(da una derashah di Rav Lichtenstein)
I versi iniziali del libro di Shemot hanno suscitato l’interesse dei commentatori. Anzitutto la congiunzione con la quale il libro si apre. Perché cercare un collegamento con il libro precedente? E soprattutto, perché ripetere il nome dei figli di Ya’aqov, che conosciamo sin troppo bene? Dalla parashà di Wayiggash conosciamo non solo il nome dei figli, ma persino dei nipoti!
Rashì adatta il midrash, che ci insegna che la Torà, sebbene li abbia elencati da vivi, li conta anche dopo la loro morte, per mostrarci quanto fossero cari a D. E’ presente un paragone con le stelle, che vengono computate per nome e per numero, così come vediamo nel libro di Isaia (40,26) “Chi fa uscire una per una, numerandole, le schiere celesti, chiamando ciascuna con il suo nome, sicché nessuna ne manchi…?”.
La ripetizione è un segno di affetto, non solo a livello personale o psicologico, ma persino cosmico.
Con la stessa idea Rashì apre il suo commento al libro di Bemidbar, il libro dei numeri. Il tema del censimento del popolo ebraico torna due volte, all’inizio del libro e nella parashà di Pinechas. Chi possiede qualcosa a cui tiene, ad esempio una collezione, torna a contare i pezzi continuamente, e persino a chiamarli per nome.
Se la Torà avesse scritto solamente èlle, senza la congiunzione, avrebbe descritto una rottura con il passato. Ad esempio nella parashà di Bereshìt (2,4) è scritto èlle toledòt ha-shamayim weha-aretz, per insegnarci che la creazione del mondo rappresenta una rottura con il caos primordiale. La Torà in Shemòt non vuole insegnarci nulla di nuovo, vuole mostrarci una continuità di fondo e un affetto rappresentato dalla menzione ripetuta.
Altri commentatori esprimono opinioni differenti. Per Sforno ad esempio si vogliono sottolineare le caratteristiche peculiari di ciascuna tribù; Rashbam invece sostiene che il collegamento serve a evidenziare una contrapposizione, determinata dall’esplosione demografica del popolo ebraico.
Qual è la differenza fra il libro di Bereshìt e quello di Shemòt? Il libro di Bereshìt ragiona in termini di individui e famiglie. Ci sono lunghi elenchi di padri e figli, come per i discendenti di Noach, Esav e Yishma’el.
Per i patriarchi è differente, la loro individualità e specificità è enfatizzata. Ciascuno ha il suo patto, il suo modo di servire la divinità. Ciascuno di essi è ricordato separatamente nella prima benedizione della ‘amidà. La radice che determina questa decisione è l’episodio del roveto ardente. D. intende comunicare a Moshè di svolgere una doppia funzione, una individuale e una collettiva. Bereshit ha descritto degli eventi familiari, Shemòt, come nota Ramban nella sua introduzione, ci parla della comunità, della formazione della nazione ebraica. In Bereshit troviamo la promessa, in Shemòt la sua realizzazione. Attraverso la narrazione viene forgiata l’identità nazionale. Spesso viene ricordata l’idea per cui l’esperienza egiziana ha una funzione catartica, in cui l’Egitto viene paragonato dal testo a una grande fornace. L’uscita dall’Egitto e il dono della Torà sono altri step di questo processo. Con la costruzione del Mishkan si segna, come scrive Ramban, l’ingresso della presenza divina nella collettività.
L’elenco della parashà di Wayiggash non era sufficiente. Lì non emergeva l’identità collettiva, che trova le tribù alla sua base. Ciò non è vero solo storicamente, ma anche halakhicamente. I giudici sono nominati, così come leggiamo all’inizio della parashà di Shofetim, nelle tue porte, ma anche per le tue tribù. Il Ramban spiega che oltre a un tribunale in ciascuna città, ogni tribù in città deve avere il proprio tribunale. Una tribù rappresenta una nazione in miniatura. Quel tribunale può stabilire i propri editti e decreti, così come avviene negli Stati Uniti per le corti statali e federali.
I figli di Ya’aqov vengono qui presentati come padri fondatori; da un punto di vista storico svolgono ora una funzione differente.
Il paragone con le stelle intende fornirci un insegnamento importante. Le stelle sono contate e nominate. Il conteggio ha la funzione di attribuire un valore quantitativo, ma rischia di soffocare l’individualità. Il nome rappresenta invece un’identità univoca. Ciascuno di noi ha una propria identità ma fa parte di un tutto più grande, il popolo ebraico. L’identità collettiva si aggiunge a quella personale. Il tema non riguarda solo gli ebrei, ma è estremamente attuale in tutto il mondo, dal momento che il mondo moderno ha manifestato una predilezione notevole per l’individuo, mutando la prospettiva esistenziale degli individui. In quanto ebrei dobbiamo sempre tenere a mente quella waw che apre il libro di Shemot, dobbiamo considerarla il lievito che aiuta a formare la nostra identità.
