La storia dell’élite ebraica secolare europea e i suoi tentativi di misurarsi con la propria identità di fronte a un mondo ostile, raccontata attraverso le vicende dei suoi protagonisti, da Mendelssohn e Heine a Marx e Lessing
Boris Lebenberg – Shabbat — Makor Rishon – 5.7.2026

Il termine “questione ebraica”, nell’Europa dei secoli scorsi, si riferiva al dibattito sui diritti degli ebrei all’uguaglianza nei rispettivi paesi e alla definizione della loro identità. La loro impopolarità, e talvolta persino la vergogna che provavano nell’essere parte di un popolo “inferiore”, divennero un fardello pesante per molti ebrei. Da qui nacque la tentazione della secolarizzazione, dell’assimilazione nella nazione dominante e della dedizione ad attività non ebraiche, più accettate nella società. L’agenda del mondo moderno e degli Stati in cui vivevano appariva agli ebrei secolarizzati più importante della “questione ebraica” stessa.
Il libro qui presentato esamina la storia della “questione ebraica” attraverso la vita e l’operato dei rappresentanti dell’élite ebraica secolare, creativa e culturale, nei paesi europei. I tentativi delle figure descritte nel libro — intellettuali ebrei di spicco che hanno lasciato un segno profondo nei campi della scienza, della musica, della letteratura, dell’arte, della filosofia e della politica, su scala mondiale — di trovare una risposta alla “questione ebraica”, o proprio i loro tentativi di sfuggirle, illustrano bene la sua complessità. Alcuni cercarono di risolverla, altri decisero che fosse insolubile e si concentrarono con grande successo in altri ambiti, ma consapevolmente o meno la toccarono comunque. Erano considerati ebrei anche quando non desideravano appartenere al popolo ebraico, e anche quando si convertirono ad altra religione.
Il filosofo Moses Mendelssohn, ad esempio, riteneva che gli ebrei fossero un gruppo culturale e religioso ma non nazionale, e pensava che gli ebrei non potessero più essere una nazione dentro un’altra nazione. Si rivolse ai suoi fratelli ebrei con queste parole: “Accogliete i costumi e le leggi dello Stato in cui vivete, ma custodite la fede dei vostri padri”. I suoi appelli all’integrazione della cultura ebraica in quella universale diedero impulso all’assimilazione tra gli ebrei tedeschi. Quattro dei suoi sei figli e otto dei suoi nove nipoti si convertirono al cristianesimo.
Anche lo scrittore Ludwig Börne, cosmopolita, rivoluzionario e autore radicale nato nel ghetto di Francoforte, e il grande poeta Heinrich Heine, si convertirono. Heine scherzava sulla propria conversione: “Ho scoperto di non potermi permettere di appartenere alla stessa religione di Rothschild senza essere ricco come lui”. In seguito si pentì del suo passaggio al luteranesimo: “Da quando sono stato battezzato, mi si rimprovera di essere ebreo… ora sono odiato in egual misura sia dagli ebrei sia dai cristiani. Mi dispiace molto di essermi convertito: non solo non mi ha portato alcun beneficio, ma anzi, da allora non ho avuto altro che guai e infelicità”.
Heine, dottore in legge, si convertì per ottenere un posto come avvocato o come docente universitario, ma fallì in questi tentativi ed emigrò in Francia. Il celebre poeta tedesco, scrive Gordon, “si convertì per poter fare l’avvocato, ma la Germania non concesse al dottore in legge Heinrich Heine il diritto di esercitare secondo le sue leggi, ed egli cominciò a descriverne le ingiustizie. L’Università Ludwig-Maximilian di Monaco considerò Heine indegno di essere professore di letteratura tedesca, ed egli ne divenne invece il suo cantore”.
In cerca di rifugio nel comunismo
Lo scrittore ebreo-tedesco Jakob Wassermann scrisse a proposito dell’amore deluso degli ebrei per la Germania: “Invano supplichiamo una nazione di poeti e pensatori in nome dei suoi poeti e pensatori. Ogni pregiudizio che sembra scomparso dal mondo moderno ne genera migliaia di nuovi, come un cadavere genera vermi”.
Il giudice tedesco Gabriel Riesser era un ebreo che aveva attraversato un processo di assimilazione e “germanizzazione”. “La questione ebraica”, scrisse Riesser, “è unicamente la questione della libertà di praticare la nostra religione senza indossare la maschera di un’altra religione, quella dominante, per ottenere i diritti civili. Se siamo una nazione, dov’è la nostra patria? Gli ebrei tedeschi hanno forse un’altra patria al di fuori della Germania?”
Karl Marx — il filosofo radicale, padre del comunismo, ebreo convertito e assimilato — scrisse: “L’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dagli ebrei”. Ferdinand Lassalle, filosofo e socialista tedesco, fu uno dei primi ebrei antisemiti, e si scagliò così contro il proprio popolo: “Gente infame, meritate il vostro destino. Il verme che viene calpestato sotto i piedi cerca di contorcersi; voi non fate che strisciare ancora di più. Siete nati per la schiavitù”.
