דַּבֵּ֞ר אֶל־בְּנֵ֤י יִשְׂרָאֵל֙ לֵאמֹ֔ר אִשָּׁה֙ כִּ֣י תַזְרִ֔יעַ וְיָלְדָ֖ה זָכָ֑ר וְטָֽמְאָה֙ שִׁבְעַ֣ת יָמִ֔ים כִּימֵ֛י נִדַּ֥ת דְּוֺתָ֖הּ תִּטְמָֽא
וְאִ֕ישׁ כִּֽי־תֵצֵ֥א מִמֶּ֖נּוּ שִׁכְבַת־זָ֑רַע וְרָחַ֥ץ בַּמַּ֛יִם אֶת־כׇּל־בְּשָׂר֖וֹ וְטָמֵ֥א עַד־הָעָֽרֶב
וְאִשָּׁה֙ כִּֽי־תִהְיֶ֣ה זָבָ֔ה דָּ֛ם יִהְיֶ֥ה זֹבָ֖הּ בִּבְשָׂרָ֑הּ שִׁבְעַ֤ת יָמִים֙ תִּהְיֶ֣ה בְנִדָּתָ֔הּ
וְאִשָּׁ֡ה כִּֽי־יָזוּב֩ ז֨וֹב דָּמָ֜הּ יָמִ֣ים רַבִּ֗ים בְּלֹא֙ עֶת־נִדָּתָ֔הּ א֥וֹ כִֽי־תָז֖וּב עַל־נִדָּתָ֑הּ כׇּל־יְמֵ֞י ז֣וֹב טֻמְאָתָ֗הּ כִּימֵ֧י נִדָּתָ֛הּ תִּהְיֶ֖ה טְמֵאָ֥ה הִֽוא
Wayqrà 12, 2: Parla ai Figli di Israel dicendo: “una donna che abbia partorito un maschio sarà impura per sette giorni, seguendo le stesse regole previste per i giorni del suo mestruo…”
Wayqrà 15, 16: “Se da un uomo esce del liquido seminale laverà nell’acqua tutto il suo corpo (cioè: si laverà in modo che l’acqua ricopra tutto il suo corpo) e sarà impuro fino a sera”.
Wayqrà 15, 19: “Quando una donna abbia una fuoruscita costituita da sangue all’interno del suo corpo (cioè dai genitali), per sette giorni si troverà nella sua impurità mestruale”.
Wayqrà 15, 25: “Qualora una donna accusi una fuoruscita del suo sangue per più giorni fuori dal tempo della sua mestruazione o si prolunghi oltre il tempo della sua mestruazione, per tutti i giorni della durata del suo flusso impuro essa sarà impura come nei giorni del suo mestruo”.
È noto che il numero delle Parashot della Torah eccede quello degli Shabbatot disponibili nel corso dell’anno: la soluzione consiste nel leggere in alcuni di questi due Parashot al posto di una. Con quale criterio scegliere le Parashot da accorpare? Se due Parashot consecutive trattano lo stesso argomento si prestano allo scopo, onde evitare di udire per due settimane di seguito lezioni sul medesimo tema. Soprattutto se il tema in questione è delicato. Negli anni comuni le Parashot Tazria’ e Metzorà’ sono sempre unite: esse trattano di alcune forme di impurità e purità (tum’ah we-taharah) che riguardano l’uomo e la donna.
“È chiaro – scrive Maimonide nella sua chiusa all’illustrazione di queste norme nel Mishneh Torah – che le regole dell’impurità e della purità sono Decreti del Testo Biblico: non sono cioè argomenti alla portata dell’umana valutazione, sono bensì chuqqim (leggi apparentemente prive di base razionale). Altrettanto dicasi dell’immersione nel Miqweh per recuperarci da tale impurità: non è questa uno sporco fisico da lavar via con l’acqua. È un Decreto del Testo che dipende dall’intenzione del cuore. Pertanto dicono i Maestri che chi si sia immerso senza la dovuta intenzione è come se non si fosse immerso. D’altronde qui si allude a un insegnamento profondo. Come colui che si immerge con l’intenzione del cuore una volta che abbia compiuto l’immersione è puro benché nel suo corpo non si sia evidenziato alcun mutamento, così colui che mette l’intenzione del suo cuore nel purificarsi dalle impurità dell’anima, ovvero i pensieri peccaminosi e le idee cattive, una volta che abbia deciso in cuor suo di abbandonare simili propositi e conduce la sua anima “attraverso le acque della conoscenza” è puro. Come dice il versetto: ‘Verserò su di voi acque pure e diverrete puri: da tutte le vostra impurità e da tutti i vostri abomini vi purificherò’ (Yechezqel 36, 25). Che D. nella Sua grande bontà ci purifichi da ogni colpa e trasgressione!” (Hilkhot Miqwaot 11, 12).
