וְעָשִׂ֥יתָ בִגְדֵי־קֹ֖דֶשׁ לְאַהֲרֹ֣ן אָחִ֑יךָ לְכָב֖וֹד וּלְתִפְאָֽרֶת׃
וְאַתָּ֗ה תְּדַבֵּר֙ אֶל־כׇּל־חַכְמֵי־לֵ֔ב אֲשֶׁ֥ר מִלֵּאתִ֖יו ר֣וּחַ חׇכְמָ֑ה וְעָשׂ֞וּ אֶת־בִּגְדֵ֧י אַהֲרֹ֛ן לְקַדְּשׁ֖וֹ לְכַהֲנוֹ־לִֽי׃
Shemot 28, 2-3: E farai gli abiti del Santuario per Aharon tuo fratello ad onore e gloria. E tu (Moshe) parlerai a tutti i saggi di cuore che ho riempito di spirito di saggezza affinché facciano gli abiti di Aharon per consacrarlo al mio sacerdozio.
Per quale ragione, osservano i commentatori, prima viene specificato che gli abiti sacerdotali erano “a onore e splendore”, mentre al verso successivo è scritto invece che erano destinati ad Aharon “per consacrarlo al mio sacerdozio”? Quando in un primo momento le parole erano state rivolte a Moshe non c’era necessità di insistere con lui sul significato spirituale degli abiti: c’era piuttosto il rischio che per la sua vicinanza a D. Moshe ne trascurasse la bellezza materiale. Pertanto fu richiamato proprio sull’importanza che gli abiti fossero confezionati “a onore e splendore”. Ma allorché trasmise il comando ai “saggi di cuore”, ovvero gli artigiani addetti alla sartoria, il problema si invertì: senza dubbio avrebbero lavorato con il massimo senso estetico, ma era il caso di ricordare loro il significato più profondo.
Nella tradizione ebraica l’abito ha un significato particolare. Il primo abbigliamento della storia fu confezionato dal S.B. come conseguenza della trasgressione compiuta dalla prima coppia. Esso testimonia un’evoluzione nella natura umana: il passaggio dallo stato naturale, che accomunava l’uomo agli animali, allo stato culturale. Solo l’uomo sente il bisogno di rivestirsi. Secondo il Ben Ish Chay di Baghdad, l’abito ha la funzione di unificare le varie parti del corpo umano a imitazione dell’Unità del Creatore.
L’adozione degli abiti sacerdotali da parte del Kohen è una Mitzwah positiva della Torah: il Kohen che avesse prestato servizio essendone sprovvisto era passibile di morte per mano celeste; analoga sorte attendeva d’altronde tutti i non kohanim che li avessero indossati (Bemidbar 18, 7). La Halakhah stabilisce che gli abiti dovevano essere acquistati dalla collettività, affinché rendessero il Kohen degno di espletare il suo incarico pubblico davanti agli altri. Scrive Nachmanide che in quei frangenti il Kohen meritava abiti regali che lo distinguessero, perché “se i Kohanim non li avessero avuti addosso, non avrebbero avuto addosso neppure la Kehunnah (sacerdozio)” (Zevachim 17b) e il loro Servizio non sarebbe stato valido. Il Sefer ha Chinnukh (prec. 99) aggiunge che la prima persona su cui gli abiti avrebbero esercitato il loro effetto era in realtà il Kohen stesso: “gli uomini sono influenzati dal loro comportamento abituale; chi ha l’incarico di espiare per gli altri dev’essere tutto concentrato sul Servizio Divino, pertanto gli si chiede di indossare questi abiti speciali, in modo che in qualsiasi parte del suo corpo si osservasse, si sarebbe ricordato immediatamente di Colui che era impegnato a servire e si sarebbe ridestato”. Insomma, gli abiti definiscono nel profondo un’identità.
