וַיְדַבֵּ֨ר ה’ אֶל־מֹשֶׁ֛ה בְּמִדְבַּ֥ר סִינַ֖י בְּאֹ֣הֶל מוֹעֵ֑ד בְּאֶחָד֩ לַחֹ֨דֶשׁ הַשֵּׁנִ֜י בַּשָּׁנָ֣ה הַשֵּׁנִ֗ית לְצֵאתָ֛ם מֵאֶ֥רֶץ מִצְרַ֖יִם לֵאמֹֽר׃ שְׂא֗וּ אֶת־רֹאשׁ֙ כׇּל־עֲדַ֣ת בְּנֵֽי־יִשְׂרָאֵ֔ל לְמִשְׁפְּחֹתָ֖ם לְבֵ֣ית אֲבֹתָ֑ם בְּמִסְפַּ֣ר שֵׁמ֔וֹת כׇּל־זָכָ֖ר לְגֻלְגְּלֹתָֽם.׃ מִבֶּ֨ן עֶשְׂרִ֤ים שָׁנָה֙ וָמַ֔עְלָה כׇּל־יֹצֵ֥א צָבָ֖א בְּיִשְׂרָאֵ֑ל תִּפְקְד֥וּ אֹתָ֛ם לְצִבְאֹתָ֖ם אַתָּ֥ה וְאַהֲרֹֽן׃
Bemidbar 1, 1-3: H. parlò a Moshe nel deserto dei Sinay, nella Tenda della Radunanza al primo (giorno) del secondo mese nel secondo anno dall’Uscita dalla terra d’Egitto dicendo: “Contate tutta la Comunità dei Figli d’Israel secondo le loro famiglie, per le case paterne, enumerando i nomi, ogni maschio pro capite. Dall’età di vent’anni in su, ognuno atto alle armi in Israel li conterete secondo le loro schiere tu e Aharon”.
וַיְדַבֵּ֤ר ה’ אֶל־מֹשֶׁ֔ה בְּמִדְבַּ֥ר סִינַ֖י לֵאמֹֽר׃ פְּקֹד֙ אֶת־בְּנֵ֣י לֵוִ֔י לְבֵ֥ית אֲבֹתָ֖ם לְמִשְׁפְּחֹתָ֑ם כׇּל־זָכָ֛ר מִבֶּן־חֹ֥דֶשׁ וָמַ֖עְלָה תִּפְקְדֵֽם׃
Bemidbar 3, 14-15: H. parlò a Moshe nel deserto del Sinay dicendo: “Conta i figli di Levì per le case paterne, secondo le loro famiglie; ogni maschio dall’età di un mese in su li conterai”.
Per quale motivo H. comanda di contare i membri di tutte le tribù dall’età di vent’anni e i Leviti già dall’età di un mese? Il Midrash citato da Rashì riporta un altro versetto (Bemidbar 26, 59) dal quale si evince che “questa tribù aveva l’abitudine di essere contata dalla nascita” (in effetti prima di trenta giorni non siamo certi che il bimbo sopravviva e quindi non viene preso in considerazione). L’Or ha-Chayim spiega che i Leviti erano subentrati nel ruolo sacerdotale ai primogeniti, i quali erano consacrati, o in alternativa riscattati come avviene tuttora, una volta che abbiano compiuto un mese. Shimshon R. Hirsch dà una giustificazione di carattere pedagogico: il servizio eminentemente spirituale svolto dai Leviti richiede una preparazione e un addestramento che cominciano fin dalla più tenera età. Un commentatore contemporaneo osserva ancora che mentre i membri delle altre tribù si affermano in base al proprio merito personale e dunque contano (in tutti i sensi!) a partire dall’età della piena responsabilità individuale, i Leviti sono tali per merito dei loro padri e quindi contano dalla nascita[1]. Ma è possibile un’ulteriore spiegazione, connessa con il concetto stesso di censimento alla luce della halakhah.