La Torah affronta la questione subito dopo le regole sulle specie animali di cui è proibita la consumazione. Sforno spiega che tutte queste norme si giustificano con la logica di provvedere al popolo ebraico una qedushah mediata: uno strumento di elevazione spirituale che si adattasse alla nostra condizione di esseri imperfetti in questo mondo. “Quando vi ho tratto dalla terra d’Egitto la Mia intenzione era che raggiungeste un livello per cui Io sarei stato il vostro D. senza intermediari e voi sareste divenuti qedoshim e eterni (nitzchiim) assomigliando a Me nelle doti morali (middot) e nelle doti intellettuali (muskalot), ‘poiché Io sono qadosh’, pertanto dovete cercare di compiere lo sforzo di santificarvi e di essere qedoshim per quanto vi è possibile” (hishtadlut lehitqaddesh we-lihyot qedoshim: Commento a Wayqrà 11, 45). Per questo H. ci ha comandato le regole alimentari della kashrut (mezonot) e quelle della sessualità e della riproduzione (toladah), affinché il più terreno dei nostri istinti, quello della conservazione (nelle sue due espressioni: conservazione della persona e conservazione della specie), trovasse una sublimazione che ci mettesse in grado di “illuminarci della vita eterna”. Come insegnano i Maestri: “se l’uomo santifica sé stesso un poco, il Cielo lo santificherà molto” (Yomà 39a) provvedendo a ciò cui non siamo in grado di arrivare da soli per il nostro perfezionamento.
Secondo la legge biblica ogni fuoruscita dagli organi genitali rende la persona impura e così pure altri individui e oggetti con cui essa sia venuta in contatto. All’atto pratico tutte queste norme hanno una ricaduta sul permesso o meno di entrare nel Bet ha-Miqdash e di fatto non sono più attuali fino alla sua ricostruzione, eccetto il caso della partoriente e della donna mestruata. Queste non possono riprendere normali relazioni fisiche con il proprio marito finché non hanno compiuto un processo di purificazione, i cui dettagli non possono essere qui illustrati e richiedono l’esposizione di una guida competente. La regola generale impone di contare sette giorni “puliti” da ogni traccia di sangue prima di immergersi nel Miqweh all’ottava sera (Niddah 66a): solo così facendo si riottiene la purità. È un tema che non si presta a facili interpretazioni. La scienza medica ha cercato di giustificare questo atteggiamento attribuendo a determinate situazioni un rischio per la salute, ma non è mai pervenuta ad alcuna conclusione. Alcuni commentatori medioevali, per esempio, hanno attribuito la mestruazione a una sovrabbondanza di sangue che la donna deve smaltire (Sefer ha-Chinnukh, Prec. n. 166). Altri si sono piuttosto appellati a motivazioni di carattere morale (una conseguenza della trasgressione di Chawwah: R. Bachyè a Wayqrà 15, 19; cfr. Berakhot 31b; Shabbat 31b; Sotah 12a).
Sotto il profilo antropologico abbiamo in effetti famigliarità con due sole categorie di opposti: una di ordine fisico (malattia/salute) e l’altra di ordine etico (trasgressione/innocenza). La Torah ci presenta a tutti gli effetti una terza categoria, che potremo chiamare di ordine spirituale. Essa partecipa di alcune caratteristiche delle prime due: con la malattia l’impurità ha in comune per esempio l’idea di trasmissione per contagio, mentre alla trasgressione si associa l’idea di mancanza e di riparazione. Ma non c’è dubbio che stiamo parlando di una categoria indipendente.