בִּשְׁנַ֤ת שָׁלוֹשׁ֙ לְמׇלְכ֔וֹ עָשָׂ֣ה מִשְׁתֶּ֔ה לְכׇל־שָׂרָ֖יו וַעֲבָדָ֑יו חֵ֣יל ׀ פָּרַ֣ס וּמָדַ֗י הַֽפַּרְתְּמִ֛ים וְשָׂרֵ֥י הַמְּדִינ֖וֹת לְפָנָֽיו׃
בְּהַרְאֹת֗וֹ אֶת־עֹ֙שֶׁר֙ כְּב֣וֹד מַלְכוּת֔וֹ וְאֶ֨ת־יְקָ֔ר תִּפְאֶ֖רֶת גְּדוּלָּת֑וֹ יָמִ֣ים רַבִּ֔ים שְׁמוֹנִ֥ים וּמְאַ֖ת יֽוֹם:
״בְּהַרְאוֹתוֹ אֶת עוֹשֶׁר כְּבוֹד מַלְכוּתוֹ״, אָמַר רַבִּי יוֹסֵי בַּר חֲנִינָא: מְלַמֵּד שֶׁלָּבַשׁ בִּגְדֵי כְהוּנָּה. כְּתִיב הָכָא: ״יְקָר תִּפְאֶרֶת גְּדוּלָּתוֹ״, וּכְתִיב הָתָם: ״לְכָבוֹד וּלְתִפְאֶרֶת״.
Ester 1, 3-4: Nel terzo anno del suo regno (Achashverosh) fece un banchetto per tutti i suoi ministri e servi… Allorché (Achashverosh) mostrò la ricchezza della gloria del suo regno e l’onore dello splendore della sua grandezza per molti giorni, 180 giorni.
Meghillah 12a: “Allorché (Achashverosh) mostrò la ricchezza della gloria del suo regno”. Diceva R. Yossi bar Chaninà: Ci insegna che indossò gli abiti sacerdotali. Infatti qui è scritto “l’onore dello splendore della sua grandezza” e nella Parashah è scritto: “ad onore e gloria”.
Nella maggior parte degli anni la Parashat Tetzawweh si legge nello Shabbat che precede Purim. In essa il tema degli abiti sacerdotali è trattato subito dopo la prescrizione della fornitura di olio di oliva per l’accensione quotidiana della Menorah. Spiega lo Sfat Emet che l’olio simboleggia la mente e il cervello ai quali si richiede la massima lucidità, mentre gli abiti sacerdotali rappresentano il corpo che riveste l’anima, in quanto tutto ciò che ha valore necessita di una copertura. Anche nel Qohelet i due elementi sono associati:
בְּכׇל־עֵ֕ת יִהְי֥וּ בְגָדֶ֖יךָ לְבָנִ֑ים וְשֶׁ֖מֶן עַל־רֹאשְׁךָ֥ אַל־יֶחְסָֽר
Qohelet 9, 8: In ogni momento i tuoi abiti siano lindi, né l’olio manchi sulla tua testa.
Allo stesso modo nel calendario Purim è preceduta da Chanukkah, la festa dell’olio. Entrambe sono feste di redenzione, ma ricordano due esperienze molto diverse. Chanukkah rappresenta una liberazione spirituale: la sua celebrazione è Hallel we-Hodaah (“ringraziamento”), mentre Purim commemora uno sventato sterminio fisico e viene festeggiata attraverso doni materiali, la crapula e il banchetto.
Come Achashverosh era entrato in possesso degli abiti sacerdotali? Spiegano i Maestri che Vashti, la prima moglie del re di Persia, era la figlia dell’ultimo re di Babilonia Belshatzar, nipote di Nevukhadnetzar, che Dario di Persia e suo genero Ciro rovesciarono. “Quando un uomo scappa da un leone (Nevukhadnetzar) e si scontra con un orso (Belshatzar), poi torna a casa, si appoggia al muro ed un serpente lo morde (Haman)” (Amos 5, 19). La notte in cui suo padre morì Dario ebbe pietà di lei (aveva 12 anni) e le salvò la vita. Dario e poi Ciro regnarono pochissimo e, alla morte di questi, Achashverosh, uomo di grande fascino, riuscì ad accaparrarsi il trono. Egli era stato lo stalliere di Belshatzar. Quando salì al trono fermò la ricostruzione del Bet ha-Miqdash che Ciro aveva autorizzato e si prese per sé le ricchezze trafugate a suo tempo da Nevukhadnetzar. Nell’orientare le sue scelte in tal senso contribuì appunto Vashtì, che Achashverosh aveva sposato nell’intento di promuoversi socialmente, di simulare una continuità dinastica con i Babilonesi e di garantirsi la stabilità. Per due anni si dedicò a questo e nel terzo anno del suo regno festeggiò con un grande banchetto in cui esibì, fra gli altri utensili, quelli del Bet ha-Miqdash distrutto. Vashtì, infatti, non solo voleva tenere per sé le ricchezze che suo bisnonno si era preso, ma non aveva alcun interesse a revocare la politica e la memoria di questi se avesse autorizzato la ricostruzione. Per questo motivo, in definitiva, fu punita.
