“Quando l’Arca partiva, Mosè diceva: ‘Alzati, o Eterno, e siano dispersi i tuoi nemici, e fuggano dinanzi alla Tua presenza quelli che ti odiano!’ E quando si posava diceva: ‘Torna, o Eterno, alle miriadi delle schiere d’Israele!‘” (Numeri 10:35-36). Il brano della Torah di questa settimana inizia con un senso di speranza, scopo e slancio spirituale. Il popolo d’Israele è ancora nel deserto, eppure in questa lettura vengono già introdotti comandamenti speciali, da celebrare solo quando si giungerà in terra d’Israele, come il Pesach Sheni (il secondo Pesach; Numeri 9:1-14).
Il Mishkan è stato consacrato; l’accampamento è organizzato in formazione militare e spirituale. Mosè invita il suocero Ytrò a unirsi al viaggio – fisico e spirituale – verso la terra d’Israele. Questa prontezza non è solo logistica, è profondamente aspirazionale. Il popolo ebraico è pronto per un momento cruciale del suo destino. Presto suoneranno le trombe, la nube divina si solleverà e la nazione inizierà la sua marcia verso la redenzione. Poi, improvvisamente, la narrazione cambia, si frammenta e diventa molto più complessa. Il cambio di stile letterario, allude alle sfide che attendono il popolo d’Israele in questo viaggio verso la redenzione. In due brevi e criptici versetti (Numeri 10:35-36), racchiusi tra le versioni invertite – o al contrario – della lettera ebraica “nun” (נ), si cela un punto di svolta.
Questi versetti, che descrivono l’Arca dell’Alleanza che guida miracolosamente il popolo, esprimono il principio della spinta verso quell’elevazione spirituale e il suo senso di scopo divino. L’importanza unica di questi versetti viene evidenziata dai Maestri (Mishnah, Yadayim 3:5; Talmud, Shabbat 115a), i quali insegnano che non si tratta di una semplice interruzione poetica, ma costituiscono – a pieno titolo – un libro separato della Torah. Secondo questo insegnamento, la Torah sarebbe composta da sette libri, non da cinque.
Perché elevare un passaggio così breve a libro biblico a sé stante?
Rav Soloveitchik offre una profonda intuizione che suggerisce che, per quanto brevi, questi versetti simboleggiano l’ideale di un popolo allineato alla visione di Dio, l’Arca che avanza indisturbata davanti al popolo, i nemici di Dio e del Suo popolo vengono dispersi. È un’immagine di trionfo religioso, chiarezza di missione e guida spirituale.
Ma l’ideale è di breve durata.
Subito dopo questi versetti, la narrazione idilliaca si disfa: il popolo si lamenta, prima in generale, poi della manna e infine di Mosè stesso.
Il sogno crolla nell’ansia, nella paura e nella ribellione. Questa tensione – tra l’ideale e il reale, tra l’aspirazione spirituale e la fragilità umana – parla in modo indiretto della nostra condizione. La Torah non è semplicemente una storia di perfezione divina, è la storia di esseri umani che si sforzano di raggiungere Dio e che, in questo percorso, spesso falliscono. Tra l’ideale e il reale, tra la visione spirituale e la debolezza umana, si cela la complessità della vita.
Anche nell’Haftarah di questa settimana (Zaccaria 2:14–4:7), si presenta lo stesso tema. Anche qui incontriamo la sfida del rinnovamento dopo il fallimento. Il profeta esorta il popolo a tornare dall’esilio, a ricostruire non solo il Tempio, ma anche la propria identità spirituale. L’immagine di Yehoshua, il Sommo Sacerdote, in piedi davanti a un angelo, mentre gli viene ordinato di togliersi le vesti impure – simbolo di peccato – e di indossare abiti puri, offre una potente immagine di riabilitazione spirituale. Dio non rigetta Yehoshua per il suo fallimento; piuttosto lo purifica e riafferma la sua missione. Allo stesso modo, nella Parashah, la trasgressione che segue il testo all’interno delle “nun rovesciate”, non vuole dire che il viaggio sia fallito. Significa che il viaggio è più complicato di quanto immaginassimo. La crescita spirituale non è lineare.
Le “nun rovesciate” possono alludere a una deviazione, una digressione dal cammino rettilineo. Eppure, la decisione dei Maestri di separare quei versi e definirli un “libro” a sé stante, ci ricorda che l’ideale conta ancora. Anche nella confusione della crescita dobbiamo aggrapparci alla visione.
Il nome di questo Shabbat è Behaalotekhà, che significa “quando ti innalzi”. Un parola che non assicura la promessa di un’ascesa senza intoppi, ma un invito alla perseveranza. L’Arca ci precede ancora, Dio è ancora in mezzo a noi, la missione ci chiama ancora.
Possa la forza di vivere in questa tensione, di tendere all’ideale e di rinnovarci – individualmente e comunitariamente – dopo ogni inciampo, proprio come fecero i nostri antenati nel loro lungo viaggio verso la redenzione, Shabbat Shalom.