הַעִדֹ֨תִי בָכֶ֣ם הַיּוֹם֮ אֶת־הַשָּׁמַ֣יִם וְאֶת־הָאָ֒רֶץ֒ הַחַיִּ֤ים וְהַמָּ֙וֶת֙ נָתַ֣תִּי לְפָנֶ֔יךָ הַבְּרָכָ֖ה וְהַקְּלָלָ֑ה וּבָֽחַרְתָּ֙ בַּחַיִּ֔ים לְמַ֥עַן תִּֽחְיֶ֖ה אַתָּ֥ה וְזַרְעֶֽךָ
Devarim 30, 19: “Chiamo a testimoni nei vostri confronti oggi il cielo e la terra: la vita e la morte pongo dinanzi a voi, la benedizione e la maledizione: sceglierai la vita affinché viva tu e la tua semenza”.
Ben sappiamo come al centro della Torah vi sia l’idea di sacralità della vita umana, non solo sul piano sociale, cioè nelle nostre relazioni con gli altri, ma anche su quello individuale, cioè rispetto alla relazione che abbiamo con noi stessi in quanto organismi viventi e trasmettitori di vita. Un’analisi delle varie specie di impurità mette in luce che hanno tutte in comune l’idea di perdita di vitalità (cfr. Recanati a Wayqrà 15, 16). La salma costituisce infatti la più intensa fonte di impurità (avì avot ha-tum’ah), tale da richiedere una procedura di purificazione affatto particolare. Anche colui che è affetto da tzara’at, la malattia della pelle di cui si parla a lungo nelle nostre due Parashot come causa di impurità, è paragonato al morto (Bemidbar 12, 12). Le altre forme si limitano per lo più a segnalare una diminuzione parziale o anche solo potenziale dell’energia vitale: la perdita di un ovulo non fecondato nel caso del ciclo mensile e così pure la fuoruscita di sangue che accompagna il parto rappresentano la “fase iniziale di una mortalità” (hatchalat mitah: Shadal a Wayqrà 12, 2) e ci rammentano il fatto che l’essere umano è appunto mortale. Ciò richiede un processo di recupero e purificazione corrispondente: come la tum’ah implica l’idea di morte (tamia in aramaico significa “osso”!), così la taharah ci riporta alla vita. L’affermazione della vita è affidata al Miqweh. Il più potente simbolo di vitalità è costituito dall’acqua:
וְר֣וּחַ אֱלֹקים מְרַחֶ֖פֶת עַל־פְּנֵ֥י הַמָּֽיִם׃
Bereshit 1, 2: “E lo spirito di D. aleggiava sulla superficie delle acque”.
La presenza d’acqua in un ambiente naturale è la garanzia essenziale perché possa svilupparvisi la vita. L’organismo dell’uomo vivente è costituito in gran parte di acqua e la presenza di questa nel corpo tende a diminuire con l’aumentare dell’età. Il feto nell’utero materno è circondato dal liquido amniotico. Analogamente si richiede l’immersione nel Miqweh a colui che abbraccia l’ebraismo, dal momento che è considerato come un nuovo nato (gher she-nitgayyer ke-qatàn she-nolàd damey: Yevamot 22a)! Ma l’acqua in quanto tale non è ancora sufficiente. Scrive ancora Maimonide: “La donna non riemerge dal suo stato di impurità finché non si sia immersa nell’acqua di un Miqweh kasher senza che vi sia alcuna intercapedine fra il suo corpo e l’acqua. Se si fosse immersa in un comune bagno, quand’anche tutte le acque del mondo le fossero venute addosso essa sarebbe rimasta come prima, soggetta alla pena del karèt” (Hilkhot Issurè Biah 11, 16).
