“Designerai dei giudici (per giudicare) e degli ufficiali (per far rispettare il giudizio) nelle tue porte per ogni tua tribù, in tutte le città che l’Eterno tuo Dio ti dà; ed essi giudicheranno il popolo con giuste sentenze” (Deuteronomio 16:18). Ogni anno leggiamo questo brano nel primo sabato del mese di Elul, l’ultimo mese dell’anno. Questo invito vuole suggerirci che dobbiamo prepararci per il mese della misericordia e del perdono e per le prossime festività penitenziali. Il mezzo è il Cheshbon Nefesh/analisi della coscienza, attraverso il quale ci dobbiamo chiedere: come è andato l’anno che sta per chiudersi per noi? Come dobbiamo riparare i nostri errori e migliorare le nostre azioni per il prossimo anno?
Per rispondere a queste domande, Rabbi Yeshaya Ben Avraham Ha-Lewi Horowitz (Shelah HaQadosh 1570-1630) insegna che queste parole della Torah, possono alludere anche al singolo individuo. Infatti, l’essere umano possiede sette “porte”: due occhi, due orecchie, due narici e una bocca. Sono i mezzi, necessari per la nostra esistenza, che mettono in connessione penimyut e chytzonyut, interiorità e esteriorità. Pertanto, se queste “porte” non sono adeguatamente regolate e controllate, possono portare una persona alla rovina.
Lo Shelah HaQadosh, per questa ragione, afferma che ognuno di noi dovrebbe mettersi un giudice e un poliziotto personale a guardia di tutte le porte che ci mettono in relazione con l’esterno: la bocca, per controllare cosa entra e cosa esce da essa; le orecchie, per verificare ciò che si ascolta; gli occhi, per distinguere quello che si vede. In ultimo, vagliare tutte le nostre azioni quotidiane e vedere se sono realmente attinenti con gli insegnamenti della Torah – scritta e orale – sia quelli che regolano la relazione tra uomo e Dio sia quelli tra persona e persona.
Da domenica (Shabbat non si recitano preghiere di supplica) iniziano i giorni della ricerca della misericordia e del perdono ed è noto che non sia facile intraprendere questo percorso. Soprattutto perché abbiamo un grande nemico che combatte contro di noi: lo yetzer hara, il nostro istinto verso il male.
Rabbi Moshe Chayym Luzzatto (1706-1746) lo definisce un “astuto guerriero abile e esperto su questo campo” che usa diversi stratagemmi per mantenere la persona nella sua routine quotidiana e non dargli l’opportunità di una vera analisi di coscienza e di un’adeguata preparazione per i giorni penitenziali. Lo yetzer hara dice: “ma che ti alzi a fare la mattina presto per andare al Tempio a seguire le preghiere di supplica (Selichot), per ascoltare lo Shofar e le lezioni sul tema del pentimento. Sei stanco, dormi un po’ di più; fa caldo, il Tempio sarà affollata, dai resta a casa tua e a letto”. Se lo yetzer hara non riesce a dissuadere la persona che invece si alza a va al Tempio, si metta all’opera per distrarlo e non farla concentrare dall’inizio alla fine. La spinge a guardare i social sul telefonino, a contare quante lampadine nei lampadari sono accese e quante bruciate, a notare se il condizionatore funziona e in che direzione manda l’aria fresca, vedere tra i frequentatori chi dorme e chi è sveglio. Se non bastasse, lo yetzer hara ti fa incontrare poi un amico e inizi una chiacchierata pensando di andare a bere il caffè finita la funzione.
Ma se, oltre ad andare, sei anche attento e concentrato nella preghiera, lo yetzer hara gioca la sua ultima carta e ti dice che tutto ciò che vedi e senti è valido solo per i giusti, per gli osservanti più scrupolosi che sono privilegiati in questo; che questa via non è destinata a te che sei una persona semplice, impegnata e travagliata e neanche tanto religiosa.
Ma la persona che vuole veramente svegliarsi e prepararsi adeguatamente per seguire quel percorso che lo porti sulle vie della Torah, deve saper respingere gli incitamenti dello yetzer hara e le tendenze umane alla pigrizia e alla routine del mondo moderno e affermare solennemente: “nachpesah derakhenu wenachqora, wenashuvah ad Hashem/perlustriamo le nostre vie e scopriremo, allora faremo ritorno all’Eterno” (Lamentazioni 3:40), Shabbat Shalom.