É nota la proibizione di contare gli Ebrei (Maimonide, Hilkhot Temidin u-Mussafin 4, 4). Mi limiterò qui a una trattazione schematica, rinviando i lettori all’ottima presentazione inglese di Rav J. David Bleich, “The Controversy Concerning the Israeli Census” in “Contemporary Halakhic Problems”, vol. III, Ktav, New York, 1989, p. 306-328. La fonte più nota di tale divieto si evince da
כִּ֣י תִשָּׂ֞א אֶת־רֹ֥אשׁ בְּנֵֽי־יִשְׂרָאֵל֮ לִפְקֻדֵיהֶם֒ וְנָ֨תְנ֜וּ אִ֣ישׁ כֹּ֧פֶר נַפְשׁ֛וֹ לַה’ בִּפְקֹ֣ד אֹתָ֑ם וְלֹא־יִהְיֶ֥ה בָהֶ֛ם נֶ֖גֶף בִּפְקֹ֥ד אֹתָֽם. זֶ֣ה ׀ יִתְּנ֗וּ כׇּל־הָעֹבֵר֙ עַל־הַפְּקֻדִ֔ים מַחֲצִ֥ית הַשֶּׁ֖קֶל בְּשֶׁ֣קֶל הַקֹּ֑דֶשׁ עֶשְׂרִ֤ים גֵּרָה֙ הַשֶּׁ֔קֶל מַחֲצִ֣ית הַשֶּׁ֔קֶל תְּרוּמָ֖ה לַֽה
Shemot 30, 12-13: Allorché eseguirai il conteggio dei Figli di Israel, ciascuno darà a H. un’espiazione per la propria persona durante il censimento, affinché non vi sia piaga contro di loro nel contarli. Questo daranno tutti coloro che sono contati, mezzo sheqel dello sheqel sacro: ogni sheqel equivale a 20 gherah, mezzo sheqel in offerta a H.
Il brano implica che un conteggio diretto dei figli di Israel è proibito e punito. Il Talmud (Berakhot 62b) spiega che il popolo fu effettivamente colpito da una piaga allorché il re David decise di contarli (cfr. 2Shem. 24 e 1DhY 21; per un’analisi di tutto l’episodio cfr. Alberto Somekh in A. Castaldini, “Interrogarsi sul Coronavirus tra fede e ragione”, Belforte, Livorno, 2020, p. 391-405), perché “era inciampato in un divieto che persino gli scolaretti conoscono” e cita i suddetti versetti. Fra i commentatori specialmente R. Bachyè (a Shemot) si dilunga a spiegare perché e in che modo questa trasgressione viene punita con una piaga. La Provvidenza vigila su ciascuno di noi e come individuo e come parte di un gruppo. Nella misura in cui rimaniamo parte del gruppo godiamo dei benefici riservati al gruppo nel suo insieme a prescindere dal nostro comportamento individuale. Ma nel momento in cui la nostra individualità emerge, per esempio attraverso il conteggio, ecco che i nostri atti personali balzano allo scrutinio e, se negativi, si prestano alla sanzione.
In un altro passo il Talmud (Yomà 22b) riporta fonti completamente differenti alla base del divieto. Ci si riferisce al racconto della Mishnah per cui l’assegnazione mattutina degli incarichi ai Kohanim nel Bet ha-Miqdash avveniva per conta delle dita anziché delle persone. R. Itzchaq ritiene che il censimento sia proibito anche a scopo di mitzwah e mette la proibizione in relazione con l’episodio in cui il re Shaul dovette affrontare la guerra contro Nachash re degli Ammoniti, che era senza dubbio una guerra di mitzwah. Il re, che voleva conoscere su quante forze avrebbe potuto contare, non eseguì un conto delle persone, bensì:
וַֽיִּפְקְדֵ֖ם בְּבָ֑זֶק וַיִּהְי֤וּ בְנֵֽי־יִשְׂרָאֵל֙ שְׁלֹ֣שׁ מֵא֣וֹת אֶ֔לֶף וְאִ֥ישׁ יְהוּדָ֖ה שְׁלֹשִׁ֥ים אָֽלֶף׃
1 Shemuel 11, 8: Li contò mediante cocci (cfr. Rashì ad v.). I Figli d’Israel risultarono trecentomila e gli uomini di Yehudah trentamila.
Ognuno recò un coccio e il numero totale fu determinato dalla somma dei cocci. La seconda fonte è poco più avanti, prima della guerra contro ‘Amaleq. In quell’episodio
וַיְשַׁמַּ֤ע שָׁאוּל֙ אֶת־הָעָ֔ם וַֽיִּפְקְדֵם֙ בַּטְּלָאִ֔ים מָאתַ֥יִם אֶ֖לֶף רַגְלִ֑י וַעֲשֶׂ֥רֶת אֲלָפִ֖ים אֶת־אִ֥ישׁ יְהוּדָֽה׃
1Shemuel 15, 4: Shaul adunò il popolo e li contò mediante gli agnelli: duecentomila fanti più diecimila uomini provenienti da Yehudah.
Commentando questo passo del Talmud il Maharshà si domanda perché ricorra a fonti tratte dai Profeti per giustificare il divieto, anziché indicare il passo della Torah relativo al mezzo sheqel come sopra. Egli risponde che la prescrizione della Torah aveva lo scopo di espiare per il peccato del Vitello d’Oro allora appena commesso e pertanto non avrebbe potuto servire da fonte del divieto di contare per le generazioni a venire.
