וַיִּקְח֣וּ בְנֵֽי־אַ֠הֲרֹ֠ן נָדָ֨ב וַאֲבִיה֜וּא אִ֣ישׁ מַחְתָּת֗וֹ וַיִּתְּנ֤וּ בָהֵן֙ אֵ֔שׁ וַיָּשִׂ֥ימוּ עָלֶ֖יהָ קְטֹ֑רֶת וַיַּקְרִ֜יבוּ לִפְנֵ֤י ה’ אֵ֣שׁ זָרָ֔ה אֲשֶׁ֧ר לֹ֦א צִוָּ֖ה אֹתָֽם׃
וַתֵּ֥צֵא אֵ֛שׁ מִלִּפְנֵ֥י ה’ וַתֹּ֣אכַל אוֹתָ֑ם וַיָּמֻ֖תוּ לִפְנֵ֥י ה’
Wayqrà 10, 1-2: E presero i figli di Aharon Nadav e Avihù ciascuno il suo incensiere, vi misero del fuoco e su questo disposero dell’incenso. Offrirono davanti a H. un fuoco estraneo che non aveva loro comandato. Allora uscì un fuoco dal cospetto di H. che li divorò e così morirono dinanzi a H.
Al centro della Torah è narrato il tragico episodio della morte di Nadav e Avihù figli di Aharon, puniti semplicemente per aver compiuto, nell’ambito dell’inaugurazione del Mishkan, un atto che non era stato loro richiesto. I commentatori di tutti i tempi si sforzano di capire la ragione profonda della dura risposta Divina, all’apparenza del tutto sproporzionata a fronte dell’entusiasmo manifestato dai due giovani. Il Midrash fornisce molteplici risposte a questo interrogativo. Mi soffermerò sull’interpretazione che dell’episodio dà l’esegeta italiano Shemuel David Luzzatto (Shadal) nel suo Commento alla Torah. Egli sostiene che “non era loro intenzione di offrire l’incenso prescritto del mattino, come invece argomenta Rashbam, perché questo non spiegherebbe il ricorso a due incensieri al posto di uno. È evidente che avevano offerto un incenso ulteriore che H. non aveva comandato e ciò per un peccato di superbia. Non sarebbe infatti bastato loro trovarsi al servizio del proprio padre Aharon e porgere a lui l’incenso (cfr. 9, 12): essi ci tenevano a mostrare di essere anche loro stessi Kohanim di H. al pari di Aharon. Dal momento che Moshe non aveva comandato loro nessun Servizio in proprio, hanno scelto per sé un atto particolarmente caro come la presentazione dell’incenso e “offrirono davanti a H. un fuoco estraneo”. Non “un incenso estraneo”, nel senso che l’incenso in quanto tale non era fuori luogo, ma il fuoco sì: se infatti la presentazione fosse stata ordinata da Moshe, questi avrebbe detto loro di non prendere il fuoco, perché questo era atteso da D., come infatti era appena accaduto con la consumazione dell’olocausto (cfr. 9, 24). Ma essi hanno agito di propria iniziativa: dal momento che non avevano certezza alcuna che questa volta un fuoco celeste avrebbe consumato l’incenso non comandato, si trovarono costretti a recare un “fuoco estraneo”.
Assai prima di Shadal un antichissimo Midrash rincara la dose: “quando vedevano Moshe e Aharon che camminavano davanti e tutto il popolo li seguiva, Nadav diceva ad Avihù: ‘Fra poco questi due vegliardi moriranno e noi due guideremo la Comunità’. Il S.B. disse allora: ‘Vedremo chi seppellisce chi. Saranno loro a seppellire voi e continueranno a guidare la Comunità!’” (Torat Kohanim ad v.). Il Talmud a nome di Ravà deduce dal nostro episodio che chi si arroga il diritto di insegnare Halakhah al cospetto del proprio Maestro è passibile di morte per mano celeste (‘Eruvin 63b).
Il problema cui il commento allude è degno di nota per la sua attualità: il rapporto fra le generazioni nell’insegnare la Torah. Se esso si poneva ai tempi di Nadav e Avihù, figli di Aharon e discepoli di Moshe (Rashì a Bemidbar 3, 1), considerati dai nostri Maestri persone di levatura eccezionale (benè ‘aliyah), tanto più esso deve essere affrontato ai giorni nostri. Per usare la ben nota metafora tratta dalla Haggadah di Pessach, spesso i padri sono oggi talmente deboli nelle loro conoscenze ebraiche da essere paragonabili a coloro “che non sanno neppure fare domande”. I loro figli si dividono in due categorie: o si allontanano dall’ebraismo completamente, alla stregua del “quinto figlio” che al Seder nemmeno si presenta, o tornano a essere figli “sapienti” (chakhamim). La seconda ipotesi, naturalmente, è quella che tutti auspichiamo. Frequentando le Yeshivot, per lo più lontano da casa, essi dispongono di un capitale di conoscenze tale da mettere in crisi il mondo dei genitori e l’ambiente famigliare nel quale sono cresciuti. Come conciliare l’esigenza di “rinfrescare” la vita ebraica di famiglie e Comunità con il precetto di onorare i genitori e i Maestri?
