Questa parashà è la terza nel libro di Devarìm e in essa vi è la continuazione del discorso di commiato di Moshè al popolo d’Israele, pronunciato prima dell’ingresso nella Terra di Canaan.
In questa parte del suo discorso Moshè ricorda al popolo che l’osservanza dei comandamenti garantirà alla nazione salute fisica, abbondanza nei raccolti e vittorie militari sulle popolazioni che occupano Canaan. Nello stesso tempo Moshè rievoca il peccato catastrofico del vitello d’oro, la rottura delle tavole della legge e la sua tefillà di quaranta giorni per salvare il popolo dalla distruzione totale. Egli ricorda brevemente le ribellioni avvenute a Taverà, a Massà e a Kivròt Ha-Ta’avà, nonché il peccato degli esploratori. Concluse questa parte del discorso nella descrizione della realizzazione di una nuova coppia di tavole di pietra con i dieci comandamenti per rimpiazzare quelle che egli stesso aveva distrutto quando vide il popolo danzare attorno al vitello d’oro.
Segue un passo che appare che non abbia nulla a che fare con gli ammonimenti di Moshè al popolo: “Poi gli Israeliti partirono dalle fonti di Benè-Ya’akàn per Moserà. Là morì Aharon e là fu sepolto. Al suo posto divenne kohen suo figlio El’azar. Di là partirono alla volta di Gudgòda e da Gudgòda alla volta di Yotvàta, terra ricca di torrenti d’acqua (Devarìm, 10: 5-7).
A spiegare il significato di questo passo contribuisce r. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna). Nel suo commento alla Torà egli inserisce il passo nella serie delle ammonizioni di Moshè e scrive:”Anche se essi videro che le tefillòt di un giusto servono a proteggere la generazione e che perciò è appropriato piangere per la sua scomparsa, alcuni o la maggior parte di coloro che bavadano ai loro greggi nel deserto, andarono a Moserà a cercare aqua e pascoli per le loro pecore. Mentre si trovavano là, Aharon morì, venne sepolto e suo figlio El’azar gli succedette. Tuttavia essi non ritornarono per piangere per la sua morte nè per partecipare al lutto al suo funerale o per onorare El’azar che divenne Kohen Gadol al suo posto”. Moshè li ammonì per la loro insensibilità.
Su come partecipare al lutto per i chakhamìm vi sono alcune indicazioni nello Shulchàn ‘Arùkh (Y.D., 340:7) dove l’autore, r. Yosef Caro (Toledo, 1488-1575 Safed ) scrisse: “Per un chakhàm […] si deve procedere allo strappo delle vesti, (come si fa per un parente stretto)”.
Una halakhà che più si addice al caso di Aharon è quella nella quale si tratta del lutto che si fa per il capo del Bet Din (tribunale rabbinico) o per il presidente del sinedrio: (Y.D., 344:18): Se è morto il capo del tribunale rabbinico, tutte le case di studio della città sono chiuse […]. Se è morto il presidente del sinedrio, tutte le case di studio della città e ovunque venga compianto, le case di studio vengono chiuse[…]. Al giorno d’oggi non vi è il sinedrio. Tuttavia r. Yesha’yà Bassan (Verona, 1673-1739, Reggio Emilia) in uno dei suoi responsi (Lachmè Todà, 16) citando lo Zòhar, spiega che quando gli israeliti erano nel deserto vi erano due sinedri, entrambi di settanta chakhamìm. Il primo, che si occupava della leadership del popolo, aveva a suo capo Moshè, mentre il secondo, che trattava questioni legali, aveva a suo capo Aharon. Una volta entrati nella terra d’Israele le due funzioni vennero unificate in una solo sinedrio di settanta. Da qui impariamo che fu una grave mancanza non ritornare dai pascoli per partecipare al lutto della morte di Aharon che era un giusto e anche presidente di un sinedrio.