Achashverosh, invece, non ebbe almeno in apparenza alcuna sanzione per il suo gesto oltraggioso. Egli non aveva in mente solo l’ostentazione delle proprie ricchezze. Il Kli Yeqar richiama il detto talmudico (‘Arakhin 16a) secondo cui come i sacrifici nel Tempio espiavano, così anche gli abiti sacerdotali, otto in tutto, avevano funzione espiatoria per altrettante trasgressioni differenti: per questo la chet iniziale di chur al principio di Ester, 1, 6 è più grande del normale (R. Avigdor Kohen Tzedeq a Ester 1)! Il suo scopo sarebbe stato ottenere a sua volta perdono per tutte le sue malefatte. Non solo. Aggiunge il Midrash che stette ben attento a servirsi degli utensili del Bet ha-Miqdash durante il banchetto in conformità con le regole:
״וְהַשְּׁתִיָּה כַדָּת (אֵין אוֹנֵס)״, מַאי ״כַּדָּת״? אָמַר רַבִּי חָנָן מִשּׁוּם רַבִּי מֵאִיר: כְּדָת שֶׁל תּוֹרָה, מָה דָּת שֶׁל תּוֹרָה אֲכִילָה מְרוּבָּה מִשְּׁתִיָּה — אַף סְעוּדָּתוֹ שֶׁל אוֹתוֹ רָשָׁע אֲכִילָה מְרוּבָּה מִשְּׁתִיָּה.
Meghillah 12a: “La bevuta avveniva secondo la regola” della Torah, per cui il mangiare doveva essere preponderante sul bere (il sacrificio prevale sulla libagione).
In questo si era distinto proprio da Belshatzar. Questi era infatti stato punito, come si racconta nel libro di Daniel, per non aver avuto rispetto alcuno degli oggetti del Bet ha-Miqdash:
בֵּלְשַׁאצַּ֣ר מַלְכָּ֗א עֲבַד֙ לְחֶ֣ם רַ֔ב לְרַבְרְבָנ֖וֹהִי אֲלַ֑ף וְלׇקֳבֵ֥ל אַלְפָּ֖א חַמְרָ֥א שָׁתֵֽה
Daniel 5, 1: Belshatzar fece un gran banchetto per i suoi mille dignitari e dinanzi a questi mille si mise a bere vino. L’ambiguo Achashverosh ha dunque l’accortezza di comportarsi in modo “politically correct”! Non è escluso che la lettura delle vicende persiane effettuata dai Maestri alluda alla “teologia della sostituzione” di più recente memoria. Rav Achà, che visse a Lod nella prima metà del IV secolo, immaginava in un altro Midrash il trionfo del Cristianesimo attraverso la figura di Esaù seduto fra i giusti in paradiso ammantato nel tallit. Quando seguì anche la distruzione del Secondo Bet ha-Miqdash aveva preso il posto degli abiti sacerdotali nel definire l’identità ebraica. Il Midrash è un ribaltamento del racconto biblico in cui Ya’aqov è descritto carpire la benedizione paterna dopo aver rivestito i panni di suo fratello. Il tallit sulle spalle di Esaù simboleggia a sua volta la “vecchia” identità ebraica conculcata. “Ma il Santo Benedetto lo trascina via” (Yerushalmi Nedarim 3, 8). Alla luce di queste fonti l’uso di mascherarsi e anche quello di bere a Purim assume una valenza tutta nuova.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