Osserva Rav Soloveitchik che essere genitori nel caso del genere umano comporta due stadi, rappresentati rispettivamente da Adam con Chawwah e da Avraham con Sarah. La prima coppia rappresenta la procreazione naturale, che eguaglia gli esseri umani agli animali. La seconda coppia impersona invece la procreazione nella sua fase redenta: questa trova espressione nell’educazione dei figli. Con la sola procreazione naturale la famiglia è destinata a sbriciolarsi: il padre esaurisce completamente il suo ruolo una volta avvenuto il concepimento e potrebbe anche scegliere di scomparire; dal canto loro i figli, una volta cresciuti, abbandonano il tetto dei genitori. Solo impostando il processo educativo si crea una relazione stabile e duratura fra genitori e figli: Avraham Avinu diviene il padre spirituale di tutti coloro che procedono nelle sue vie. Ma educare i figli alla Torah e alle Mitzwot può comportare a sua volta la necessità di un distacco, non solo in senso fisico, ma soprattutto intellettuale. “Chi insegna Torah al figlio altrui – argomentano i Maestri partendo proprio dalla relazione intellettuale fra Moshe e i suoi nipoti Nadav e Avihù – è considerato come se l’avesse generato a sua volta” (Rashì a Bemidbar 3, 1). Il Maestro, scrive Rav Soloveitchik, forma la personalità del discepolo e va quindi considerato a sua volta come un creatore. Il Maestro si colloca a metà strada fra genitori e figli. Agisce per incarico dei genitori, ma su una base di indipendenza. E soprattutto il buon Maestro dota i discepoli degli strumenti mentali che li portano ad accostarsi agli argomenti di studio e di pratica con una relativa autonomia di giudizio, che permetterà loro di entrare a pieno titolo nella Comunità del Patto.
Nel Tanakh il simbolo di questo sacrificio compiuto dai genitori è Channah, la madre di Shemuel. Il figlio che essa aveva richiesto a D. e ottenuto dopo molti patimenti fu da lei affidato all’istruzione del Sommo Sacerdote ‘Elì nel Santuario di Shiloh. “Channah ha proclamato che la maternità si esprime nella consacrazione del bambino, nella rinuncia a lui, nel fatto di consegnarlo a D.
וַתִּדֹּ֨ר נֶ֜דֶר וַתֹּאמַ֗ר ה’ צְבָא֜וֹת אִם־רָאֹ֥ה תִרְאֶ֣ה ׀ בׇּעֳנִ֣י אֲמָתֶ֗ךָ וּזְכַרְתַּ֙נִי֙ וְלֹא־תִשְׁכַּ֣ח אֶת־אֲמָתֶ֔ךָ וְנָתַתָּ֥ה לַאֲמָתְךָ֖ זֶ֣רַע אֲנָשִׁ֑ים וּנְתַתִּ֤יו לַֽה’ כׇּל־יְמֵ֣י חַיָּ֔יו
1Shemuel 1, 11: Fece un voto dicendo: “H. Tzevaot, se prenderai nota dell’afflizione della Tua serva, Ti ricorderai di me e non dimenticherai la Tua serva concedendo alla Tua serva un discendente di valore (Rashì), lo consegnerò a H. per tutti i giorni della sua vita”.
Che cosa hanno fatto le madri ebree per migliaia d’anni se non esattamente ciò cui Channah si è ora impegnata a fare? Che cosa fa la mamma ebrea ancora oggi allorché porta il proprio figlio alla Scuola di Torah?” (Rav J.B. Soloveitchik, Family Redeemed (in ebr.), Me-Otzar ha-Rav, Jerusalem, 2002, p. 109. V. anche il commento di Chaim Navon, Homework (in ebr.), Yediot Acharonot, Rishon le-Zion, 2016, p. 137-161).
וַֽיִּשְׁחֲט֖וּ אֶת־הַפָּ֑ר וַיָּבִ֥אוּ אֶת־הַנַּ֖עַר אֶל־עֵלִֽי
1Shemuel 1, 25: Macellarono il toro e condussero il fanciullo da ‘Elì.
Racconta il Talmud (Berakhot 31b) che anche al giovanissimo Shemuel occorse un giorno di trovarsi in contrasto con il proprio Maestro. ‘Elì aveva fermato l’esecuzione di un sacrificio in attesa che si trovasse un Kohen per macellare l’animale ma l’enfant prodige, prove testuali alla mano, dimostrò che la shechitah, a differenza di tutti gli atti successivi che richiedevano il Kohen, poteva essere eseguita da qualsiasi ebreo. Mandato a chiamare il fanciullo, il Sommo Sacerdote ammise che Shemuel aveva ragione, ma lo considerò pur sempre reo di avere dato un’istruzione halakhica in contrasto con il suo Maestro in sua presenza. “Lasciami che lo punisca”, disse alla madre e desistette solo dinanzi alle proteste vibrate di Channah:
אֶל־הַנַּ֥עַר הַזֶּ֖ה הִתְפַּלָּ֑לְתִּי
1Shemuel 1, 27: Proprio per avere questo bambino ho pregato!