Gordon analizza in modo originale, e persino paradossale, la vita e l’opera di filosofi come Hermann Cohen, Henri Bergson e Isaac Deutscher; per ciascuno di loro, la “questione ebraica” rappresentò una sfida di enorme importanza. Passa in rassegna le vicende di scienziati di spicco, scrittori, poeti e drammaturghi più o meno noti, da Arthur Schnitzler e Franz Kafka fino a Kurt Tucholsky, Ernst Toller e Stanisław Jerzy Lec.
L’impegno più concreto nei confronti della “questione ebraica” è rappresentato da figure che agirono nell’arena pubblica, come Benjamin Disraeli, Bernard Lazare, che combatté contro l’ondata di antisemitismo in Francia durante l’affare Dreyfus, i bolscevichi Adolf Joffe e Jakov Sverdlov — tra i più potenti leader della Russia sovietica, la cui morte per malattia spianò la strada a Stalin verso il potere; Karl Radek, primo creatore di barzellette antisovietiche; il poeta e drammaturgo Ernst Toller, che fu per sei giorni presidente della Repubblica sovietica bavarese; e György Lukács, ministro dell’Istruzione della Repubblica sovietica ungherese nel 1919, filosofo radicale e studioso di letteratura, scampato quasi miracolosamente alla repressione staliniana in Unione Sovietica.
Su questi socialisti e comunisti scrisse lo storico americano-ebreo Seymour Martin Lipset: “La partecipazione al movimento socialista e comunista costituì per molti ebrei un modo per allontanarsi dal proprio ebraismo e integrarsi in un mondo universale, non ebraico”.
Due saggi sono dedicati agli auto-antisemiti: lo psicologo austriaco Otto Weininger e lo scrittore e satirico austriaco Karl Kraus, il cui protagonista di un altro capitolo, il filosofo Theodor Lessing, definì “l’esempio più lampante dell’odio ebraico verso se stessi”. Lessing, autore del libro L’odio ebraico di sé, fu il nemico più acerrimo dei nazisti e la loro prima vittima: venne assassinato da sicari in Cecoslovacchia.
Odio di sé
Isaac Deutscher, tra i protagonisti di questo libro, filosofo britannico nato in Polonia e marxista, coniò nel 1954 l’espressione “ebreo non ebreo” (non-Jewish Jew). Il termine si riferisce a quegli ebrei che abbracciarono la figura universale dell’uomo, elevandosi al di sopra della presunta “irrilevanza” dei problemi ebraici. Questi ebrei misero da parte l’identità ebraica per perseguire obiettivi globali, spesso rivoluzionari e violenti. A questa definizione Deutscher riconduce, ad esempio, Marx e Trotsky.
Lessing descrisse l’odio ebraico di sé come una malattia che si manifesta nell’adattamento e nella rassegnazione all’immagine negativa dell’ebraismo. A suo dire, essa nacque come conseguenza della marginalizzazione degli ebrei ai margini della società, e come reazione al modo in cui la nazione dominante li considerava. Questi ebrei respingevano l’appartenenza al proprio popolo ed elevavano se stessi al di sopra degli altri membri della propria tribù. L’odio ebraico di sé fu una reazione nevrotica alla crescente forza dell’antisemitismo, e un’espressione della paura di combatterlo. Anche oggi ne siamo testimoni, negli israeliani e negli ebrei che criticano aspramente lo Stato d’Israele e sostengono le forze a esso ostili.
Molti pensavano che la “questione ebraica” fosse ormai un capitolo chiuso della storia, scomparso e relegato ai libri e agli archivi. Gli eventi del 7 ottobre e le reazioni ad essi hanno mostrato che l’antisemitismo è vivo e vegeto nel cuore della cultura occidentale, nonostante l’esistenza dello Stato d’Israele. Negli ultimi due anni e mezzo, ebrei in Israele e nella diaspora che si consideravano israeliani, americani, australiani, britannici, francesi e così via, hanno sentito con chiarezza di essere ebrei.
Il libro qui presentato è una raccolta di storie drammatiche, una sorta di biografia collettiva dell’élite intellettuale secolare degli ebrei europei, che ne rivela il rapporto complesso con la propria identità. Quest’élite aspirava a integrarsi nella società europea, privilegiando i valori universali e cosmopoliti rispetto all’identità ebraica. In questo furono una sorta di anti-eroi tragici della storia ebraica. Il libro presenta il dramma storico della ricerca dell’identità nazionale, e può mostrare al giovane lettore ebreo che egli appartiene all’antico popolo ebraico, che ancora oggi torna a essere minacciato dall’antisemitismo.