Deve trattarsi, dice la Torah, di “acqua viva” (mayim chayim): in pratica di acqua che non sia stata attinta con la forza dell’uomo, ovvero l’acqua sorgiva o l’acqua piovana. Questa è la differenza fra il Miqweh e una normale vasca da bagno o una piscina. Nell’ultimo caso si tratta per lo più di un contenitore artificiale nel quale l’acqua viene immessa per forza di una pompa attraverso una conduttura dove opera dall’inizio alla fine la sola forza umana. Il Miqweh, altresì, è costruito in modo da preservare le caratteristiche che mantengono l’acqua allo stato di natura1. “L’uomo non è il padrone assoluto della vita e del destino: l’acqua artificialmente accumulata (mayim sheuvim) non possiede pertanto il potere di purificazione che invece detiene l’acqua pervenuta con mezzi naturali” (cfr. Norman Lamm, A Hedge of Roses, cit. in Maurice Lamm, The Jewish Way in Love and Marriage, Harper & Row, San Francisco, 1980, p. 194). Altre due condizioni devono ancora essere soddisfatte. La prima è che ogni singola parte del corpo, completamente svestito, venga a stretto contatto con l’acqua contemporaneamente. La seconda è che l’acqua piovana sia raccolta in un quantitativo tale da ricoprire tutta quanta la persona: la halakhah ha calcolato la misura di 40 seah, ovvero il volume di 1,5 x 0,5 x 0,5 metri (circa 900 litri). La disattenzione per queste norme è sanzionata con la pena Divina del karèt (recisione) al pari di chi profana lo Shabbat, mangia di Yom Kippur, consuma Chamètz durante Pessach o trascura il Berit Milah: all’inverso la sua puntigliosa osservanza è percepita come una garanzia per i destini del nostro popolo.
Dedico un’ulteriore osservazione di questa esposizione necessariamente succinta di una materia complessa agli effetti di tale disciplina. La purificazione del periodo mestruale ha un beneficio sulla vita coniugale della coppia che sceglie di adeguarsi? Certamente. Se un uomo avesse il permesso di unirsi a sua moglie ogni giorno dell’anno senza limiti, sarebbe portato a stancarsi di lei con grande facilità e andrebbe prima o poi alla ricerca di un’altra donna. Ma dal momento che ha il divieto di stare con lei per tutto il ciclo mestruale e nei sette giorni successivi, il suo desiderio si riaccende ex novo ogni mese (Sefer ha-Chinnukh, loc. cit.).
הוּא הָיָה אוֹמֵר, מַרְבֶּה בָשָׂר, מַרְבֶּה רִמָּה. מַרְבֶּה נְכָסִים, מַרְבֶּה דְאָגָה. מַרְבֶּה נָשִׁים, מַרְבֶּה כְשָׁפִים. מַרְבֶּה שְׁפָחוֹת, מַרְבֶּה זִמָּה. מַרְבֶּה עֲבָדִים, מַרְבֶּה גָזֵל. מַרְבֶּה תוֹרָה, מַרְבֶּה חַיִּים
Avot 2, 7: Egli (Rabban Gamliel figlio di R. Yehudah ha-Nassì) soleva dire: “Chi aumenta carne, aumenta vermi; chi accresce i propri averi accresce (anche) la preoccupazione; chi ha molte donne aumenta le superstizioni; chi ha molte ancelle aumenta la lussuria; chi ha molti servi aumenta i furti, (ma) chi aumenta la Torah aumenta la vita”. “Questa Mishnah ci insegna – commenta Meirì – che l’unico vero obiettivo dell’uomo in questo mondo deve consistere nella Torah, nelle Middot (attributi virtuosi di carattere) e nelle Mitzwot. Le altre esigenze mondane meritano di essere perseguite esclusivamente per lo stretto necessario: al contrario, non solo chi indulge in esse non ottiene alcun risultato, ma procura male a sé stesso in misura proporzionale all’uso che ne fa”. Aggiunge il Tif’eret Israel che gli interessi mondani sono qui elencati in funzione delle età dell’uomo, man mano che cresce. Da bambino il suo scopo è limitato al cibo: più si mangia, più si acquista corporatura a tutto vantaggio dei vermi dopo la morte. Il giovane uomo pensa prima al proprio mantenimento e poi alle donne. Raggiunto un certo stato sociale, deve amministrare la propria servitù. Spesso solo da vecchi ci sovviene che l’unica vera fonte di vita è lo studio della Torah!
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