Dall’episodio impariamo che il divieto di insegnare Halakhah al cospetto del proprio Maestro vale anche se si ha ragione; d’altronde è buona norma che il Maestro non insista nel difendere la propria dignità a fronte di argomentazioni testuali inoppugnabili portate dal discepolo (‘Etz Yossef a ‘Eyn Ya’aqov ad loc.; Shulchan ‘Arukh, Yoreh De’ah, 242, 3-4; cfr. anche Resp. R. Yossef Colon, n. 169). Ma una domanda rimane. Perché ‘Elì non si è adoperato subito affinché il fanciullo fosse trattato con misericordia? Perché era convinto che Shemuel non sarebbe stato all’altezza delle aspettative di sua madre. Un giovanotto arrogante meritava di essere punito come D. comanda e sostituito con un altro bambino che egli avrebbe successivamente procurato a Channah mediante la propria preghiera. ‘Elì era convinto che questa sarebbe stata più efficace della preghiera di Channah. Dovette desistere solo quando Channah gli argomentò che non c’è come la Tefillah di un genitore, e di una madre in particolare, per i suoi figli (Ben Yehoyadà’ ad loc.). Superfluo aggiungere che la storia successiva le avrebbe dato ragione. Certamente il Maestro che conduce il discepolo al Mondo a Venire è superiore al genitore che gli offre solo questo mondo (Mishnah Bavà Metzi’à 2, 11). D’altronde non c’è come chi ha voluto il bambino, lo ha portato in grembo, lo ha generato e fatto crescere, si è sforzato per lui, per conoscerlo nel profondo ed esprimere appieno i sentimenti nei suoi confronti. Di questo il figlio deve essere consapevole al di là di qualsiasi altra considerazione: nessuno gli vuole bene più e meglio dei suoi genitori!
A differenza di Shemuel, a Nadav e Avihù non fu risparmiata la punizione. Forse perché si trattò del primo caso nella storia del popolo ebraico ed era necessario stabilire il principio (lemigdar miltà), forse perché la loro trasgressione era avvenuta davanti a tutto il popolo, forse perché le loro motivazioni halakhiche non erano così fondate, forse perché all’epoca dei fatti erano più anziani di Shemuel, che secondo il Midrash aveva solo due anni quando “contestò” ‘Elì (!) o semplicemente perché nei confronti di Nadav e Avihù intervenivano altre ragioni aggravanti. Come relazionarsi con un genitore che sbaglia? Se si tratta di una richiesta pratica in contrasto con la Halakhah il figlio non la deve adempiere neppure se comportasse soltanto un’infrazione rabbinica, perché tutti siamo egualmente soggetti all’Autorità superiore della Divinità (Shulchan ‘Arukh, Yoreh De’ah, 240, 15; cfr. Rashì a Wayqrà 19, 3). Ma se il genitore commette un errore nel riportare al figlio un insegnamento e questi se ne accorge, non potrà riprenderlo, bensì lo correggerà usando sempre la forma interrogativa: “Non è forse scritto che…?” E se si tratta del suo Maestro gli dirà: “Non ci avevi forse insegnato che…?” L’interessato comprenderà da solo (Yoreh De’ah 240, 11; 242, 22).
E ai Maestri, quale comportamento è opportuno raccomandare? È scritto nella prima Mishnah dei Pirqè Avòt:
הֵם אָמְרוּ שְׁלשָׁה דְבָרִים, הֱווּ מְתוּנִים בַּדִּין, וְהַעֲמִידוּ תַלְמִידִים הַרְבֵּה, וַעֲשׂוּ סְיָג לַתּוֹרָה
Avot 1, 1: Essi (gli Uomini della Grande Assemblea) solevano dire tre cose: siate equilibrati nel giudizio, fatevi molti discepoli e create una siepe (protettiva) alla Torah. Possiamo leggere i tre suggerimenti come consecutivi. La prima raccomandazione è essere equilibrati nel definire le norme di comportamento, mantenendovi lontani dagli estremi: non essere né troppo facilitanti, né troppo rigorosi. Una volta conseguito questo obiettivo, punterete ad avere molti discepoli intorno a voi: essi apprezzeranno la vostra moderazione nel giudizio e costituiranno la vostra scuola. Solo allorché avrete saputo creare una scuola apprezzata e rinomata, potrete dedicarvi a trasmettere ai vostri discepoli tutti i rigori che riterrete opportuni per garantire il buon mantenimento delle norme senza provocare dissapori.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