Una terza fonte è rappresentata da Rashì a 1DhY 27, 24. Egli indica all’origine della proibizione alcuni versetti di Bereshit, fra cui la promessa che Ya’aqov rammenta a H.:
וְאַתָּ֣ה אָמַ֔רְתָּ הֵיטֵ֥ב אֵיטִ֖יב עִמָּ֑ךְ וְשַׂמְתִּ֤י אֶֽת־זַרְעֲךָ֙ כְּח֣וֹל הַיָּ֔ם אֲשֶׁ֥ר לֹא־יִסָּפֵ֖ר מֵרֹֽב׃
Bereshit 32, 13: Ma Tu mi avevi detto: “Ti elargirò benefici e renderò la tua discendenza come la sabbia del mare, che non si potrà contare tanto numerosa sarà”.
Rashì vi legge la proibizione di contare, per qualsiasi ragione e in qualsiasi modo, la totalità del popolo ebraico.
Infine una quarta fonte è costituita dal commento di Nachmanide ai versetti della nostra Parashah. Riferendosi anch’egli al tragico episodio del censimento di David, scrive che il popolo fu punito con la piaga perché il computo era stato condotto senza alcuna necessità (she-lo le-tzòrekh) se non la volontà di autocompiacimento del re. Egli cita il Midrash: “Se Israel è contato con uno scopo il suo numero non diminuisce, ma se è contato senza scopo diminuisce” (Bemidbar Rabbà 2, 17).
Per sintetizzare la halakhah, la visione maggioritaria dei Decisori è la seguente. Il censimento diretto della popolazione non è mai ammesso. Se il computo ha uno scopo (sulla cui natura ci soffermeremo) deve essere compiuto in modo indiretto (‘al yedè davàr achèr), ma sempre a condizione di non giungere a contare mai la totalità del popolo: come fece il re Shaul, che ricorse ai cocci o agli agnelli e ancora si limitò a contare i soldati. Se il censimento non ha uno scopo particolare, infine, deve prevedere una forma di espiazione del gesto compiuto, a somiglianza del versamento del mezzo sheqel al Bet ha-Miqdash. Fu la soluzione adottata sia pure tardivamente dal re David su consiglio del Profeta Gad per fermare la piaga (v. 18 segg.).
R. Shlomoh Goren (Torat ha-Medinah, Yedi’ot Acharonot, Tel Aviv, 2011, p. 298-317) spiega il fatto che Moshe si è limitato a contare i membri delle tribù dai vent’anni in su in omaggio al divieto di effettuare un censimento della popolazione ebraica nella sua totalità. La proibizione vale anche nei confronti di una singola tribù, dal momento che nella Torah essa è già chiamata qahal (“comunità” nel senso pieno del termine: cfr. Bereshit 48, 4). Perché allora con i Leviti Moshe si regolò diversamente? Perché il termine qahal è associato solo alle tribù cui era destinato il possesso della Terra, da cui i Leviti erano invece esclusi. Nulla era pertanto d’ostacolo a contarli in toto.
Venendo alla realtà attuale, cosa pensano i Decisori contemporanei del computo della popolazione nel moderno Stato d’Israel? Il problema è stato affrontato particolarmente in relazione ai censimenti del 1961 e del 1973, seguiti da quelli del 1983, 1995, 2008 e 2022. Tutti i Maestri concordano sul fatto che ricorrere alla compilazione di un questionario (‘al yedè ketàv) sostituisce i cocci di biblica memoria e assolve all’esigenza del metodo indiretto. La discussione verte invece sui due punti seguenti: 1) che cosa si ritiene scopo valido (tzòrekh) per ammettere il censimento e 2) se lo Stato d’Israel deve considerare sé stesso come totalità del popolo ebraico escludendo l’ebraismo della Diaspora, nel qual caso la procedura sarebbe proibita. R. Ya’aqov Yechiel Weinberg (Resp. Seridè Esh, Chòshen Mishpat, n. 140) ritiene che il censimento della popolazione così come indetto dalle autorità è senz’altro consentito dal punto di vista halakhico. Secondo il suo pensiero anche valutazioni di ordinaria economia rientrano nel tzòrekh, cioè nelle motivazioni valide. Su posizioni simili si è allineato in anni più recenti anche R. Shaul Israeli (‘Ammùd ha-Yeminì, cap. 13). Egli ritiene che per tzòrekh si