutti i popoli della terra».
È una cosa straordinaria: Dio aveva offerto loro una possibilità di ricominciare proprio dal punto più basso della storia. Essi avevano chiesto una risposta, avevano promesso di obbedire e avevano ricevuto una promessa di redenzione. E tuttavia non sono riusciti ad accettarla.
E allora torniamo al punto da cui siamo partiti.
Ricordate la preghiera che il Kohen Gadol recitava a Yom Kippur? Vi sono diversi piyyutim, e uno di essi è ancora oggi molto cantato:
תִּתֵּן אַחֲרִית לְעַמֶּךָ / תָּשִׁיב מִקְדָּשׁ לְתוֹכֵנוּ
(antico piyyut della Terra d’Israele)
E quando si arriva alla lettera כ si legge:
תִּכְרֹת לָהּ בְּרִית חֲדָשָׁה.
«Stringerai con lei una nuova alleanza».
Da dove viene questa espressione? È una frase che può suscitare associazioni non particolarmente positive, Dio non voglia. Ecco la sua fonte:
הִנֵּ֛ה יָמִ֥ים בָּאִ֖ים נְאֻם-ה’ וְכָרַתִּ֗י אֶת-בֵּ֧ית יִשְׂרָאֵ֛ל וְאֶת-בֵּ֥ית יְהוּדָ֖ה בְּרִ֥ית חֲדָשָֽׁה.
(Geremia 31,30)
Questo è il significato profondo di Yom Kippur. È il Giubileo, il momento in cui si esce dalla schiavitù.
Che cos’è una «nuova alleanza»?
I cristiani hanno spiegato questa espressione come una nuova Torah o un nuovo popolo. Ma vediamo che cosa dice realmente il profeta:
לֹ֣א כַבְּרִ֗ית אֲשֶׁ֤ר כָּרַ֙תִּי֙ אֶת-אֲבוֹתָ֔ם בְּיוֹם֙ הֶחֱזִיקִ֣י בְיָדָ֔ם לְהוֹצִיאָ֖ם מֵאֶ֖רֶץ מִצְרָ֑יִם אֲשֶׁר-הֵ֜מָּה הֵפֵ֣רוּ אֶת-בְּרִיתִ֗י וְאָנֹכִ֛י בָּעַ֥לְתִּי בָ֖ם נְאֻם-ה’.
(Geremia 31,31)
«Non sarà come l’alleanza che ho stretto con i loro padri, nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto; quella alleanza essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore».
«L’alleanza che ho stretto con i loro padri» è l’alleanza del Sinai.
A Yom Kippur riceviamo le seconde Tavole.
E il profeta continua:
כִּ֣י זֹ֣את הַבְּרִ֡ית אֲשֶׁ֣ר אֶכְרֹת֩ אֶת-בֵּ֨ית יִשְׂרָאֵ֜ל אַחֲרֵ֨י הַיָּמִ֤ים הָהֵם֙ נְאֻם-ה’ נָתַ֤תִּי אֶת-תּֽוֹרָתִי֙ בְּקִרְבָּ֔ם וְעַל-לִבָּ֖ם אֶכְתֲּבֶ֑נָּה וְהָיִ֤יתִי לָהֶם֙ לֵֽאלֹהִ֔ים וְהֵ֖מָּה יִֽהְיוּ-לִ֥י לְעָֽם. וְלֹ֧א יְלַמְּד֣וּ ע֗וֹד אִ֣ישׁ אֶת-רֵעֵ֜הוּ וְאִ֤ישׁ אֶת-אָחִיו֙ לֵאמֹ֔ר דְּע֖וּ אֶת-ה’ כִּֽי-כוּלָּם֩ יֵדְע֨וּ אוֹתִ֜י לְמִקְטַנָּ֤ם וְעַד-גְּדוֹלָם֙ נְאֻם-ה’ כִּ֤י אֶסְלַח֙ לַֽעֲוֹנָ֔ם וּלְחַטָּאתָ֖ם לֹ֥א אֶזְכָּר-עֽוֹד.
(Geremia 31,32-33)
È lo stesso Geremia!
Il Malbim spiega che l’alleanza del Sinai viene chiamata «vecchia alleanza» perché, se — Dio non voglia — avessimo peccato, avrebbe potuto essere infranta, anche se soltanto temporaneamente. La «nuova alleanza», invece, viene chiamata così perché descrive un uomo nuovo.
«Voi uscirete davvero in libertà».
Nel passato esisteva la possibilità di peccare. Nel futuro, invece, l’uomo sarà come qualcuno che ha compiuto una teshuvà così profonda da rendere il peccato per lui praticamente inconcepibile, qualcosa di completamente estraneo alla sua natura.
Sarà una nuova alleanza: «sul loro cuore la scriverò». Sarà incisa dentro di loro.
«È finito il digiuno, Ghedalia»
E da questa comprensione immensa permettetemi di tornare, in conclusione, alla piccola aneddotica con cui abbiamo iniziato, perché per me ha un significato molto profondo.
Non ho citato Ghedalia di Charlie e mezzo per lamentarmi o criticare. È davvero una sciocchezza. Ma chi erano gli attori del film? Yehuda Barkan e Ze’ev Revach, entrambi ormai scomparsi; ed entrambi, ciascuno a modo proprio, fecero teshuvà.
Due modelli dei Dieci Giorni di Teshuvà.
Yehuda Barkan aggiunse una alef al proprio cognome, trasformandolo in Barkan, «perché tutto è Alufo shel Olam, il Signore del mondo». Quando gli chiesero se fosse tornato alla teshuvà, rispose: «Sono tornato con passione», chazarti beteshukà. «A Te, o Dio, è la mia passione».
E Ze’ev Revach non fece teshuvà nello stesso modo, ma i racconti più commoventi che faceva riguardavano la straordinaria gioia che provava nel sedere insieme alle figlie che avevano fatto teshuvà e ai nipoti cresciuti come bnei Torah, nell’andare con loro alle preghiere e nel condividere quella vita con loro.
Sono certo che lassù, nelle sfere celesti, trasmettono anche il digiuno di Ghedalia, se non altro per rassicurarci che anche Ghedalia di Charlie e mezzo è soltanto un errore ottico.
La pressione è comprensibile. Ma tutto il popolo d’Israele è in cammino verso quel luogo:
הִנֵּה יָמִים בָּאִים נְאֻם-ה’ וְכָרַתִּי לָהֶם בְּרִית חֲדָשָׁה, עַל-לִבָּם אֶכְתֲּבֶנָּה, וְלֹא יְלַמְּדוּ אִישׁ אֶת-רֵעֵהוּ.
«Ecco, verranno giorni, dice il Signore, in cui stringerò con loro una nuova alleanza; sul loro cuore la scriverò e non sarà più necessario che un uomo insegni al suo prossimo».
Questa è davvero la sensazione che si avverte oggi: non vogliamo imparare tutto questo da qualcun altro; vogliamo sentirlo dentro di noi.
«Perché tutti Mi conosceranno, dal più piccolo al più grande».
Che possiamo meritare una teshuvà completa e una redenzione completa, presto e ai nostri giorni, per noi e per tutto Israele.
Shanà Tovà.
Ho privilegiato la fluidità letteraria rispetto alla resa parola per parola, ma senza trasformare la lezione in un saggio autonomo: la voce, le domande retoriche, l’ironia e la struttura argomentativa di Rav Elon rimangono riconoscibili.