debba intendere tzòrekh mitzwah, ma le “necessità della collettività” (tzorkhè rabbim) rientrano senz’altro in quest’ambito. Anche per quanto concerne il secondo problema la popolazione di Eretz Israel non costituisce la totalità del popolo ebraico. Egli applica al nostro argomento lo stesso ragionamento alla base dell’istituzione dello Yovèl. Come l’esistenza di una Comunità della Diaspora preclude che lo Yovèl sia una Mitzwah della Torah, per lo stesso motivo il censimento oggi può essere compiuto, almeno finché la popolazione di Eretz Israel non raggiunge la maggioranza (rov) dell’ebraismo mondiale. R. Shlomoh Goren (art. cit.), invece, sospende il giudizio. Per l’ex Rabbino Capo d’Israel l’unico tzòrekh che giustifica il censimento potrebbe essere la sopravvivenza della nazione (piqqùach nèfesh) e dunque scopi militari; egli avanza inoltre l’ipotesi che la Diaspora non sia da prendere in considerazione e che la popolazione dello Stato d’Israel sia da computare come la totalità del popolo ebraico a questi fini, perché in più passi dei suoi scritti Maimonide riferisce il termine qahal esclusivamente a quest’ultima (cfr. Hilkhot Shegagot 13, 2). R. Eli’ezer Waldenberg (Resp. Tzit Eli’ezer 7, 3), infine, proibisce qualsiasi forma anche parziale di censimento del popolo ebraico con un’unica eccezione: se serve a facilitare la ‘aliyah in Eretz Israel.
חֲמִשָּׁה קִנְיָנִים קָנָה לוֹ הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא בְעוֹלָמוֹ, וְאֵלּוּ הֵן, … יִשְׂרָאֵל קִנְיָן אֶחָד … דִּכְתִיב (שמות טו), עַד יַעֲבֹר עַמְּךָ ה’ עַד יַעֲבֹר עַם זוּ קָנִיתָ
Avot 6, 10: Cinque possedimenti il S.B. ha acquisito per sé nel Suo mondo: Essi sono….: Israel costituisce un possedimento…, come è scritto: “finché passerà il Tuo popolo H., finché passerà questo popolo che Ti sei acquisito” (Shemot 15, 16).
אָמַר רַבִּי שְׁמוּאֵל בַּר נַחְמָנִי, רַבִּי יוֹנָתָן רָמֵי, כְּתִיב: ״וְהָיָה מִסְפַּר בְּנֵי יִשְׂרָאֵל כְּחוֹל הַיָּם״, וּכְתִיב ״אֲשֶׁר לֹא יִמַּד וְלֹא יִסָּפֵר״?
לָא קַשְׁיָא: כָּאן בִּזְמַן שֶׁיִּשְׂרָאֵל עוֹשִׂין רְצוֹנוֹ שֶׁל מָקוֹם, כָּאן בִּזְמַן שֶׁאֵין עוֹשִׂין רְצוֹנוֹ שֶׁל מָקוֹם.
Yomà 22b: R. Yonatan fa notare una contraddizione. È scritto: “Il numero dei Figli d’Israel sarà (grande) come (quello dei granelli del)la sabbia del mare” e (subito dopo) è scritto: “che non si può misurare, né contare” (Hoshea’ 2, 1; primo versetto della Haftarah odierna). (Si concilia sostenendo che) l’ultima parte si riferisce a quando Israel adempie alla Volontà Divina, (mentre) la prima a quando Israel non la adempie. Rav Israeli (art. cit.). scrive che certamente anche il popolo ebraico ha un “numero”, come ogni entità composta e in particolare come gli altri popoli. Ma il numero fisico assume per noi rilevanza solo quando trascuriamo i nostri doveri e ci comportiamo, appunto, come tutti gli altri. Allora ci rendiamo conto che proprio il confronto numerico non ci consente di competere, semplicemente perché siamo troppo pochi, e soccombiamo. La nostra forza non sta nel fisico, ma nello spirito. “Quando riscopriamo la nostra vera identità, quando sviluppiamo quello spirito che è la nostra particolarità, allora siamo al di sopra di qualsiasi conto o numerazione. La qualità non si presta a quantificazioni. La forza spirituale del nostro popolo, derivante dal fatto di appartenere al S.B., non ha limiti, né confini”.
[1] Questo potrebbe spiegare anche l’inversione dei termini. Nel primo caso, infatti, la parola “famiglie”, che allude verosimilmente al contributo di ciascuno alla propria vita famigliare, precede “case paterne”, mentre a proposito dei Leviti l’ordine è opposto e privilegia le “case paterne”.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
